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Pavia Calcio, storia di ordinario capitalismo

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pavia cinesiArticolo a cura di Yuri Capoccia - tratto da http://www.minutosettantotto.it

5 ottobre 2016, l’Associazione Calcio Pavia viene dichiarata fallita per la quarta volta nel corso della sua centenaria storia. Questa volta però è diverso. Sebbene le ragioni del fallimento siano le stesse del passato (assenza di risorse per l’iscrizione al campionato e pendenze nei confronti dei dipendenti e dei giocatori), il percorso che ha portato ad esso è senza dubbio un inedito.

Estate 2014, il Pavia è sull’orlo del fallimento. Il patron Pierlorenzo Zanchi decide di vendere il club all’imprenditore cinese Xiao Dong Zhu, proprietario del fondo d’investimento Pingy Shangai Investment operante nel Belpaese attraverso la società Agenzia per l’Italia, il quale salva la società accollandosi i debiti della precedente gestione per più di un milione di euro. L’iscrizione al campionato di Lega Pro – concluso in ultima posizione l’anno precedente senza tuttavia scendere di categoria per il blocco delle retrocessioni – viene effettuata. Il Pavia è ufficialmente salvo dal fallimento, almeno per questa stagione. La nuova proprietà si presenta ai tifosi e alla città nel migliore dei modi: promette una programmazione che preveda il doppio salto di categoria nel giro di qualche anno; la costruzione di un nuovo stadio da 20 mila posti e la creazione di una Accademy per formare allenatori e giocatori provenienti dalla Cina. Sulle sponde del Ticino anche i risultati iniziano ad intravedersi: la stagione si conclude contro il Matera al primo turno di playoff, dopo essersi classificati terzi nel corso del campionato. La nuova stagione (2015-2016), che per i tifosi e per la società avrebbe dovuto essere quella della promozione in Serie B, si trasforma invece in quella del fallimento. Ad aprile, la sconfitta con l’Alessandria sancisce il definitivo addio alla cadetteria ed il conseguente disimpegno di Zhu: gli stipendi ai calciatori e soprattutto ai dipendenti non vengono corrisposti, il presidente è sempre meno presente ed a fine giugno chiude per morosità anche “Casa Pavia”, aperta nel centro storico della città appena 38 giorni prima. Da questo momento in avanti è la fine per il Pavia: il vicepresidente Qiangming Wang latita, il presidente Zhu annuncia di voler vendere attraverso un video su Facebook. Il futuro della società assume contorni grotteschi: il club viene prima affidato all’interprete Luna Zheng, successivamente, dopo essere stato in procinto di essere venduto ad Abele Lanzanova, amministratore delegato di uno degli sponsor della società poi condannato per riciclaggio, viene comprato per un euro dall’imprenditore Alessandro Nucilli, noto alla cronaca per aver tentato di comprare il Siena sotto falso nome. La tifoseria, a ben vedere, è contraria alla nuova proprietà visti i precedenti del presidente. Nucilli, come prevedibile, non iscrive la squadra al campionato di Lega Pro sancendone il fallimento. Per fortuna dei tifosi il Pavia, e la sua storia, non vengono lasciati scivolare nell’oblio. Il Comune per evitare che il calcio sparisca dalla città costituisce il Football Club Pavia 1911 società sportiva dilettantistica, ripartendo dal campionato di Eccellenza.

Qual è la novità rispetto al passato? La proprietà, o meglio il fondo di investimento, è straniera, o meglio cinese. Per noi, per cui il padrone non ha nazione, il fatto che l’azionista di maggioranza provenga dall’estero non rappresenta un elemento di discussione in sé. L’elemento che invece stimola un’attenta riflessione sul fallimento del Pavia è l’immagine che il calcio veicola nel mondo, in particolare nei paesi dove ancora questo sport non è un fenomeno di massa. Ci spieghiamo meglio. Per quale motivo un fondo di investimento cinese dovrebbe investire in una società come il Pavia? La domanda potrebbe essere generale ed avere la stessa risposta: perché un fondo di investimento dovrebbe investire nel calcio? Semplice, per un ritorno economico maggiore rispetto ad altri investimenti, né più né meno. Il calcio, in particolar modo quello europeo, è divenuto uno spettacolo non nell’accezione positiva del termine, ma in quella negativa: una macchina da soldi. Le milionarie tournée dei club europei in giro per il mondo lo dimostrano. Se da un lato, aiutano la diffusione di questo fantastico sport, dall’altro facilitano la percezione del rettangolo da gioco come un mero prodotto commerciale.

Il caso del fallimento del Pavia è l’esempio innegabile di come una squadra di calcio possa considerarsi una semplice diversificazione degli investimenti, ed essere trattata come tale. Sulle sponde del Ticino la proprietà cinese approda con grandi obiettivi. Quelli sportivi, almeno dalle parole con le quali si presentano alla città e ai tifosi, sembrano sin da subito secondari, nonostante i proclami rituali ed i primi risultati positivi. Partiamo dalla collocazione geografica della città. Pavia come affermato dal vicepresidente Wang, è situata dal punto di vista economico-commerciale «in una zona strategica tra Milano e Genova», a pochi km dal capoluogo lombardo. Anche l’orizzonte temporale assume un significato in questa vicenda: siamo ad un anno dall’Expo, fonte di speculazione finanziaria ed edilizia. Al riguardo, sono emblematiche le parole dell’ex calciatore pavese Dario Biasi: «[abbiamo avuto] l’idea che fossero qui solo per Expo». Oltre al progetto di trasformare la città lombarda in una meta per centinaia di migliaia di turisti cinesi, durante la presentazione è stato più volte fatto riferimento a settori come quello sanitario ed enologico, nonché all’Università di Pavia, con la quale la società ha poi stipulato un accordo per l’apertura dell’Accademy. L’acquisto del Pavia non deve considerarsi soltanto come interesse per il know-how nei settori strategici sopraelencati, ma anche come apripista per le altre attività del fondo in Italia. Non a caso, il presidente Zhu è impegnato a Milano nella realizzazione del complesso edilizio “Giardini d’inverno”, un investimento da centinaia di milioni di euro in competizione con il più noto “Bosco verticale”. Dal quadro dipinto è facile trarre la conclusione che il calcio per Zhu e per il suo fondo di investimento è stato uno strumento per ampliare la piattaforma di affari e per allacciare le cosiddette pubblic relation, leggasi allacci politici. Infine, si potrebbe aprire una parentesi sulle risorse impiegate nel Pavia, la cui origine, come denunciato anche dall’ex direttore Massimo Londrosi (poi rientrato in società dopo il fallimento), sembra essere di provenienza incerta, ma questo non è il luogo adatto per discuterne, né nostro interesse farlo.

Un discorso invece che necessariamente va affrontato è relativo alla gestione tecnica del Pavia. La nuova proprietà, sia per la mancanza di competenze in materia sia per le difficoltà di garantire una presenza costante, ha delegato la gestione tecnica ad una dirigenza completamente ‘made in Italy’. Il video con la quale il presidente Zhu abbandona il Pavia alla sua sorte rivela come questa sia stata un scelta sbagliata. La dirigenza è accusata di essersi approfittata delle risorse cinesi, voci non del tutto prive di fondamento poiché la squadra vedeva la presenza di contratti fuori categoria. In più, sono state prese decisioni tecniche rivedibili come la sostituzione alla penultima giornata dell’allenatore Riccardo Maspero, che aveva condotto la squadra ai playoff, con Giovanni Vavassori, assente da anni dal calcio giocato. A questo, si aggiunge la rimozione di Londrosi e il suo avvicendamento con Nicola Bignotti, il quale si è fatto notare non per il suo operato, ma per le dichiarazioni nei confronti di alcuni calciatori che, a suo modo di vedere, dovrebbero essere «sciolti nell’acido». Come si può notare, anche la parte italiana condivide delle responsabilità nella vicenda.

La narrazione del fallimento è stata incentrata seguendo alcune linee interpretative semplicistiche, per non dire populiste. In primo luogo, la luce dei riflettori si è accesa su una ‘provinciale’ poiché le due squadre meneghine di recente sono diventate, o diventeranno, di proprietà cinese, stimolando quindi facili ed impropri parallelismi. In secondo luogo, la ‘notizia’ non è il fallimento in sé, piuttosto il fatto che sia stata causato da una proprietà cinese. Come se per i tifosi, per la città e per i dipendenti il risultato sarebbe cambiato nel caso in cui la proprietà fosse stata italiana. Come se il mancato ritorno economico, in termini di abbonamenti, merchandising, sponsor, diritti televisivi, risultati sportivi non avesse avuto alcun peso. In realtà, si è preferito descrivere i cinesi come coloni, non dicendo che – seppur con qualche sporadica e ‘sceicca’ eccezione – investire nel calcio non avviene più per passione, ma soprattutto per fare esclusivamente soldi. In questo, i primi a rimetterci sono i tifosi, non più tali, ma divenuti clienti del grande spettacolo che corre verso l’istituzionalizzazione, più di quanto non lo facciano già la disponibilità di risorse, della divisione tra squadre e superclub. Metafora di quello che avviene nel nostro sistema capitalistico: poveri sempre più poveri, ricchi sempre più ricchi.

Concludendo, il fallimento del Pavia, e di converso, la rappresentazione che il calcio odierno dà di sé al mondo è oramai lontana dalle sue origini. Non più uno sport popolare, attaccato gelosamente al territorio e ai suoi valori, ma uno sport dove il singolo è elevato a divinità ed anteposto alla squadra, ormai assunta ad impresa. A far da padroni sono i soldi, pardon il business. E se l’investimento non è redditizio, le risorse vengono dirottate su settori più produttivi, a discapito di tutto ciò che gravita, in termini sociali, intorno ad esso.

Questa è la chiave di lettura del fallimento del Pavia: un investimento andato male.

24 ottobre 2016

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