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"Cooperativa Mangusta": intervista agli autori del documentario su Lenny Bottai

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Massimo Chiellini e Silvia Beconi sono gli autori del documentario. Lavorano in televisione da più di dieci anni per programmi di vario genere. Massimo nel campo della fiction, soprattutto comica. (Camera Cafè è sicuramente il programma più conosciuto tra quelli che ha scritto). Silvia ha lavorato in programmi di intrattenimento e di approfondimento come, ad esempio, 'Glob' e 'Vieni via con me'. Poi si sono aggiunti Giorgio Horn, il maestro di immagine; nella vita fa il direttore della fotografia. Per il documentario fa anche le riprese. Ed Enrico Bettella, il montatore, la seconda camera e il tuttofare tecnologico (è anche uno youtuber in pensione. A 27 anni in rete sei un vecchio). redazione, 5 marzo 2015

cooperativa mangustaCome nasce e cosa vi ha colpito della storia di Lenny per decidere di raccontarla e perché ritenete sia importante farlo?

Silvia: Che dietro a Lenny c’era tutto un mondo da raccontare l’abbiamo capito quando l’abbiamo visto combattere per la prima volta, in occasione del titolo del Mediterraneo WBC. Alla nona ripresa l’avversario va a terra con un brutto ko e non si rialza, i tifosi sulle gradinate esplodono in un urlo liberatorio ma Lenny prende il microfono e zittisce tutti dicendo: “Rispetto e silenzio”. Vedere un pugile che ha appena vinto un titolo, pieno di adrenalina, che ha il sangue freddo di stoppare i suoi in segno di rispetto per l’avversario a terra, mi ha colpito tantissimo. Un gesto da cui traspariva quell’etica dello sport e del combattimento che fa della boxe la cosiddetta “noble art”. Da quella sera sono passati quasi due anni prima di iniziare a pensare a un’idea di documentario, che in realtà è nata quando è arrivata l’opportunità di Las Vegas. Io penso che un atleta che in dieci anni passa dal divano di casa sua al ring dell’MGM, uno che da 100 chili diventa pugile professionista e lo fa nello scetticismo dell’ambiente, senza santi in paradiso, e che intanto vince 5 titoli e fonda una palestra popolare, ecco, io penso che quell’atleta abbia fatto un percorso straordinario che merita di essere conosciuto. È importante raccontare la storia di Lenny perché è una storia che parla a tutti, una storia che dice: alzati da quel divano e mettiti in marcia.

Massimo: Il mio interesse per la storia di Lenny nasce due anni fa, quando, dopo averlo visto combattere, cercai un po' di cose in rete e scoprii il suo percorso sportivo. Poi lo contattai e iniziammo a vederci con l'idea di scrivere una biografia, la sua, ovviamente. Non è una cosa che si vede tutti i giorni, un uomo che riprende l'attività sportiva in un età che è quasi da ritiro e da lì riesce a raggiungere diversi traguardi importanti, titoli. Ma questo, ovviamente non è tutto. Perché a rendere ancora più particolare e importante la storia di Lenny è il modo in cui ha costruito questo percorso sportivo. Penso a come ha gestito la propria carriera senza entrare nei soliti giochetti di magia dei pugili che si costruiscono record fatti di sole vittorie sfidando avversari pagati per perdere; Lenny è sempre salito sul ring per mettere alla prova se stesso e per offrire delle emozioni al suo pubblico, quel pubblico che ogni volta che lui combatte gli si stringe intorno come in un caldo e riconoscente abbraccio. E questo è bellissimo. Poi c'è la Spes Fortitude, la palestra che lui ha fondato. Un posto straordinario. Prima di tutto perché è una palestra che dà a tutti la possibilità di fare sport ad alto livello ma a prezzi popolari, e questo, naturalmente, è un fatto importantissimo. Poi, perché come ci entri ti rendi subito conto che non è soltanto uno spazio dove fare sport ma capisci che è anche il luogo che ospita una vera e propria comunità, con tutto il valore che può avere questa parola. Non è poco. In sostanza, quindi, credo che sia importante raccontare la storia di Lenny innanzitutto perché è una storia significativa dal punto di vista sportivo, e questo sono i fatti a dimostrarlo. E poi perché raccontando la storia di un pugile è possibile far vedere che esiste anche un altro modo di fare le cose, un modo che sta fuori dalle logiche del profitto e che rifiuta l'intrallazzo, un modo che crea comunità e sconfigge la solitudine.

Perché Cooperativa Mangusta, è un titolo singolare, quale motivazione ha?

Silvia: “Cooperativa” è un nome collettivo, non può essere usato per indicare una persona sola ma sempre una pluralità. Mangusta è il nome di battaglia di Lenny, quindi ci presenta già il protagonista del documentario nelle sue vesti di pugile. In questo modo, in due parole, ho detto che sto raccontando un pugile, la sua gente e la sua idea di sport. Poi mi piace che non sia un titolo “bello” in senso classico, non è un titolo patinato, è un titolo concreto, sostanziale.

Massimo: La cosa che più mi piace di questo titolo è che non è un titolo inventato da noi autori. È un titolo preso in prestito dalla realtà, è un titolo vivo. Cooperativa Mangusta, infatti, è il modo un po' scherzoso in cui Lenny chiama tutti quelli che gli stanno intorno, quelli che gli danno una mano, quelli che animano la palestra. Tutti i suoi, insomma; quella è la Cooperativa Mangusta. Non volevamo un titolo che si riferisse soltanto a Lenny, perché la storia di Lenny è la storia di Lenny e della sua gente.

Potete spiegare al pubblico che non conosce bene le campagne di crowdfunding quali motivazioni ci sono per incentivare la gente ad aiutare una produzione dal basso e perché serve farla?

Silvia: Il punto è che il sistema produttivo dei media italiani non è molto ricettivo a progetti che vengono da indipendenti, tanto più se il progetto è un documentario, un genere che nel nostro Paese ha poco mercato. Morale della favola, è molto difficile trovare una produzione disposta a investire per realizzare un documentario. E se lo facesse dovrebbe, necessariamente, piegarsi a logiche di mercato e intervenire sui contenuti. Raramente succede di trovare un produttore che metta i soldi e insieme garantisca una totale autonomia sui contenuti. Il crowdfunding può essere una risposta proprio a queste due esigenze. Producendo dal basso, infatti, si possono realizzare quei progetti che i canali ufficiali non vogliono finanziare e allo stesso tempo si può mantenere tutta la libertà che, secondo me, è una condizione irrinunciabile quando si racconta una storia a cui si vuol rimanere fedeli.

Massimo: Quando abbiamo deciso di fare il documentario abbiamo cercato un produttore e lo avevamo anche trovato ma poi l'accordo non è andato a buon fine quindi ci siamo trovati di fronte a un bivio: mollare o provarci comunque. Abbiamo scelto di andare avanti finanziando di tasca nostra. Così siamo riusciti a filmare la preparazione del match e a seguire Lenny fino a Las Vegas. Dopo siamo riusciti anche a filmare l’incontro a Livorno organizzato per il centenario. Purtroppo, però, le nostre risorse sono finite e non possiamo più andare avanti. L'unica strada possibile per realizzare il film è quindi il crowdfunding. Oltre a questa motivazione pratica, che ovviamente resta centrale, io credo che ci sia anche un'altra motivazione per prendere la strada del crowdfunding, una motivazione più ideale. Crediamo, infatti, che produrre dal basso sia un'occasione per dimostrare la forza della collettività, un segnale importante in questi tempi di iper-individualismo.

Lenny LV1Senza peli sulla lingua, che idee avevate prima di entrare nella realtà che state filmando, intendiamo Lenny, la cooperativa e la sua gente, e che idea avete oggi?

Silvia: Sono dieci anni che vivo a Milano. Della palestra di Lenny non sapevo nulla, quindi non mi ero fatta nessuna idea. Prima di entrarci per me era la palestra di quel pugile che aveva vinto il titolo WBC. Poi ho scoperto che era nell’ex biglietteria dello stadio, che era stata occupata, che lì dentro si insegnava la boxe seriamente e si facevano prezzi popolari. Ho avvertito subito l’unicità di quel posto. La gente della Spes non è fatta da persone semplicemente iscritte alla stessa palestra; sono amici, ragazzi, uomini e donne, che partecipano a un progetto collettivo di sport ma anche di vita. Contrariamente a quanto si crede di solito a proposito di boxe, alla Spes Fortitude si impara che il pugilato è uno sport di squadra.

Massimo: C'è una cosa che mi fa abbastanza ridere quando ci ripenso, mi successe una delle prime volte che venni a Livorno per incontrarmi con Lenny. Scendendo da Milano in treno, mi metto a parlare con un tizio e il discorso cade sulla boxe, così io gli dico che sto andando a incontrare il pugile Lenny Bottai. Il tizio fa una faccia preoccupata e dice: “Attento, che se lo guardi male lui è uno che magari ti apre la testa; io quando lo incontro guardo in terra”. Avevo già visto Lenny un paio di volte e non mi era mai sembrato di correre questo rischio. Rimasi abbastanza stupito, e pensai: “boh, vedremo”. Ora che posso dire di aver stretto una vera amicizia con Lenny, posso affermare che il tizio sparava cazzate. Tutto questo per dire che Lenny e la sua gente sono tra le persone più amichevoli e accoglienti che mi sia mai capitato di incontrare.

Vedendo i vostri trailer, si nota da subito che la figura di Lenny, stranamente, non è mai accostata a quella classica che compare ovunque nelle interviste e negli articoli, diciamo al Lenny di curva, sappiamo bene la sua posizione in merito e la rispettiamo, ma qual è il punto di vista di un regista che deve raccontare questa storia rimanendo lontano da un aspetto che lo ha reso noto quanto le gesta sportive?

Silvia: È molto semplice. Cooperativa Mangusta non è un documentario sulla curva.

Massimo: Quando ti metti a raccontare una storia devi prima decidere che cosa vuoi raccontare e noi abbiamo scelto di raccontare la storia di un pugile. Quindi per noi quello è il focus. Poi, un passaggio della vita di Lenny riguarda la curva. Benissimo, niente vieta di raccontare anche qualcosa di questo aspetto, se Lenny ne avrà voglia, ma resta soltanto un passaggio in una storia che parla di altro. La timeline del nostro racconto sarà scandita dai match di pugilato, non dalle partite di calcio. Questo è sicuro.

Questo non è il primo progetto di documentario che si fa sulla storia e la figura di Lenny, lui stesso ha spesso ammesso di essere persona complicata e di voler tener sotto occhio molti aspetti della comunicazione che lo riguardano, come vi siete trovati con lui ed in generale con questo singolare aspetto? avete paura di un ennesimo fallimento?

Silvia: No. Gli ostacoli sono molti, prima di tutto trovare i soldi, ma tra questi ostacoli, per fortuna, questa paura non c’è. Si è instaurato una sorta di circolo virtuoso, un gusto comune del racconto che è venuto in maniera del tutto naturale. Solo per fare un esempio, le musiche del trailer le ha scelte Lenny, noi gli abbiamo detto il tipo di musica e l’atmosfera che cercavamo, lui ci ha mandato al volo delle proposte che erano proprio quelle che servivano, perfette per il tipo di trailer che avevamo in mente. Sintonia creativa. La sua competenza musicale ci ha risolto un problema. Quindi ora lo abbiamo “assunto” e nei titoli, alla voce “consulente musicale”, troverete il nome Lenny Bottai.

Massimo: Ho avuto più di un'occasione per apprezzare l'attenzione che Lenny mette a tutto quel che riguarda la comunicazione. Sinceramente non ci trovo niente di strano. Qualsiasi persona al momento in cui deve rendere pubblica una rappresentazione di se stesso vuole che sia più fedele possibile all'originale. Direi che è del tutto normale. Quello che veramente mi ha colpito, invece, è la competenza con cui Lenny tratta di questi argomenti. Cosa che non ti aspetteresti da uno che non è del mestiere, tanto meno da un pugile. Questo mi ha reso le cose molto più facili, perché mi ha consentito di intavolare un dialogo e uno scambio di idee del tutto alla pari, un po' come se fosse un terzo autore; in questo modo, siamo sempre riusciti a trovare soluzioni e accordi. Sinceramente sono molto fiducioso che riusciremo a continuare così fino in fondo.

lenny trionfoUn pregio e un difetto della persona che state raccontando (lo conosciamo bene, non trattenetevi troppo)?

Silvia: Rispondo dal punto di vista del mio lavoro. Un grande pregio di Lenny è la sua fisicità narrativa e la sua espressività. Quando riprendi qualcuno il problema è sempre come riuscire a non farlo sembrare finto, come fare a trasmettere l’autenticità della rabbia, della paura, dell’allegria, della tensione, etc. Lenny ha una faccia viva e trasparente, una faccia su cui si legge tutto, quindi è facile raccontare le sue emozioni anche solo con l’immagine. Un difetto: le sue interviste sono difficilmente tagliabili. Nel suo ragionamento Lenny privilegia sempre la complessità, fa pochissime pause tra un concetto e l’altro, apre parentesi, subordinate e incisi per tenere dentro tutto. Bello, molto bello. Ma prova a ridurre un ragionamento così a pochi secondi mantenendo intatto il senso. In montaggio è difficilissimo, ci perdi le giornate.

Massimo: Il pregio la lealtà. Senza dubbio. Il difetto, la paranoia. Lenny è una persona molto analitica e, pur se non lo dà a vedere, è anche un emotivo. Questo mix lo porta con grande facilità a farsi paranoie. Mi ha raccontato che anche sul ring lui ha la tendenza a distrarsi, perché il suo cervello inizia a lavorare e a pensare ad altro. Ora, se ti distrai su una sedia a dondolo, pazienza; ma se ti distrai mentre sei davanti a uno che cerca di staccarti la testa, son cazzi.

Avete seguito la sua avventura sportiva con momenti importanti, quali emozioni ed impressioni vi hanno lasciato alcune esperienze nella boxe, avevate già conoscenza in merito?

Silvia: La boxe è uno sport che regala emozioni anche a chi, come me, non l'ha mai seguita e non la pratica. Il pugilato è spettacolare di per sé. Filmando Lenny ho potuto vivere da vicino la bellezza di questo sport; la cosa che più mi stupisce è che in Italia venga considerato uno sport di serie B, ha pochissimo spazio in tv e sui giornali. Mi domando perché. E pensare che una volta era uno spettacolo popolare, la gente rimetteva la sveglia e si alzava a ore improbabili per vedere i match che, allora, si trasmettevano in diretta e i pugili erano facce note a tutti. Qualsiasi signora sulla sessantina, quindi non proprio l'identikit dell'animale da bordo ring, si ricorda i match di Benvenuti, Mazzinghi e Arcari.

Massimo: Io sono un appassionato di pugilato da sempre, per cui la boxe l'ho sempre seguita, anche se soltanto da spettatore. Con Lenny ho avuto modo di vedere anche il dietro le quinte e devo dire che sono situazioni che mi piacciono. La preparazione del pugile prima del match, ad esempio, è un rito carico di tensione e di bellezza. La fasciatura delle mani, lenta e accurata. La vestizione, i guanti sigillati e firmati. L'imminenza della battaglia. C'è qualcosa di primordiale e allo stesso tempo di assolutamente civile. È la magia del pugilato, credo.

lenny prottiAugurandovi il raggiungimento della cifra necessaria a finire un documento a nostro avviso importante, vi lasciamo un appello libero al pubblico.

Silvia: Questa è una storia che ha un valore e dobbiamo riuscire a raccontarla. È una storia che parla di un uomo, parla di una palestra, parla di boxe, parla di una città; ma è anche una storia politica, la politica intesa come impegno quotidiano a creare qualcosa nell’interesse della collettività. Noi abbiamo fatto lo sforzo economico iniziale e, da parte nostra, ci mettiamo il lavoro e tutta la dedizione possibile, ma abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti. Da soli non possiamo proseguire; o tutti insieme uniamo le forze o questa storia non si racconta. Lo dico in modo un po' brutale ma vero: dobbiamo trasformare i “mi piace” su Facebook in contribuzioni. Sono tempi duri, ma se saremo in tanti basteranno davvero pochi euro a testa. Lo so che fare il versamento è noioso; c’è da trovare il tempo, prendere la carta di credito e fare questo sforzo all’interno di una giornata piena di impegni. Bastano 15 minuti, forse meno. Per chi non ha la carta di credito abbiamo predisposto un punto di raccolta in palestra da Lenny e stiamo cercando di allestirne altri. Dobbiamo raggiungere 20 mila euro che è la cifra minima per produrre il documentario. C’è ancora poco più di un mese per raccogliere i fondi, poi la piattaforma chiuderà il crowdfunding. Sembra tanto tempo ma in realtà è poco. Prendiamoci tutti insieme la responsabilità di realizzare Cooperativa Mangusta, raccontiamo questa storia, perché non appartenga più solo a noi ma possa appartenere a tutti. Pensate come sarebbe bello.

Massimo: Cosa posso aggiungere di più… una mano sul cuore e l'altra al portafogli. Bimbi, per favore, frugatevi!

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Una storia di sport. Una storia popolare. Una storia di riscatto. Sostieni il documentario sulla storia di Lenny Bottai

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