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L'Aquila, è ancora 6 aprile

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A due anni dal sisma ci sono ancora 38.078 cittadini assistiti, una montagna di macerie raccolte al ritmo di 600 tonnellate al giorno: ci vorranno 20 anni per rimuoverle

laquila_prefetturaLa logica è sempre la stessa, quella dell’emergenza, iniziata due anni fa, la notte del 6 aprile 2009: poteri straordinari, commissari straordinari, ordinanze di urgenza, decreti commissariali. Per un anno L’Aquila è stata governata così, dal proconsole Guido Bertolaso, mettendo il turbo a un miliardo di euro di appalti, quelli del Piano C.a.s.e., le new town rivendute in decine di conferenze stampa e trasmissioni tv da Berlusconi e i suoi ministri. Anche oggi L’Aquila vive su ordinanze e decreti, firmati dal nuovo commissario Gianni Chiodi e i dai suoi collaboratori, Antonio Cicchetti (vice commissario) e Gaetano Fontana (responsabile della struttura tecnica di missione), tutti di nomina strettamente governativa. Solo che lo snellimento burocratico rivendicato da Bertolaso oggi è diventato un pletora di norme, spesso in contraddizione tra loro, incomprensibili, aggrovigliate (tanto che il commissario ha dovuto creare un “testo unico” dei suoi 51 decreti nati su altrettante ordinanze, piene di rimandi e modifiche). La burocrazia ha preso il sopravvento, e a due anni dal sisma la ricostruzione vera, quella “pesante”, che riguarda le case gravemente danneggiate, non è ancora iniziata. Né è prossima a partire. A giugno dovrebbero scadere i tempi per la presentazione delle domande di ricostruzione ma tutti sanno che la scadenza sarà prorogata, almeno fino a dicembre 2011. Quanto al centro storico, uno che se ne intende, il presidente dell’Ordine degli ingegneri, la mette così: «Siamo all’asilo e voi volete parlare dell’università...».

Tra norme incomprensibili, regole che cambiano in corsa, rimpalli di responsabilità, a L’Aquila non si sa chi deve fare cosa. E due anni dopo il sisma ci sono ancora 38.078 cittadini assistiti, una montagna di macerie misurata in un range tra 3,6 e 4,2 milioni di tonnellate, raccolte al ritmo di 600 al giorno: ci vorranno 20 anni per rimuoverle, senza contare i calcinacci prodotti dai lavori di ristrutturazione degli edifici, circa 15mila, rimasti in piedi per miracolo. Una recente ordinanza commissariale ha assegnato il compito di rimuoverle a Vigili del fuoco ed esercito, dando pieni poteri a un soggetto attuatore di nomina commissariale, suscitando le ire del Comune: «Ci hanno tolto tutta la governance della ricostruzione, vogliono creare una situazione ingovernabile », ha ribattuto l’assessore all’Ambiente Alfredo Moroni.

Se lo scenario è questo, ci si aspetterebbe un lavoro frenetico, febbrile, per recuperare il tempo perduto. Invece nel capoluogo abruzzese va in scena la guerra di tutti contro tutti. Il fronte principale del conflitto è quello che oppone il Comune al commissario delegato per la ricostruzione. Da un lato Massimo Cialente, il primo cittadino, Pd “critico”, che ha da poco annunciato le sue dimissioni (ma è probabile che il sindaco decida di ritirarle, per evitare un anno di commissariamento); dall’altro il pidiellino Gianni Chiodi e il suo “manager”, l’architetto Fontana, ex direttore generale dell’Ance (i costruttori di Confindustria). E lo scontro è all’arma bianca. «Il problema vero sono le persone arrivate da fuori, quelle che intervengono spesso a gamba tesa e che trattano gli aquilani come sudditi », accusa Cialente. E aggiunge, rincarando la dose: «Stiamo assistendo impotenti al tentativo di azzerare la volontà del Parlamento, che, su nostra richiesta, si è pronunciato a favore dell’indennizzo e non del contributo, che avrebbe aperto la strada ai grandi appalti e ai grandi affari. C’è chi ad arte sta creando ostacoli alla ricostruzione, solo per poter giustificare il ritorno del contributo », urla Cialente intervistato da Tg3 Abruzzo. Anche qui, l’obiettivo è chiaro: il sindaco accusa direttamente Gaetano Fontana, riaprendo uno scontro che durante l’autunno aveva concentrato su di sé l’attenzione degli aquilani. Per capire cosa si nasconda dietro alla querelle tra Comune e commissario è necessario fare un passo indietro, scavare nei cavilli. Per scoprire la vera posta in gioco, 8-10 miliardi di euro per la ricostruzione. Con gli sfollati aquilani a far da spettatori. Anche se tutt’altro che passivi. Da loro, dal basso, è nato il comitato promotore della legge popolare per la ricostruzione, il cui arrivo è atteso alla Camera, all’inizio di aprile.

Contributo o indennizzo. Intorno a queste due parole, solo a un primo sguardo sinonimi, si gioca la miliardaria partita aquilana. Indennizzo e contributo sono due diverse concezioni dell’intervento finanziario dello Stato per garantire la ricostruzione della città colpita dal sisma. I soldi sono sempre quelli ma se li si chiama col nome “contributo” si sottolinea il loro ruolo di fondi pubblici. Con questa conseguenza: i proprietari di case inagibili, per le cifre superiori a 2 milioni di euro, sarebbero costretti a ricorrere a gare d’appalto europee. Se gli stessi soldi li si chiama col nome “indennizzo”, invece, la ricostruzione diventa un affare del tutto privato: i finanziamenti sono pubblici ma a copertura di un interesse privato. Dunque niente gara d’appalto, libera scelta di impresa e progettista. Il commissario governativo e l’ex Ance Fontana chiedono il contributo, il Comune vuole l’indennizzo. Lo scorso settembre è il Parlamento a decidere: con un’interpretazione autentica opta per l’indennizzo. Su questa base, negli scorsi mesi iniziano i lavori per la ricostruzione leggera, la ristrutturazione degli edifici poco danneggiati, coperti fino a un massimo di 80mila di euro per unità immobiliare (complessivamente si spendono circa 800milioni). Appalti privati sui quali si è sviluppato un “mercato dell’incarico”. Non sempre regolare, a sentire costruttori, architetti e progettisti aquilani, che preferiscono rimanere anonimi. Si narra di imprese pronte ad allungare bustarelle per garantirsi l’incarico da parte degli amministratori di condominio, veri architrave della ricostruzione, dotati di fatto del potere di scegliere le imprese. Di progettisti legati a doppio filo con le aziende edili, nonostante i primi dovrebbero essere indipendenti per esercitare il controllo delle seconde. Di lavori fatti al risparmio, per rientrare nei costi. Di bandi creati ad hoc, con garanzie spesso insostenibili per i piccoli costruttori aquilani. E ancora, di progettisti e imprese collegati tra loro che si riempiono di pratiche e lavori (in alcuni casi oltre 300), rischiando di dover posticipare nel tempo l’apertura dei cantieri. E di subappalti superiori al 50 per cento dell’importo dei lavori. Per regolamentare il settore, Ance e commissario avevano tirato fuori dal cappello un “contratto tipo”, per dare un ordine al far west di appalti e incarichi. Ma non esiste alcun obbligo di adottarlo. Tra litigi, accordi di interesse, amicizie e consigli interessati, L’Aquila ha cominciato a riempirsi di cantieri, le case sono state impacchettate dai teli bianchi che nascondono le impalcature. La città del boom edilizio, coi suoi condomini informi, rinasce com’era e dov’era. Anche sulla faglia di Pettino, la zona a maggior rischio sismico, dove viveva un terzo della popolazione aquilana.

Ma la vera partita che fa gola è quella che deve ancora iniziare, la ricostruzione pesante, in particolare nel centro storico. Su questo è andato in scena, lo scorso inverno, uno scontro durissimo tra Cialente e Fontana, riguardante in particolare i Piani di ricostruzione. Secondo il commissario, sulla scorta del decreto “Salva Abruzzo” varato nell’immediato post terremoto, il Comune dovrebbe costituire dei grandi aggregati di edifici, sui quali realizzare dei piani urbanistici, e darli in appalto. Per Cialente, invece, di Piani di ricostruzione non c’è alcun bisogno. Basta formare degli aggregati e dei consorzi tra proprietari per procedere alla ricostruzione con la stessa logica usata per le case leggermente danneggiate. Lo scontro non è casuale, né riguarda cavilli. Se passasse la posizione di Fontana potrebbe esserci un minor numero di appalti per la ricostruzione pesante in centro ma i loro valori crescerebbero. Favorendo così l’ingresso nella ricostruzione delle grandi imprese, anche dei general contractor tanto amati da Berlusconi. Cialente teme che questo scontro nasconda il vero obiettivo del governo: tornare al contributo al posto dell’indennizzo, magari dando la colpa alle inadempienze del Comune, in modo da spalancare le porte di L’Aquila alla cavalleria dei grandi costruttori. Questa “colonizzazione” della ricostruzione, Cialente vuole evitarla a tutti i costi. In difesa, dicono i molti aquilani critici verso l’operato del sindaco, di altri interessi, quelli delle piccole imprese locali. Che temono l’ingresso in armi degli “stranieri”, molti dei quali hanno già assaggiato i piaceri della ricostruzione partecipando agli appalti del Piano C.a.s.e. Lo scontro tra poteri, imprese e burocrazie lascia L’Aquila al fermo immagine di due anni fa. I cittadini sono stanchi, molti fuggono, altri, preparano liste civiche che potrebbero azzoppare i grandi partiti nazionali. Il fallimento della ricostruzione è anche un fallimento della politica.

Ciò che manca, nei comunicati ufficiali usati come armi dello scontro è invece un’idea di città. L’Aquila che sta rinascendo appare più brutta di quella del 6 aprile. Lo splendido centro storico è ancora chiuso («zona rossa - dicono i cartelli - vietato l’ingresso») e intorno ha preso piede un informe conglomerato di palazzi vuoti ornati da macerie e condomini di mille colori diversi appena rinati, contornati da baracche di legno e container di lamiera. Dopo il terremoto il Comune ha liberalizzato la costruzione di case removibili. È stata una corsa all’edificazione di chalet, villette, casette, dove sono sorti negozi, bar, edicole e appartamenti privati (secondo le foto aeree sono circa 4.000). Secondo l’ordinanza del sindaco, fra tre anni dovranno essere rimossi. Ma tutti, anche gli amministratori locali, sanno che sarà impossibile chiedere a chi le ha acquistate di rimuoverle. Alla fine, si sa, saranno condonate. Rendendo sempre più informe la città, già violentata dal Piano C.a.s.e. (5.000 appartamenti costruiti lontani dal centro). A questo si aggiunge oggi la vicenda della cosiddette aree bianche: 260 terreni, per 5 milioni di metri quadrati, che il vecchio piano regolatore aveva destinato a servizi pubblici, mai realizzati. In seguito a un ricorso al Tar dei proprietari (tra loro Vincenzo Rivera, consigliere comunale del Pd) i terreni potrebbero diventare edificabili, facendo calare sulla città una nuova montagna di cemento. Con la carenza di case che vive L’Aquila, e i prezzi degli immobili che crescono, i proprietari non vedono l’ora di dare inizio al banchetto.

«Stiamo perdendo un’occasione per rifare L’Aquila più bella, più sicura, più vivibile », dicono a denti stretti i più attenti tra gli architetti aquilani. Secondo i quali la ricostruzione sta diventando una pura questione edilizia, una somma di case da rimettere in sesto, e non una grande sfida urbanistica per ripensare lo spazio cittadino, farlo rinasce più solido e vivibile. L’unico problema, oggi, pare essere quello del risparmio. Un dato su tutti. I progettisti che disegnano le opere di ristrutturazione hanno un limite di spesa, circa 1.200 euro a metro quadro di superficie convenzionale, circa 900 euro calcolando l’intera costruzione (muri, parti comuni, cantine, sottotetti), contro i 1.300 euro al metro quadro del costo costruttivo del Piano C.a.s.e. (il progetto, compresi espropri, urbanizzazioni e opere collaterali costò alla fine 2.700 euro al metro). Cioè, per le case provvisorie si è speso il doppio che per la ricostruzione definitiva. «Il governo parte dal presupposto che i soldi sono quelli, e su questo non si transige: il limite è quello dell’edilizia residenziale pubblica, circa 1.200 euro al metro quadro. Potrebbero non bastare, in molti casi. Ma al massimo cederemo sulle finiture, sulla qualità strutturale non si possono fare passi indietro», spiega il presidente dell’Ordine degli ingegneri Paolo De Santis. «Piuttosto non rifaremo i pavimenti...», dice chiaramente Gianni Frattale, presidente dell’Ance. Ma molti tecnici non sono d’accordo. «Attenzione, miglioramento sismico non vuol dire adeguamento sismico. Le case che stiamo ricostruendo non rispettano l’attuale normativa antisismica al 100 per cento ma tra il 60 e l’80», spiega l’ingegner Gianfranco Ruggieri. In altre parole: se un edificio antisismico nuovo ha una resistenza 100, a L’Aquila ci si accontenta di una resistenza tra il 60 e l’80. E se qualche inquilino, col pallino della sicurezza, volesse raggiungere il 100 per cento del miglioramento, il consorzio che controlla i progetti taglierebbe le voci di spesa, costringendo gli inquilini a pagare di tasca propria i costi. «È un calcolo matematico », aggiunge Ruggieri. «Se la soglia massima è di 900 euro al metro, e sottraiamo da questi 130 euro per il miglioramento energetico obbligatorio e i costi per rendere vivibili le case, per la sicurezza degli edifici resta poco o niente. Oppure vogliamo chiedere ai cittadini, molti dei quali hanno perso i lavoro, di tirare fuori 50mila euro per muri, pavimenti e rifiniture?». Insomma, va bene la sicurezza, ma senza esagerare, l’importante è stare nei limiti di spesa. E chissenefrega se il prossimo sisma, fra 50, 100 o 300 anni, rimetterà in ginocchio la città.

Manuele Bonaccorsi e Marianna De Lellis
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