Tuesday, Jun 19th

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Spiega il “No”, e Facebook lo congela

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

È accaduto alla pagina dell’ex vicepresidente della Corte costituzionale Maddalena. Dopo una serie di post molto popolari in cui si criticava la riforma, al gestore sono state impedite le condivisioni. Il giurista ha criticato sul social network la ministra Boschi e polemizzato con l’articolo del Financial Times

La pagina facebook di Paolo Maddalena

Se parli male della riforma costituzionale Renzi-Boschi, se inviti i cittadini a votare No al prossimo referendum e lo fai attraverso facebook, può capitarti di essere fermato. È successo a uno dei giuristi italiani più conosciuti, Paolo Maddalena. Giudice costituzionale dal 2002 al 2011, Maddalena (80 anni) è stato anche vice presidente della Corte. Adesso è impegnato sul fronte del No al referendum, così come tanti altri costituzionalisti. Ha firmato più di un appello contro la riforma Renzi-Boschi – in particolare quello promosso da Onida firmato anche da 11 ex presidenti della Consulta – in questi giorni di campagna elettorale è spesso invitato nei dibattiti.

Da poco, da metà luglio, Maddalena ha aperto una pagina facebook dedicata a questi argomenti, l’ha chiamata «attuare la Costituzione». Dopo qualche settimana di rodaggio, la pagina ha cominciato ad essere conosciuta nella seconda settimana di agosto. E ha conosciuto un vero boom di visualizzazioni con due post. Il primo del 10 agosto scorso, a commento della «celebre» teoria della ministra Boschi, in base alla quale chi invita a votare No al referendum costituzionale «non rispetta il lavoro del parlamento». «Il parlamento è a servizio del popolo, del quale è rappresentante; è ovvio, quindi, che il rappresentato ha il potere-dovere di controllare l’attività del primo. Da sempre il referendum è stato ritenuto un atto sovrano del popolo, un’attività del tutto libera da qualsiasi condizionamento», ha scritto tra l’altro Maddalena.

Pochi giorni dopo, il 13 agosto, Maddalena ha deciso di rispondere alla serie di articoli pubblicati dalla stampa anglosassone, tutti preoccupatissimi di una eventuale vittoria del No. Il suo post merita di essere riportato per intero. «Secondo il Financial Times la vittoria del No al referendum costituzionale produrrebbe effetti disastrosi per la nostra economia. Sta di fatto invece che il nostro referendum non è la Brexit e non può produrre nessun effetto economico. Dunque si tratta di una grande sciocchezza. Se poi si volesse prendere sul serio quest’affermazione allora non si potrebbe negare che essa costituisce una minaccia per la libertà di voto degli Italiani garantita dall’articolo 48 della Costituzione, secondo il quale “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Sarebbe allora confermato che la riforma giova soltanto alla finanza come richiesto da una nota lettere della J.P. Morgan, e non agli interessi del popolo italiano. Un’altra ragione dunque per votare No con assoluta convinzione, nonostante il silenzio sull’argomento da parte dei nostri organi istituzionali».

Quest’ultimo post è stato visto da oltre 20mila persone. La pagina di Maddalena ha cominciato a essere conosciuta. Probabilmente troppo, per le regole di facebook, per i suoi algoritmi o per chissà quali altri criteri. Non è dato sapere di più perché al gestore della pagina è arrivata solo una breve e perentoria notifica: «Ti è stato temporaneamente impedito di pubblicare nei gruppi». Un blocco che dovrebbe scadere il prossimo 25 agosto. In questo tempo facebook farà le sue verifiche probabilmente indotte dalla improvvisa popolarità della pagina. Che però è una pagina. come abbiamo detto. recentissima. In questo modo è stata fermata sul nascere e ha dovuto immediatamente scontare un dimezzamento delle visualizzazioni.
La pagina «Attuare la Costituzione» continua però a essere raggiungibile e si possono leggere anche i nuovi post di Maddalena. Che così commenta questa disavventura: «Sono molto sorpreso, facebook non ci ha spiegato la ragione di questa interruzione e spero che la questione venga rapidamente risolta». «Sul reale contenuto delle riforma – aggiunge – ci vengono raccontate molte bugie. Secondo la ministra Boschi, addirittura, la vittoria del Sì aiuterebbe il nostro paese a combattere il terrorismo. C’è molto bisogno di spiegare bene le ragioni del No perché questa riforma costituzionale non persegue l’interesse dei cittadini italiani».

21 agosto 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Settembre 2016 13:41

Venezuela: i media internazionali non sono obiettivi, ma schierati con la destra

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

venezuela fila carrelliFabio Marcelli (giurista internazionale) - tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Si sa che esiste un sistema informativo mondiale che risponde a determinati input e determinate priorità. Negarlo sarebbe da ingenui e da struzzi. Si sa anche che tale sistema informativo ha eletto da un po’ di tempo il Venezuela bolivariano a propria bestia nera. Perché? Probabilmente perché le scelte compiute da questo Paese da quasi vent’anni a questa parte hanno fatto imbestialire multinazionali, finanza e gruppi di potere. Un Paese che destina risorse a servizi sociali, salute e istruzione rappresenta un vero controsenso nell’attuale ordine mondiale neoliberista e quindi va screditato a ogni costo.

Pertanto prima si è lanciata la manfrina planetaria della repressione sanguinosa e della guerra civile alle porte laddove è dimostrato che delle 43 vittime degli scontri di piazza che, purtroppo, si sono registrate nel Paese negli ultimi anni la maggioranza è stata opera dei cosiddetti oppositori. E a ogni modo la violenza di piazza si è fortunatamente fermata anche per effetto della ferma politica di prevenzione attuata dal governo di Maduro che ha arrestato recentemente vari paramilitari colombiani che si apprestavano a compiere attentati. Ulteriore dimostrazione di questa inaccettabile parzialità dei media è stata costituita dalla decisione di pubblicizzare solo la manifestazione dell’opposizione che si è svolta ieri senza dare alcuno spazio a quella dei chavisti che era di dimensioni sicuramente non minori.

C’è chi, senza la minima decenza in termini di obiettività, continua a riproporre la falsa immagine del Paese “in ginocchio”. Supera ogni limite tale Carlo Cauti, collaboratore di un quotidiano di cui è ben nota l’obiettività come Il Giornale, il quale ha pubblicato sul bollettino dell’Istituto di affari internazionali un suo intervento il cui titolo tradisce le speranze e i propositi del suo autore. Il Venezuela viene infatti definito La Siria del Sudamerica. Per sostenere l’ardita equiparazione il giornalista in questione fa riferimento principalmente a un sondaggio dell’Istituto Gallupp, altra istituzione notoriamente al di sopra delle parti, secondo la quale la percentuale di venezuelani che si sentono insicuri sarebbe superiore a quella dei siriani.

In attesa della “guerra civile” auspicata che non ci sarà, la nuova manfrina è quella del Paese alla fame, dei supermercati vuoti, ecc. Nessuno può negare che ci siano nel Paese situazioni di difficoltà. Ma ogni inchiesta in materia andrebbe condotta con la dovuta obiettività e senza limitarsi a testimonianze di persone schierate nel conflitto politico in atto. Testimonianze di diverso tenore sono disponibili. Propaganda governativa? Non mi pare. Abbiamo ad esempio la dichiarazione di Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotà, che parla di supermercati pieni, chiedendosi legittimamente se è stato ingannato da Rcn (rete informativa colombiana). O quella di un imprenditore basco che non avalla l’ipotesi di un Paese oramai alla fame e che, dichiarandosi estenuato dalle domande di amici e parenti che gli chiedono dettagli sul “disastro” in atto ha pubblicato fotografie di supermercati pieni sia in quartieri di classe alta che popolari. Un reportage davvero completo che andrebbe conosciuto e divulgato per contrastare determinati allarmismi eccessivi, volti a creare la sensazione del disastro annunciato come profezia che si autorealizza.

Anziché soffiare sul fuoco della destabilizzazione occorre domandarsi quali siano le cause dei problemi di approvvigionamento e carovita e appoggiare gli sforzi in atto volti a superarli. Io ritengo che esse risiedano principalmente, oltre che nel calo del prezzo del petrolio che costituisce un elemento in certa misura oggettivo, nel boicottaggio del governo bolivariano operato da determinati gruppi imprenditoriali che vorrebbero sbarazzarsene perché lo ritengono contrario alle proprie finalità. Del resto è storia vecchia. Ogniqualvolta un governo tenta di imboccare la strada del socialismo ci sono settori sociali che si oppongono perché non vogliono rinunciare al proprio potere e ai propri privilegi. Per affrontare tale situazione o si subisce il ricatto (ma senza nessuna garanzia che in tal modo la situazione migliori effettivamente) o si adottano contromisure efficaci come, in questo caso, con la distribuzione di alimenti alla popolazione.

L’esistenza di un’informazione corretta che dia spazio a tutte le posizioni e cerchi di analizzare in modo serio la situazione venezuelana senza inutili allarmismi costituisce anche una garanzia per lo svolgimento corretto e pacifico delle procedure costituzionalmente previste, senza tentativi di forzatura e ingerenze esterne che troveranno, come emerge dalla cronaca di questi giorni, l’opposizione insormontabile della gran parte del popolo venezuelano più che mai fedele all’eredità di Chavez e meno che mai disposto a rinunciare alle sue conquiste.

5 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Campagna Fertility Day: l’autogol di un giocatore mai nato

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 
A parte la discutibilità del messaggio che offende non solo le donne italiane, la campagna del Fertility Day voluta dal governo è brutta quindi inefficace: succede sempre più spesso nelle campagne di interesse pubblico gestite dallo stato, finanziate poco e male e gestite ancora peggio
fertility day

Precisa ma soprattutto antica come il boomerang del Capitano Cook, la campagna a favore del Fertility Day voluta del governo rischia di incattivire gli elettori e soprattutto le elettrici alla vigilia di un delicato referendum. Sui social italiani è scattata la rivolta contro la campagna a supporto della fantomatica giornata della fertilità, prevista per il 22 settembre e liquidata come “una minaccia” dai più spiritosi. Ma chi non aveva nessuna voglia di scherzare (la maggioranza, in questo momento in Italia) ha subito bollato la campagna come discriminatoria, ottusa e poco sensibile. Capace di riunire nelle critiche i rappresentanti di tutte le forze politiche (un record) e  che definire antistorica è davvero generoso.

Le immagini, a volte infantili, a volte solo grottesche, dovrebbero informare  – ma in verità non lo fanno per niente – sul tema della fertilità una nazione che non fa più figli non perché detesti i bambini, ma per evidenti problemi economici e sociali. Si va dalla più classica cicogna, che non vedevamo più da tempo nemmeno nelle fiabe, all’inquietante fratellino mai nato di un triste figlio unico, che lo indica con rabbia, colpevole lui di cosa non sapremo mai. E quasi non si può credere all’immagine della donna con una clessidra in mano, a cui sta scadendo il tempo, tanto per infondere un po’ di tranquillità. Tanto l’ansia non è mica uno dei primi nemici della fertilità.

fertility day

In molti hanno ricordato gli anni del fascismo, gli inviti ad allargare la famiglia per la Patria con manifesti che non erano troppo più antiquati di questi, ma almeno avevano il fascino della grafica futurista. Qui non c’è nemmeno questo. Perché se sui princìpi la campagna è molto discutibile, dal punto di vista della comunicazione è un completo fallimento. In primo luogo perché rinuncia a spiegare (eppure avrebbe potuto tranquillamente farlo) cosa significhi oggi ricercare e favorire la fertilità, ammesso che lo si voglia; in tutto il mondo le campagne dei ministeri della salute sono serie, fanno pensare, informano, sono intelligenti e trattano con intelligenza i cittadini. Qui c’è solo un hashtag, e delle immagini naif scelte in cinque minuti da un grafico navigando sui siti di banche immagini. In Italia da troppo tempo le campagne di Public Awareness  subiscono questo trattamento. Sono spesso autoprodotte, si reggono su facili giochi di parole, ma su nessun vero insight, nessuna vera idea. La stessa cosa accade per la campagna a favore dei preservativi, in onda proprio in questi giorni, e che non possiamo raccontare perché non c’è niente da raccontare.

fertilità fascismo

Un poster incitante alla fertilità dell’epoca fascista

Mai nessuna molla che faccia ascoltare la voglia di cambiare comportamento, o di assecondarne uno particolarmente sensato.

Tornano in mente le immagini della campagna danese di un paio di anni fa, che invitava i cittadini ad andarsene, viaggiare, rilassarsi e fare tanto sesso, al fine appunto di procreare di più.  La stessa spensieratezza della clessidra, non trovate?

Ma non devono essere solo le donne a sentirsi offese da questa iniziativa. Il cittadino italiano che nel 2016 si vede proposta l’immagine della cicogna con invito a “darsi una mossa” può ragionevolmente credere di essere finito in un brutto sogno, quello del suo paese che viaggia con la retromarcia inserita. Questa brutta cosa succede sempre più spesso nelle campagne di interesse pubblico gestite dallo stato, finanziate poco e male, e gestite ancora peggio. Negli Stati Uniti si spendono milioni di euro per commissionare campagne di Public Awareness, spesso anche molto belle: qui si conta sugli spazi statali gratuiti ed evidentemente su grafici interni. Se davvero lo Stato ha a cuore i suoi cittadini, dovrà presto cambiare passo anche su come intende gestire tutta la comunicazione di pubblica utilità.

1 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Maxi-condanna Ue per Apple. 13 miliardi da versare all’Irlanda

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
landscape

tratto da http://contropiano.org

Non solo stop al Ttip. La decisione con cui la Commissione Europea ha condannato Apple a pagare 13 miliardi di tasse all'Irlanda, fin qui non versate grazie a un accordo “esclusivo”  tra il colosso americano e il governo conservatore della piccola repubblica, è un esempio da manuale dei non facili rapporti economici tra le due sponde dell'Atlantico. La commissione europea «ha concluso – come si legge in un comunicato – che l'Irlanda ha garantito benefici fiscali illeciti fino a 13 miliardi di euro ad Apple» tra il 2003 e il 2014.

Dov'è l'illecito? L'Irlanda è il paese dell'Unione con la più bassa tassazione per le imprese (12,5%), e questo ne ha fatto la destinazione preferita di numerose multinazionali, anche di grandi dimensioni, che hanno contribuito ad elevarne il Pil nominale senza peraltro produrre granché all'interno di quel paese. Un paradiso fiscale comunque tollerato dalla Ue, visto che al momento non esiste alcun trattato europeo che imponga una tassazione minima a tutti i paesi membri e che favorisce dunque una insana “concorrenza” all'interno stesso dell'Unione. Anche la Fiat-Fca marchionnesca ha approfittato, negli anni scorsi, di una simile condizione trasferendo in Olanda la propria residenza fiscale (senza peraltro avere alcuno stabilimento industriale nei dintorni di Amsterdam).

Ma l'Irlanda, con il gigante di Cupertino fondato da Steve Jobs, ha decisamente esagerato, accordando – soltanto ad Apple – una tassazione di favore molto particolare. Invece del 12,5% chiesto e ottenuto dalle altre aziende, il nuovo ceo Tim Cook avrebbe infatti spuntato un eccezionale… 1%. In teoria, peraltro, visto che tra l'inizio del periodo sotto inchiesta (il 2003) e la fine (2014) la gabella effettivamente versata si è ristretta ad appena lo 0,005% dei profitti dichiarati. Il cinque per mille, come si fa qui da noi per le onlus caricatevoli…

Non solo conocrrenza sleale tra i diversi paesi, dunque, ma anche tra le diverse aziende. Si può facilmente comprendere l'atteggiamento irlandese – quella “mancia” è, in termini assoluti, comunque un'entrata fiscale rilevante, peraltro senza alcun costo per lo Stato (niente infrastrutture in favore di Apple, per esempio). Ma in questo modo Tim Cook ha potuto evitare di pagare quantità rilevanti di tasse in molti dei paesi dove ha comunque una rete commerciale (tutto il mondo, in pratica).

Vista da un'altra angolazione, questo “accordo” mostra anche quale potenza di fuoco posso mettere in campo una multinazionale rispetto ai singoli paesi; quindi come la “sovranità politica” (senza fisco non esiste autonomia finanziaria degli Stati) sia stata trasferita di fatto dai governi ai “mercati”.

In ogni caso, l'Unione Europea ha dovuto rilevare una disparità di trattamento tra i diversi capitali multinazionali e quindi intervenire condannando Dublino a recuperare quanto fin qui scontato, dopo tre anni di indagini.

Non sorprendentemente, sia Apple che l'Irlanda hanno annunciato ricorso contro la sentenza. L'azienda, ovviamente, per non versare neanche un euro, Dublino per non perdere un “cliente” comunque importantissimo. La stessa cosa era peraltro avvenuta con il Lussemburgo e l'Olanda, protagonisti di tax ruling magari meno rilevanti, ma egualmente truffaldini (cosa che aveva messo a rischio la permanenza di Jean-Claude Juncker – ex primo ministro lussemburghese nel periodo “incriminato” – alla presidenza della Commissione Europea).

Chissà come sarebbe stata spiegata questa prassi alla luce dei “valori di Ventotene”… E chissà come sarà stata discussa durante i negoziati del Ttip…

31 agosto 2016

AddThis Social Bookmark Button

Come t’intervisto il brigatista

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
2-74e403a881

- tratto da http://contropiano.org

Ci è capitato più volte di documentare e contestare la letteratura "misteriologica" intorno alla lotta armata di sinistra degli anni 70. Col passare del tempo, questa letteratura si è ridotta ad esercitarsi su un solo episodio, nel disperato tentativo di limitare le falle che si aprivano da tutte le parti nello storytelling un tempo del Pci, poi anche di fascisti, democristiani e chi più ne ha…

Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri – l'unico del gruppo di brigatisti condannati per via Fani che non sia mai stato arrestato – apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera.

Non ci sembra ci sia molto da aggiungere. Lo stile su cui ha prosperato la dietrologia è molto simile (poi, certo, ognuno ci sa mettere del suo). Quanto alle motivazioni per cui – a quasi 40 anni di distanza – si prosegue nello spremere qualche articolo pruriginoso da "misteri" inesistenti, non possiamo che restare convinti da quanto sostenuto in una intervista – vera – raccolta diversi anni fa da Contropiano: "è business storiografico, rende sempre".

***

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di 'misteri'. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un 'cold case', un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli 'esperti', che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.

Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d'inchiesta o ancora 'consulenti'.

Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – \Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.

Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una 'rivelazione' sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l'autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione. 

Alla base della piramide c'è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l'internet facilita l'illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n'è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all'intervento diretto di 'servizi segreti' nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- 'dietrologi.' Il neologismo viene da «chi c'è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni '70. Seguendo l'adagio staliniano ('pas d'ennemis à gauche') ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal'altra azione di lotta, per concludere che 'in ultima analisi' era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.

Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un'intervista a Raffaele Fiore. 
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all'azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell'avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l'intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non 'esterni' o 'terzi' rispetto alle BR. In risposta, l'autrice dell'intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l'autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una 'esperta', accolta nell'élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell'intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l'aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.

Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un'intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l'aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.

E per alcuni è egli stesso un 'mistero del caso Moro': per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, 'I dieci misteri irrisolti del caso Moro', Daniele Biacchessi classifica la 'latitanza di Alessio Casimirri' al decimo posto.

E non c'è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.

La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L'Espresso.

Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d'inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell'intervistato. (All'intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d'inchiesta sul caso Mithrokin).

In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un'altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni. 

Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.

Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.

Panorama il 29.1.2004 titola 'Nel covo di Primula Rossa'. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla 'caccia al latitante' (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l'ex-moglie di Casimirri, poi un 'ex capitano dei servizi d'informazione sandinisti' e i 'tassisti di Managua' che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire ('è un uomo pericoloso'), e da brave spie dilettanti 'si arrampicano su una collinetta'.

La Stampa 8.3.2010 titola 'Cena a Managua con Camillo, l'ultimo latitante di via Fani': Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. 'Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio', scrivono, appena tre mesi prima dell'intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 ('Managua, l'ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri'), e raddoppia l'anno dopo, il 18.2.2005 ('È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti') racconta di aver 'sbirciato' nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato 'L'ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri' ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.

Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste 'certificate', a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall'altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l'accusato abbia potuto esprimersi.

La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall'Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l'analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l'hanno preceduto.

L'intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario. 

C'è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all'intervista stessa non c'è una parola.

Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l'ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l'amicizia d'infanzia con Maurizio Valentini per L'Espresso. L'intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

19980423 L'Espresso Il signor X del delitto Moro

espresso

 

 

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 2 di 137

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito