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COMUNICAZIONE E MEDIA

Brexit. I media spargono il terrore

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premier league giocatoritratto da http://contropiano.org

La grande stampa italiana è “europeista” per definizione. Ed è rimasta scioccata dal risultato del referendum inglese. Non si tratta tanto di una questione ideologica, quanto di concreti modi di vita, ossia di interessi. Sia della proprietà dei vari media, in mano a un establishment che vede nella tecnostruttura di Bruxelles una cosa propria da difendere sempre; sia della parte “storica” delle redazioni, ossia di quelle “firme” che sono anche il volto pubblico più noto di ogni testata, oltre che i più pagati in una stratificazione stipendiale che arriva – in basso – fino ai precari pagati cinque o dieci euro “al pezzo”.

Questa batteria d’artiglieria martella quotidianamente la cosiddetta opinione pubblica, forgiando – qui sì – una vera e propria ideologia pro-Ue a prescindere dal merito delle decisioni fondamentali che la stessa Ue impone.

All’indomani del voto britannico i tasti suonati con ossessività assoluta sono soltanto due: “adesso gli inglesi sono rovinati” (con qualche conseguenza grave sui mercati internazionali e ‘economia italiana) e “hanno vinto i fascisti”.

Il primo tema ideologico è un’esagerazione mostruosa ed unilaterale dei problemi che tutto il sistema globale si troverà ora ad affrontare, con ovvie maggiori conseguenze per il sistema economico britannico, che riflette e anticipa le minacce con cui le “istituzioni sovranazionali” affronteranno il prossimo premier di Londra. Fin qui siamo in piena continuità con l’atteggiamento tenuto nei confronti della Grecia al tempo dello “Tsipras 1”, fino all’acme raggiunta nei giorni del referendum ellenico sul Memorandum, vinto dal “No” ma svenduto dal giovane leader di Syriza in una notte buia e tempestosa.

Ma Londra non è Atene, e tagliare i viveri agli inglesi – come è stato fatto con i geci, bloccando per molti giorni l’erogazione di contanti dai bancomat – non è tecnicamente possibile. Non lo è sul piano monetario, visto che non è l’euro la moneta in uso oltremanica. Non lo è sul piano finanziario, visto che la City è un cuore storico dei mercati globale e il trasferimento delle innumerevoli attività basate nel “miglio d’oro” intorno a Canary Warf è certamente possibile, ma non troppo conveniente e neanche realizzabile in tempi rapidi. Stiamo infatti parlando del centro del centro, non di una semiperiferia dell’impero o di un paese che conta meno del 2% del Pil europeo.

Al massimo, spiega IlSole24Ore

In totale, PwC stima che Brexit potrebbe costare dai 70.000 ai 100.000 posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari nel Regno Unito entro il 2020. Il sindaco di Londra Sadiq Khan, forte sostenitore del «Remain», ha fatto appello alle imprese affinché non si facciano rendere dal panico e ha assicurato che la città rimarrà il miglior posto al mondo dove fare affari. Ma le città concorrenti stanno già stendendo il tappeto rosso per i possibili traslochi: il presidente dell’Ile-de-France, Valérie Pécresse, ha detto di essere «pronta ad accogliere tutti coloro che vogliono tornare in Europa». «Benvenuti nella Regione di Parigi – ha poi aggiunto – la nuova Londra».

In mancanza di obiettivi finanziari facilmente spiegabili al “popolino”, la minaccia principale si è subito concentrata… sul calcio e la Formula 1. Un piccolo florilegio aiuta a capire:

Nell’ultimo accordo per il triennio 2016-2019 si è arrivati alla cifra record di 7 miliardi di euro. La torta viene divisa fra tutti, il calcio inglese è diventato un business globale in cui operano magnati thailandesi (Leicester), arabi (Manchester City) americani (Manchester United). Su 20 squadre della massima serie, più della metà è in mani non inglesi. Con la vittoria del fronte Brexit in Gran Bretagna saranno avviate le procedure per l’uscita dall’Unione europea. Per i club sarà una rivoluzione: le leggi comunitarie infatti consentono il libero spostamento dei lavoratori all’interno degli Stati membri. Stelle come Martial, Payet, Kanté oggi sono tesserati come comunitari. Quando la norma cadrà circa 400 giocatori, incluso il campionato scozzese e le leghe minori, non sarebbero in regola. […] Fra le conseguenze più preoccupanti c’è anche un deprezzamento del valore commerciale della Premier: con meno campioni le tv non pagherebbero gli stessi prezzi di oggi. (Corriere della Sera)

La Formula 1 è legata a doppio filo con la Gran Bretagna. Non solo perché la Fom, la società che gestisce i diritti commerciali del circus, fa capo a Bernie Ecclestone e a Londra ha la sua base. Ma perché l’80% dei team si trova nella «F1 Valley», una cintura di industrie di altissima tecnologia che parte dai confini della capitale per abbracciare Milton Keynes, Banbury e Woking. Luoghi resi celebri dalle scuderie che li hanno scelti. La Mercedes è presente a Brackley, base operativa del team campione del mondo, e a Brixworth dove si fabbricano i motori delle monoposto di Hamilton e Rosberg. […] Ecclestone non hai mai sposato campagne politiche, ma sperava in un esito diverso del referendum del 23 giugno. Fra i pochi a schierarsi, fra i team principal, è stato Ron Dennis patron della McLaren che ha spiegato le ragioni del no in una lunga lettera al Times: «Sarebbe illogico uscire dall’Unione Europea, è un salto nell’ignoto». Poco cambierà per i piloti: vivono quasi tutti a Montecarlo, mondo dorato al riparo dalle tempeste finanziarie. (Corriere della Sera)

Ancor peggio, e non avevamo dubbi, riesce a fare Repubblica, il cui editore sta mettendo nei guai Renzi per alcune informazioni da insider a proposito del decreto sulle banche cooperative, mesi prima che venisse scritto e approvato:

Il terremoto sarà uno e sufficientemente devastante per allontanare per sempre il ricordo del calcio inglese modello di riferimento e suggestione culturale permanente. Il primo danno sarà “umano”: i calciatori europei perdono il diritto di entrare e uscire liberamente dal Regno Unito. A pagarla di più saranno le società più ricche, avrà ripercussioni clamorose sulle rose della Premier League. Forse meno, almeno inizialmente, sulle categorie inferiori.

Stretta inevitabile anche sui calciatori extra-comunitari, i quali dovrebbero rispondere a criteri governativi più rigorosi e limitanti. Facendo una rapida somma dei professionisti delle due principali divisioni del calcio inglese e scozzese, più di 300 calciatori (si calcola 322) non rientrerebbero più negli standard di accoglienza, 100 nella sola Premier. Solo 23 dei 180 stranieri attualmente in rosa nel campionato maggiore avrebbero il permesso di lavoro e nessuno dei 53 della Scottish Premier League potrebbe garantirsi la permanenza in Scozia sulla base del proprio profilo agonistico. Una “diminutio” implacabile che non risparmierà neppure la terza e la quarta divisione inglese, dove 109 calciatori sarebbero costretti a fare le valigie.

Brexit allargherà la forchetta tra grandi e piccoli, togliendo al calcio, soprattutto a quello inglese, il privilegio di consentire anche alle ultime in classifica “revenues” dignitose e in linea per future imprese sul mercato dei calciatori. Con Brexit fra lo United e una retrocessa ci saranno distanze “italiane”, come tra Juventus e Frosinone. Anche i calciatori avranno molta meno spinta ad accasarsi in Gran Bretagna: “Stiamo sottostimando il pericolo, la verità è che metà dei calciatori di Premier vedranno il loro permesso di lavoro trasformato in carta straccia”, ammettono i procuratori, preoccupati anche del loro lavoro e delle loro percentuali. “In una situazione del genere porterei via dal Tottenham il mio assistito”, confessa Martin Schoots, l’agente olandese del danese Christian Eriksen.

Ma l’omogeneità tra le varie testate è totale. Anche l’organo di casa Fiat, La Stampa, segue lo stesso copione con poche variazioni:

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ai calciatori europei verrà applicato lo stesso trattamento finora riservato agli extracomunitari, ovvero per giocare in Premier servirà loro un permesso di lavoro che verrà concesso solo se avranno giocato un certo numero di partite nella loro nazionale (la percentuale, fra il 30% e il 75%, dipende dal ranking Fifa e vale solo per i Paesi ai primi 70 posti) nei due anni precedenti alla richiesta.

Stando al «Daily Mail», ad oggi oltre 100 calciatori della Premier non potrebbero ottenere il via libera del Ministero degli Interni di Londra. Considerando poi le prime due divisioni di Inghilterra e Scozia, il numero sale vertiginosamente e si avvicina ai 400. In altre parole calciatori come Martial, Payet o Kante, con le regole presto in vigore, non potrebbero trovare spazio e in futuro sarà quasi impossibile per i club della Premier aspirare a operazioni come lo sono state in passato quelle che hanno portato Cristiano Ronaldo al Manchester United o Thierry Henry all’Arsenal.

Allarme terroristco, certamente. Peccato che tutto ciò sia una semplice eventualitàm che comincerebbe a diventare concreta solo tra due o più anni (nell’ambito delle procedurali trattative tra Londra e Ue sull’uscita ai sensi dell’art.50 del trattato fondamentale). E ognuno è in grado di giudicare, distogliendo per un attimo gli occhi da fogliacci nostrani, se sia realistico o meno che l’immenso business calcistico britannico (ed europeo) possa essere annientato senza ricorrere -prima d’allora – a nuovi contratti che lo tengano al riparo dalla “tragedia”.

Meno immediate le conseguenze sulle pensioni (di chi lavora non delle star della pedata). Spiega sempre il quotidiano torinese:

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

Sarebbe un danno serio, certamente, ma comunque meno grave di quello inferto ai pensionati italiani dalle varie “riforme” degli ultimi venti anni e assolutamente meno serio di quello subito ad opera delle banche (da Etruria alla Popolare di Vicenza) che li hanno costretti ad acquistare obbligazioni subordinate o azioni senza mercato, dunque senza valore.

Più vergognosa, invece, la paura sparsa tra gli italiani che vivono o sono intenzionati ad andare a lavorare in Gran Bretagna:

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

Si omette qui accuratamente di ricordare che il welfare britannico per i cittadini comunitari è già stato ritirato e sostanzialmente annullato nell’ambito delle “quattro condizioni” ricontrattate quest’anno tra Londra e l’Unione Europea. Era uno dei temi “anti-immigrati” che Cameron aveva fatto proprio nel tentativo di sottrarre popolarità a Farage e soci, nel tentativo – riuscitissimo, come si è visto – di assicurarsi la maggioranza nell’ormai fissato referendum sulla Brexit.

Ovvio che i giornali italiani debbano parlare al pubblico di casa. Ma esigere un po’ di informazione, qua e là, non sembra poi così eccessivo.

Stesso discorso sull’attribuzione politica della vittoria alla “destra nazionalistica”. Silenzio assoluto sulla campagna Lexit e l’articolazione sociale del voto. Solo classifiche su giovani contro vecchi (i primo pro-Ue, i secondi “isolazionisti”, probabilmente per questioni di deambulazione…), magari immigrati contro  “indigeni” (come cambiano le stigmate del linguaggio in appena due secoli…). Ma nessuna statistica su come abbiano votato ricchie poveri. Ci fosse un problema di classismo, nella stampa italiana?

Un tema che ci sembra da scandagliare attentamente, nei prossimi giorni, esercitandoci con altri orori della propaganda di regime…

26 giugno 2016

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Messico. Il terrorismo di stato contro i maestri non commuove l’Europa

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oaxaca

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

La strage di maestri da parte della polizia federale messicana pare proprio non interessare i grandi media italiani e internazionali. Nessuna commozione per le vittime di una vera e propria carneficina. Neanche i sindacati della scuola della civilissima Europa hanno speso una parola per denunciare l’accaduto, o quantomeno per deplorare il sangue versato.

Eppure si tratta di un episodio gravissimo, una strage da addebitare direttamente al governo del liberista Pena Nieto e ai suoi apparati repressivi. Gli stessi coinvolti nella strage degli studenti ‘normalistas’ della scuola rurale di Ayotzinapa, quando nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014 decine di adolescenti che protestavano contro l’esecutivo locale e statale vennero rapiti e uccisi da esponenti delle forze di sicurezza in combutta con l’esercito e  alcune bande di narcos. A neanche due anni di distanza il terrorismo di stato si è scagliato di nuovo contro il mondo della scuola, ma questa volta prendendo di mira gli insegnanti.

All’inizio i media occidentali hanno preso per buona la confusa versione di comodo diffusa dalle fonti del governo di Città del Messico, dedicando alla vicenda poche e scarne righe: ‘sconosciuti’ avrebbero aperto il fuoco contro i maestri e i poliziotti che si fronteggiavano, causando alcuni morti e feriti.
Bastavano le immagini diffuse dai media indipendenti messicani per dimostrare che a sparare sui manifestanti sono stati cecchini e agenti e che alcuni reparti di polizia avevano a disposizione anche armi di grosso calibro, e che il bilancio della strage è assai più alto di quello ammesso inizialmente dalle autorità. In totale, finora, 12 morti, un centinaio di feriti di cui alcuni gravi, 25 desaparecidos e un centinaio di arrestati.

Si parla di dieci morti solo ad Asunciòn Nochixtlan, maestri e attivisti sociali che protestavano contro il governo nello stato messicano meridionale dell’Oaxaca. Sette sono stati uccisi dagli spari domenica mattina e un’altra persona è stata uccisa da un ordigno esplosivo, ha spiegato il capo della procura di Oaxaca, Joaquin Carrillo. A queste otto vittime occorre aggiungerne altre due uccise in un episodio distinto sempre ad Asuncion Nochixtlan, quando la polizia ha sostenuto di essere stata sorpresa da un’imboscata realizzata da un gruppo armato non meglio definito dopo che gli agenti avevano smantellato alcune barricate erette dai maestri che protestano contro la ‘riforma’ dell’istruzione. Al macabro conteggio la corrispondente di TeleSur in Messico ha aggiunto un’altra vittima ad Hacienda blanca ed un’altra ancora a Juchitàn, due altre località dell’Oaxaca.
Secondo Carrillo tra i morti non ci sarebbero insegnanti, ma i sindacati dei docenti in lotta dicono il contrario, che si tratta di loro colleghi o di studenti falciati dalle pallottole sparate dai poliziotti che hanno sparato deliberatamente sulla folla.

La Commissione per la sicurezza nazionale ha inizialmente addirittura negato che gli agenti fossero armati, sostenendo che le foto diffuse dai manifestanti che li raffiguravano armati di pistole fossero “false”.
Ma quando la prima versione ufficiale non ha retto più, la polizia e le autorità hanno ammesso che a sparare sono stati gli agenti della Polizia federale, ma solo perché “provocati” dai maestri che avrebbero sparato per primi, infiltrati oltretutto da “membri di gruppi radicali”, anche in questo caso non meglio identificati.

A subire la violenza dello stato sono stati in particolare i maestri della Coordinadora Nacional de los Trabajadores de la Educaciòn (Cnte) che da mesi stanno protestando, sostenuti dagli studenti e da lavoratori di altri settori, contro le politiche neoliberiste e autoritarie del presidente e del governo del Partido Revolucionario Institucional. La protesta ha di nuovo vissuto una vampata a partire dal 15 maggio, quando la Cnte ed altre organizzazioni hanno ricominciato a realizzare presidi, marce, scioperi, blocchi stradali e occupazioni di edifici pubblici, chiedendo il ritiro della contestatissima riforma del sistema educativo che attraverso la cosiddetta ‘valutazione meritocratica’ dei lavoratori mira ad espellere migliaia di maestri non in linea. e ad abbassare i salari. Naturalmente la mobilitazione interessa non solo l’Oaxaca ma tutto il territorio messicano e ha visto punte altissime di partecipazione agli scioperi da parte dei docenti e degli alunni, soprattutto in Chiapas, Michoacan e Guerrero.

Gli insegnanti dicono no alla privatizzazione del sistema educativo, chiedono più finanziamenti e aumenti salariali, e chiedono anche una profonda riforma politica dello stato e delle sue istituzioni.
Prima della strage di domenica notte il governo ha cercato in tutti i modi di criminalizzare e fermare la protesta: docenti licenziati, maestri arrestati, manifestazioni caricate violentemente e disperse.

Poi, lo scorso 12 giugno, la decisione di arrestare due leader del sindacato che organizza e catalizza la protesta, Rubén Núñez Ginés e Francisco Villalobos Ricardez, rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Hermosillo, nel nord del paese, con la infamante e falsa accusa di corruzione e appropriazione indebita. L’arresto dei due dirigenti sindacali non solo non ha fermato la protesta, ma anzi ha provocato una nuova esplosione delle mobilitazioni. Per bloccare l’arrivo della polizia federale e dei militari nelle città paralizzate dalla protesta i maestri, i lavoratori di altri comparti e numerosi studenti hanno eretto nei giorni scorsi numerose barricate attaccate con violenza dai reparti antisommossa. Poi, domenica mattina, la carneficina.

22 giugno 2016

 

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La truffa di Renzi sull’occupazione che cresce

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Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Il più renziano dei giornali, Repubblica, aveva suonao la grancassa con qualche minuto di anticipo ripetto a premier: “Più occupati e meno inattivi, il mercato del lavoro è in ripresa”. Meno attento ai dettagli numerici, il contafrottole seduto a Palazzo Chigi si limitava a gioire con un “”Il Jobs Act funziona, smentiti i gufi”.

I dati Istat pubblicati ieri costituiscono in effeti un groviglio di informazioni contraddittorie, che sarà bene districare con calma.

Dice l’Istat: “Dopo l’aumento registrato a marzo (+0,3%) la stima degli occupati ad aprile sale dello 0,2% (+51 mila persone occupate). L’aumento riguarda sia i dipendenti (+35 mila i permanenti, stabili quelli a termine) sia gli indipendenti (+16 mila). La crescita dell’occupazione coinvolge uomini e donne e riguarda tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di occupazione, pari al 56,9%, aumenta di 0,2 punti percentuali sul mese precedente”.

Fin qui tutto bene, apparentemente. L’occupazione indubitabilmente sale. I problemi nascono nel paragrafo dedicato alla disoccupazione: “Dopo il calo di marzo (-1,7%) la stima dei disoccupati ad aprile sale dell’1,7% (+50 mila), tornando al livello di febbraio. L’aumento è attribuibile alle donne (+4,2%), mentre si registra un lieve calo per gli uomini (-0,4%). Il tasso di disoccupazione è pari all’11,7%, in aumento di 0,1 punti percentuali su marzo”.

Anche qui non c’è da girarci intorno: la disoccupazione sale anch’essa. Ma com’è possibile che due grandezze opposte, nello stesso bacino di popolazione, aumentino entrambe e contemporaneamente? A rigor di logica una delle due sembrerebbe sbagliata…

In molti, più avezzi a maneggiare statistiche che mutano di frequente i criteri base, sono andati a leggere anche i dati relativi agli “inattivi”, ossia coloro che non lavorano ma non sono neanche iscritti ai centri per l’impiego (ex uffici di collocamento), e che dunque non risultano disoccupati per una semplice questione burocratica.

E qui la verifica è veloce: “Ad aprile si osserva una consistente crescita della partecipazione al mercato del lavoro determinata dall’aumento contemporaneo di occupati e disoccupati e un corrispondente forte calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,8%, pari a -113 mila). La diminuzione riguarda uomini e donne e si distribuisce tra tutte le classi d’età. Il tasso di inattività scende al 35,4% (-0,3 punti percentuali)”.

Sciolto il dilemma? Gli inattivi si sono messi a lavorare senza passare per i centri per l’impiego, dunque l’occupazione è aumentata; i disoccupati sono aumentati anch’essi, però, perché i licenziati si sono andati ad iscrivere negli uffici per poter avere l’assegno di disoccupazione.

L’Istat non può dirlo, ma a naso si intuisce che c’è stata una sostituzione netta di lavoratori a contratto “standard” con altri, inattivi o disoccupati. Quindi ci deve essere per le imprese un vantaggio di nuovo tipo, visto che gli incentivi (contributi a carico dello Stato per tre anni per ogni “nuovo assunto con contratto a tempo indeterminato”) sono di fatto finiti a dicembre 2015.

E qui esce fuori il buco nero del Jobs Act, che permette di retribuire con il “voucher”, anche ad ore. Le polemiche delle scorse settimane avevano in effetti centrato il problema: questi “buoni, del valore nominale di 10 euro, pensati per “per retribuire il lavoro accessorio” (stagionale, occasionale, ecc), sono stati venduti nel 2015 per oltre 115 milioni di pezzi. Tradotto in persone, si calcola in genere che 1,4 milioni di lavoratori siano pagati in questo modo.

È dunque assolutamente evidente che molte imprese si sono liberate di lavoratori “standard” e li hanno sostituiti con altri (magari anche gli stessi, se bravi) pagati in parte con i voucher e in parte in nero (prassi consolidata, specie nell’edilizia, dove spesso i voucher vengono versati nel giorno stesso di un incidente sul lavoro).

La domanda finale è soltanto una: ma un lavoratore pagato con il voucher, magari solo per un’ora, è considerato statisticamente un “occupato”?

La risposta è stata fornita dalla stessa Istat a un lavoratore che chiedeva proprio questo:

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“Nella settimana di riferimento dell’indagine” significa “proprio in quella settimana” in cui i ricercatori dell’Istat svolgono la rilevazione. Quindi anche soltanto un’ora al mese, spesso, può bastare a far scattare “l’occupazione” di una unità in più.

E qui si chiude il cerchio. Questa è l’occupazione di cui Renzi (e Repubblica) si fa vanto. Alle domande successive (ma un’ora di voucher, 10 euro, alla settimana bastano a campare? Che senso ha una statistica che considera “occupati” dei futuri morti di fame? ecc) potete rispondere anche da soli,,,

Il rapporto completo dell’Istat, con l’invito a leggere attentamente il Glossario, ovvero i criteri con cui tutti veniamo classificati: CS_Occupati-e-disoccupati_aprile_2016

1 giugno 2016

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Foxconn dimezza i dipendenti, avanti con i robot

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tratto da http://contropiano.org

Fino a dieci anni fa o giù di lì, per capire dove stava andando il capitalismo occorreva guardare a quel che avveniva negli Stati Uniti. Ora bisogna guardare a quel che avviene in Cina. Per lo meno per quel che riguarda l’evoluzione della produzione manifatturiera (altra cosa sono i mercati finanziari, saldamente incentrati sull’asse New York-Londra).

La Cina è diventata la manifattura del mondo grazie a un costo del lavoro (40 anni fa) ai minimi mondiali, per una forte concentrazione politica del potere (il sindacato è un’espressione del partito, quindi ha per baricentro la realizzazione degli obiettivi di piano, non la rappresentanza puntuale dei lavoratori), per l’apertura agli investimenti stranieri sia pur mediata dall’obbligo della condivisione del know how.

Centinaia di milioni di persone hanno così smesso di essere contadini in esubero per trasformarsi in operai industriali, assicurando un tasso di crescita del Pil superiore al 10% per oltre venti anni e facendo conquistare al paese il ruolo di seconda potenza industriale del pianeta.

Ogni favola ha una fine, anche e soprattutto quelle capitalistiche.

La notizia che dà il segno certo della svolta è questa: la Foxconn, azienda taiwanese che produce la metà delle componenti dei dispositivi elettronici di consumo venduti nel mondo, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro”.

La Foxconn era anche conosciuta per l’alto tasso di suicidi tra i suoi lavoratori, schiacciati da ritmi infernali. Quindi non si può davvero dire che non avesse di mira la massima “produttività”. Ma i robot fanno meglio, più velocemente, senza soste fisiologiche, 24 ore su 24. Non si lamentano, non pretendono adeguamenti salariali, bon si ammalano, non scioperano mai e non rischiano di farlo in futuro. Al massimo si rompono e vanno aggiustati.

Inutile aggiungere che decine di altre aziende operanti in Cina stanno per fare lo stesso, magari su scala dimensionale anche superiore al 50% del personale (dipende dal tipo di processo produttivo e dai prodotti).

L’automazione della produzione sta del resto conquistando tutte le fabbriche del pianeta e i “futurologi” stanno già sfornando elenchi di mansioni lavorative a rischio scomparsa e percentuali da capogiro nella sostituzione di uomini e donne con macchine. Tutto ciò che è seriale può esser fatto meglio, con più precisione e senza soste da un robot. Sia a livello manuale che “cognitivo”. Non c’è impiegato “di concetto” che possa sentirsi al sicuro. Solo le professioni “creative” possono – entro certi limiti, comunque – essere risparmiate da questa corsa alla robotizzazione.

La “quarta rivoluzione industriale” ha per orizzonte la produzione senza lavoro umano o quasi (resteranno, seppur molto più limitate, solo le attività di installazione, manutenzione e programmazione dei robot), sia sulle linee che negli uffici. Miliardi di esseri umani non avranno più un’occupazione, né potranno riciclarsi in altre attività in espansione, perché non avranno le cognizioni di base per fare il salto da una all’altra.

Qualche esempio per capirsi? Un tecnico, per quanto bravissimo, non può diventare un ingegnere informatico o elettromeccanico. Se perde il lavoro, mettiamo, intorno a 40 anni, con famiglia e figli a carico, non può tornare all’università per i cinque sei anni necessari a fare l’upgrade delle sue conoscenze. In ogni caso, serviranno assai meno ingegneri di quanti tecnici si troveranno a spasso. Un impiegato di banca non può diventare un finanziere o un broker, ed in ogni caso ci sono molti più bancari di quanti saranno i broker in attività.

Non parliamo nemmeno delle mansioni meno qualificate, sostituibili a decine con click… Un esempio? I poliziotti “indispensabili” saranno solo quelli necessari per le scorte e il controllo delle manifestazioni di piazza, oltre a informatici e analisti video. Gli “investigatori”, dopo la commissione di un reato, si limitabo già a controllare le registrazioni video del luogo, risalendo fino al punto in cui il colpevole apparirà con volto, nome e cognome. Si interviene a valle, senza problemi, o su “soffiata”…

La domanda, epocale, è persino disperatamente semplice. Che fine faranno quei miliardi di esseri umani senza possibilità di guadagnarsi da vivere vendendo la propria forza lavoro?

La risposta capitalistica è una presa in giro (“usciranno fuori altri lavori”).

Se la produzione può esser fatta ormai con un minimo apporto di lavoro umano, o si uccidono miliardi di uomini o si elimina la proprietà privata del mezzi industriali che servono a produrre.

27 maggio 2016

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L’incapacità di comprendere il presente: come criticare il M5S

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tratto da http://www.militant-blog.org

Molto, troppo, ha fatto discutere la nostra posizione pubblica riguardo alle prossime elezioni romane, svelando il solito nervo scoperto della sinistra residuale rispetto alle elezioni: da passaggio prettamente tattico vengono sempre affrontate con l’ansia da prestazione data dall’evento, a cui dare la massima rilevanza strategica sia nel caso dei votanti a prescindere sia nel campo dell’astensionismo purista. Niente di nuovo. L’ovvia marea di commenti ha però fatto emergere una questione a suo modo interessante, questa sì imprevista. Nel criticare giustamente le caratteristiche politiche del Movimento 5 Stelle, abbiamo scoperto che il Movimento di Grillo viene concepito nientemeno che partito “fascista” o addirittura “neofascista”.

La questione è di estremo interesse, perché la critica serrata ad un soggetto politico ha un suo valore se viene centrata, se cioè si hanno le capacità interpretative per comprendere i suoi limiti, il suo ruolo sociale, il paesaggio politico nel quale è inserito, le ragioni sociali della sua nascita e della sua forza. Una critica sconclusionata non interessa tanto l’aspetto teorico della vicenda, in questo caso marginale, ma inficia gli strumenti da predisporre per l’agire politico della sinistra nella società.

Veniamo allora al dunque. Secondo molti, davvero troppi, tastieristi militanti, il partito di Grillo sarebbe un soggetto “neofascista”. Il neofascismo è però un ambiente o area politica contrassegnata da alcuni tratti peculiari: soggettivamente, è un’area estremamente settaria, ideologizzata, filosoficamente elitaria; è una scelta che viene vissuta come “stile di vita” caratterizzata da elementi razziali e spirituali rivendicati e posti alla base di una scelta politica “ideale”. Concretamente, invece, il neofascismo è frutto di un determinato pezzo di borghesia impaurita dalla forza sociale dei movimenti antagonisti dagli anni Sessanta in avanti. E’ infatti in questo tornante storico che avviene il passaggio da “neofascismo regime”, sostanziale continuazione del disciolto Pnf nel Msi, al “neofascismo sociale” che riprende lo “spirito” diciannovista o tardo-repubblichino rompendo a parole con la “destra ufficiale”. Il neofascismo assolve una funzione che in parte recupera il senso del fascismo storico: impedire l’accumulazione di forza del movimento operaio. Se il “fascismo” rappresentava un problema di *potere* per le classi subordinate dell’epoca, il “neofascismo” figura un problema di *agibilità* per la sinistra di classe. Casapound, Forza Nuova e altra merda varia non sono un problema perché possono “andare al potere” o anche solo incidere nelle scelte di potere (ma quando mai, siamo seri), ma perché sottraggono agibilità politica alla sinistra e ai suoi militanti. Stiamo tagliando con l’accetta chiaramente, non è questo il cuore del discorso, quanto piuttosto scovare le presunta analogie tra i due movimenti, per alcune tweetstar addirittura evidenti. Il Movimento 5 Stelle possiede queste stesse caratteristiche? Dice o esprime le stesse idee e/o la stessa visione del mondo del neofascismo? Assolve allo stesso compito storico?

Nel tempo, prima del tempo, ci siamo occupati di svelare la natura intimamente populista-reazionaria del movimento grillino:

http://www.militant-blog.org/?p=9487

http://www.militant-blog.org/?p=9640

http://www.militant-blog.org/?p=11350

Non solo noi peraltro: contestualmente, anche Wu Ming produsse alcune analisi di valore, che reggono ancora nel tempo nonostante il costante mutamento politico imponga alcuni aggiornamenti, che valgono d’altronde pure per quei nostri articoli.

Il partito di Grillo è tutto tranne che un soggetto “settario”: rivendica anzi con orgoglio il suo essere completamente liquido, destrutturato, aperto, un soggetto contenitore interclassista e post-politico; il partito di Grillo è tutto fuorché un soggetto “ideologico” o “ideologizzato”: è, al contrario, un partito post-moderno, distante da ogni diatriba filosofica strutturale, espressione politica del “pensiero debole” in cui può essere espresso tutto e il contrario di tutto, reclamando la sua rottura col passato e rivendicando il suo tecnicismo anti-politico; il partito di Grillo è tutto tranne che “elitario”: è anzi fieramente populista, non “dirige”, “educa” o “indirizza” pezzi di popolazione, ma dice quello che la gente vuole sentirsi dire. Per essere parte del Movimento non si devono avere competenze particolari, anzi, meno se ne hanno più si è protagonisti del rinnovamento: Rocco Casalino, salito agli onori delle cronache per la sua partecipazione al Grande fratello, è un dirigente del movimento e responsabile del suo ufficio stampa, e questo, speriamo, chiude ogni discorso sul presunto elitismo.

Si può però affermare che il partito di Grillo assolva allo stesso “compito storico” del fascismo o del neofascismo. Niente di più sfocato. Il M5S cresce nel deserto della sinistra, non nel suo momento di massima forza e/o mobilitazione. E’ un soggetto che nasce dalle ceneri della rappresentanza politica del mondo del lavoro, dalle polveri dei movimenti sociali e della partecipazione politica. Non “impedisce” alcunché, colma piuttosto un vuoto. E’ un partito-movimento che raccoglie il bisogno di rottura di pezzi contrapposti della società italiana, e proprio per tale ragione è intrinsecamente e inevitabilmente populista. Non ha un soggetto sociale di riferimento, ne ha almeno due: una parte importante del mondo del lavoro dipendente salariato senza più rappresentanza politica una volta scomparso il Pci e soggetti credibili alla sua sinistra; e un pezzo rilevante di piccola borghesia impoverita dal processo di accentramento europeista determinato da un altro pezzo di borghesia, quella transnazionale globalizzata rappresentata in Italia dal Pd. La mancanza di orizzonte politico delle classi subalterne e l’impoverimento di una piccola borghesia un tempo benestante hanno prodotto una saldatura temporanea attorno al M5S. Ma siccome gli obiettivi del breve periodo e gli orizzonti di lungo periodo sono, tra questi due soggetti sociali, in contraddizione tra loro, questi trovano terreno comune esclusivamente sul piano della critica all’attuale degenerazione politica, sintetizzata nella “lotta alla casta” e nella “lotta alla corruzione”(degli altri). Per il resto, le richieste non potrebbero essere più inconciliabili: un soggetto vuole più Stato, più rappresentanza, maggiore mediazione politica, più democrazia nei posti di lavoro, più diritti sociali, più welfare; l’altro vuole meno Stato, meno tasse, meno politica, meno sindacati, meno mediazioni nel raggiungimento del suo profitto privato. Sono queste determinanti sociali a produrre il Movimento 5 Stelle, e non viceversa: non è il M5S a spostare sul piano del populismo la lotta politica, ma l’attuale panorama politico a lasciare scoperte praterie che vengono colmate da soggetti capaci di intercettare e dare rappresentanza, ancorché alienata, agli umori popolari. Il Movimento 5 Stelle è un soggetto populista di massa, che offre strumenti di rappresentanza a una platea che non sa come esprimere il proprio odio verso una classe politica, e che al momento non viene organizzata su percorsi reali di lotta per k.o. tecnico della sinistra.

Se il fascismo ci diceva paradossalmente della forza della sinistra, il Movimento 5 Stelle ci racconta oggi della sua debolezza. E’ la scomparsa della sinistra che produce Grillo, non è Grillo che impedisce alla sinistra di risorgere. Poi, ma solo secondariamente, il M5S funziona anche come “specchietto per le allodole”, sviando e rimasticando sincere istanze di lotta ricalibrandole su obiettivi feticizzati quali appunto la presunta “casta”. Ma anche qui è il prodotto di una debolezza: la nascita di un movimento di massa spazzerebbe via qualsiasi velleità del M5S di rappresentare quantomeno il mondo del lavoro. Rimarrebbe il partito del rancore proprietario piccolo-borghese, che rifluirebbe prontamente nel qualunquismo prima e nell’insignificanza dopo, perché fagocitato immediatamente dal costituendo “blocco lepenista”, articolazione italiana del Front National francese. Anche qui, bisogna operare uno sforzo di analisi.

La Lega Nord di Salvini è tutto tranne che un soggetto neofascista. E’ piuttosto un blocco reazionario di massa, che è cosa ben diversa e ben più grave. Salvini non è neofascista, e neanche fascista, sebbene la polemica politica può portare a certe riduzioni, e sicuramente può essere insultato anche dandogli del pezzente fascista, figuriamoci. Ma in ambiti di ragionamento, bisogna discernere il grano dal loglio, perché un’analisi sbagliata porta poi a elaborare soluzioni sbagliate al problema. Salvini rappresenta politicamente quel pezzo di borghesia sconfitta dall’europeismo, in fase di progressiva pauperizzazione, che però non si trasforma in “proletarizzazione”, non diventa cioè dipendente dal salario, e in questo senso è il diretto competitore con il Movimento di Grillo. E’ proprio questo scontro tra due forme di rappresentanza che impedisce al momento una crescita ben più larga e pericolosa del blocco reazionario lepenista: in assenza di Grillo e vista l’attuale mutazione genetica di Forza Italia e della destra “moderata” (qui occorrerebbero decine di virgolette: in realtà non esiste più alcuna ipotesi “centrodestra” o “centrosinistra”, quanto un unico partito liberista articolato in due ceti politici concorrenti), Salvini&co raccoglierebbero oggi cifre elettorali ben sopra il 20%, difficilissime oggi da raggiungere su scala nazionale nonostante il vuoto lasciato dal berlusconismo decadente.

Tutto questo per dire cosa? Che bisogna conoscere il nemico, cogliendone materialisticamente ruolo e funzioni nella società. Oggi il famigerato “corso della storia” di hegeliana memoria (stiamo qui parlando dell’Europa, non di altri contesti) va in direzione della progressiva snazionalizzazione della politica, non verso rigurgiti reazionari-nazionalistici. La forza dei nazionalismi xenofobi non è data da loro intrinseche qualità/capacità di raccogliere il dissenso, ma dalla scomparsa della sinistra in Europa. Senza più strumenti per esprimere la propria naturale avversione allo stato di cose presenti, i ceti popolari del continente trovano in questi soggetti una forma di rifiuto verso la politica. Non è un caso che tali partiti fondano la propria forza, almeno elettorale, sulle classi impoverite: Trump negli Usa, Salvini e Grillo in Italia, il Front National in Francia, e via dicendo, insediano temporaneamente la propria base elettorale nel mondo del lavoro, tanto dipendente quanto proprietario impoverito. Questo non significa che “i lavoratori si sono spostati a destra”, ma che i lavoratori sono orfani di una rappresentanza, di un movimento reale, di un orizzonte di senso, e colmano questo vuoto optando, in forma ovviamente alienata e reazionaria, verso chi esprime, almeno a parole e attraverso atteggiamenti muscolari, questo rifiuto. Sono partiti che “vengono usati” per esprimere un bisogno di rottura, non perchè se ne condividono i punti di vista.

E questo, col “neofascismo”, non c’entra davvero un cazzo. Perché la base sociale neofascista non esiste, e laddove avesse una qualche marginale rilevanza, sarebbe materialisticamente e ontologicamente nemica degli interessi di classe: verso il neofascismo non ci può essere allora pietà, perché non dobbiamo “recuperare” nessun pezzo di società fuggito di senno e sedotto da quelle proposte politiche; la base sociale dei fenomeni reazionari di massa di cui sopra è invece *proprio quella* che dovremmo tentare di ri-organizzare, re-intercettando i suoi umori di classe, le sue istintive nemicità, le sue forme di resistenza esplicita e implicita, il suo rifiuto dello stato di cose presenti.

Ed è qui che vanno dispiegati gli strumenti politici adeguati al recupero potenziale: perché si possono e si devono combattere i soggetti reazionari, senza però con questo favorire quel “corso della storia” ordoliberista incarnato oggi dal Pd. Ed ecco, infine, perché il Partito democratico oggi è il principale problema oggi in Italia: perché la sua affermazione non sedimenta solo l’egemonia politica di un soggetto avverso agli interessi di classe, ma anche perché lavora in funzione di un rafforzamento delle ipotesi politiche reazionarie descritte come “unica opposizione” possibile all’ordine economico vigente. Un avvitamento da cui non se ne uscirà se non scardinando la normalizzazione politica, ricostruendo le ragioni della nostra esistenza politica.

20 maggio 2016

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