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Dieci anni di palestra popolare: intervista con la Spes Fortitude

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Fortitude 10 anni

Dieci anni fa, il 17 febbraio 2006, nasceva la Spes Fortitude, società pugilistica popolare che si prometteva sin da principio di risollevare la lunga tradizione della "noble art" labronica perseguendo dinamiche popolari che loro stessi amano definire "coscienti". Ed oggi, anche grazie alle evoluzioni sportive dell'atleta e tecnico, capostipite della società, Lenny Bottai, la Spes è una solida realtà del panorama nazionale pugilistico. Siamo andati a fare due chiacchiere con lui per questo anniversario e tracciare un bilancio e capire cosa aspettarsi in futuro.
 
- Allora Lenny, dieci anni sono tanti, cosa ricordi dei primi giorni? Dove e come nasce l'idea della Fortitude? E da cosa il nome particolare?
Fortitude manifesto aperturaDieci anni di sport, intenso e vissuto come lo abbiamo vissuto noi sono tanti. Dei primi giorni ricordo sempre le incertezze che avevamo, ma anche come la tanta voglia di fare bene, alla fine vinse su tutto. Eravamo tutti outsider dell'ambiente, rimasti delusi da una situazione in stallo che vedeva da anni come unico protagonista della nostra disciplina in città, le diatribe continue tra i vecchi personaggi che si contendevano a suon di denunce e delazioni l'unico posto allora assegnato alla boxe a Livorno: il Palacosmelli. Non c'era altra attività, se non quella dei centri fitness che sfruttavano la boxe come risorsa economica allestendo corsi amatoriali per far cassa ma non lasciando all'agonismo e alla promozione sportiva e sociale nessuno spazio. Tant'è che non c'erano agonisti a Livorno al tempo.
Fu così che mossi da un amico che ricordo come fosse ora con gli occhi lucidi, Luca Magnolfi, che trovammo la palestrina in via della posta, un fondo di circa 400 mq nel quale iniziammo il nostro folle cammino in questo fondo privato. Volevamo creare il primo spazio interamente dedicato alla boxe, seguendo le idee di partecipazione accessibilità e coscienza, rifiutando vincoli annuali ed abbattendo i costi ed ogni barriera sociale, ma mantenendo alta la qualità e il rinnovamento sportivo, in rottura con gli arcaici dogmi metodologici classici dell'allenamento nel pugilato.
Iniziammo i lavori a dicembre del 2005, dedicandoci giorno e notte. Furono terminati a fine gennaio, così attendemmo il 17 febbraio per inaugurare lo stesso giorno della nascita dell’U.S. Livorno Calcio, che era presente all'inaugurazione. La Spes Livorno infatti (acronimo di società per l’esercizio sportivo e "speranza” in latino) era una delle due società, si dice quella più popolare, che si fuse con la Virtus Juventusque per creare l’Unione Sportiva Livorno nel 1915. Fortitude lo prendemmo da un monumento che ci piaceva, raffigurava un leone ed era dedicato a delle infermiere che operavano nella seconda guerra mondiale. Scoprimmo che il termine inglese derivato dal latino significa “forza d'animo e coraggio, fortezza morale”, e visto che la Fortezza, simbolo di Livorno sorgeva davanti alla prima sede, la mettemmo nello stemma sostituendo Fides con Spes e con un ring e quel leone.
 
 
- Come nasce l'idea di sport popolare e quindi impegno politico della Fortitude?prima sede fortitude 2
Ci tengo a dire che non c'è impegno politico o militanza come società sportiva, sarebbe velleitario e fuori  contesto. Noi rivendichiamo una coscienza sociale, attenzione verso certi temi e verso la città, appartenenza, ma la militanza si fa altrove. In palestra ci si allena, si socializza e condivide, non c'è spazio per altro a meno  che non si voglia strumentalizzare.
Poi è vero che a Livorno una certa evoluzione giovanile ha investito tutto, e quindi anche il nostro collettivo, ma negli anni in palestra sono capitati tutti senza alcune distinzioni o selezioni, anzi, ho anche avuto il piacere  di vedere padri di ragazzi che abbiamo allenato, venirmi a fare i complimenti per l'ambiente e la  professionalità,  ammettendo i timori iniziali e rivelando che indossavano la divisa ed anche con un certo ruolo. In palestra viene chi abbraccia il nostro modo di vedere lo sport, ovviamente accetta di non avere preconcetti  o pregiudizi e nemmeno noi dobbiamo averne. L'essenza del nostro essere è questo, "essere senza  forzature" ciò che come collettivo siamo e riteniamo sia giusto.
Collegandomi alla storia della palestra, ricordo che la prima sede sorgeva in una zona interessata dalle prime  problematiche di integrazione della città (piazza della Repubblica) e far condividere ore di sport a giovani di  diversa provenienza, dette il primo segnale che la strada sociale era quella giusta, in quei periodi ricordo che  proprio una tensione creatasi nei locali tra ragazzi livornesi ed albanesi, si risolse semplicemente con due  ragazzi che diventarono amici in palestra. 
Ci dava soddisfazione vedere che in palestra si possono abbattere tutte le barriere inutili create nei conflitti  quotidiani come il sessismo, il razzismo, e si può allontanare il germe della prevaricazione economica e fisica. Se questa è politica, la facciamo nella misura in cui allenandoci insieme non accettiamo barriere che dividono  inutilmente le persone.
Mentre facciamo puramente e solamente sport con professionalità, per benessere o agonismo non importa,  cresce una sinergia che sin da principio ha dato buoni frutti, difatti nel giro di un solo anno organizzammo il  primo "Pugni Amaranto" con ben sei agonisti labronici impegnati, ed il mio rientro. In città non si vedeva una  riunione di boxe da anni. Parteciparono centinaia di persone e destinammo parte dell'incasso in beneficenza, per una bambina che doveva operarsi (se non erro Azzurra). Poi, a dire il vero i soldi non li venne a prendere nessuno, e così li donammo ad una famiglia di un giovane amico al quale era morto il padre, per il funerale, viste le difficoltà della vedova.
 
prima sede fortitude
 - Questa abitudine di abbinare sport ed iniziative di solidarietà diretta vi ha contraddistinto ed ha accompagnato tutta la vostra evoluzione, puoi spiegarci?
Si, orgogliosamente vantiamo una lunga lista di solidarietà diretta abbinata alle nostre manifestazioni, che ci guardiamo bene dal chiamare "beneficenza" perché sa molto di carità e aggregazione cattolica; spesso promuoviamo iniziative e ovviamente mettiamo noi per primi i soldi (altrimenti è solo pubblicità per aumentare attenzione e pubblico). Abbiamo sempre utilizzato lo sport e la partecipazione che abbiamo avuto nelle manifestazioni sportive, con momenti di coscienza collettiva. Dallaiuto per lamico Jonny, giovane vittima di un incidente e con problemi motori; alla manifestazione in Piazza Cavallotti per Asia, bambina con problemi di malformazioni legati alla nascita; alle varie donazioni per le cure Palliative in nome del compianto Gino Calderini; o la raccolta per Emilio, il ragazzo del Csa Dordoni vittima di un agguato fascista; la partecipazione per la raccolta per il figlio di Danilo, amico della Verbano di Roma afflitto da SMA; liniziativa a favore del coordinamento dei lavoratori in memoria dellamico Massy Romiti (i cui figli sono nostri atleti). Diciamo che è un leitmotiv che ha sempre accompagnato le nostre iniziative sportive. Ci indica un percorso non solo sportivo ma anche etico.
- Insieme a questi momenti avete anche realizzato dei progetti nel sociale?
Anni fa, grazie alla collaborazione di un amico, Daniele Bavone, operatore presso la Mediterraneo, e con la supervisione di un nostro tesserato, lo psicologo Alessio Mini, realizzammo un bellissimo progetto per andare ad insegnare ginnastica pugilistica a ragazzi con problemi di salute mentale, ovviamente senza nessun costo o richiesta economica per il progetto. Poi da anni abbiamo in piedi una collaborazione con delle case famiglia dalle quali adottiamo (sportivamente) minori e gli facciamo fare sport. Ultimamente, abbiamo realizzato la stessa cosa con i profughi del Melo, per i quali venne lo speculatore politico Salvini e vi fu la cavalcata delle "Valchirie Leghiste" travestite da mamme. Alcuni di questi, sono ancora da noi. Lo abbiamo fatto perché per noi è linfa vitale, siamo in uno spazio pubblico e questo, insieme a certe dinamiche riguardanti i prezzi e l'accessibilità allo sport, secondo il nostro modo di vedere deve essere il mezzo per giustificare di avere una concessione e rendere alla cittadinanza un servizio. Gli spazi pubblici legati allo sport, purtroppo sono spesso stati una carta di scambio clientelare delle vecchie gestioni, una dinamica che affidava senza ritorno sociale e popolare posti della collettività, e crea un surrogato dei centri fitness e dei privati, cosa che tra le altre cose costituisce per questi concorrenza sleale (visto i costi che hanno). Diciamo che siamo orgogliosamente una mosca bianca con le nostre dinamiche.
lenny ring- Cosa intendi con questa ultima frase?
Sin dal primo giorno abbiamo rifiutato eticamente gli annuali, quei metodi coercitivi che vogliono vincolare le persone su base annua in alternativa a mensili alle stelle. Inoltre abbiamo sempre e solo fatto boxe, senza cercare di allestire altre discipline a pioggia per subordinare lavoro e fare cassa. Adesso la  situazione economica è diversa, ma quando iniziammo con questa dinamica era coraggioso, impazzavano i vincoli bancari obbligatori ed i prezzi erano alle stelle. Andavi ad iscriverti e firmavi, vincolandoti per un anno con bollettini, anche se poi smettevi, o erano 70/80€ al mese in alternativa. Molte famiglie ovviamente non ce la facevano a sostenere i costi, inoltre, non ci sembrava eticamente corretto: se ti delude l'insegnante o ti passa la voglia, perché devi pagare tutto lanno prima di iniziare?
Così decidemmo un prezzo base, tariffa popolare e stop. A fine anno chi marca tutti i mesi, ne ha uno in  regalo, o l'iscrizione, visto che essendo affiliati alla FPI tesseriamo tutti, amatori compresi. Poi abbiamo sempre fatto anche iniziative contro i licenziamenti, "sport contro la crisi, gli amici licenziati o finiti senza lavoro si  allenavano senza pagare in attesa di trovare occupazione. Senza contare che alcuni ragazzi che realmente  sono in difficoltà si allenano ugualmente e stop.
Siamo una mosca bianca anche nella gestione, le ASD come noi, vera ASD uni-disciplinare di uno sport  olimpico e non di moda, sono spesso usate per creare surrogati dei privati ed avere agevolazioni fiscali, ma poi fanno di tutto e sono strutturate diversamente. In molte di queste i consigli sono blindati e familiari, ed il  lavoro è subordinato. Da noi il consiglio è reale ed aperto. I nostri istruttori, sono ragazzi impegnati nello sport  e spesso purtroppo senza occupazione, ma non sono subordinati a nessuno nel loro impegno, non vengono  pagati con gli spiccioli ad ore da un padrone che non c'è, come fanno tanti, ma data una parte identica alla  società per lattività ed il mantenimento del tutto (affiliazioni, materiale, attività, burocrazia...) la stessa parte in percentuale se la prendono come rimborso, fanno auto-reddito, questo gli ha permesso di avere un minimo  di  tranquillità nellimpegno sportivo che riescono a portare avanti. Certo, siamo in poco più di cento metri  quadrati,  ed il volume è minimo, ma a maggior ragione rivendichiamo queste dinamiche, visto che altrove cè chi non fa come noi, ma lavoro subordinato come imprenditoria. Ed avendo orari definiti e numero chiuso per nuove norme anti incendio e questioni di spazio, ogni elemento che inseriamo per progetto o dinamica di "ammortizzamento sociale" lo togliamo come possibilità dai guadagni. Anche per questo avendo più spazio potremmo fare anche di più.
Fortitude sede stadio- A proposito di spazio, come siete finiti dentro lo stadio?
Nell’autunno del 2007, a causa di problemi finanziari dovuti alle nostre scelte, incompatibili col mercato del privato, ed anche a dei problemi strutturali legati al fondo nel quale eravamo, ci siamo ritrovati in mezzo di strada e con un debito che abbiamo sanato in diversi anni. Continuammo però ad allenarci insieme all’aperto pur di rimanere uniti in attesa delle promesse che ci vennero fatte dalla politica cittadina di allora, smossa dal presidente del Coni Calderini, il quale aveva preso a cuore il nostro caso. Poi iniziarono le piogge ed il freddo, ed ingaggiammo una lunga battaglia con l’amministrazione Cosimi che saltava di palo in frasca dicendo che nessun locale era libero a Livorno. Il compianto Mario Bianchi, barista che mi ha visto ragazzino allo stadio, mi confidò della palestra inutilizzata dove faceva riscaldamento il Livorno raramente quando pioveva, e mi disse "fatti dare quella, è sempre vuota!", così andai a vedere ed era effettivamente vuota e inutilizzata. Chiedemmo in comune ma ci venne detto che risultava invece sempre occupata e assegnata ad ore a diverse società. Allora per diversi giorni facemmo la posta per capire, ma non comparve mai nessuno. La situazione non si sbloccava, la pioggia ed il freddo incalzavano e allora la occupammo simbolicamente e ci allenammo lì per un giorno, col sostegno del movimento e di tanti simpatizzanti, poi producemmo un documento e lo presentammo in comune che ricordo si chiamava "chi si occupa di sport? o chi occupa lo sport". Non si capiva come poteva esserci chi pagava ma non utilizzava un posto pubblico (a dire il vero poi capii tutto, ma... Omissis!). Nacque così una battaglia burocratica che portò all’assegnazione, ma con grossi vincoli, perché sempre ad ore e sottoposti alle aperture dell'impianto. Questo perché essendo lo stadio e (anche se viene da ridere a dirlo) perché ero io, e si disse era meglio non avere le chiavi per sicurezza (in uno stadio aperto tutti i giorni...).
Da quel giorno siamo finiti in quello stanzone senza finestre e con molti problemi logistici che abbiamo curato e migliorato come fosse una casa, tanto che i custodi quando ci sono entrati sono rimasti colpiti, si disse come situazione temporanea e con la promessa di soluzione a breve, ma siamo ancora lì. Ovviamente pagando regolare affitto comparato a spazi ed ore di utilizzo, anche questo a seguito di non poche problematiche vista la tanta opposizione, e visto che siamo anche continuamente soggetti ad interruzioni dovute ad iniziative varie legate allo stadio (partite, allenamenti, iniziative varie...) il quale per altro è ai limiti dell'agibilità. 
sannino campione italiano- Cosa sperereste in futuro?
Abbiamo dimostrato con i fatti da anni la natura del progetto, che non è la palestra di Lenny Bottai ma di un collettivo anzitutto. Io ci ho investito una decade di vita e anche, fortunatamente, gli introiti delle mie evoluzioni sportive, ma siamo un collettivo. Ad esempio l'inserimento da tempo di Francesco Boldrini, tecnico giovanile, ci ha portato ad aprire anche al settore che non avevamo mai curato, quello dei bambini. Per altro con due titoli nazionali appena vinti. Poi abbiamo creato già tre tecnici che fanno proseliti sportivi.
Non sto ad elencare quanto vinto in passato, podi in tornei femminili e maschili, regionali e nazionali, universitari, esordienti, senior, elite, di grande rilievo come ad esempio quattro assoluti toscani e uno scippo in finale (due volte!) al guanto d'oro a Sannino, e quest'anno abbiamo donato a Livorno due nuovi neo-professionisti: Federico Gassani e Jonathan Sannino. Jonny con un capolavoro ha poi vinto il titolo italiano dei piuma Neo Pro, mentre Chico è stato privato delle finali dalla mononucleosi, altrimenti eravamo l'unica società in Italia ad avere due uomini in finale nel pugilato che più di tutti conta, visto che era primo in classifica nella sua categoria (mediomassimi) ed aveva battuto a Livorno il finalista.
Ma questi sono risultati sportivi, che comunque insieme ai miei rivendichiamo di aver donato alla città, che vanno e vengono; quello più grande è il riconoscimento delle persone, la partecipazione in palestra e nelle manifestazioni, tutti quelli che sanno cosa significa Spes Fortitude, non solo sport ma molto di più: livornesità e coscienza. Il premio più grande è questo, il riconoscimento e il radicamento nel territorio nel quale non ci sentiamo secondi a nessuno.
- E cosa accadrà quando lo stadio diventerà inagibile viste le condizioni?
Infatti adesso oltre agli annosi problemi di spazio e logistica, c'è il Picchi che crolla, piove in palestra e per altre cose ci siamo pagati i lavori visto che cadevano calcinacci e quando Spinelli si lamentò per le condizioni dell'impianto, ottenendo dei lavori, la palestra non venne neppure considerata e lasciata fuori. Quindi ce li siamo fatti e pagati. Lo ripeto, la nostra soluzione doveva essere temporanea nel 2008, invece non c'è mai stata alternativa, tanti discorsi ma solo quelli, abbiamo presentato progetti e proposte, partecipato a bandi di cui abbiamo anche denunciato diverse anomalie. Lo stadio per noi è un tempio, ci piace ovviamente, anche se lavoreremmo sicuramente meglio in una dinamica di quartiere popolare, dove a discapito di commerciabilità e della logistica affine, potremmo essere un valore aggiunto, un avamposto sano. Non ci interessano dinamiche diverse da quelle che viviamo, nel senso spazi esosi e fuori dalle mire che abbiamo illustrato, quindi per noi il lavoro sportivo e sociale rimane primario, altrimenti avremmo accettato proposte di integrazione con privati visto che non sono mancate. Potenziare questo progetto è rendere alla città qualcosa, e dare la possibilità a chi vorrebbe fare uno sport che non è mercato, uno strumento partecipativo, e poi sostenere l'attività pugilistica di chi, se non affiliato al dilettantismo di stato nei vari corpi, non ha modo di portarla avanti. Noi abbiamo un progetto che si sostiene da se, chiediamo solo spazio e possibilità di realizzarlo. Indubbiamente forse non siamo mai stati appetibili, in quanto chiaramente "non acquistabili" per una certa dinamica politica. Adesso è cambiato il vento e speriamo di essere ascoltati senza illuderci, noi comunque restiamo e resteremo fermi nel nostro progetto.
- Nulla da aggiungere?
Si, voglio ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla nostra evoluzione, di pari passo con la mia, dai tanti che hanno combattuto per noi, e seppur hanno smesso sentono ancora appartenenza quando vedono un manifesto, una felpa o un adesivo, a chi ha contribuito e sostenuto i nostri passi come spettatore sostenitore. Il maestro Trinca che è il nostro maestro storico, e quest'anno sono felice che con la collaborazione col Fight Team dell'amico Igor Nencioni,il tecnico Alessandro Landi, uno dei soci fondatori, è tornato ad affiliare i suoi bravi pugili con noi. Poi voglio augurare un gran 2016 all'organigramma direttivo, io, Veronica, Boldrini Francesco, Alessandro Sannino, Enrico Galeazzi, Gassani Federico, Jonathan Sannino, Alessio Sitri e Poggetti Alessio e tutti i tesserati. Son dieci anni di battaglie e siamo ancora in piedi!
 
Redazione, 19 febbraio 2016
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