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Je suis Paris? Il Qatar, l’Isis e l’imbarazzo del calcio

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psg-je-suis-parisMarco Ilaria - tratto da footballspa.gazzetta.it

Francia e Russia hanno bombardato nei giorni scorsi le cisterne di petrolio in Siria, la maggiore fonte di finanziamento dell’Isis che dal contrabbando dell’oro nero incassa almeno 500 milioni di dollari all’anno. Ma c’è un altro tesoretto su cui può contare il Califfato, responsabile della strage di Parigi: quei 40 milioni di dollari (fonte Newsweek) di donazioni provenienti dai Paesi del Golfo. È un tesoretto scomodissimo, politicamente parlando, perché traccia un legame, più o meno diretto, sicuramente ambiguo, tra il terrorismo islamico e quegli Stati che sono allo stesso tempo alleati o partner economici dell’Occidente. Tra essi c’è il Qatar, potenza emergente del calcio: dall’organizzazione del Mondiale 2022 alla proprietà del Paris Saint-Germain, attraverso la famiglia regnante Al Thani, alla maxi-sponsorizzazione delle maglie del Barcellona, con il logo della compagnia aerea di bandiera.
Sono diverse le fonti ad additare il Qatar tra i finanziatori dell’Isis. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel “Country Reports on Terrorism” del 2013, scriveva: “Organizzatori di raccolte fondi per i terroristi basati in Qatar, agendo sia individualmente sia come rappresentanti di gruppi, sono stati un significativo rischio di finanziamento del terrorismo e potrebbero aver appoggiato gruppi terroristici in Paesi come la Siria”. Altre voci autorevoli. David Cohen, sottosegretario Usa al Tesoro per l’intelligence e la lotta al terrorismo: “Collettori di fondi in Qatar raccolgono donazioni per gruppi estremisti in Siria, inclusi Isis e Al Nusra. In Qatar c’è un ambiente permissivo verso il finanziamento del terrorismo”. Gerd Muller, ministro dello Sviluppo tedesco: “Dobbiamo chiederci chi arma e finanzia le truppe dell’Isis. La parola chiave è Qatar”. Richard Dearlove, ex direttore dei servizi segreti inglesi (MI6): “Quanti soldi dall’Arabia Saudita e dal Qatar sono diretti verso l’Isis? Non mi riferisco a fondi governativi ma all’ipotesi che venga chiuso un occhio…”. A fare da contraltare Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese: “Abbiamo fatto fare verifiche precise dai nostri servizi che hanno dimostrato che il Qatar non finanzia il terrorismo islamico”.
Le relazioni dell’Occidente con i Paesi del Golfo sostenitori della causa sunnita (dal conflitto israelo-palestinese alle “primavere arabe” alla Siria) sono un tema scottante. Nel caso del Qatar, in ballo non c’è solo la politica ma anche lo sport, e il calcio in particolare. Perché l’emirato guidato da Tamim bin Hamad Al Thani, nel suo disegno espansionistico, non ha solamente fatto shopping in vari comparti dell’economia (Volkswagen, i grattacieli di Milano, i magazzini Harrods, Valentino, eccetera) ma ha pure investito massicciamente sul pallone, sfruttandone tutte le potenzialità in termini geopolitici e finanziari. 
QSI, braccio sportivo della Qatar Investment Authority (fondo d’investimento sovrano), ha rilevato nel 2011 il Psg portandolo dalla classe media all’élite delle gerarchie europee, se non altro dal punto di vista delle disponibilità economiche: basti pensare alla maxi-sponsorizzazione con Qatar Tourism Authority da 250 milioni a stagione con cui sono stati aggirati i paletti del fair play Uefa. Il Barcellona, che non aveva mai voluto sporcare la propria maglia col logo di uno sponsor, ha accettato per la prima volta di cedere i diritti nel 2011, proprio a un’entità del Qatar: prima il volto benefico, Qatar Foundation, poi quello squisitamente commerciale, Qatar Airways, che versa 32 milioni annui. Ma il caso più clamoroso è quello del Mondiale 2022: Stati Uniti beffati a favore del Qatar, sospetti di tangenti in cambio di voti, il pentolone della corruzione Fifa che si apre e scatena un terremoto politico senza precedenti. Evidentemente, è destino dei qatarioti essere al centro del mirino…

Marco Ilaria

tratto da footballspa.gazzetta.it

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