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Gare remiere: ancora trittico Venezia. Ma tutto il movimento va ripensato

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palioNel segno del rosso si è conclusa la stagione remiera 2015. Sulla scia dell'anno scorso e dell'anno ancora precedente, i vincitori di tutte le gare disputate sono stati sempre gli stessi, i biancorossi del Venezia, cantina capace di scrivere il suo nome nelle storia del remo con appunto, tre trittici consecutivi, epilogo mai riuscito a nessun altro rione. Organizzazione, risorse umane ed economiche, e tanti sacrifici sono alla base dei successi dell'armo, capeggiato dal presidente Luigi Suardi.

A remi fermi è necessario però discutere di ciò che la stagione rivela del rapporto tra le tradizioni remiere e la cittadinanza. Un dato è evidente: a Livorno c'è un distacco, iniziato da tempo, tra quelle che dovrebbero essere le occasioni per rinsaldare la memoria cittadina e i suoi abitanti. E questo elemento va visto non tanto e non solo nella mancata crescita di una serie di aspetti tecnici legati alle gare, ma va ricercato nella vita stessa dei rioni e delle cantine. Non si può infatti pensare che ci sia affezione alla gare, partecipazione cittadina, turismo, foga e appartenenza se le cantine non svolgono il ruolo di presidi di quartiere durante tutto l'arco dell'anno. Solo chi lo fa, non a caso, vince e ha seguito. Ma augurarsi maggiore competitività, come ha dichiarato l'assessore Perullo, significa riflettere sullo stato complessivo delle cantine e su ciò che attualmente offrono e ricevono. Parlare di risveglio e addirittura di leva turistica di questi eventi, significa spendere idee ed energie su un movimento che oggi ha l'encefalogramma quasi piatto. I problemi sono noti: mancano spazi adeguati all'accoglienza di chi vuole misurarsi con l'attività remiera, sia per quanto riguarda le strutture (eppure i fossi pullulano di cantine), sia per quanto riguarda la mentalità che non deve sposare il professionismo, ma nemmeno restare ancora alle ricette degli stregoni; la riforma voluta dalla precedente amministrazione ha certificato la volontà di non investire più sul movimento, rendendolo un giochino interno ai partecipanti: sono spariti i rioni, sono state accorpate realtà che hanno preso denominazioni senza senso e sopratutto si è annichilito il senso del palio (via le retrocessioni e ridimensionamento dei quattro remi); la pubblicità, gli orari del palio, la mancanza di una spendibilità esterna alla città. Tutti aspetti noti e sui quali ci si interroga da anni.

Ma il vero problema è che manca un senso di appartenenza, che forse prima c'era e oggi si è perso, ma che si costruisce o riannoda nel tempo, creando un legame tra i rioni e la sua gente. Pubblicizzare ora il Palio Marinaro urbi et orbi significa mettere in vetrina una crisi di questo rapporto. Un rapporto, diciamolo francamente, che non esiste, al contrario di altre città le cui manifestazioni continuano ad attivare le passioni cittadine e le visite delle persone da fuori.

Investire e cambiare rotta, significa innanzitutto ridare vita ai rioni, creare spazi di socialità dove gli incontri sono costanti durante l'anno, attraverso la presentazione delle attività delle cantine, cene sociali, feste rionali e non per ultimo un apprendimento della storia di queste tradizioni nelle scuole. Qualcosa in questo senso esiste, ma è tutto molto frammentato e non incide come dovrebbe. Come disse un noto sociologo, le feste ci dicono sempre qualcosa sulla qualità dei nostri giorni feriali.

Ecco, credo che Livorno debba ripartire da una riflessione sulla quotidianità dei propri quartieri, rilanciando i rapporti umani che li contraddistingono, ricreando spazi che siano opportunità di apprendimento della storia della città, in cui la tradizione remiera non è certo un aspetto periferico. Altrimenti, lentamente si affonda.

per Senza Soste, Orlando Santesidra

7 luglio 2015

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