Saturday, Apr 21st

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Stragi a Gaza, la verità manipolata

E-mail
Valutazione attuale: / 25
ScarsoOttimo 

Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano

1. Il Glasgow Media Group e la Palestina

gaza_muro.jpgIl Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo, uno dei teorici di punta del Glasgow Media Group, e da Mike Berry si chiama Bad News From Israel e non è ovviamente tradotta in Italia dove la saggistica sui temi riguardanti l’informazione risente sempre dell’influenza e del controllo della comunicazione politica istituzionale. Philo e Berry hanno coordinato un lavoro sia di analisi qualitativa che quantitativa, da parte dei ricercatori del Glasgow, su 200 differenti edizioni di tg di BBC one e ITV News, ritenuti rappresentativi del panorama mediale britannico monitorando il conflitto israelo-palestinese in un periodo che va dal 2000 al 2002. Allo stesso tempo sono state intervistate più di 800 persone sulla ricezione delle notizie date dalla televisione in quel periodo. Tra gli intervistati, oltre a telespettatori presi a campione dalla popolazione, c’erano anche specialisti del mondo dei media britannici come George Alagiah e Brian Hanrahan della BBC e Lindsey Hilsum di Channel Four e il regista Ken Loach. Questo per dare alla fase qualitativa delle interviste sia il taglio dell’approfondimento legato al tema della ricezione, e della interpretazione, delle notizie da parte della popolazione sia quello della formazione delle categorie critiche rispetto alla costruzione simbolica del reale operata dai media tramite le notizie. A parte la specificità del tema, se si parla di Israele nel nostro paese è facile incorrere nella incredibile accusa di “antisemitismo di sinistra”, un  lavoro così sistematico, sofisticato nell’impianto categoriale che usa è ancora impensabile in Italia. Per diversi motivi: perché gli specialisti di comunicazione politica sono quasi tutti arruolati del mainstream, per lo stato di minorità teorica in materia di media di buona parte dell’informazione alternativa, perché in materia di equilibrio dell’informazione in tv in Italia il dibattito è drogato dalla questione del conflitto di interessi di Berlusconi e dall’illusione che una volta risolto questo conflitto le notizie possano tornare libere. Inoltre lavori come quello diretto da Philo e Berry in Italia rischiano di non trovare né editoria universitaria, strangolata dalle necessità di bilancio, né tantomeno editoria maggiore che deve sempre fare i conti, anche in quel campo, con la presenza di Berlusconi.  Allo stesso tempo le autorità di controllo, nazionali e regionali, che commissionano lavori di monitoraggio della comunicazione lo fanno principalmente su criteri mainstream e non certo critici come quelli di Philo e Berry. E’ il classico circolo vizioso: in Italia l’intreccio tra media e politica produce la notizia generalista, le autorità di controllo, costituite dallo stesso intreccio, la monitorizzano secondo gli stessi criteri cognitivi che hanno prodotto questa notizia. E la situazione italiana è per adesso lontana dallo sbloccarsi: nelle recenti vertenze su scuola, università e Alitalia i movimenti i media li hanno semplicemente subiti senza capire che l’agenda setting dei tg è ormai la forza decisiva in ogni contrattazione sindacale, quella che sposta la bilancia a favore di istituzioni e imprenditori in ogni conflitto.

2. I punti salienti della ricerca di Philo e Berry

La ricerca diretta da Philo e Berry ha quindi un doppio valore: quello essere un lavoro critico e sistematico sui telegiornali come non ce ne sono in Italia, e quello di indicare lo standard di copertura e di ricezione delle notizie nel conflitto israelo-palestinese così come si è formato in questi anni nella BBC e che, come possiamo constatare, riassume gli stessi standard complessivi dell’informazione occidentale istituzionale in materia . Andiamo a vedere quindi i punti salienti dei risultati della analisi del lavoro diretto da Philo e Berry. Non prima di aver ricordato un fatto esemplare presente in questa ricerca: la stragrande maggioranza dei bambini uccisi durante la seconda intifada sono stati classificati nei tg britannici come vittime di crossfire, fuoco incrociato. Immaginate la dinamica reale, dei bambini che durante l’intifada tirano pietre all’esercito israeliano, e come è stata riportata la notizia: dei ragazzi sempre e inevitabilmente vittime di uno scontro a fuoco incrociato tra truppe israeliane e palestinesi. Con questi ultimi spesso rappresentati o come coloro che si fanno scudo dei bambini o come coloro che hanno scatenato gli incidenti che hanno prodotto il crossfire.

Ecco i risultati salienti della ricerca diretta da Philo e Berry

1) Sul piano della percezione delle notizie nei tg monitorati, gli spettatori intervistati si sono detti confusi nella ricezione dell’insieme del conflitto mentre allo stesso tempo hanno assimilato chiaramente gli argomenti e i linguaggi espressi nei comunicati ufficiali del governo israeliano. Questo anche a causa del fatto che, mediamente, gli israeliani sono stati intervistati oltre il 100% in più delle volte rispetto ai palestinesi e in un contesto di interviste più chiaro e approfondito.

2) Nell’insieme delle cronache e dei commenti è largamente maggioritaria la presenza dei commenti ufficiali del governo di Israele. Sul primo canale della BBC è stata norma intervistare due israeliani ogni palestinese. A supporto delle tesi israeliane sono stati intervistati una serie di parlamentari Usa apertamente a favore di Israele. Quest’ultima categoria di intervistati sulla questione israelo-palestinese è apparsa su BBC one più di qualsiasi altro parlamentare non britannico sullo stesso tema e in misura almeno due volte superiore a quella di qualsiasi parlamentare britannico intervistato sul tema.

3) Un altro grande fattore di confusione, per gli spettatori intervistati, è stata l’assenza di contestualizzazione storica del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, buona parte degli spettatori britannici non sapeva neanche “chi” stesse effettivamente occupando i territori occupati, se gli israeliani o addirittura i palestinesi. Praticamente nessuno sapeva che gli israeliani controllano acqua e risorse dei palestinesi. Diversi spettatori intervistati credevano che i palestinesi volessero occupare territori israeliani facendogli fare la fine dei “territori già occupati dai palestinesi”

4) Siccome non è presente nessuna ricostruzione storica degli eventi, la tendenza dei telespettatori intervistati è di concepire gli eventi come “iniziati” con l’azione dei palestinesi. Quindi praticamente qualsiasi battaglia o incidente in corso viene concepito dai telespettatori come iniziato dai palestinesi con successiva risposta israeliana. Gli storici del futuro avranno così enormi problemi a sostenere tesi differenti da questa versione, ormai implementata nella percezione generale dello scontro israelo-palestinese. Come dice un ventenne intervistato dal Glasgow Media Group “pensi sempre che i palestinesi siano gente aggressiva dopo quello che hai visto in tv”.

5)      Nella costruzione delle notizie gli insediamenti dei coloni sono sempre rappresentati come comunità vulnerabili piuttosto che come istituzioni che hanno un ruolo decisivo nell’occupazione dei territori. Come riportato da Bad News from Israel i coloni occupano il 40% del West Bank. La grande maggioranza dei telespettatori intervistati non solo non aveva alcuna idea di questa percentuale ma si è sempre rappresentata gli insediamenti di coloni come quella di piccoli gruppi isolati entro un enorme territorio palestinese.

6) Una netta differenza di enfasi nella rappresentazione delle morti israeliane rispetto a quelle palestinesi (che, durante la seconda intifada, sono state almeno tre volte superiori a quelle israeliane). Nella settimana del marzo 2002 in cui più alto in assoluto è stato il numero dei decessi palestinesi è stato dato comunque più spazio, in termini di minuti e di rilievo della notizia, alle morti israeliane. I termini quali “macelleria”, “atrocità”, “brutale assassinio”, “selvaggio omicidio a sangue freddo” sono stati usati per definire solo omicidi di cittadini israeliani e mai, in nessun caso statistico quindi, per definire l’uccisione di palestinesi. Per i bambini palestinesi, come abbiamo visto, c’è il metodo di definirli come vittime del fuoco incrociato. Originato dai palestinesi.  Diversi telespettatori intervistati sulla percezione del fenomeno mediato dalle news hanno detto che “le vittime israeliane sono in numero almeno cinque volte superiori a quelle palestinesi”. Un sovvertimento della realtà statistica di tipo spettacolare.

Gli impressionanti risultati di questo lavoro di Philo e Berry mostrano una copertura mediale di applicazione fatta  di disinformazione e propaganda lunga due anni e coestensiva con tutta la fase acuta della seconda intifada. E stiamo parlando della BBC, un media che, anche in questi anni, ha saputo mantenere caratteri di indipendenza essendo risultato per questo estremamente sgradito al governo Blair prima, dopo e durante l’invasione dell’Iraq del 2003, appena un anno dopo i fatti rilevati dal Glasgow Media Group. La BBC nel caso israelo-palestinese, ovviamente per decisione congiunta tra piano politico istituzionale e quello mediale editoriale che non è stata così salda sulla questione Iraq, rappresenta quindi un modello di come queste tattiche di costruzione della notizia possano applicarsi sistematicamente e con pieno successo alla disinformazione e alla propaganda in materia di comprensione del conflitto, di rapporti di forza tra le parti e la sostanza delle posizioni politiche, toccando persino la stessa comprensione geografica della zona e  la proporzione del numero di morti tra gli schieramenti.
Questo genere di tattiche, di cui il testo di Philo e Berry rappresentano eloquente capacità di comprensione, non è però isolabile al solo conflitto israelo-palestinese. Si tratta infatti di un corpo di applicazioni mediali in materia di disinformazione e propaganda che, pur essendosi formate durante gli anni ’80 nel mondo occidentale (si veda la vicenda della copertura mediale della guerra delle Falkland), trovano una diffusione e una legittimazione globale nel periodo della prima guerra del golfo all’inizio degli anni ’90. La caduta del muro di Berlino ha avuto come conseguenza anche l’unificazione della comunicazione televisiva e, con la guerra del Golfo del ’91, questo genere di tattiche ha trovato una legittimazione nel sistema mediale del nuovo mondo delle comunicazioni. L’applicazione al caso israelo-palestinese da parte della BBC non rappresenta quindi l’anomalia ma la norma di un genere di tattiche di costruzione del reale da parte del media mainstream ufficiale di tipo occidentale. Che a partire dall’inizio degli anni ’90 si è costruito come egemonia e norma linguistica delle infrastrutture tecnologica di senso delle comunicazioni globali.

3. Il caso italiano

Nel caso italiano possiamo tranquillamente affermare che questo modello di costruzione delle notizie, e quindi della realtà, sia applicabile non solo nei punti salienti rilevati nel lavoro diretto da Philo e Berry ma anche in quelli della recezione da parte dalla popolazione del nostro paese in termini simili rispetto a quella britannica.  I sei punti emersi dallo studio del Glasgow Media Group, sia nell’aspetto di costruzione delle notizie che in quello della loro ricezione, rappresentano quindi una formidabile anticipazione su come i media italiani tratteranno la questione israelo-palestinese e di come nel nostro paese questo sarà recepito per tutto il conflitto apertosi di recente. Basta rileggere le categorie emerse in Bad News From Israel per poter classificare le notizie dei tg di questi giorni, sia del servizio pubblico che delle tv private, nel novero delle tattiche di propaganda e disinformazione operate a favore di una percezione positiva dell’agire dello stato di Israele nel conflitto.
Possiamo dire che in Italia l’attenzione all’applicazione delle tattiche di disinformazione e di propaganda sulla vicenda di Gaza è cominciata prima del conflitto. Infatti, la notizia dell’imminente attacco a Gaza, quando sui tg tedeschi aveva già preso piede entro una copertura internazionale degli effetti della crisi, è stata abbondatemente sepolta sotto le notizie dedicate al maltempo e all’interruzione dei sentieri di montagna e rappresentata unanimemente come “operazione chirurgica”, limitata, di breve durata ed escludente la popolazione nei suoi effetti. Il fatto che la breve durata dell’operazione sia stata smentita dallo stesso governo israeliano il giorno dopo, senza che i tg italiani abbiano dato notizia di questa contraddizione, mostra il doppio lavoro fatto a favore di Israele da parte dei tg italiani a reti unificate. Il primo neutralizzando la portata della notizia dell’attacco a Gaza , tenendo così calma l’opinione pubblica italiana ed evitando l’ ”effetto concerto” a livello di  attenzione dell’ opinione pubblica europea, il secondo evitando di contraddire il governo israeliano su una contraddizione palese rispetto a dichiarazioni così importanti.
Il giorno dell’attacco israeliano a Gaza, viste queste premesse, ha rappresentato una delle tante Caporetto della libertà di informazione in Italia. Per rappresentare l’attacco chirurgico il media mainstream italiano ha estrapolato 155 (sui 200 complessivi) morti tra la polizia palestinese battezzandoli come “la polizia di Hamas”, quando invece si tratta di giovani universitari che si arruolano nella polizia municipale per sfuggire alla disoccupazione e che non sono inquadrabili come Hamas. Il capo della polizia municipale deceduto è stato frettolosamente ribattezzato come “il capo della polizia di Hamas” per dare l’idea del fatto che era stato colpito un bersaglio eccellente e che, insomma, “solo” 45 morti su 200 bersagli colpiti possono essere classificati come effetti collaterali di una operazione chirurgica. In realtà secondo fonti della cooperazione internazionale si è semplicemente sparato nel mucchio, compresa una scuola elementare, e nessun obiettivo sensibile o capo storico di Hamas è stato colpito il primo giorno. Del resto la verità non la si può dire: se si vuol colpire una organizzazione bisogna fare terra bruciata del consenso che ha dalla popolazione circostante. Come è stato sperimentato nella “missione di pace” afghana, quella tenuta in piedi dal centrodestra e dal centrosinistra, dove si bombardano i villaggi per suggerire, ai villaggi restanti, che è meglio non dare solidarietà alla resistenza.
Una volta costruita, anche se in maniera approssimativa, l’operazione chirurgica i tg unificati sono passati a rappresentare le reazioni politiche. Nei tg italiani la sproporzione, due israeliani intervistati ogni palestinese, tenuta dalla BBC è stata abbondantemente sorpassata. Nel tg1 delle 20,00 di sabato 27 il monologo delle posizioni ufficiali del governo israeliano è stato interrotto da un brevissimo flash di un rappresentante di Hamas che è stato solo citato nella seguente frase “è stata una provocazione” senza possibilità di far aggiungere una lettura dei fatti da parte di quella che è comunque una componente del conflitto. Ma dopo le posizioni politiche delle parti in conflitto, rappresentate in modo così sbilanciato, si è passati alla fase del commento. Il tg1 ha intervistato una giornalista del Corriere della Sera che ha semplicemente ripetuto le tesi del governo israeliano aggiungendo persino un beffardo “la guerra in fin dei conti fa comodo anche ad Hamas perché la popolazione palestinese tende a stringersi attorno a chi è attaccato”.
L’aspetto sicuramente caratteristico dei media italiani sta poi nel fatto che non sono neanche in grado di mantenere le forme. L’inviato dal fronte del tg1 delle 13,30 di domenica 28 ha testualmente detto in diretta “cito direttamente le conclusioni del briefing riservato delle forze militari israeliane al quale ho avuto l’onore di partecipare”. Siccome i briefing riservati in momenti di crisi si fanno solo con i media strettamente amici, il giornalista italiano non si è reso probabilmente conto dell’enormità che ha detto in diretta: ha semplicemente sputtanato il ruolo di imparzialità apparente, buona norma di ogni giornalista schierato che fa lavoro di propaganda, per l’ansia di rivelare uno scoop. Del resto nella serata del 28 la Rai ha trasmesso una intervista praticamente a reti unificate del ministro degli esteri israeliano, futuro candidato a primo ministro.
Nel circuito ufficiale dei media italiani si somma quindi la consolidata propaganda usata su temi nazionali, in funzione anche nettamente antisindacale, a quella di tipo internazionale. E quest’ultima è leggibile e riconoscibile secondo modelli consolidati dall’inizio degli anni ’90 e che sono stati isolati dalla ricerca del Glasgow Media Group in questo lavoro sulla copertura britannica delle notizie sul conflitto israelo-palestinese.
E qui tanto per sparare sulla croce rossa bisogna ricordare che  il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, in quasi un quindicennio dopo il referendum del ’95 sulla concentrazione proprietaria delle tv, ha mai messo in discussione questo sistema di integrazione tra politica e notizie sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Perché né è parte integrante. Per questo l’emergenza democratica dell’informazione in Italia non ha mai fatto veramente parte dell’agenda politica mainstream.
Viene quindi da lontano il modello sovranazionale di copertura delle notizie: oltre   a influenzare l’opinione pubblica, strutturare la percezione dei fatti quando i partiti sono televisivi (ovvero sempre) detta direttamente l’agenda politica. E inoltre influenza la politica estera perché questa la si fa sempre sul modo di coprire televisivamente i fenomeni. Non a caso una copertura televisiva globale sostanzialmente favorevole alla guerra all’Iraq ha favorito politicamente l’invasione del 2003, nonostante che l’opinione pubblica mondiale fosse contraria. Il modello di integrazione tra politica e media è questo: applicare tattiche di disinformazione e di propaganda alle notizie. Se l’opinione pubblica le recepisce bene, se no agire ugualmente. Tanto alla lunga l’opinione pubblica sfavorevole si disgrega mentre i media agiscono tutti i giorni plasmando e rimodulando la realtà politica.
E’ d’obbligo un parere da rivolgersi alle organizzazioni che si occupano di solidarietà con la Palestina, in questo contesto. A nostro avviso si tratta di intensificare le manifestazioni sotto la Rai e sotto Mediaset pretendendo di contrattare l’agenda setting delle notizie, delegittimando il ruolo di informazione di queste sedicenti televisioni. La solidarietà con la popolazione palestinese passa oggi da ciò che circola su antenne e parabole satellitari.

Per Senza Soste, nique la police

28 dicembre 2008

Link: Il silenzio complice dei media

Link: Ancora un falso della propaganda di guerra

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 12 Luglio 2014 15:35

IPhone, il "baco" nella mela

E-mail

iphone.jpegFino a poco fa il lancio dell’iPhone in Italia, con le code interminabili davanti ai negozi, ha costituito materiale di studio per psicologi e sociologi. La chiave di lettura economica si rivela infatti inefficace a spiegare il comportamento di migliaia di Italiani, per il resto del tutto normali, che si autoinfliggono attese da socialismo reale al fine di pagare poco meno di seicento euro un prodotto che, a parte il design accattivante, non offre niente di più di un normale telefonino evoluto: foto, video, e-mail, navigazione internet, musica, mappe satellitari e, sì, anche fare e ricevere telefonare (chip difettosi permettendo). E pensare che, secondo Isuppli, il costo industriale di iPhone non arriva a 175 dollari americani (ai cambi attuali, meno di 120 euro). Anche supponendo che Apple venda il dispositivo agli operatori italiani al doppio del suo costo, Telecom Italia e Vodafone lo stanno offrendo ai propri clienti con un ricarico di quasi due volte e mezzo.

Clienti che, non appena avranno scartato il giocattolo, si scopriranno ammanettati mani e piedi alla compagnia telefonica, che offre il “pacchetto” di servizi di connessione alla Rete a prezzi vergognosi, approfittando della brama consumistica italiana. A proposito di connessione, la banca d’affari giapponese Nomura ha effettuato una ricerca sui malfunzionamenti dei nuovi iPhone 3G, secondo la quale sarebbe un chip difettoso a causare le cadute nei collegamenti voce e le difficoltà di accesso alla Rete lamentate dai clienti.

Tutto ciò costituirebbe uno spunto interessante per qualche tirata su “forma e sostanza”, “necessario e superfluo” e via discorrendo. Ma la ragione per cui oggi parliamo di iPhone è un’altra: Jonathan Zdziarski, un hacker americano fissato con l’Iphone, ha scoperto che il telefonino Apple si collega regolarmente ad un sito che Apple ha predisposto allo scopo per memorizzare i programmi “proibiti” dal costruttore, in modo tale da essere in grado di disattivarli quando girano sul palmare (questo meccanismo in gergo si chiama “kill switch”, o bottone di spegnimento). Sfortunatamente Apple ha deciso che al proprietario di iPhone non spetti alcun ruolo nella faccenda: non verrà mai interpellato né informato di ciò che sta avvenendo nel cervellino sintetico del suo dispositivo.

Considerando la quantità di vita reale che può finire nella memoria di un apparecchio tipo iPhone (e-mail, fotografie, appunti, musica, registrazioni audio) è comprensibile che questa notizia abbia fatto titoli sulla stampa americana: a nessuno piace pensare che qualcun altro possa gestire da lontano ed in modo del tutto autonomo una memoria che contiene tanti dati personali così importanti.

Zdziarski però sul suo sito ha smentito che su iPhone sia montato un software che distrugge i programmi indesiderati (ce ne è però uno che li “spegne”) e che iPhone (almeno per il momento) spii il suo proprietario su commissione di Apple (ad esempio comunicando ad un database centralizzato la sua posizione fisica, rilevata dal sistema di navigazione satellitare incluso in iPhone). A proposito di usi impropri del GPS, Zdziarski ha riscontrato che iPhone è in grado di disattivare autonomamente tutti i programmi “pirata” (i cosiddetti malware) che cercano di “rubare” dal dispositivo informazioni relative al luogo fisico in cui si trova il telefono.

La natura di questa funzionalità, che si spera possa proteggere la privacy dei cittadini possessori di iPhone in tempi di delirio di controllo generalizzato, è però dubbia: o è un sistema anti-malware e, allora, non si capisce perché non sia consentito all’utente di distruggere il programma ostile; oppure si tratta di un codice impiegato da Apple per spegnere tutti i software che non si confanno al suo modello di business, come ad esempio quelli di ottimizzazione dei percorsi autostradali (che la casa bandisce dal menù di quelli disponibili). “Quale che sia la verità, conclude Zdziarski, mi spaventa l’idea che sia Apple a decidere quale funzionalità debbono coprire gli applicativi sul mio palmare”.

Zdziarski assieme a molti altri hacker deve aver fatto un salto sulla sedia leggendo l’intervista che Steve Jobs ha rilasciato al Wall Street Journal lo scorso 11 agosto; l’Amministratore Delegato della Apple in quella occasione ha ammesso che i sospetti degli informatici sono fondati e che, effettivamente, iPhone dispone di un codice che permette alla casa produttrice di disattivare (l’articolo parla di “removal”, cioè di “rimozione”) software non desiderati, ad esempio quelli che tentano di “rubare” al cliente dati personali. Ora, tutti gli applicativi che girano su iPhone si scaricano da AppStore, un grande negozio online gestito da Apple: si suppone quindi che la Casa garantisca la qualità dei software che mette a disposizione del pubblico mediante la sua collaudata piattaforma di commercio elettronico.

Perciò è preoccupante apprendere dall’amministratore delegato della stessa Apple che egli ritiene del tutto normale autoconferirsi il potere di bloccare un programma pericoloso che i suoi clienti hanno regolarmente scaricato (pagando) dal sito della Apple; il minimo che si possa pensare è che su AppStore vada a finire più o meno di tutto e che la Apple non sia in grado di garantire la qualità e la sicurezza di ciò che mette a disposizione dei suoi clienti.

Ma che cosa ha spinto Apple a fare un simile passo falso? Il denaro, forse? Ce lo dice Steve Jobs nella sua intervista al WSJ: “dalla sua apertura, AppStore ha venduto software per circa un milione di dollari al giorno, il che vuol dire 360 milioni di dollari di ricavi l’anno, che presto diventeranno mezzo miliardo”. Se però si desidera sapere quali siano questi meravigliosi software che si possono scaricare, viene fuori che si tratta principalmente di giochini e altre sciocchezze; c’è chi, come Sascha Segan, ha ribattezzato il sito AppStore in CrapStore, cioè “negozio di porcherie”.

Le affermazioni di Jobs sono gravi, sia da un punto di vista politico che da quello dell’immagine di un’azienda che ha tentato di distinguersi per la una visione che coniuga innovazione e pensiero alternativo. Non solo l’iPhone è poco sicuro e si presta a violazioni gravi della privacy, ma è la manifestazione reale di un grave difetto di pensiero secondo cui non è più importante fare le cose bene, ma conta solo farci un sacco di soldi.

Per dirla con Zdziarski: “In quale momento un produttore di software può disinteressarsi del funzionamento di un computer su cui è installato il suo programma? In base a quale autorità lo stesso produttore può prendere il controllo dell’apparato senza il permesso del proprietario della macchina? Il semplice fatto che si senta la necessità di installare un interruttore remoto è la prova che il software non funziona e che, quindi, ha fallito.”

Mario Braconi

tratto da www.altrenotizie.org

20 agosto 2008

AddThis Social Bookmark Button

Nuovo Firefox 3.0 il browser open per utilizzare al meglio senzasoste.it

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

firefox3.jpgDopo aver infranto record di utilizzo, facendo scendere sotto l'80 per cento l'uso di Internet Explorer di Microsoft, con questa nuova versione la Mozilla Foundation punta, letteralmente, al Guinness dei primati.
Chi installerà Firefox utilizzerà uno dei migliori navigatori di pagine Web di sempre.
La nuova versione si basa su un "cuore" di sviluppo ampiamente rimaneggiato e su un'interfaccia grafica molto più chiara e integrata nei diversi sistemi operativi.
Oltre a visualizzare con più velocità le pagine Web - fino al doppio di velocità - e a rendere molto meno esigente di risorse il sistema, con il nuovo browser sarà molto più semplice salvare le password dei molti siti ad accesso riservato, installare componenti aggiuntivi per aggiungere funzionalità e gestire i file scaricati dalla rete.

Ricordiamo inoltre che Senza Soste è stato sviluppato in un'ottica "open", di conseguenza ottimizzato sul browser Firefox. Per visualizzare correttamente tutti i contenuti, i video e le foto scaricatelo ed istallatelo sul vostro pc  (o mac).

Il link per scaricarlo

http://www.spreadfirefox.com/it/worldrecord
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Giugno 2008 16:23

Pagina 137 di 137

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito