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Di sconfitta in sconfitta. Lo Stato Islamico è alle corde?

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Le milizie agli ordini del governo di ‘unità nazionale’ libico hanno affermato ieri di aver riconquistato lo strategico porto di Sirte, finora roccaforte in Libia dei jihadisti dello Stato Islamico, i cui combattenti si sono rifugiati in alcuni quartieri centrali della città oppure sono riusciti a fuggire all’interno del paese, nel deserto. “La battaglia non è stata dura come pensavamo” ha detto una fonte del governo libico, il che forse significa che come spesso accade i membri del Califfato hanno preferito ad un certo punto sottrarsi alla battaglia e ripiegare piuttosto che soccombere.
In base alle incomplete informazioni per ora a disposizione, comunque, intensi combattimenti starebbero continuando in varie zone della città. Secondo i servizi di intelligence delle potenze occidentali che hanno inviato le proprie forze speciali in Libia, nel paese distrutto dall’intervento della Nato del 2011 lo Stato Islamico potrebbe comunque ancora contare su circa 5000 combattenti.

La caduta di Sirte, se dovesse essere confermata, potrebbe rappresentare un altro grave colpo all’organizzazione fondamentalista alle prese con le offensive degli eserciti locali e delle forze schierate dalle grandi potenze non solo in Libia, ma anche in Siria ed Iraq.

Il prossimo 29 giugno, il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi compie due anni di vita. La ‘statualità jihadista’ transnazionale fu infatti proclamata pomposamente dallo Stato Islamico (ex Isis) nella città irachena di Mosul, eletta a propria capitale dagli uomini dell’organizzazione fondamentalista sunnita che allora controllavano un territorio pari a quello dell’intera Gran Bretagna a cavallo tra Siria e Iraq. Nel giro di due anni però, grazie all’offensiva delle milizie popolari curde e dai peshmerga del governo autonomo di Erbil – sostenute da Usa,  Francia e Gran Bretagna anche con forze speciali inviate sul terreno – e delle forze lealiste siriane e irachene – coadiuvate invece dall’aviazione russa e dalle milizie sciite libanesi e iraniane – il Califfato è passato dalla massima espansione al punto più basso, ed oggi molti analisti descrivono Daesh (dall’acronimo in arabo) come una realtà alle corde.

Dopo la prima vera sconfitta subita a Kobane nel gennaio 2015, ad opera delle forze curde organizzate dal Partito dell’Unità Democratica (Pyd), forza gemellata con il Pkk, negli ultimi sette mesi – grazie soprattutto dopo il massiccio intervento militare russo del settembre scorso – gli estremisti dello Stato Islamico hanno perso il controllo o sono assediati in almeno 6 città dall’alto valore simbolico e strategico: la città curda di Sinjar e la sunnita Ramadi (insieme a Tikrit e Bijii) già liberate verso la fine del 2015, con la roccaforte Fallujah sul punto di essere persa in Iraq; Palmira liberata dall’esercito di Damasco nel marzo scorso, Minbej a nord di Raqqa ormai completamente assediata, la cui conquista renderebbe molto difficile gli approvvigionamenti e i rifornimenti assicurati dalla Turchia attraverso la frontiera a poca distanza; in Libia la roccaforte Sirte liberata almeno in parte.

Certamente è troppo presto per considerare lo Stato Islamico come una esperienza ormai sconfitta, visto l’alto numero di combattenti a disposizione, le reti di complicità o quantomeno di tolleranza assicurate da alcuni stati mediorientali – la Turchia così come l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie – e le grandi ricchezze accumulate in anni di contrabbando di opere d’arte, tassazione dei territori occupati e compravendita del petrolio e del gas sui ‘distratti’ mercati internazionali.
Ma è anche vero che nelle ultime settimane si è assistito a una recrudescenza dello scontro tra Daesh e altre reti jihadiste concorrenti, con al Qaeda e altre sigle fondamentaliste che stanno tentando di approfittare delle difficoltà del Califfato per accreditarsi e rafforzarsi nei territori abitati da popolazioni sunnite che soffrono i progressi delle potenze e delle forze sciite e quelle dei curdi.

Stando ai rapporti di alcuni analisti e di varie intelligence, negli ultimi mesi si stanno moltiplicando le defezioni dalle milizie dello Stato Islamico, con centinaia di combattenti che tentano di scappare o di tornare ai loro paesi di origine, scontrandosi spesso con una cieca repressione da parte dei settori fedeli alla direzione del movimento che non esita a torturare ed uccidere chiunque tenti di abbandonare i ranghi ora che la situazione non è più così promettente come in passato.

Dopo almeno un anno di bombardamenti poco più che simbolici da parte delle aviazioni degli Stati Uniti e di alcune potenze sunnite – finanziatrici di Daesh ma anche alleate di Washington in una lotta contro il jihadismo che a lungo non ha fruttato risultati concreti – la situazione sul terreno è repentinamente cambiata convincendo molti dei sostenitori del Califfato a decidere di ‘cambiare aria’. Se nei primi mesi del 2015 i miliziani di Daesh hanno visto spesso la controparte scappare consegnando loro vasti territori quasi senza colpo ferire – soprattutto in Iraq, dove importanti città sono state letteralmente abbandonate a sé stesse sia dai peshmerga di Erbil o dalle truppe di Baghdad – a partire dall’offensiva curda per liberare Kobane e poi ancora di più dopo l’intervento russo a difesa dei lealisti siriani la situazione è mutata notevolmente. Combattere per il Califfato è diventato improvvisamente assai più pericoloso, e con le prime sconfitte il morale dei miliziani è cominciato a calare, insieme alla crescente consapevolezza tra i combattenti del carattere economico e geopolitico – più che religioso o etico – del progetto jihadista. La diffusa corruzione tra i dirigenti e l’aumentare della repressione e degli abusi contro le popolazioni locali o contro i miliziani considerati ‘fuori linea’ – chi decide di abbandonare i ranghi viene considerato un traditore e sommariamente giustiziato – stanno facendo il resto. La repressione per ora sta ritardando la dipartita di qualche migliaio di ‘volontari’ tra Siria e Iraq, in particolare di quelli provenienti da vari paesi asiatici, africani e occidentali che tentano di assicurarsi una via di fuga sicura prima di defezionare.

Il ritorno ai paesi di origine preoccupa molto – almeno ufficialmente – le intelligence e i governi occidentali, che temono che i foreign fighters (per anni ampiamente tollerati dalle forze di sicurezza dei rispettivi paesi perché utili alla destabilizzazione del governo siriano) possano riorganizzarsi in Europa e sferrare un numero crescente di attacchi nell’ambito di un cambiamento di strategia destinato ad imporsi man mano che Daesh perde le sue roccaforti in Medio Oriente e in Nord Africa. Ma se vuole continuare a sopravvivere è indubbio che lo Stato Islamico deve puntare a mantenere il controllo su un territorio omogeneo – lo ‘Stato Islamico’ o Califfato, appunto – pena la perdita di appeal rispetto ad altre organizzazioni fondamentaliste concorrenti.

Recitare il de profundis di Daesh, allo stato, può risultare assai azzardato. L’organizzazione, dall’inizio del suo arretramento in Medio Oriente, ha scientificamente perseguito la colonizzazione e l’infiltrazione di altri territori – Libano, Yemen, Egitto – e quindi potrebbe ripartire da altri focolai costringendo le varie potenze che la combattono a intensificare i propri sforzi e i fronti bellici. Inoltre il Califfato può sperare nella ambigua politica estera statunitense, oltre che nella continuazione di un certo sostegno da parte delle potenze sunnite, minore rispetto al passato ma ancora consistente.
Washington (così come le petromonarchie) non mira alla distruzione totale dell’entità jihadista, ma a un suo sostanziale indebolimento. La permanenza di alcuni focolai dello Stato Islamico, per quanto ridimensionati, in Siria, in Iraq e nel resto del Medio Oriente potrà infatti consentire all’amministrazione Usa di continuare a svolgere un qualche ruolo in quell’area del mondo dove l’egemonia a stelle e strisce è sottoposta a un forte stress a causa dell’emergere di potenze regionali con proiezione internazionale (Israele, Turchia, Arabia Saudita…), nell’ottica di una destabilizzazione e di una tribalizzazione  dell’area che richiama il vecchio ma sempreverde ‘divide et impera’.

13 giugno 2016

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