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COMUNICAZIONE E MEDIA

Erdogan fa arrestare due giornalisti. Avevano denunciato le forniture militari turche all’Isis

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foto di Contropiano.org.

di Nena News - tratto da http://nena-news.it

Il caporedattore Can Dundar e il suo collega responsabile dell’ufficio di Ankara Erdem Gul, accusati di spionaggio, terrorismo e divulgazione di segreti di Stato, rischiano fino all’ergastolo. Il caso riguarda un servizio del 2014 su un carico di armi fermo alla frontiera con la Siria, e destinato alle milizie dell’opposizione anti-Assad
Erdogan l’aveva promesso: “La pagherà cara”. E il tempismo, a pochi giorni dall’abbattimento del jet russo da parte dell’aviazione turca per una violazione del suo spazio aereo di pochi minuti, non è casuale. Can Dundar, caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, assieme al suo collega responsabile dell’ufficio di Ankara Erdem Gul, sono stati arrestati e incriminati per spionaggio, “divulgazione di segreti di stato” e “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Il caso riguarda un servizio del 2014 su un carico di armi fermo alla frontiera con la Siria, e destinato alle milizie dell’opposizione anti-Assad.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano, nel gennaio 2014 le forze si sicurezza turche avevano intercettato un convoglio di camion fermi alla frontiera siriana. Dopo aver mostrato il contenuto delle casse – armi e munizioni – in un video, il quotidiano aveva rivelato che fossero destinate ai ribelli siriani. Era già da qualche anno che la Turchia veniva accusata di fornire armi alle formazioni islamiste della guerra civile siriana, con denunce di passaggi di frontiera da parte dei miliziani e contrabbando di ogni genere necessario alla guerriglia con la complicità delle autorità turche. Ma il convoglio sequestrato, collegato all’Organizzazione Nazionale di Intelligence Turca (MIT), era una prova schiacciante nei confronti di Ankara.
Diffuso nel maggio del 2014, il servizio aveva causato un polverone politico proprio a poche settimane dalle elezioni presidenziali. L’allora primo ministro Erdogan, furioso, aveva presentato egli stesso una denuncia penale contro Dundar, considerato uno dei più importanti giornalisti del panorama editoriale turco. Chiedendo per lui “sentenze multiple”, Erdogan aveva promesso che Dundar l’avrebbe “pagata cara”. E ieri il mandato d’arresto è arrivato: tre capi di imputazione differenti, per sentenze che vanno dai 10 anni all’ergastolo: secondo la legge turca, l’appartenenza a un’organizzazione terroristica è punita con 10 anni di prigione, mentre una condanna per spionaggio fino a 20 anni. Rivelare documenti governativi riservati, però, porta alla pena più grave di tutte, il carcere a vita.
Ieri un migliaio di persone si sono radunate di fronte agli uffici di Cumhuriyet a Istanbul, protestando contro l’arresto dei due cronisti e cantando slogan come “Tayyip ladro, Tayyip bugiardo, Tayyip assassino” e “fianco a fianco contro il fascismo”, mentre Dundar, trasportato nel carcere di Silivri rassicurava i suoi sostenitori dicendo “non preoccupatevi, queste sono medaglie d’onore per noi”. “E’ un giorno nero per la democrazia e per le libertà” ha detto Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito popolare repubblicano (CHP), mentre il suo vice Mahmut Tanal ha tacciato la mossa di “colpo di stato” contro la stampa, dichiarando che “avviare un’indagine e ordinare l’arresto di due giornalisti con ordini speciali è massacrare la legge”.
La vicenda segna un nuovo colpo ben assestato alla stampa libera, in un paese sempre più impegnato a perseguitare gli oppositori e a reprimere i diritti umani fondamentali, come da anni denunciano giornalisti, attivisti e organizzazioni internazionali: qualche settimana fa anche la Commissione Europea aveva richiamato il governo turco per il suo uso controverso della magistratura, sempre più utilizzata per fini politici più che giudiziari. Nena News

 
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Ultimo aggiornamento Sabato 28 Novembre 2015 19:56

Gli attentati di Parigi: a proposito di due articoli molto citati nel dibattito pubblico di questi giorni

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marg bar amrikaItalo Nobile - tratto da http://www.retedeicomunisti.org

Gli attentati terroristici di Parigi hanno dato luogo al solito dibattito d’occasione in cui alla fine vecchie analisi e vecchie soluzioni vengono contrabbandate per nuove. In questi giorni stanno circolando due articoli, uno di Limes e uno di Famiglia Cristiana che stanno raccogliendo consenso anche a sinistra. L’analisi e la critica di questi due approcci crediamo sia propedeutica ad una analisi di più largo e lungo respiro.

Il primo articolo, quello di Limes, “Parigi, il branco di lupi, lo Stato islamico e quello che possiamo fare” è di Mario Giro, esponente della Comunità di San’Egidio e sottosegretario dell’attuale governo Renzi (oltre che del precedente governo Letta). Ridotto all’osso il suo ragionamento è questo:

Il protagonista del conflitto non è l’Occidente ma il mondo islamico e la nostra priorità è rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. Sia la premessa analitica (il conflitto è islamico) sia la conclusione operativa (dobbiamo rimanere là) sono, nonostante il tono moderato e apparentemente pacifista, due punti che attestano il carattere mistificatorio della proposta contenuta nell’articolo. Vediamo più nel dettaglio.

Giro, a parte l’iniziale richiesta di dissociazione anche da parte islamica dello jihadismo (richiesta ridondante e puramente cerimoniale), dice che questa guerra che sta avvenendo in Siria non è la nostra, ma è una guerra interna all’Islam che si sta facendo dagli anni Ottanta. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici di diverse potenze regionali musulmane (Paesi del Golfo, Iran, Egitto, Turchia) nel quadro geopolitico della globalizzazione. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari ma è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto.

Ora, un semplice lettore di giornali di questi ultimi trent’anni può verificare quanto sia falsata questa rappresentazione: Gli Usa nella loro lotta all’Urss che occupava l’Afghanistan hanno finanziato, armato e appoggiato la guerriglia islamica favorendo l’ascesa di Osama bin Laden  e della rete di Al Qaeda. Le potenze occidentali nel loro complesso hanno invaso l’Iraq due volte, devastandolo, causando centinaia di migliaia di morti, distruzione di siti archeologici importantissimi per la storia dell’umanità, scempi di natura ambientale ridisegnandone la geografia politica e il quadro istituzionale e favorendo prima l’innesto della rete di Al Qaeda in Iraq e poi la formazione dell’Isis. Le potenze occidentali hanno sponsorizzato e finanziato i movimenti della sedicente Primavera Araba che hanno sovvertito i regimi della Tunisia e dell’Egitto in nome della democrazia ma che vedono l’ascesa di partiti islamici e già il primo golpe (in Egitto). Le potenze occidentali hanno fatto guerra al regime di Muammar Gheddafi bombardando la Libia nel corso della guerra civile libica (sponsorizzata, armata e finanziata dalle potenze occidentali) e causando il rovesciamento del regime e la morte cruenta e vergognosa del dittatore. Le potenze occidentali hanno sponsorizzato, armato e finanziato la versione siriana della sedicente primavera esacerbando il giù cruento conflitto politico interno ed operando tramite Francia e Turchia già dei bombardamenti portando così la Siria allo stato attuale di disgregazione e dando indirettamente forza all’Isis.

Dire quindi che il considerarci parte determinante dell’attuale conflitto sia frutto del nostro narcisismo è quindi una posizione che ha del comico. Qualche sera fa Edward Luttwak, consulente del governo Usa facente parte sia del Ministero della Difesa che del Ministero del Tesoro, ha candidamente detto che i vantaggi nell'utilizzare il jihad contro l'URSS sono incomparabilmente maggiori rispetto ai problemi che viviamo, chiarendo per l’ennesima volta quanto grande sia l’impegno delle potenze occidentali in Oriente e quanto rilevante ne sia l’influenza. Poi è ovvio che all’interno di questa devastazione economica e geopolitica, strati della borghesia di quei paesi ed elite religiose si giochino la loro partita. Interessanti a tal proposito risultano i riferimenti ad un polo imperialistico islamico in ascesa (facente capo alle petromonarchie del Golfo) da parte di Sergio Cararo. E’inutile dire però che queste dinamiche siano alimentate e condizionate in maniera decisiva dal continuo intervento imperialistico occidentale (il rafforzamento dell’Arabia Saudita, la nascita di un governo iracheno di matrice sciita e la formazione dell’Isis non sarebbero avvenuti senza l’invasione dell’Iraq). Chiusa questa doverosa e ingrata premessa, analizziamo il resto dell’articolo.

Giro si lancia poi in un’analisi di quella che sarebbe l’ideologia dell’Isis i cui attentati sarebbero volti a costringere le potenze occidentali al ritiro dall’area. La differenza con Al Qaeda è descritta superficialmente come una conseguenza del fatto che al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Isis approfitterebbe della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere (il ricorso alle metafore piuttosto sterili di Zygmunt Bauman forse serve a sfumare proprio il fatto che le frontiere stabilite dall’accordo Sykes-Picot dopo la Prima Guerra Mondiale non erano mai state tanto solide e che Israele e le potenze occidentali le hanno nel corso degli anni ulteriormente shakerate a suon di proiettili). Ovviamente viene completamente sottaciuta l’ipotesi per cui l’Isis sia addirittura finanziata da potenze occidentali (ipotesi che invece viene considerata vera dall’articolo di “Famiglia Cristiana” che analizzeremo dopo) e che l’escalation terroristica sia una reazione al fatto che l’Occidente abbia assistito senza intervenire ai bombardamenti russi che hanno coinvolto in modo molto più incisivo sia l’Isis che al Nusra (che invece stranamente fa parte del sedicente esercito siriano di liberazione).

Giro poi, più condivisibilmente, dice che bisogna evitare un clima di tensione verso le comunità islamiche presenti nei nostri paesi e che bisogna coinvolgere la Russia e l’Iran nelle trattative per risolvere il problema della guerra civile siriana.

Però poi, mentre dice che bisogna occuparsi di tutti i focolai di guerra nel Mediterraneo e nel mondo arabo, al tempo stesso dice che si tratta di problemi che bisogna mantenere distinti e afferma che è l’Isis che vuole farne un quadro di conflitto complessivo. Il problema è che, come egli stesso ammette, tutti questi problemi sono legati ed è uno svantaggio strategico il fatto che l’Isis li veda unitariamente e noi invece ci rendiamo volutamente ciechi da un occhio. Questa visione apparentemente meno ambiziosa è legata invece alla volontà di stare in questi paesi in quanto potenze che tutte insieme si dividono uno scenario geopolitico facendo rimanere le popolazioni autoctone in uno stato di minorità. Giro infatti dice “restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo”.

Giro poi affronta il problema dei foreign fighters dove ha ben poco da dire perché, come lui ammette, a fare quegli attentati potrebbe essere chiunque. Qui ovviamente si aprirebbe un discorso piuttosto lungo sulla condizione degli immigrati in Europa, sulle loro aspettative e le loro frustrazioni (aspettative e frustrazioni che sono sia pur in diversa misura le stesse di chi oggi sopporta l’esclusione sociale nell’ex-Welfare State europeo ma questo paradossalmente diventa un fattore di conflitto interno alla galassia degli esclusi ), ma ci porterebbe lontano.

Giro termina la sua proposta dicendo che ci vuole la tregua e la trattativa tra le parti nella guerra civile siriana. Tuttavia, in questa trattativa, egli dimentica che una delle componenti (e non la meno importante) della coalizione anti-Assad è la formazione terrorista di Al Nusra che è la versione siriana di Al Qaeda. Ora, pensare che Al Nusra sia soggetto più affidabile dell’Isis è ipotesi quanto meno imprudente, ma di questo l’autore dell’articolo sembra non accorgersene. Come pure non si accorge del fatto che chiedendo l’appoggio dei cosiddetti Paesi Islamici moderati chiede l’appoggio anche delle petrolmonarchie arabe che sono tra i finanziatori dell’Isis.

Dove possa portare questa falsa rappresentazione della realtà è presto detto: le potenze imperialiste occidentali (di cui l’articolo è una delle tante voci) vogliono approfittare di questo attentato per portare ad una estromissione di Assad dal governo della Siria e prospettare una soluzione egiziana (la più ambiziosa) oppure libica (la più modesta) ovvero un governo fantoccio del capitale occidentale oppure una riconfigurazione del caos comunque più funzionale agli interessi di quest’ultimo. Quale sia l’esito, l’elemento comune è  detto dal sottosegretario con queste esplicite parole: “Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori. Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione” Per l’imperialismo non è un opzione, effettivamente. Il capitale deve fare il suo sporco lavoro. Su questo non ce la sentiamo di dare torto all’autore dell’articolo. Un’ultima cosa per tagliare la testa al toro: per Giro il problema curdo non sembra esistere (dice solo che i curdi avrebbero capito che l’Isis è il nemico; il fatto che lo sia anche Erdogan e chi appoggia quest’ultimo non rientra nell’ipocrisia europea). Domandiamoci perché.

Più leggero nell’analisi e più cristianamente moralistico l’articolo di “Famiglia Cristiana”a firma di Fulvio Scaglione, “Almeno smettiamola con le chiacchiere” molto elogiato anche da compagni come l’unico articolo che ha detto le cose che dovremmo dire noi a Sinistra. Per carità l’intento è apprezzabile, così come pure la critica all’ipocrisia occidentale e la consapevolezza che l’Isis è foraggiato anche da nostri parrocchiani.

Però la spiegazione dell’ascesa dell’Isis è semplicistica e anche il rimedio (“se vogliamo eliminare l'Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi”) che a questa spiegazione è evidentemente collegato. L’Isis sembra essere invece una conseguenza della Seconda Guerra del Golfo: secondo un’inchiesta di der Spiegel (riportata in Italia da Il Post e riassunta su Wikipedia)) infatti “nel maggio del 2003, in Iraq, Paul Bremer, governatore civile dell'Iraq occupato dalle forze americane, dopo l'abbattimento del regime sunnita di Saddam Hussein, emanò un decreto che prevedeva lo scioglimento dell’esercito iracheno. Improvvisamente 400.000 soldati dello sconfitto esercito iracheno furono esclusi da incarichi militari e fu negato loro il trattamento pensionistico. Da questo evento, numerosi ex-militari cominciarono a imbracciare le armi e a combattere contro gli statunitensi e contro il nuovo governo sciita iracheno da essi voluto, cominciando a organizzarsi in gruppi di combattimento e a coordinarsi per riconquistare il potere in Iraq”. Questo nucleo fu inizialmente la cellula di Al Qaeda in Iraq e poi unitosi con altre fazioni islamiche diede origine al cosiddetto Stato Islamico (l’Isis). Dunque si tratta di un’ascesa in cui Assad ha poco da spartire e che non rende questa organizzazione così facilmente eliminabile in quanto i finanziamenti occidentali sono una delle voci di bilancio, ma non l’unica. Inoltre i fattori sociali legati alla nascita e alla diffusione di questa organizzazione sono più difficili da affrontare. Scaglione pure si sofferma sul particolare scabroso dei finanziamenti all’Isis ma non accenna alla questione fondamentale: l’Isis viene finanziata per contribuire a realizzare la politiche imperialistiche occidentali. Sono queste politiche il vero problema. Parafrasando una vecchia battuta “Il Medio Oriente è triste, ma siamo sempre là”.

19 novembre 2015

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Note: i link degli articoli citati
http://www.limesonline.com/parigi-il-branco-di-lupi-lo-stato-islamico-e-quello-che-possiamo-fare/87990
http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=124654&typeb=0&francia-almeno-smettiamola-con-le-chiacchiere
http://www.ilpost.it/2015/04/22/capo-isis-haji-bakr/
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Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Novembre 2015 17:27

Morin: "Costruire la pace in Medio Oriente"

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10ma Edizione – Convegno La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, organizzato dal Centro Studi Erickson.

morinRimini, 15 Novembre 2015 - «Il terrorismo si sviluppa come un fuoco a partire dal Medio Oriente e il fuoco è come un cancro che fa metastasi sul pianeta. Viviamo nel luogo del cancro e abbiamo il compito di imporre la pace a tutti i componenti di questa guerra civile e internazionale per isolare il fanatismo dell’Isis e del Califfato», così si è presentato Edgar Morin due giorni dopo gli attentati di Parigi. Francese classe 1921, è tra i più influenti intellettuali contemporanei. Una vita piena, dopo un’attrazione per i movimenti anarchici e libertari, nel 1941 aderisce al Partito comunista francese (ne verrà espulso nel 1951), prende parte attiva nella Resistenza e nella liberazione di Parigi diventando addetto allo Stato Maggiore della Prima Armata francese in Germania, poi Capo dell'Ufficio Propaganda del governo militare francese. Dopo l’espulsione dal PCF si dedica a ricerche sui giovani e sulla cultura di massa e inizia un lungo periodo di viaggi per il mondo; chiave di volta è il soggiorno in California alla fine degli anni 60, dal quale prende avvio la sua magistrale revisione del rapporto tra scienze naturali e scienze sociali, lavoro che lo occuperà per quasi trent’anni con la pubblicazione dei sei volumi de La Méthode (Il Metodo, 1977-2004). Porta avanti il suo lavoro nella direzione di una “riforma del pensiero”, affrontando le questioni alla base delle riflessioni sull'umanità e sul mondo: la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente oggi e che sia capace di educare gli educatori a un “pensiero della complessità”.

Ad oggi il suo impegno è rivolto maggiormente alle questioni contemporanee, ha scritto pagine irriverenti e spesso scomode sia sulla questione balcanica che su quella palestinese, lui, figlio di ebrei sefarditi di Livorno. La sua partecipazione al Convegno della Erickson si presentava con il titolo “L’islamismo spiegato ai nostri studenti”; naturalmente dopo i fatti di Parigi il suo intervento ha avuto un incipit diverso. Ha fatto un rapido excursus della storia delle religioni, mettendo in luce come l’uomo abbia creato da sé e per sé il suo nemico da combattere, in nome della religione, partendo da Isacco e Ismaele, il cristianesimo romano, richiamando le crociate, passando per l’inquisizione spagnola, fino ad oggi.

Erano presenti quasi 5000 persone e davanti a loro Morin ha ribadito il concetto di come l’insegnamento e l’educazione abbiano un ruolo decisivo per creare una società integrata. «Nell’insegnamento bisognerebbe introdurre la conoscenza delle religioni, non della religione. Si deve insegnare la diversità delle religioni», ha affermato. «Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. Mostrare, ad esempio, che l’Italia è una nazione multiculturale, fatta da popoli diversi: siciliani, piemontesi, trentini. Tutti questi popoli si sono integrati dopo l’unità italiana, ma non ancora totalmente. L’Italia, così come la Francia e la Spagna, non ha una razza unica. E’ frutto dell’integrazione di popoli originariamente totalmente diversi». Ha continuato ovviamente concentrandosi sul terrorismo: «Il terrorismo è un’idea pazza, un’ideologia, un’allucinazione, una follia […] non sono nati terroristi, sentono di dover fare un servizio in nome di Dio e bisogna iniziare a far capire loro che è una follia. Dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è anche una missione dell’insegnamento, dell’educazione». «Se non siamo capaci di imporre la pace, tutto continuerà così e si aggraverà in maniera permanente. È un peccato che la Francia, che non ha il ruolo di fare la riconciliazione tra le diverse forze per imporre la pace, rivendichi l’eliminazione di Bashar Al Assad, con la morte e la sofferenza di tante persone. Come prima cosa ci vuole la pace. Bisogna fermare il massacro». Qui ha speso forse le parole più dure dei suoi 40 minuti di intervento, condannando i “paesi occidentali” per aver isolato, ostacolato e abbandonato a se stessa la resistenza curda. La pace deve essere l’obiettivo comune, secondo Morin. «La finalità deve essere la pace. Dobbiamo costruire la pace in Medio Oriente per far nascere una confederazione dove ci sia libertà religiosa. Se abbiamo questa finalità, allora sarà possibile creare una coalizione internazionale che imponga la pace, togliendo alla fonte la forza del terrorismo e dell’orrore che stiamo vivendo».« La pace – ha concluso - è una missione vitale per tutta l’umanità».

redazione, 20 novembre 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Novembre 2015 00:39

Facebook blocca, censura, indirizza. Il vento di guerra soffia anche sui social network ...

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facebook franciatratto da http://www.infoaut.org

Sono note a tutti le mosse di propaganda di Facebook verso la costruzione di un'immagine di "buono" nella rete. La retorica dello strumento al servizio dell'umanità, già adottata da tante altre aziende come Apple o Google è ormai da tempo compresa nella sua realtà di strumento utile alla costruzione di un marchio di valore, sul quale raggranellare milioni in Borsa o attraverso sponsorizzazioni. Eppure sembra che il rapporto tra web 2.0, messa a valore, sfruttamento biopolitico e costruzione di soggettività si stia avviando verso nuove sperimentazioni.

Negli ultimi tempi sembra esserci un salto di qualità, praticato con mosse come la notifica automatica sulle condizioni di salute dei tuoi contatti parigini degli attentati; una mossa dal sapore simile alla funzionalità che permetteva di poter adagiare sul proprio profilo le bandiere arcobaleno in omaggio alla legalizzazione dei matrimoni gay in molti stati USA, riproposta con quelle tricolori della Francia post 13 novembre.

L'azienda di Zuckerberg – basandosi sui passi in questo campo dell'apripista Google e del suo "don't be evil" -è sempre più impegnata in una promozione del proprio brand che non rifiuta di prender posizione, per quanto su argomenti dal vasto consenso diffuso, rompendo l'idea di un contenitore neutro di profili e pagine ben oltre la prima rottura incarnata dai meccanismi di valutazione di pagine con contenuti ritenuti scomodi (pedofilia etc).

Ma dopo i fatti di Parigi, sembra evidentemente che la libertà d'espressione, "valore cardine della civiltà occidentale" minacciata secondo tutti i commentatori dagli attentati parigini vale fino a quando essa si identifica con certi specifici valori e sentimenti. Valori e sentimenti che devono passare evidentemente al vaglio morale di Facebook, dato che è di oggi la notizia che lo scrittore Giuseppe Genna e la presidente di Emergency Cecilia Strada sono stati sospesi da Facebook per aver pubblicato degli articoli contro la guerra.

Nel primo caso il software di gestione dell'azienda di Menlo Park ha cancellato un post dello scrittore e ha sospeso il suo account per sette giorni; nel secondo caso la minaccia di sospensione (poi rientrata) è stata messa in atto con la ormai nota richiesta del "nome vero" - cosa che la Strada già utilizzava – che sembra non casuale però se riferita ad un personaggio che aveva più volte espresso pubblicamente, come la sua organizzazione, posizione di netto rifiuto di ogni azione militare.

Solo piccoli esempi, che rendono conto però della pericolosità di una istituzione totale della rete come Facebook di poter eterodirigere più di quanto già non faccia – basti pensare all'algoritmo di ricerca delle informazioni e alla teoria della "bolla omofila" - la formazione del consenso nella folla smisurata che compone i suoi users.
Lo sforzo di Hollande di trainare la Francia e i suoi alleati, Usa in primis, all'interno di una nuova fase bellica a guida occidentale ha evidentemente spinto Facebook a mostrare la sua vera natura. Nè profili con bandiere russe per i 224 morti dell'aereo abbattuto nel Sinai, né libanesi dopo la strage di Beirut..anche per Zuckerberg e soci, è il momento di schierarsi al fianco della lotta al "terrorismo di guerra", come da neologismo del Presidente francese.

Anche il più importante social network del pianeta, talmente potente da riuscire a imporsi come idea della totalità della rete da milioni e milioni di persone, scende in campo al richiamo delle fanfare e a schierarsi nel campo che da sempre gli appartiene: quello di una colonizzazione dei sentimenti e delle opinioni talmente approfondita da potere, oltre che metterla a valore, anche curvare a seconda delle necessità.

20 novembre 2015

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Censurata la campagna francese contro Daesh e per il sostegno al PKK. L'ultimo di una lunga serie di episodi contro il movimento curdo. In Italia era toccato a Zerocalcare e Rojava Calling.

tratto da http://www.dinamopress.it

Il sito francese streetpress* ha denunciato la censura della campagna “Fuck Daesh, support PKK” da parte di Facebook. Tre giorni dopo gli attentati di Parigi, alcuni collettivi antifascisti francesi avevano lanciato su change.org una petizione per chiedere di: sostenere attivamente tutte le forze curde che stanno combattendo i miliziani del Califfato islamico (YPG/YPJ/PKK); eliminare il PKK dalle liste del terrorismo internazionale; interrompere le relazioni con la Turchia di Erdogan, l’Arabia Saudita e tutti i paesi che sostengono Daesh. La compagnia di Palo Alto avrebbe spiegato al sito francese che sul social network non c’è spazio per contenuti a favore di organizzazioni terroristiche. E il PKK, almeno secondo Stati Uniti e Unione Europea, sarebbe una di queste.

Ma non si tratta di un episodio isolato: esiste una lunga serie di antecedenti che hanno visto facebook schierato contro il movimento curdo, nelle sue molteplici articolazioni, comprese quelle legali. Un articolo del Corriere della Sera del 24 febbraio 2012, analizzando “le regole base che si devono seguire per vivere nel mondo di FB”, afferma che per quanto riguarda la Turchia è vietato postare: attacchi contro Atatürk, bandiere turche bruciate, contenuti che appoggiano il PKK, mappe del Kurdistan. Il quotidiano italiano sottolinea il carattere politico di tale censura e la violazione della libertà di espressione, chiedendosi se queste regole riguardino solo gli utenti turchi o anche tutti gli altri.

L’anno successivo dalle parole si passa ai fatti. Ad ottobre 2013 il BDP, partito curdo “della Pace e della Democrazia”, denuncia la chiusura di numerosi profili di esponenti politici, della pagina principale dell’organizzazione e di quella della sezione di Istanbul. FB giustifica questa scelta con la presenza di contenuti legati al PKK, senza peraltro mai rispondere alle richieste dei curdi di specificare di quali contenuti si trattasse. A questo primo round di censure segue un incontro a Londra tra accademici ed esperti del partito curdo e Richard Allan, Direttore generale per l'Europa di Facebook. In un primo momento sembra che la compagnia sia disponibile ad andare incontro alle richieste presentate dei membri del BDP, aggiornando i parametri del social network alla luce dei negoziati di pace tra Turchia e PKK e della svolta politica dell’organizzazione. Ma le “impressioni positive” durano ben poco. Meno di un mese dopo l’incontro, infatti, FB chiude anche la nuova pagina del partito curdo. Motivo: l’utilizzo della parola “Kurdistan”.

A questo ennesimo attacco, il BDP, guidato da quel Selhattin Demirtaş che è oggi a capo dell’HDP, risponde con un comunicato stampa in cui chiede l’immediata riattivazione della pagina e denuncia la stretta collaborazione tra Facebook e il governo di Erdogan. Secondo il leader curdo, la compagnia ha barattato la censura dei loro contenuti con l’accesso al grande bacino di utenti turchi, con alcune agevolazioni rispetto al mercato pubblicitario e con la possibilità di aprire in Turchia una sede dell’azienda.

Ma le censure nei confronti dei contenuti pro-kurdi non si limitano al contesto turco. Come redazione di DINAMOpress abbiamo potuto constatare direttamente almeno due episodi accaduti di recente ad utenti italiani.

Nel primo, la vignetta disegnata dal fumettista Zerocalcare per denunciare il massacro di civili compiuto dall'esercito turco a Cizre è stata improvvisamente rimossa da tutti i profili. Un messaggio avvisava le pagine che l'avevano postata (compresa la nostra) che l'immagine violava non meglio precisati standard di Facebook. Probabilmente, anche in questo caso l'azienda americana ha utilizzato, dopo puntuali segnalazioni, il pretesto della bandiera del PKK per eliminare un contenuto politico scomodo. Poche ore dopo, anche la seguitissima pagina della campagna di solidarietà “Rojava Calling” è stata temporaneamente bloccata. FB ha inviato un messaggio agli amministratori sostenendo che la pagina fosse fuori dai “canoni standard”. Che anche in questo caso non venivano specificati. Dopo alcune ore e diverse proteste Rojava Calling è tornata accessibile. Dettaglio inquietante è che una pagina attiva da quasi un anno, con migliaia di like (oltre 13.000), venisse oscurata proprio mentre gli attivisti della Carovana internazionale per Kobane entravano nella città di Cizre per testimoniare quello che era accaduto nei nove giorni di assedio da parte dei militari di Ankara.

Del resto, almeno da Gezi Park, Erdogan è ossessionato da tutti i social network e ha più volte bloccato o rallentato youtube e, soprattutto, twitter (record mondiale di censure, 4.363 soltanto nei primi sei mesi di quest’anno). La Turchia è tra i sei paesi al mondo che hanno impedito l’accesso ai social media nel 2015. L’unico a far parte della NATO e l’unico candidato all’adesione all’Unione Europea. Gli altri sono: Iran, Cina, Vietnam, Pakistan e… Corea del Nord. Negli ultimi mesi, e in particolare durante i due periodi di campagna elettorale, anche la stampa (turca e internazionale) ha subito un violento attacco da parte del governo: giornali chiusi, redazioni intere tratte in arresto, giornalisti minacciati ed espulsi. E questo è soltanto l’apice di un attacco sistematico al mondo dell'informazione che Erdogan ha condotto dopo aver preso il potere, facendo crollare la Turchia in tutti gli indici mondiali che riguardano la libertà di stampa e contendendo all’Iran il record globale di giornalisti incarcerati.

In una situazione di questo tipo, la pretesa neutralità di Facebook lascia il tempo che trova. La presenza del PKK all’interno delle liste del terrorismo internazionale è soltanto la giustificazione che l’azienda americana utilizza per sostenere il piccolo Sultano nella sua offensiva contro il popolo e il movimento curdo. Tutta la sensibilità dimostrata nei confronti delle vittime di Parigi, con l’applicazione per segnalare lo scampato pericolo e quella per sovrapporre la bandiera francese alla propria immagine del profilo, è svanita in poche ore. Probabilmente si è trattato soltanto dell’ennesima trovata pubblicitaria, visto che la memoria di quei morti è già stata offesa dall’ennesima censura contro chi gli assassini di Daesh li combatte veramente, sul campo, rischiando ogni giorno la propria vita.

*L'immagine utilizzata in questo articolo è stata presa da streetpress

20 novembre 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Novembre 2015 14:17

«Aver chiuso all’Islam moderato ha spalancato le porte all’Isis»

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Intervista. «Estremisti in ascesa, dopo che si è negata l'opzione dell'Islam moderato». Laura Guazzone docente di Storia contemporanea dei paesi arabi presso l'Istituto italiano di Studi Orientali all'università Sapienza di Roma

Simone Pieranni - tratto da http://ilmanifesto.info

Quando accadono eventi come quelli parigini, e non solo in questi casi, il riflesso immediato porta ad analisi «occidentali». Utilizziamo canoni, espressioni, riflessioni che sono figlie della nostra cultura e che faticano a mettersi dall’altra parte della storia.

La nostra è una visione «eurocentrica», senza alcuna capacità o volontà di indagare il punto di vista, ad esempio, musulmano. In alcuni casi lo strabismo è frutto di semplificazioni, in altri di malafede. Ma rimane un dato sicuro: se il giornalismo deve procedere per necessarie semplificazioni, dall’altro lato, invece, banalizzare, fuorviare, ignorare elementi salienti della discussione, che poi finiscono per trasformarsi in opinione pubblica e definitiva forma di orientamento politico e quindi strategico e diplomatico, è senza dubbio un errore.

Abbiamo chiesto a Laura Guazzone docente di Storia contemporanea dei paesi arabi presso l’Istituto italiano di Studi Orientali all’università Sapienza di Roma (di cui sta per uscire nelle librerie per Mondadori «Storia ed evoluzione dell’islamismo arabo») di chiarire alcuni aspetti del mondo musulmano, alla luce di quanto accaduto nella capitale francese.

Professoressa, partiamo dall’inizio: quando ci si riferisce all’Islam moderato, cosa si intende e come si pone di fronte a questi eventi

Sull’espressione Islam moderato ci sono molti fraintendimenti, come capita di sovente in dibattiti complessi. A volte questi fraintendimenti sono ingenui, a volte sono manipolatori; bisogna partire dal chiarire un punto, ovvero: quando parliamo di Islam moderato andrebbe chiarito se si sta parlando in senso religioso o se parliamo di Islam moderato in senso politico. Le due espressioni possono coincidere ma non necessariamente. Se ragioniamo sulle forme di dialogo o di contenimento rispetto alle varie forme di Islam questi elementi vanno chiariti.

In senso teologico per Islam moderato intendiamo tutte quelle correnti, movimenti e istituzioni che danno un’interpretazione moderata alla sharia, che – va ricordato — non è un testo o un codice di legge, ma qualcosa di più complesso, perché si tratta di una collazione dei precetti dal 600 dc a oggi che sono stati dedotti dal testo del Corano e della Sunna, la vita del profeta. Da questi sono stati tratti dei precetti, che possono essere interpretati in modo diverso.

La distinzione si fa su molte questioni fondamentali, la più importante è relativa alla concezione di quali siano le punizioni legittime dei diversi crimini individuati dalla legge islamica. Ad esempio c’è una differenza enorme sul comportamento contro gli apostati, chi da musulmano abiura l’Islam. Secondo i radicali, Isis e anche al Qaeda, tutti gli apostati sono passibili di morte, anzi devono essere messi a morte. L’Islam moderato invece dà una interpretazione radicalmente opposta nelle sue conseguenze, perché con sfumature differenti predica la necessità di contenere e al massimo prevede un allontanamento dall’apostata dalla comunità. Anche in senso puramente culturale e religioso senza nessuna conseguenza di pena, tanto meno capitale.

C’è poi quanto è basato su comportamenti politici, e spesso intendiamo questo per Islam moderato. Ovvero coloro che praticano il loro essere islamici in campo politico con modalità riformiste o rivoluzionarie, che possono essere anche in forma armata (quella che noi chiamiamo la guerra santa). In questo senso l’Islam moderato include tutto l’Islam istituzionale, autorità religiose riconosciute dai governi e riconosce come legittimo il sistema politico esistente.

Nell’Islam moderato e quindi nelle sue scuole, le università, i tribunali - l’influenza delle istituzioni islamiche nei sistemi giudiziari o dell’istruzione dei paesi arabi è differenziata nei modi ma sostanzialmente simile -, nelle sue posizioni ideologiche, di solito ci si riconosce la stragrande maggioranza dei musulmani. Il problema che nasce è politico, perché questo sistema è usato dai regimi al potere, per mantenere il proprio potere ed è quindi all’antitesi di un Islam che pur essendo di opposizione è moderato. Parliamo dei movimenti riconducibili ai Fratelli musulmani, l’insieme dei movimenti islamisti.

Sono movimenti di opposizione in senso politico, ma sono da considerarsi moderati, perché sostengono la via riformista al cambiamento, per via elettorale fin dagli anni ’30, fin dalla fondazione dei Fratelli musulmani in Egitto. Moderato anche nel senso ideologico, che ha posizioni religiose anche moderate e diverse dai movimenti radicali.

Questa distinzione è importante, perché quando riflettiamo sull’Islam politico consideriamo un tutt’uno tutto lo spettro delle organizzazioni che vanno dai moderati agli estremisti. Se non facciamo queste distinzioni, se non capiamo la prospettiva interna, mettiamo nello stesso calderone movimenti che intendono agire in quanto musulmani, finiamo per mettere l’islam moderato con i movimenti più insurrezionalisti, in particolare del mondo arabo.

In che modo la preclusione alla rappresentanza politica, in Egitto ad esempio, comporta un vantaggio per l’estremismo?

Dobbiamo riflettere su un punto poco percepito: è stato negato – e in questo i regimi arabi sono stati sostenuti dagli occidentali — all’ala moderata dell’Islam politico di divenire un attore legittimo del gioco politico dei singoli paesi arabi. Un attore che se il gioco è democratico poteva anche essere un’alternativa di governo nell’alternanza democratica.

Aver negato questo ha molto semplicemente chiuso un’opzione, ha formato una diga che ha precluso la canalizzazione della domanda dell’islam moderato che c’è in tutte le società musulmane, ha precluso la possibilità che questa domanda si traducesse nella formazione di un sistema rispettoso dei valori islamici fondamentali, ma riformista.

C’è stata una repressione di questi movimenti – dalla cancellazione della vittoria islamista agli inizi degli anni 90 in Algeria, alla negazione della vittoria politica di Hamas nei territori nel 2006 che ha portato alla spaccatura della leadership palestinese — quando hanno avuto un successo anche elettorale, come nel caso più recente dell’Egitto. Sono arrivati dunque interventi di vario tipo proprio di quei regimi (con il sostegno attivo delle potenze occidentali) che i moderati avrebbero sostituito. Impedire che l’islam divenisse un elemento “normale” nella vita politica araba (come è avvenuto ad esempio in Tunisia, dove nel 2011 gli islamisti ottennero la maggioranza, e le elezioni dopo l’hanno persa) ha bloccato questo sbocco della volontà e del desiderio di gran parte della società araba.

I movimenti moderati sono entrati in un declino cui è corrisposta l’ascesa dei movimenti radicali. Questi movimenti nascono e crescono già negli anni 90 in reazione a quella globalizzazione neoliberista e alla diseguaglianza crescente. Movimenti che sono cresciuti e che oggi risultano più attraenti per i giovani, proprio perché vincenti, rispetto ai moderati cui è stata preclusa la via riformista.

In che modo questo attentato e quello di Beirut cambiano il rapporto sciiti-sunniti e come può essere letto nella più generale strategia dell’Isis? (se ad esempio è una risposta alle vicende della guerra tra Siria e Iraq dove sembra che l’Isis abbia perso posizioni, seppure minime, quanto meno la continuità territoriale dopo Sanjar)

Sulla questione più contingente, più legata a una strategia di penetrazione di conquista dei musulmani, soprattutto quelli arrabbiati che non sono pochi, gli attacchi in Europa sono un elemento potentissimo di propaganda, rispetto ai movimenti riformisti che non sono riusciti a ottenere neanche i loro obiettivi minimi nei paesi arabi.

La percezione dunque è che con la paura questi movimenti radicali impongono il rispetto dell’islam. L’attacco in Europa ha un significato di rilancio, non credo per l’eventuale difficoltà strategica sul campo (che è tutta da verificare), significa rilanciare la posta verso i potenziali adepti del mondo arabo, quelli delusi dall’azione dei movimenti riformisti, è un atto di forza.

Se pensiamo al giuramento di fedeltà del califfo da parte di una fazione dei talebani afghani, siamo totalmente ancora in fase di espansione del sostegno e di egemonia dell’Isis sull’islam radicale. Si tratta di un rilancio in un momento di forza, per aumentare lo scontro perché si hanno le forze per farlo, con implicazioni pericolose, come fosse una tappa di una strategia che prevede un’escalation.

Per quanto riguarda il rapporto sciiti-sunniti, Isis nasce da uno scontro ideologico e politico con al qaeda e il distacco politico nasce in buona parte non solo in campo ideologico proprio per il rapporto con gli sciiti. Per al qaeda sono simili agli apostati perché non riconoscono appieno l’unità divina, ma non sono un nemico da combattere sempre e a oltranza, mentre lo sono per i movimenti di cui fa parte l’Isis.

Cosa comporta questo attacco per la comunità islamica in Europa? Come si potrebbe evolvere il rapporto istituzioni europee e comunità islamica?

L’osservazione che mi sento di fare è che abbiamo una visione molto strabica anche al riguardo. L’Islam in Europa non è la quinta colonna dei movimenti attivi nei paesi musulmani, perché si inserisce in un altro gioco, è una partita diversa.

Le comunità musulmane sia di recente immigrazione, sia quelli di seconda e terza immigrazioni non dipendono soltanto dai loro legami con i movimenti di origine. C’è un elemento che non guardiamo mai: tutta quella costruzione di discorso sull’Islam europeo che è fatta dai movimenti xenofobi in Europa e come hanno indebolito le capacità delle politiche di integrazione da parte dei singoli paesi europei.

Nell’italia berlusconiana le politiche di integrazione, i soldi spesi per creare centri culturali si sono azzerati. L’Islam della comunità europea è sottoposta alla spinta aggressiva sia della destra, sia dalla penetrazione dell’islam radicale. Le capacità di difesa sono indebolite dalla cancellazione delle politiche di integrazione e dall’indebolimento dell’idea di Europa integrata democraticamente. Noi parliamo di prevenzione sempre in senso poliziesco, in realtà facciamo sempre troppo poco e sempre meno per l’integrazione dell’islam in Europa come parte dell’integrazione in europea.

16 novembre 2015

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Francia, il fallimento dell’opzione militare

Analisi. E' tempo di interrogarsi sull'uso sistematico della guerra

Alain Gresh  - tratto da http://ilmanifesto.info/francia-il-fallimento-dellopzione-militare/

Mai, nella sua storia, la Francia ha subito, in una sola sera, attentati così devastanti: oltre 125 morti e un centinaio di feriti gravi; mai si erano verificati attentati-suicidi.

Contrariamente all’attaco contro il settimanale Charlie-Hebdo e contro il supermercato kosher a gennaio del 2015, sono stati presi di mira luoghi pubblici, scelti non per il loro carattere simbolico, ma perché erano, di venerdì sera, molto frequentati e perché si poteva provocare il maggior numero di vittime.

Che l’emozione domini in tali circostanze, è normale, ma questo non deve impedirci di riflettere e di analizzare quel che è successo con la necessaria distanza.

Il clima politico interno rischia tuttavia di impedire questa riflessione. Diversamente dal momento degli attacchi contro Charlie-Hebdo, l’appello all’unità nazionale non funziona. Una escalation si è innescata nel campo della destra, segnatamente in vista delle regionali di dicembre: che rischiano di vedere il Front National di Marine Le Pen impadronirsi, per la prima volta, della presidenza di alcune di queste.

Altri dirigenti «scivolano» a loro volta nell’islamofobia. Philippe de Villiers, presidente del Mouvement pour la France, non ha esitato ad attribuire questo «immenso dramma di Parigi», al «lassismo e alla “moscheizzazione” della Francia».

Quanto al numero 3 del partito Les Républicains (il partito di Nicolas Sarkozy), Laurent Wauquiez, ha chiesto un Patriot Act alla francese e la reclusione di «4.000 persone schedate per terrorismo» nei «centri d’internamento».

L’aggravarsi dell’islamofobia, la messa in questione delle libertà fondamentali costituirebbero però una vittoria degli autori degli attentati.

Un’altra dimensione degli avvenimenti riguarda la politica estera di Parigi su cui sarebbe necessario avere un dibattito franco e sereno. Se la Francia è particolarmente presa di mira, è perché, insieme agli Stati uniti, è la più impegnata militarmente all’estero, dal Mali alla Siria, dal Centrafrica all’Iraq.

Ora, il bilancio della «guerra al terrorismo» scatenata dopo l’11 settembre e rilanciata dopo la conquista di Mosul da parte dello Stato islamico (Isis), nell’estate del 2014, è disastroso.
Il suo fallimento è evidente: mai sono stati commessi tanti attentati, spesso negli stessi paesi musulmani – negli ultimi mesi soltanto, l’attentato di Ankara, l’attacco contro l’aereo russo sopra il Sinai o gli attacchi suicidi a Beirut in una periferia popolare, per non parlare dei numerosi attentati in Iraq.

E mai così tante persone, soprattutto giovani, si sono arruolate nei gruppi estremisti, che si tratti di al-Qaeda o dell’Isis, convinte di participare alla resistenza contro un’aggressione internazionale diretta al mondo musulmano.

Non è tempo di interrogarsi sull’uso sistematico della guerra? Se è necessario sradicare l’Isis, al di là dei bombardamenti spesso inefficaci, non si dovrebbe privilegiare l’azione politica per ricostruire un Medioriente trascinato in una spirale di caos, in particolare dopo l’intervento nordamericano in Iraq del 2003?

Non sarebbe tempo di promuovere un’azione coordinata delle potenze regionali che, ognuna alla loro maniera, hanno aggravato il conflitto siriano? La riunione di Vienna del 14 novembre che ha visto la partecipazione di tutte le potenze segna, forse, un passo nella giusta direzione.

E’ più che mai arrivato il tempo di spingere realmente per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che passa per la fine dell’occupazione israeliana.

Rifiuto dei tentativi di dividere la popolazione francese – tra musulmani e non musulmani, tra immigrati e francesi -, priorità alla politica e alla diplomazia sulle bombe in politica estera, questa dovrebbe essere la strategia della Francia.

Giornalista, animatore della rivista online OrientXXI​.info

16 novembre 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 17 Novembre 2015 00:22

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