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COMUNICAZIONE E MEDIA

La gente legge solo i titoli e poi commenta sui social. Lo dimostra uno studio

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Se il tuo post ha superato le mille condivisioni, non esultare. Può darsi che nessuno l’abbia letto. Science Post, sito satirico americano, ha fatto un esperimento. Ha creato un articolo fittizio dal titolo cattura like: “Ricerca: il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide”. Risultato 46mila condivisioni. Peccato che l’articolo fosse scritto in “lorem ipsus”, il testo privo di senso usato dai designer per bozzetti e prove grafiche. Quello che avremmo potuto fare noi con questo post che racconta l’esperimento. Invece proviamo a raccontare cosa è successo.

Giancarlo Donadio - tratto da http://startupitalia.eu/58960-20160620-lettura-post-online-titolo

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6 su 10 non leggono i post che condividono

Se quello di Science Post è solo uno scherzo che ha avuto un esito incredibile, sono stati realizzati studi più scientifici sull’argomento. Uno di questi è una ricerca della Columbia University condotta insieme al French National Institute e svelata da Chicago Tribune. I risultati parlano da soli: il 59% dei link condivisi sui social media non sono mai stati cliccati. In altre parole le persone condividono o retwittano senza averli mai letti. Cosa ancora peggiore questi link diventano importanti nel determinare, come immaginabile, quali notizie sono determinanti per costruire l’opinione pubblica sul web. Insomma, retwittare e “share” non sono attività fine a se stesse, ma hanno un’influenza determinante sui pensieri dei tuoi amici e conoscenti. L’esperimento è interessate al fine di capire le abitudini online dei lettori. E degli utenti dei social. I titolo fanno tutto. Sia che si tratti di giornalismo che di business.

Una cultura che non ama l’analisi, la nostra 

Questa la riflessione di Arnaud Legout, uno dei coautori dello studio: «È tipico della cultura di oggi. Le persone formano le loro opinioni su un titolo o un sommario, senza fare nessuno sforzo per andare più in profondità» spiega lo studioso che insieme al suo team ha analizzato tutti i tweet abbreviati in bitly su cinque delle maggiori fonti di informazioni per un mese, per poi confrontarle con il numero di letture degli articoli correlati. Il risultato è quello che abbiamo anticipato, su 10 solo 4 li leggono.

Le persone leggono più dagli amici che dalla fonte originaria

Sempre la ricerca ha evidenziato un altro dato su cui riflettere. Molti click alle storie erano fatto sui link condivisi dagli utenti e non direttamente dall’url postato sul profilo ufficiale dell’organizzazione che lo ha prodotto (in questo caso i giornali di informazione). Una questione che non è nuova a chi si occupa di social media, dove l’opinione dell’utente comune conta di più di quella del brand.

Internet tra sharebait e clickbait

L’autore dell’articolo di Chicago Tribune sottolinea che quella di spingere gli utenti al click e alla condivisione veloce è un’abitudine alla quale anche i media tradizionali si sono adattati. E che ha avuto il risultato di creare “una cultura online che impedisce ogni discussione approfondita  su argomenti complessi e controversi”.

20 giugno 2016

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Sui social leggiamo tanti titoli ma nessun articolo. Di chi è davvero la colpa?
 
Simone Cosimi - tratto da http://www.gqitalia.it

Sui social leggiamo tanti titoli ma nessun articolo. Di chi è davvero la colpa? Ci spingiamo con estrema difficoltà oltre le headline e i sommarietti delle anteprime sulle piattaforme come Facebook e Twitter. E preferiamo condividere un articolo anziché leggerlo

“Se prima si sfogliava velocemente il giornale al bar, si spiavano i titoli dalla spalla del vicino in autobus, adesso il bancone del bar è diventato il News Feed di Facebook e i titoli si scorrono ancora più velocemente, perché tempo da perdere per leggere non ce n’è. Per commentare quello che non si è letto, invece, sembra essercene in abbondanza”. Questo il cuore di un articolo di commento molto condiviso in queste ore ma va, proprio su Facebook. Lo ha scritto Emanuele Capone del Secolo XIX che parte dalle vicende di una breve lanciata due giorni fa sulla pagina del giornale sul social di Menlo Park per accennare al rapporto sempre più complicato con i fatti che ci circondano e l’informazione sulle piattaforme sociali.

Cos’è successo? Il titolo è “Sfrattato e senza lavoro, tenta di darsi fuoco davanti a moglie e figlia“. Ha raccolto il primo commento dopo 4 minuti e per quattro ore ha dato vita a una serie di reazioni del tipo “Aiutiamo gli italiani”, “Invece agli immigrati”, “Ma noi… pensiamo a ‘sti maledetti immagrati (così nel testo, ndr)”. Solo quattro ore dopo un utente ha fatto notare che il 38enne era un cittadino straniero: «24 commenti e nessuno ha letto l’articolo, viste le risposte!». Il tenore della discussione cambia e scema: razzismo e menefreghismo s’impossessano degli utenti che evidentemente avevano partecipato al dibattito leggendo solo il titolo e immaginando uno scenario del tutto diverso. Miseria vera, eh?

Non è una novità: che sui social si scriva prima di leggere, cioè si commenti basandosi esclusivamente sullo snippet di anteprima, cioè sui riquadri con titolo e sommarietto leggibile, è un peccato assoluto della “nuova” opinione pubblica. Un mese fa il sito di notizie umoristiche Science Post ha tentato un test pubblicando un testo finto (il famoso riempitivo lorem ipsum) con un titolo particolare: “Secondo uno studio il 70 per cento degli utenti di Facebook prima di commentare gli articoli di scienza legge solo il titolo”. Un metaesperimento, insomma, nel quale alla sociologia online si aggiungeva anche una ricca dose di sbeffeggio. Bene, quell’articolo vuoto è stato condiviso decine di migliaia di volte – al momento 52.700 – anche in questo caso solo sull’onda della fascinazione titolistica.

Pochi giorni dopo, cambiando piattaforma perché tanto la sostanza non muta di un clic, è arrivata un’indagine firmata dalla Columbia University insieme a Microsoft Research, all’Istituto nazionale francese di ricerca in informatica e automazione e altri laboratori di Sophia-Antipolis, la Silicon Valley transalpina in Costa Azzurra a confermare lo scenario: sei link su dieci fra quelli rilanciati e condivisi su Twitter non saranno mai cliccati. Insomma, attraverso quel canale – “il social dell’informazione”! – i pezzi vengono snobbati nel 60% dei casi. Se circolano e vengono retwittati, pur in quel contesto, è solo in virtù dell’affascinante, allarmistico, devastante, schifoso, interessante, azzeccato titoletto che portano in dote. Null’altro.

Le persone sembrano più propense a condividere un articolo che a leggerlo – ha detto Arnaud Legout, uno degli autori – è tipico del consumo moderno dell’informazione. La gente si fa un’opinione sulla base dei sommari, o del sommario dei sommari, senza compiere alcuno sforzo per spingersi più in profondità”.

Resta da capire in fondo come mai quello sforzo non si faccia, se per menefreghismo assoluto, per mancanza di tempo, per l’atavica ignoranza dell’opinione pubblica italiana che certo i social network non promettono di lenire. Tutt’altro. Probabilmente nel discorso c’è anche la volontà di non “uscire” dal social network in una specie di agorafobia digitale. Se ne sono accorti anche dalla California, dove l’anno scorso hanno lanciato gli Instant Articles, pezzi da leggere direttamente all’interno della piattaforma. Anche Google, con Amp, ha messo a punto un sistema di caricamento superveloce degli articoli. Perché spesso, in effetti, quello è un ostacolo all’esperienza dell’utente: passano troppi secondi fra il clic e il caricamento e la gente non legge, torna indietro, si spazientisce. Ma certo non può essere una giustificazione.

C’è infine un tema legato all’immagine di se che si intende propagare su Facebook, Twitter e compagnia. Insomma, non ci interessa troppo analizzare ciò che condividiamo perché inconsciamente sappiamo che quei contenuti ci occorrono più per l’effetto-vetrina che per la sostanza. Cioè per il pedigree “culturale” e sociale che ci dipingiamo addosso rilanciando certi pezzi. Se poi dentro c’è un lungo e surreale lorem ipsum chissenefrega. Tanto non li leggerà nessuno.

3 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 06 Agosto 2016 10:37

Oliver Stone: Pokemon Go serve a spiare i cittadini

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tratto da http://contropiano.org

La moda lanciata dal “Pokemon Go” costituisce un “passo ulteriore nell’invasione della privacy” che potrebbe portare al “totalitarismo”: lo ha affermato il regista statunitense Oliver Stone, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del suo film su Edward Snowden, agente dell’Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Usa, responsabile dello spionaggio di milioni di persone.

Come riporta il quotidiano britannico The Guardian, Stone – rispondendo a una domanda su eventuali problemi di sicurezza legati all’app – ha spiegato che alcune aziende stanno portando avanti un “capitalismo della sorveglianza”, controllando il comportamento delle persone.

“Non è divertente, quello che sta accadendo è un nuovo livello di invasione, con enormi profitti per aziende come Google che hanno investito una grande quantità di denaro nel ‘data mining’ su che cosa si compra, che cosa piace, come ci si comporta” ha proseguito Stone: “Alcuni lo chiamano capitalismo di sorveglianza: una nuova forma di società robot, è quello che viene chiamato totalitarismo”.

L’applicazione, che è possibile scaricare gratuitamente, è stata criticata perché potrebbe potenzialmente accedere all’account Google dell’utente, ivi compresi dati quali e-mail e password. Accusa rivolta in passato anche ad altri programmi e applicazioni di uso comune.

Da parte sua Snowden, oggetto dell’ultima fatica di Oliver Stone, sviluppa una cover per cellulari che impedisca le intercettazioni.
Ribattezzato “motore di introspezione”, si tratta di un apparecchio che permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. L’ex agente dell’Nsa che ha rivelato al mondo – pagandone serie conseguenze – che le agenzie di intelligence statunitensi spionavano praticamente mezzo mondo, dai capi di stato agli imprenditori ai militari ai comuni cittadini, ha sviluppato il progetto insieme ad Andrew Huang.

Secondo quanto afferma il quotidiano britannico The Guardian, l’apparecchio – presentato al Mit Media Lab – consiste in una semplice “cover” da cellulare dotato di un display monocromatico che mostra se il telefono è “dormiente” oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento. Un possibile sviluppo futuro comprenderebbe la capacità di poter tagliare l’alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l’apparecchio rimane un progetto accademico – incentrato sugli snmartphone Apple – senza alcuna previsione di messa sul mercato.

Il “Motore di introspezione” tuttavia richiama l’attenzione su un aspetto dei cellulari a volte trascurate, il fatto cioè che si tratti di veri e propri dispositivi per il tracciamento: “A causa della maniera in cui funziona la rete di celle telefoniche, il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercetta anche da terze parti indipendenti e più pericolose”, ha spiegato Snowden.
La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se posti in modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi completamente: “Esistono delle app malware in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell’interfaccia utente”.

22 luglio 2016

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Fermo. “Bombe anarchiche”, ma gli arrestati sono di destra

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Nella combo Marco Bondoni (s), 30 anni, e Martino Paniconi, 44 anni, arrestati per gli attentati incendiari a cinque chiese di Fermo tra il 9 gennaio e il 22 maggio 2016. Fermo, 20 luglio 2016. ANSA/ US CARABINIERI +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Luca Fiore - tratto da Contropiano

“I due fermati a Fermo dai carabinieri del comando provinciale di Ascoli Piceno (…) sono Martino Paniconi, 44 anni, e Marco Bordoni detto “Lupo”, 30 anni, entrambi del luogo, ultras fermani, gravitanti nell’ambiente anarchico, sono accusati “in concorso tra loro ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso, fabbricato, senza licenza dell’autorità, ordigni esplosivi, che venivano poi illegalmente portati in luogo pubblico e fatti esplodere, al fine di incutere pubblico timore ed attentare alla sicurezza pubblica” (…). In particolare, nel decreto sono nominati cinque episodi contestati: a Porto Sant’Elpidio, tra il 9 e 10 gennaio 2016, nelle vicinanze della Chiesa di San Pio X; a Fermo, tra il 27 e 28 febbraio 2016, al Duomo di Fermo, con lievi danni al portone di ingresso; tra il 7 e 8 marzo 2016, alla Chiesa San Tommaso di Canterbury di Lido San Tommaso di Fermo “cagionando gravi danni alla porta d’ingresso”; a Fermo, tra il 12 e 13 aprile 2016, alla Chiesa San Marco alle Paludi, di cui è parroco Don Vinicio Albanesi “cagionando gravi danni al portone d’ingresso”; a Fermo, il 22 maggio 2016, alla Chiesa San Gabriele dell’Addolorata di Campiglione (…). Secondo le accuse, basate su numerose intercettazioni, “il lupo” sarebbe “l’ideatore del disegno criminoso dopo aver letto un libro che trattava temi e teorie anarchiche”, mentre l’altro fermato nelle intercettazioni dice agli amici di averlo “appoggiato”.
Il fermo è stato deciso anche perché, secondo gli inquirenti, imminente era il pericolo di fuga: non solo entrambi hanno “disponibilità di automobili veloci”, soprattutto un’intercettazione ambientale, mentre erano in auto con un altro ultrà rivela “la volontà di entrambi i soggetti di allontanarsi dall’Italia a breve (lunedì) per raggiungere Londra””.

Così l’agenzia di stampa Askanews riassumeva i fatti nella giornata di ieri. Di tenore affatto diverso i lanci diffusi rispettivamente dall’Adnkronoss e dall’Ansa:

“Sono ultras di area anarchica i due fermani fermati dai carabinieri del Comando provinciale di Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, per le bombe piazzate in quattro chiese di Fermo, tra febbraio e maggio di quest’anno. Si tratta di M.P., 40 anni, e M.B., di 30, entrambi residenti a Fermo. A incastrarli appostamenti e intercettazioni ambientali ma anche un’impronta digitale mentre, a confortare il quadro investigativo emerso nei loro confronti, ci sono micce e resti di lavorazione di ordigni rudimentali ritrovati durante la perquisizione domiciliare (…)”.

“I due uomini in stato di fermo di indiziati di delitto per gli attentati a quattro chiese del Fermano sono Martino Paniconi, 40 anni, e Marco Bordoni, di 30, entrambi residenti a Fermo. A loro i carabinieri di Fermo e Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, sono risaliti attraverso appostamenti e intercettazioni ambientali e telefoniche. I due indagati sono ultrà della Fermana Calcio, con simpatie anarchiche. Avrebbero agito per sfregio alle istituzioni. Ne è convinto il procuratore di Fermo Domenico Seccia, che parla di “insofferenza” nei confronti delle istituzioni, appunto, nella fattispecie rappresentate dalla chiesa. Entrambi gli uomini finiti ora in carcere hanno precedenti per porto d’armi abusivo e Daspo (…)”

Insomma per tutte le agenzie di stampa, e per la stragrande maggioranza dei media italiani che hanno ripreso la versione diffusa dal sostituto procuratore Mirko Monti, a mettere le bombe davanti alle chiese di Fermo e a prendere di mira Don Vinicio Albanesi perché accoglieva e sosteneva migranti e rifugiati sarebbero stati due ultras ‘anarchici’ o di ‘simpatie anarchiche’.
Durante la conferenza stampa di ieri Monti ha affermato inoltre che lo stadio sarebbe il solo legame tra i due e Amedeo Mancini, il simpatizzante di Casapound che lo scorso 8 luglio uccise a botte il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi dopo aver insultato la moglie, offesa al grido di ‘scimmia’. In effetti i due arrestati sono entrambi membri degli ambienti più esagitati della tifoseria della Fermana, così come lo era Amedeo Mancini.
Monti ha escluso poi la natura politica dell’ondata di attentati perché “dovremmo parlare di destra e anarchia, ma non siamo in presenza di soggetti dotati di cultura politica”. Ma allora perché lui stesso ha citato la presunta identità anarchica di Paniconi e Bordoni orientando così in maniera univoca la lettura dei fatti proposta da praticamente tutto il sistema mediatico mainstream?

In realtà basta andare a vedere il profilo Facebook di Paniconi per rendersi conto che di ideali e tendenze anarchiche non c’è affatto traccia, mentre la sua pagina sul social network pullula di post razzisti, di elogi a Matteo Salvini, di offese agli immigrati, di prese di posizione a difesa di Amedeo Mancini- definito più volte ‘fratello e amico mio’ – e di innumerevoli attacchi contro don Albanesi, preso appunto di mira perché accusato di speculare sull’assistenza ai profughi. Anche il profilo facebook di Bordoni è molto istruttivo: anche qui odio per i migranti e pure post che esortano alla collaborazione con i carabinieri… un classico esempio di anarco-insurrezionalista!
Non è dato ancora sapere se Paniconi e Bordoni oltre alla curva di estrema destra dello stadio frequentino anche ambienti politici più classici, ma certo non si può certo negare che i rudimentali attentati contro le chiese e le abitazioni dei parroci di Fermo non abbiano nulla a che fare con la politica e che siano stati compiuti solo ‘in sfregio alle istituzioni’. Le bombe quei due mica le hanno piazzate al Municipio o alle caserme dei Carabinieri… Che poi per farsi una cultura sulle “bombe fai da te” abbiano utilizzato un “manuale” scritto da qualche anarchico non vuol dire proprio nulla.

Eppure i media parlano di ‘ultrà anarchici’. Spettacolare è il volo pindarico di Repubblica quando scrive: “Gli arrestati hanno entrambi 36 anni e vivono di lavori saltuari. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero in qualche modo legati ad Amedeo Mancini, in carcere per l’omicidio del profugo nigeriano. Uno dei due sarebbe una sorta di ideologo, convertito dai valori ultrà di destra a quelli anarchici. In casa dell’uomo i carabinieri hanno trovato e sequestrato alcuni libri che testimonierebbero questo passaggio e gli orientamenti ideologici dell’indagato. In questo contesto avrebbe maturato la decisione di colpire l’ordine costituito, scegliendo in particolare le chiese. Sarebbe stato lui a dare incarico all’altro fermato di confezionare gli ordigni che avrebbero poi materialmente posizionato insieme nei luoghi da colpire”.

Non è molto chiaro se il passaggio sia stato dall’estrema destra all’anarchia o il contrario. E comunque anche nel caso di Mancini, assiduo frequentatore delle iniziative di Casapound nelle Marche, si continua a ripetere che in città era conosciuto come un ‘gran comunistone’…

D’altronde in Italia dare la colpa agli anarchici per coprire le responsabilità degli apparati dello stato o dell’estrema destra in episodi ben più gravi e sanguinosi di quelli registrati a Fermo è una sorta di sport nazionale. Ma stavolta la farsa non può passare inosservata neanche ai più distratti.

21 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Luglio 2016 14:51

Perché la pagina Facebook di Zerocalcare è stata oscurata

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La partecipazione del disegnatore a una commemorazione di Carlo Giuliani scatena la sassaiola in rete, costringendo Facebook a intervenire

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Foto di Simone Florena

tratto da http://www.wired.it

Qualche giorno fa Michele Rech, o più semplicemente ZeroCalcare, ha diffuso sulla sua pagina Facebook ufficiale e i propri profili personali che avrebbe partecipato a una iniziativa per commemorare Carlo Giuliani.

Il testo, accompagnato da una locandina, recitava “Mercoledi 20 luglio, a 15 anni esatti dal G8, alle 15:00 stiamo a fare disegni live in piazza Alimonda a Genova insieme a Alessio Spataro, Paolo Castaldi, Manuel De Carli, Luca Genovese, Simone Lucciola e Cisco Sardano. Tutto quello che facciamo sarà poi messo all’asta benefit per chi sta bevuto”.

Immediatamente una parte dei lettori di ZeroCalcare, quelli che probabilmente fino a quel momento si erano divertiti con riferimenti nostalgici e battute delle sue strisce, ignorando il suo chiaro impegno politico, culminato in Kobane Calling o l’ultimo racconto sulle Unioni Civili, ha iniziato a una sassaiola virtuale a base di “Mi sento tradito”, “Torna a fare i disegnetti” (come se il fumettista fosse una sorta di clown che deve solo divertirti a comando) e tutte le frasi su Giuliani che abbiamo sentito in questi 15 anni, da “Se l’è andata a cercare” a “Non si dovrebbe rievocare un delinquente”.

La cosa è andata avanti per un paio di giorni tra furiosi lanci di fango virtuale e difese sulle barricate finché oggi Facebook, probabilmente subissata di segnalazioni, ha oscurato pagina e profilo personale di ZeroCalcare, senza alcuna segnalazione preventiva o dialogo con l’autore.

Quando ho provato ad accedere mi è stata mostrata una schermata in cui mi si diceva che i miei account erano stati oscurati per colpa di quel post. Riattivando tutto il post è stato eliminato in automatico dalla pagina” ha dichiarato l’autore dopo averlo contattato. Dunque adesso la pagina è nuovamente accessibile, ma ovviamente senza il post incriminato.

Non è la prima volta che la segnalazione in massa viene usata come strumento di censura, dato che spesso Facebook non controlla la natura del post, ma si limita a oscurare in automatico un contento che viene segnalato in massa, per poi eventualmente fare dei distinguo. La cosa era già successa in passato ad altri fumettisti, come Recchioni e Bevilacqua, che si erano scontrati con frange particolarmente attive sui social network e in particolare del Movimento 5 Stelle e di movimenti antieuropeisti, ma in questo caso Rech ha un’opinione ben precisa sui responsabili di questa censura.

Non è detto che i miei lettori debbano pensarla tutti come me, ma di solito sono persone abituate ad accettare un punto di vista differente e sanno già come la penso. Invece quei toni (e le segnalazioni che hanno portato a chiudere la pagina) vengono da altri soggetti, arrivati li apposta, che tendenzialmente sono fascisti e poliziotti (ex o attuali). Quasi nessuno di quei commentatori è un lettore ignaro, ma una persona arrivata là per fare casino”.

Per il resto, Michele sembra aver preso abbastanza con filosofia la cosa, visto che comunque il post è ancora presente sul suo profilo personale.

Hanno oscurato un post su facebook non è che è successo niente di che. Però è il sintomo che la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”.

Intanto le pagine complottare e ricche di bufale continuano a prosperare indisturbate.

20 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Luglio 2016 14:45

Indagine sulle periferie: quello che “Limes” non dice

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Palazzoni

Marco Longo - tratto da http://contropiano.org

La prestigiosa rivista di geopolitica “Limes” ha dedicato il suo ultimo volume al tema delle periferie urbane. Un’ indagine ad ampio spettro, come nei canoni della pubblicazione, che spazia dall’analisi della condizione e trasformazione dei contesti urbani, metropolitani e oltre, sulla scia dei fenomeni  connessi al progressivo inurbamento della popolazione mondiale; alla rinnovata centralità assunta dalle “periferie mondiali” nelle relazioni economiche e sociali e  nelle modalità di governo del territorio urbano, costitutivi  degli  equilibri geopolitici.

Un lavoro articolato che affronta la dimensione urbana delle metropoli e megalopoli globali sotto diversi profili di indagine, che consente di incrociare argomenti e dati utili per comprendere  quella che ormai è comunemente riconosciuta come frontiera strategica per  l’indagine dei futuri scenari sistemici.

L’inurbamento è indubbiamente un fenomeno ricorrente nella “storia delle civiltà”: dall’antica Roma, alle città della rivoluzione industriale, passando per le città rinascimentali, ecc, l’attrazione svolta sulle popolazioni dai contesti urbani con la combinazione di commerci ed attività produttive ha contrassegnato inequivocabilmente le fisionomie delle varie fasi storiche e relative strutture economico-sociali.

Più della metà dell’umanità vive nelle metropoli e ai suoi margini

Le dimensioni assunte dalla crescita delle aggregazioni urbane nel contesto attuale ci pone di fronte ad una  differenziazione del fenomeno per aree geo-politiche dell’inurbamento che per quanto attiene, ad esempio la condizione metropolitana in Europa, trascende il significato originario di trasferimento di popolazione da ambienti rurali interni a quelli urbani innervandosi con i fenomeni migratori. Tuttavia, su scala “globale”  si afferma un dato inedito  l’ inurbamento  ormai riguarda la maggioranza della popolazione mondiale 53%, era il 42% a metà anni ’80, e le Nazioni Unite calcolano una progressione che dovrebbe portarci al 70% nel 2050. Le megalopoli, le citta con più di 10 milioni di abitanti, passeranno dalle 28 attuali alle 41 del 2030, cosi le metropoli, tra 1 e 5 milioni, dalle 417 odierne alle 558; 34 delle prime 50 aree urbane più popolose sono in Asia.

Il dato “ grezzo” segna dunque un passaggio epocale: su scala planetaria, la maggioranza della popolazione mondiale non trae più il proprio sostentamento dall’attività agricola, il riversarsi di moltitudini negli ambiti urbani segna il trasferimento di quote di ricchezza prodotta dal settore primario, l’agricoltura, ai settori industriale e dei servizi. Emblematica la situazione negli Usa il cui 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro si genera in una porzione di territorio pari al 3%  coincidente con gli aggregati urbani.

L’inurbamento, per restare all’epoca moderna, che nei paesi del “primo mondo” si poneva in diretta relazione con le trasformazioni sociali generate dalla prima rivoluzione industriale e fasi successive, ossia, con l’affermarsi in quella parte dell’occidente di una compiuta prevalenza delle condizioni del  lavoro salariato, oggi trova riscontri in tutti gli angoli del globo coinvolgendo, oltre alle economie in ascesa, paesi che non hanno mai rotto con la propria condizione di sottosviluppo.

La natura planetaria del fenomeno rischia di rendere poco pertinenti e superficiali eventuali spiegazioni con pretese onnicomprensive. Ad esempio, gli argomenti  a  sfondo demografico- ambientale come desertificazioni, carestie, modificazioni climatiche hanno un impatto decisivo nelle dinamiche d’inurbamento e migratorie in particolari aree del pianeta, ma sono ben lungi dall’esaurire la questione.

Ciò che invece oggettivamente sembra imporsi come “leva” nel passaggio epocale  della maggioranza della popolazione mondiale in insediamenti urbani è, ancora una volta, sia pure ad una diversa fase di  sviluppo delle forze produttive,  la dislocazione dei  processi produttivi  che, sulla scorta del superamento degli equilibri geopolitici tra super-potenze egemoniche, Usa e Urss, ha dato luogo a nuovi scenari della divisione internazionale del lavoro.

Il prodursi di rilevanti processi di accumulazione di capitali nel gruppo dei paesi BRICS, nel sud- est asiatico, ecc, determina il dato strutturale che interagisce con le condizioni territoriali, realizzando espressioni differenziate del processo di inurbamento. 

Dagli anni ’80 assistiamo in Cina ad una migrazione interna che ha coinvolto circa duecentocinquanta  milioni di uomini a cui se aggiungeranno altri duecento nel prossimo ventennio che, oltre a costituire un fenomeno di impatto planetario di cui fatichiamo anche a fornircene una rappresentazione immaginaria, configura un processo di inurbamento interno ad un piano di gestione politica ed economica fondato sul primato assoluto dei processi di pianificazione e programmazione pubbliche. Questo rilievo sulla centralità della gestione pubblica non mira all’affermazione della presunta natura eminentemente socialista della struttura economico-produttiva cinese, quanto alla differenziazione dai processi di inurbamento, abbandonati alla “spontaneità” dei mercati , che contribuiscono alla crescita delle megalopoli in altri contesti, da Bombay a Città del Messico.

Quello cinese nella storia dei processi di inurbamento/industrializzazione costituisce un unicum  capace da solo di dar conto  non solo quantitativamente del passaggio epocale della maggioranza degli abitanti del pianeta in insediamenti urbani, ma, anche, del cambiamento qualitativo  in corso di un gigantesco apparato produttivo da avamposto dei processi di delocalizzazione dei paesi del “primo mondo”, la fabbrica del mondo fondamentalmente esportatrice, ad un apparato di produzione e consumo commisurati al mercato interno, ovvero con una solidità ed autonomia propri ad un competitore globale. Naturalmente tutto ciò si accompagna ad altrettanto gigantesche questioni ed interpretazioni dei processi in corso in Cina, tuttavia, l’elemento centrale e caratterizzante della mutazione economico-sociale cinese è, lo sottolineiamo nuovamente, la centralità strategica assegnata alla pianificazione e programmazione pubblica dei processi di inurbamento.

Il ruolo pubblico, con l’evidenza cinese in primis, allora si pone come differenziazione tra i processi di inurbamento su scala planetaria, mentre l’inurbamento si conferma come categoria dei fenomeni di migrazione interna a singoli paesi o aree.

Migrazioni interne e migrazioni verso i paesi ricchi

Un’attenzione particolare va riservata alla crescita esponenziale dei fenomeni di inurbamento già in corso nel continente africano, con particolare riferimento alla fascia subsahariana, in  cui la combinazione della crescita demografica, prevista una triplicazione della popolazione africana nel corso del secolo oltre i quattro miliardi, con i tentativi di consolidamento della presenza per il controllo delle materie prime soprattutto dei paesi appartenenti al polo europeo, le mire del polo islamista e le politiche di intervento in grandi opere infrastrutturali promosso dalla Cina, rischiano di accelerare ed amplificare i conflitti già presenti, incentivando flussi migratori esterni inevitabilmente rivolti verso l’Europa.

Il binomio guerra/migrazioni che con l’escalation dello scontro tra poli imperialistici nell’area mediorientale sta sottoponendo a fibrillazioni crescenti la tenuta della cittadella imperialistica europea, rischia di trovare in un futuro prossimo nell’estensione al continente africano delle contraddizioni tra le pretese egemoniche imperialistiche un nuovo fronte di “invasione” di cui non osiamo immaginare le modalità di contenimento.

Il riferimento ai flussi migratori verso l’Europa e alla loro origine, ci consente di differenziare i fenomeni di inurbamento dovuti al trasferimento campagna/città dai fenomeni migratori propri alle metropoli occidentali. Naturalmente andrebbero effettuate distinzioni tra i flussi migratori contemporanei verso il Nord- America da parte delle popolazioni ispaniche con il progressivo deteriorarsi delle possibilità connesse all’economia di sussistenza agricola travolta dall’agro-business, da quelle che investono il vecchio continente. Il processo di inurbamento interno ai paesi europei legati al movimento della  forza-lavoro campagna/città è ampiamento concluso, Ll’inurbamento nel vecchio continente è essenzialmente espressione dei flussi migratori generati dalle contese egemoniche dei poli imperialistici, foriere di destabilizzazioni di intere aree geopolitiche e di disgregazioni sistematiche di organizzazioni statuali spesso ricondotte a una condizione tribale.

Allora, provando a definire un’approssimativa sintesi delle tracce proposte, l’inurbamento si propone come duplice dinamica dello stesso fenomeno, ossia, la ridefinizione delle aree di accumulazione capitalistica e del  peso egemonico dei poli imperialisti nei vari scenari geostrategici , che opera sia come ridislocazione dei luoghi di produzione del valore, le cosiddette filiere produttive , sia come distruzione degli equilibri geopolitici per il grado elevato di competizione inter-imperialistica.

Meritevole di rilievo, non solo l’effetto dei flussi migratori nelle metropoli/megalopoli occidentali,  per la funzione classica “dell’esercito industriale di riserva” e del ruolo di contenimento degli aggregati urbani, oltre che  per l’indagine della composizione della forza-lavoro e della permeabilità alle modalità di sfruttamento richieste dalla tentacolare estensione del rapporto privatistico, ma anche il processo migratorio interno alle aree geopolitiche: al processo migratorio esterno, di cui abbiamo sommariamente elencato le cause, si aggiunge un fenomeno migratorio interno alle aree geopolitiche, ossia il trasferimento dalla periferia produttiva, tipico esempio i paesi PIIGS europei, di competenze qualitativamente significative, vedi ricerca, verso i centri di “eccellenza” dell’organizzazione capitalistica. In altri termini, forza-lavoro ad alta qualificazione, anch’essa legata ad un “effetto trascinamento” verso i luoghi della valorizzazione, che non trova collocazione nei paesi di formazione per l’inadeguato livello generale della struttura produttiva o per la loro funzione nel quadro della divisione del lavoro competitivamente determinata. Un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili, se è vero che i dati ufficiali dei flussi in entrata ed uscita dal nostro paese, esclusa la presenza cosiddetta clandestina, sono sostanzialmente equivalenti.

La visione capitalistica sulle metropoli

Dunque, ci sembra questo il quadro di tendenze che definisce il profilo delle metropoli/megalopoli nell’attuale fase della competizione globale, con cui interagiscono le questioni sollevate dalla rivista “Limes”: urbanistica, disagio sociale, criminalità, precarietà, fenomeni di radicalizzazione islamista ecc. Eppure, pur ribadendo, l’utilità del lavoro di indagine svolto dalla rivista non ci sembra che si colga la specificità delle aggregazioni urbane nella fase attuale, a partire dal rapporto decisivo pubblico/privato.

 Napoli, le vele

In “epoca capitalistica” i processi di urbanizzazione hanno costituto uno strumento fondamentale per l’assorbimento delle eccedenze di capitale e lavoro (Harvey), con una funzione sostanzialmente anticiclica o comunque di sostegno all’accumulazione anche  con la costruzione di infrastrutture. I grandi progetti di trasformazione urbana del XIX e XX secolo sono tutti interni al rapporto tra pubblico e privato, in una relazione di preminenza dell’aspetto pubblico per le inevitabili lunghezze del ciclo produttivo e la programmazione in settori  quali l’edilizia, trasporti, ecc., realizzando una dimensione di funzionalità del contesto urbano alle necessità dell’accumulazione, con un ruolo strategico assegnato allo Stato.

Il piano Ina-Casa, 1949-1963, ad esempio, ha rappresentato nel nostro paese il modello della pianificazione urbanistica dell’inurbamento del 2° dopoguerra, con una visione di città a misura di collettività, non solo enunciata  e che oggi apparirebbe come esempio di propaganda bolscevica, evidenziando una funzione di indirizzo e gestione del pubblico, sostanzialmente sopravvissuta, fino alla realizzazione dei piani di Edilizia Economica e Popolare (1964-84).

La città pubblica sopraffatta dagli interessi privati

Ciò che si impone oggi nel rapporto pubblico/privato è il superamento di un equilibrio nella salvaguardia delle funzioni e di ruoli, in cui il capitale privato, sempre più a dimensione multi-transnazionale, mira a riassumere all’interno del proprio processo di valorizzazione tutti gli ambiti della vita sociale. Come questo sia avvenuto è chiaramente iscritto nel sistema di relazioni e di interessi posti a governo delle metropoli urbane. L’immagine delle metropoli offerta da “Limes” di contesti urbani periferici a “ bassa pressione istituzionale e a forte informalità” confligge con la realtà di una presenza istituzionale sempre più stringente, tra cui la sperimentazione dell’esercito con funzioni di controllo sociale, e la privatizzazione del territorio assoggettato, non solo per quanto attiene alla sfera criminale-speculativa, alla logica del mercato, in cui la deregolamentazione delle relazioni formalizza in modo netto i rapporti di forza.

Carovana in corteo il 19 (via cavour)

L’invito da parte di “Limes” a riaffermare una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato per una rinascita delle periferie, non tiene conto di questa nuova dimensione della supremazia della categoria del profitto come parametro codificato della razionalità ed efficienza del sistema.

Una condizione ben riassunta dal  paradosso della metropoli romana, in cui la decrescita del numero dei residenti si scontra con la gentrificazione strisciante e con l’aumento incessante delle cubature di cemento per l’edilizia privata e l’estensione delle cinture periferiche, riconducibile ad un modello di insediamento pulviscolare, scollegato dalla rete dei servizi, interamente nelle mani dell’interesse privato e della speculazione.

Allora il progressivo venir meno della funzione pubblica, intesa come espressione di interesse generale, anzi il suo inglobamento nei criteri del capitale privato, a cui viene riconosciuta superiorità organizzativa e gestionale e centralità economica, pone la questione periferie sul terreno “politico” dell’esercizio della sovranità della parte maggioritaria della popolazione. Recuperare sovranità nell’affermazione dei propri interessi, per un modello di città sottratto all’egemonia degli interessi privatistici, dare corpo alla rappresentanza di questi interessi e alla loro natura inevitabilmente conflittuale è il vero nesso che riannoda la questione sociale urbana del XXI secolo alle possibilità di trasformazione del modello sociale.

E questo nell’indagine di “Limes” e di tutti quelli che hanno scoperto le periferie non può proprio esserci…

Ross@ Roma

29 giugno 2016

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