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COMUNICAZIONE E MEDIA

In Spagna la disinformazione è liberista

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Dopo il voto. Perché Corriere e Repubblica accomunano Podemos al Front National

Leggendo i commenti alle elezioni in Spagna sui principali quotidiani italiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera tra gli altri, si resta sconcertati. La grande novità del voto spagnolo, il superamento del bipartitismo e la conseguente instabilità politica che ne è derivata, per l’irruzione sulla scena di Podemos e Ciudadanos, viene frettolosamente ricondotta al dilagare del populismo.

Sbrigativamente il successo di Podemos viene equiparato a quello recente del Front National in Francia o dell’ultradestra nazionalista in Polonia o al dimenticato tentativo di Syriza in Grecia.

La differenza è solamente che quello di Podemos è un populismo di sinistra che naturalmente accomuna il partito di Pablo Iglesias al Movimento 5 stelle italiano. Ecco che un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il populismo.

Forse le autorevoli firme che sostengono questa tesi pensano di offrire un’analisi colta e approfondita di ciò che sta succedendo nella vecchia Europa e più in generale nel mondo. In realtà generano confusione con l’obiettivo di scoraggiare ogni tentativo di cambiamento degli equilibri di potere ormai consolidati. In poche parole l’orizzonte auspicato per la politica è produrre piccoli cambiamenti nell’ambito di regole e vincoli che sono alla base dell’Europa esistente. Immaginare di sovvertirli è populismo e si merita lo stesso trattamento riservato a Tsipras. Il vecchio slogan guevariano del ribellarsi è giusto, possibile, necessario viene rovesciato in ribellarsi è ingiusto, imprudente e soprattutto inutile.

Non spiega in realtà nulla l’equiparazione di Podemos con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo perché l’unica cosa che li accomuna è che entrambi sono l’espressione della incapacità di dare rappresentanza e progettualità politica alla diffusa ribellione verso questa Europa e la sua gestione della crisi economica e sociale. Il Pd in Italia, sia nella versione Bersani che in quella Renzi, come già il Psoe in Spagna, hanno accettato le regole. Proprio il pareggio di bilancio come valore costituzionale è stato introdotto in Italia dal governo delle larghe intese e in Spagna da Zapatero.

È da queste scelte che nascono formazioni come il Movimento 5 stelle e Podemos. Ma i fondatori di Podemos vengono da una solida tradizione di sinistra e hanno le loro radici dentro una protesta sociale di massa che quattro anni fa condannò Zapatero e il governo socialista per la sua subalternità ai diktat liberisti. Podemos si forma come partito proprio con l’intenzione di dare rappresentanza politica a quelle piazze di protesta che si ribellarono contro le decisioni di ridimensionare diritti e condizioni di vita degli spagnoli. E’ disinformazione tacciare di populismo le proposte di Podemos, ispirate a quella cultura economica che da anni si contrappone alla gestione liberista della crisi. Stigliz, Krugman e Piketty sono buoni per occupare spazio nelle pagine culturali, ma meglio cancellarli appena cercano di trasformare le proprie idee in un programma politico.

Ma cosa c’è di populista nella proposta di un nuovo modello energetico rinnovabile che affranchi la Spagna dal petrolio e dalle altre energie fossili, rendendola così protagonista della realizzazione dell’osannato accordo sul clima raggiunto a Parigi?

O nel pretendere una redistribuzione del reddito e della ricchezza prodotta o nel tentativo di ripristino delle prestazioni fondamentali dello stato sociale? Cosa c’è di populista nel proporre uguaglianza di condizioni fra donne e uomini per superare le politiche del governo Rajoy che ha confinato le donne in famiglia come cellula sostitutiva dei servizi sociali?

Nessun populismo, ma un progetto di Spagna che non vuole uscire dall’Europa, come chiedono le destre nazionaliste e razziste o lo stesso Movimento 5 stelle. Solo costruirne una nuova, saldamente ancorata nella migliore progettualità e cultura politica della sinistra. Accomunare nello stesso calderone del populismo, fonte di instabilità politica e ingovernabilità, Podemos e Grillo, Tsipras e Salvini con Marina e Marion Le Pen, serve solo ad appoggiare il tentativo, tanto caro al Renzi dell’Italicum, di trasformare in senso comune la tesi autoritaria della governabilità. Così il conflitto sociale, la partecipazione, la democrazia determinano un sovrappiù di domande rispetto alle risposte che il sistema può dare.

Quindi meglio superare questa contraddizione ridimensionando conflitti e democrazia. Stupisce che non si colga nel voto a Podemos la lotta contro ciò che è diventato il fare politica, anche a sinistra, e cioè una guerra di lobby sottratte al controllo delle persone, la tendenza a sostituire i partiti come luoghi di partecipazione con centri di potere e di economia occulti in cui formare quel ceto politico, aggressivo e arrogante, che troppo facilmente sostituisce ottuso comando a intelligente mediazione.

Forse l’obiettivo di questa gazzarra ideologica è piegare l’universo politico alle larghe intese. Se un domani il Psoe si presterà ad isolare Podemos rifiutando anche solo di concepire una lotta per una Europa diversa sarà causa di azzeramento dei socialisti e travolgerà l’idea stessa di Europa.

27 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Dicembre 2015 22:48

Expo 2015. Lo spettacolo, il kitsch, la violenza

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“Il kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

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Giovanna Cracco - tratto da http://www.rivistapaginauno.it/

L’Expo di Milano si è concluso. Prima dell’inaugurazione e durante l’apertura è stato criticato, seppur da una minoranza di persone e dell’opinione pubblica, da diverse angolazioni: le inchieste della magistratura per corruzione, la quantità di denaro pubblico speso, la gestione del lavoro, con la creazione della figura del ‘lavoratore volontario’. Dopo sei mesi, la chiusura ha registrato un trionfo di dichiarazioni positive, per il numero di biglietti staccati e la carrellata di ospiti illustri, politici e non, che nei 180 giorni hanno varcato l’ingresso, e la Rai non si è fatta mancare uno spot finale celebrativo.

Di fatto, Expo è stato politicamente, culturalmente e mediaticamente un successo: che i visitatori siano stati realmente 21,5 milioni oppure meno, che l’incasso della vendita dei biglietti abbia davvero coperto i costi o prodotto una perdita, non ha importanza. Una enorme massa di persone ha innanzitutto deciso di andarci, e in secondo luogo ne è uscita, nella grande maggioranza, entusiasta. Ogni criticità legata all’Esposizione (che anche Paginauno ha espresso sulle sue pagine), ogni pensiero negativo opposto alla sua stessa realizzazione, sul piano valoriale o economico, sono stati spazzati via dal consenso che ha raccolto.

Non è semplice sfuggire alla banalità quando si cerca di analizzare Expo. A cui si aggiunge quella sensazione di disarmo che si percepisce nel momento in cui, parlandone con una delle milioni di persone entusiaste, si afferma: è una enorme operazione commerciale travestita con un falso abito etico, e si riceve come risposta: certo, e allora? E intorno a quel allora è drammaticamente esposta la società in cui viviamo.

È la società dello spettacolo di Guy Debord, nella quale “lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” e l’epoca in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale; la società dell’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, il processo di mimesi che ha prodotto una identificazione totale e immediata dell’individuo con la società, rendendolo incapace di sviluppare un pensiero negativo che si oppone all’esistente; la società della surmodernità di Marc Augé, caratterizzata dall’eccesso di tempo – che rendendo egemone il presente impedisce di leggerlo come il risultato di una lenta trasformazione del passato e non lascia più spazio all’immaginazione del futuro – di spazio, creato dalla globalizzazione, di ego – l’individuo divenuto autoreferenziale, costretto dalla scomparsa delle grandi narrazioni ideologiche, di per se stesse collettive, universali e finalistiche e dunque produttrici di senso, politico o religioso, a interpretare da sé e per sé il mondo; la società dei consumi, della cosmotecnologia nella quale l’immagine rimanda all’immagine e il messaggio al messaggio, da consumare ma non da pensare; la società dei non luoghi, astorici, non relazionali e non identitari, che creano solitudine e similitudine.

Expo è tutto questo, perché rappresenta la società che lo produce; e ne rappresenta anche gli individui, che si sono sentiti in dovere di divorarlo, in quella dinamica di consumo alienato che Debord pone in diretta correlazione con la produzione alienata creata dal sistema capitalistico. Individui unidimensionali per i quali l’assuefazione al sistema merce ha inscritto nel codice della normalità la mercificazione di ogni cosa – e allora?

Solo nella società dei consumi un tema come “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, che va ben oltre la categoria dell’alimentazione umana, può essere trasformato in ‘cibo’ e nulla più, confinando in cantina, come oggetti superflui, i concetti di ambiente, ecologia, sostenibilità. Temi ben più complessi da mercificare, rispetto a un bene divenuto da anni prodotto di consumo, brand, oggetto di format televisivi di ogni tipo, e che per il mondo occidentale ha assunto, per usare le parole di Jean Baudrillard, un valore di segno – la merce come riconoscimento sociale. Mentre la dinamica del non luogo permette l’eliminazione della storia, trasformando il cibo in ‘luogo della memoria’ dentro i padiglioni, e il meccanismo dello spettacolo e l’egemonia del presente consentono al Capitale di mettere in piedi un’operazione commerciale che l’individuo riconosce, fa propria, accetta e riproduce, come se la sua costruzione fosse priva di conseguenze, non collegata alla violenza intrinseca al capitalismo, un modello economico che produce disuguaglianza, a partire proprio dall’accesso al cibo.

È questa rimozione che ha permesso a milioni di individui di fare ore di coda, all’ingresso e ai padiglioni; acquistare e consumare cibo, in vendita ogni dove dentro l’Esposizione, chioschi, bancarelle di Street food, bar, ristoranti, self service; giocare con i touch screen interattivi sparsi ovunque, che rimandavano la loro immagine, fare selfie, fotografare se stessi riflessi nelle pareti a specchio degli edifici e in tempo reale pubblicare ogni scatto sul proprio profilo facebook (nell’era della cosmotecnologia, consumare lo spettacolo è anche apparire nello spettacolo); fare «Oooh!» in coro davanti alla rappresentazione di luci e musica dell’Albero della Vita; vagare per il Decumano, entrando alternativamente in padiglioni di Paesi e padiglioni di aziende, senza che questo generasse un interrogativo: che ci fa la Kinder tra il Regno Unito e il Kazakhstan? Perché minigelaterie ambulanti su due ruote della Algida scorrazzano dappertutto? Perché ci sono cubi trasparenti della Technogym a ogni passo? Perché lo spettacolo deve essere interrotto a più riprese per annunciare: “L’Albero della Vita si accende grazie a Pirelli, Coldiretti, Orgoglio Brescia”?

“L’oggetto-kitsch è comunemente tutta quella massa di oggetti ‘senza gusto’, in stucco, fasulli, di accessori, di ninnoli folkloristici, di souvenir, di abat-jour o di maschere negre, tutto il museo di paccottiglia che prolifera dappertutto, con una preferenza per i luoghi di vacanza e di divertimento. Il kitsch è l’equivalente del ‘cliché’ nel discorso. […] è una categoria culturale […] ha il suo fondamento, al pari della cultura di massa, nella realtà sociologica della società dei consumi. […] All’estetica della bellezza e della originalità, il kitsch oppone la sua estetica della simulazione […]”,

scrive Baudrillard. Kitsch è l’Albero della Vita e il suo spettacolino, kitsch è l’intero Expo. Il kitsch elimina dal campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, scrive Milan Kundera. E anche il kitsch, l’estetica della simulazione, ha contribuito alla rimozione della umanamente inaccettabile violenza del capitalismo, permettendo a milioni di individui di consumare lo spettacolo del ‘grande evento’.

Paradossalmente, è nell’abito etico indossato da Expo che la violenza si è manifestata senza veli: la Carta di Milano. Scritta insieme da associazioni, fondazioni, imprese e politica, documento di cui il governo si è fatto vanto, consegnato con grande enfasi nelle mani di Ban Ki-moon durante la sua visita all’Esposizione, la Carta è stata definita l’eredità culturale di Expo. Di fatto, il suo peso è irrilevante, poiché non ha il potere di vincolare in alcun modo le politiche dei Paesi e delle multinazionali. L’elenco di valori e buone intenzioni che contiene dunque, poteva spingersi fino a immaginare un futuro diverso, dato che nessuno le avrebbe potuto presentare il conto della sua mancata realizzazione. Ma il conto l’ha presentato immediatamente il Capitale: il documento non contiene il minimo accenno ad argomenti quali la proprietà dei semi, gli ogm, l’acqua come bene comune, il land grabbing, la speculazione finanziaria sulle materie prime.

Anche la presenza dei padiglioni aziendali mescolati a quelli dei Paesi rappresenta uno dei rari momenti di sincerità della società dello spettacolo, se solo l’individuo unidimensionale fosse in grado di coglierlo nel suo reale significato. Dal momento che i Trattati di libero scambio – il NAFTA, il CAFTA, il recente TTP, il futuro TTIP – sottoscritti tra i Paesi consentono alle multinazionali di fare causa a uno Stato nel caso in cui le sue leggi limitino i diritti del libero mercato e del profitto, le imprese hanno tutte le ragioni di rivendicare per i propri padiglioni il posto accanto a quello riservato agli Stati: il loro potere decisionale sulla vita umana, sul piano quantitativo e qualitativo, nell’attuale fase storica è superiore a quello della politica. È il neoliberismo, bellezza, in tutta la sua violenza.

E quindi è giusto che McDonald’s stia tra il Turkmenistan e il Qatar, Birra Moretti di fianco al Marocco, Franciacorta vicino a Emirati Arabi Uniti, Perugina tra Moldova e Lituania, Algida accanto alla Repubblica Ceca, Lindt a fianco del cluster Cacao e cioccolato; che Enel, Banca Intesa, Corriere della sera e Technogym siano vicini a Repubblica di Corea, Polonia, Uruguay, Cina; che Coop, travestita da ‘Area tematica’ con il Future Food District, troneggi alle spalle di Spagna, Romania e Messico, e Eataly, catalogato come ‘Area di servizio e ristorazione’, occupi due padiglioni di 4.000 metri quadrati ciascuno tra Azerbaigian e il cluster del Caffè.

Ha un senso che i cluster siano costruiti intorno agli sponsor, e che gli spazi riservati ai Paesi, anonimi e uguali, scompaiano dietro gli sgargianti marchi pubblicitari di shop e bar: Illy al cluster del Caffè, la multinazionale cinese Huiyuan per Frutta e legumi e Spezie, Scotti al cluster del Riso, Farine Varvello per Cereali e tuberi, Eurochocolate (marchio dell’azienda Gioform) per Cacao e cioccolato.

È legittimo che Coca-Cola, China Corporate United, New Holland (Fca, ex Fiat), Vanke (multinazionale cinese del settore immobiliare), Alessandro Rosso (turismo e organizzazione di convention e viaggi incentive), Federalimentare, Alitalia-Etihad abbiano un intero spazio, denominato corporate, riservato ai loro padiglioni.

E trova la sua motivazione, infine, l’inserimento del caffè in una delle torri del padiglione elvetico.

Quattro torri riempite con quattro alimenti, che i consumatori/visitatori potevano prendere gratuitamente; man mano che le torri si svuotano, si modificava la struttura interna del padiglione, rendendo visibile il vuoto dall’esterno. Sulla facciata frontale, una grande scritta: “Ce n’è per tutti?”. Il significato evidente era quello di stimolare la riflessione su un utilizzo ‘responsabile’ del cibo: di quanto ne hai bisogno, quanto ne vuoi consumare, quanto ne resterà per gli altri, per chi arriva dopo, per chi non può essere qui a prenderselo? Acqua, sale, mele, caffè i quattro alimenti inseriti nelle torri. Nell’ottica di bene necessario, perfetti i primi due – sale, in molti Paesi, significa ancora conservazione del cibo –; singolare il terzo, ma giustificato ufficialmente dall’essere un prodotto agro-alimentare elvetico; totalmente insensato il quarto. A meno di non cambiare la chiave interpretativa: il marchio Nescafé, azienda della multinazionale svizzera Nestlè, invadeva ogni parete e firmava un bar davanti al padiglione stesso.

Alla Svizzera va indubbiamente il primato di miglior spettacolo di Expo. E allora?, quanto caffè c’è per tutti?

25 dicembre 2015

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A Natale puoi diventare un hacker a tua insaputa!

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ghemo-hacktratto da http://www.infoaut.org

Cosa dice quella canzoncina di Natale utilizzata in diverse pubblicità pre-festive?

Ah sì: “A natale puoi fare quello che non puoi fare mai”.

E pare che questo clima natalizio abbia contagiato anche l'ufficio DIGOS di Cremona e la Procura di Brescia che ieri hanno notificato a Michele, militante del CSA Dordoni di Cremona, un interrogatorio di fronte al Pubblico Ministero che ha aperto delle indagini sul suo conto in quanto membro di Anonymous.

C'è “solo” un "piccolo" problemino: Il pericoloso hacker, con alquanto dubbie capacità informatiche, ha scoperto nel momento della notifica di essere membro del sodalizio di anonimi attivisti che agiscono nella rete.

Così ha commentato sul suo profilo facebook:

Sono un hacker di Anonymous e non lo sapevo.
Oggi, grazie alla Procura di Brescia, ho scoperto che il sottoscritto "in concorso con altre altre persone rimaste sconosciute e appartenenti al sodalizio Anonymous si introduceva abusivamente [...] nel sistema informatico e telematico protetto del tribunale di Cremona determinandone l'oscuramento e la temporanea interruzione"
A breve avrò un interrogatorio con il Pubblico Ministero titolare delle indagini.
Il problema ora è questo: dopo che mi hanno dipinto come uno che hackera il sito del tribunale di Cremona io cosa vado a dirgli?
Che so a malapena utilizzare excel?
O che il mio rapporto con la tecnologia informatica è così complicato che la cosa più difficile che ho fatto è stato finire pokemon rosso sul game boy color quando ero bambino?
O che non so masterizzare alla mia ragazza un CD che vorrebbe ascoltare in macchina?

A Natale, evidentemente, puoi diventare un hacker anche se non le sei stato mai!

23 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Dicembre 2015 15:33

L'imperialismo italiano in concreto: il caso Eni

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Redazione, Il Corsera del 10 dicembre intervista Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni. L’intervista è riportata nelle pagine economiche del quotidiano milanese, dove piccoli e grandi investitori si informano per far […]

tratto da http://www.operaicontro.it/

Il Corsera del 10 dicembre intervista Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni. L’intervista è riportata nelle pagine economiche del quotidiano milanese, dove piccoli e grandi investitori si informano per far rendere i loro capitali. Descalzi, come a.d. del 6° gruppo petrolifero mondiale, ha il compito di garantire profitti e la loro eventuale distribuzione sotto forma di dividendi o interessi sulle obbligazioni del gruppo. Ma l’intervista, si capisce subito, verte su ben altro che prezzo delle azioni e petrolio, o meglio, come dice il giornalista

“Per Claudio Descalzi, numero uno dell’Eni, e per i suoi colleghi petrolieri trovarsi a capo di uno dei big mondiali dell’energia non è facile. Si deve «sapere» di petrolio ma ci si deve anche muovere tra strategie di nazioni non semplici. … per decrittare le spinte contrastanti di un’Arabia Saudita o un Iran si finisce per forza di cose a occuparsi di conti economici ma anche di politica estera”.

E così, neanche fosse un ministro degli esteri, il nostro ingegner Descalzi ci racconta delle sue relazioni internazionali e che per esempio ha

“avuto proprio nei giorni scorsi colloqui con il presidente egiziano Al Sisi, con quello cipriota Nicos Anastasiades, con Ben Netanyahu”.

Il tutto per il nobile scopo di rifornire l’Europa, che non possiede né gas né petrolio, attraverso non solo i giacimenti a Est e a Nord, ma anche quelli a Sud, dal Medio oriente, dall’Africa.

E così il giornalista “illuminato” gli pone la domanda.

Un altro sogno possibile? L’Italia come forza stabilizzatrice nel Nord Africa?

E il Descalzi “filantropo”, felice della domanda, risponde:

«Negli ultimi due anni si è fatto molto più di quanto sia apparso. Eravamo da soli a parlare della necessità di stabilizzare la Libia per stabilizzare il Medio Oriente e persino l’Africa. … Renzi e il ministro Gentiloni sono riusciti a far capire che per stabilizzare Siria e Iraq è necessario che ciò avvenga anche con la Libia e viceversa. Non era così scontato».

Eccola qua spiegata la politica estera italiana i suoi contingenti militari all’estero, l’interessamento alle vicende in Libia e in generale in Africa e Medio Oriente, in una parola l’imperialismo italiano. Imperialismo in tutta la sua concretezza, esattamente come nel 1902 lo denunciava Hobson, un liberale britannico, di cui riportiamo in allegato un paio di pagine. Oggi ritroviamo descritta in quelle pagine, a più di 100 anni di “capitalismo moderno”, “democratico” e “miglior dei mondi possibile”, le stesse azioni e le stesse ragioni che spinsero il capitalismo del ‘900, e oggi l’Eni e il governo italiano.

R.P., 21 dicembre 2015

Hobson-p1

Hobson-p2

da A. Hobson, L’imperialismo, pubblicato per la prima volta nel 1902

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Chi fornisce internet all'Isis?

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L'Isis utilizza internet e i social network per scopi propagandistici in modo efficace. Finora nessuno lo ha saputo fare così bene. Ma chi permette che questo avvenga?
 
Chi fornisce internet all'Isis?

Miliziani dell'Isis in una scena di propaganda.

di Nicolai Kwasniewski - tratto da http://www.tpi.it/mondo/siria/chi-fonrisce-internet-isis-propaganda

Nessuna organizzazione terroristica utilizza la rete internet per farsi propaganda in maniera più efficace dell’Isis. Ma come può essere in grado di farlo, considerato che il gruppo è attivo in una regione in cui le infrastrutture di telecomunicazione sono state per la maggior parte distrutte?

La risposta a questa domanda è estremamente problematica per l’Europa, considerando il fatto che sarebbero proprio alcune compagnie europee a garantire l’accesso dell’Isis alle piattaforme che utilizza per fare propaganda.

Ancora non è certo se queste aziende lo facciano in maniera consapevole, ma i documenti ottenuti dallo Spiegel online mostrano che le compagnie ne potrebbero tranquillamente essere a conoscenza. Gli stessi documenti provano che le aziende potrebbero senza alcuno sforzo impedire l’utilizzo della rete al sedicente Stato islamico.

Se sei in Siria o Iraq e hai bisogno di collegarti a internet, puoi acquistare le tecnologie necessarie nella provincia di Hatay, un angolo di Turchia tra il Mediterraneo e il confine siriano.

Nella zona dei bazar della città turca di Antiochia, al confine con il nordovest della Siria, i venditori ambulanti hanno tutto, dalle scope, alle spezie, ai melograni, agli abiti da sposa, fino ai forni, i letti e tutti i tipi di oggetti elettronici.

Antiochia è stata per migliaia di anni lo snodo di diverse vie di commercio e le mercanzie continuano ad arrivare nella regione quotidianamente.

Migliaia di ripetitori sono stati installati in tutta l’area per consentire l’accesso degli utenti a internet tramite il satellite. Al posto della connessione via cavo, basta essere in possesso di un modem e di una parabola in grado di trasmettere e ricevere dal satellite. Il risultato è una linea veloce, che scarica a 22 e trasmette a 6 megabyte al secondo.

Accedere a internet dal satellite è molto semplice, ma è anche costoso. Oggi in Siria la strumentazione necessaria costa all’incirca 460 euro. Inoltre le tariffe di navigazione si aggirano intorno ai 450 euro per sei mesi e consistono in un piccolo pacchetto dati che l’utente riceve via email.

Una benedizione

La tecnologia è una vera e propria benedizione per le persone che vivono nelle aree rurali che mancano di infrastrutture. Consente loro di mantenere i contatti con amici, familiari e il resto del mondo tramite email, Facebook e Instagram, oltre a consentire l’accesso ai servizi di intrattenimento e di informazione.

Per i membri dell’opposizione politica in ogni paese e gli attivisti che lavorano in stati non democratici, internet è il mezzo di comunicazione più potente. Anche i servizi umanitari utilizzano il web con accesso satellitare per coordinare il proprio lavoro.

Il problema è che anche le organizzazioni terroristiche si affidano alla tecnologia per connettersi alla rete internet dai luoghi della terra più remoti o dalle regioni senza infrastrutture, e questo fornisce loro i mezzi per diffondere la propria propaganda, oltre che per lo scambio di informazioni utile a pianificare nuovi attacchi.

Ad Antiochia la domanda di tecnologie satellitari al di là del confine ha creato un boom nel commercio. Due dei numerosi fornitori di rete della zona hanno dichiarato di avere ciascuno circa 2.500 utenti siriani da cui ricavano proventi pari a 100mila dollari al mese.

Quando viene chiesto loro a chi stiano specificatamente vendendo la strumentazione e i servizi, la risposta è sempre cauta: trattano solo con partner commerciali e non conoscono i clienti finali.

Si tratta di un’affermazione plausibile, in definitiva. In teoria, chiunque abbia il denaro necessario per acquistare e installare una parabola satellitare ha la possibilità di accedere a internet.

Ma nelle regioni controllate dall’Isis, il sedicente Stato islamico esercita uno stretto controllo sull’accesso al web. Gli attivisti di Aleppo24 e DeirEzzor24 hanno spiegato a Spiegel online che - nelle città con una forte presenza di miliziani dell'Isis come Raqqa o Deir al-Zor - solamente ai tecnici che hanno giurato fedeltà al gruppo terrorista è permesso installare parabole satellitari.

I leader dell’Isis, conosciuti come emiri, stabiliscono se consentire o meno ai privati cittadini di disporre della rete internet. In alcune regioni, alcune zone di varie regioni sono state completamente isolate.

L’accesso al web è riservato agli sportelli per il cambio valuta, agli internet café e ad alcune aree che dispongono addirittura di wi-fi. Ma l’accesso a internet è assolutamente vietato senza il permesso da parte dell’Isis.

Gli attivisti siriani denunciano che in quelle zone le parabole satellitari sono installate ovunque, dai tetti dei centri media dell’Isis fino a quelli delle case private dei membri della milizia terrorista. Senza questo tipo di strumentazione, il sedicente Stato islamico rimarrebbe completamente tagliato fuori dal mondo.

Un business redditizio

La maggior parte delle parabole satellitari vendute in Medio oriente passa da Rotterdam, il terzo porto più importante al mondo. È da qui che la tecnologia satellitare e i modem arrivano in Europa. La maggior parte dei produttori si trova nell’estremo Oriente, mentre le compagnie clienti hanno sede a Parigi, Londra e in Lussemburgo. 

Diverse compagnie di distribuzione sono coinvolte nella catena di vendita delle tecnologie necessarie per ottenere l’accesso satellitare a internet. In cima a questa catena ci sono i principali operatori satellitari europei, capeggiati dalla Eutelsat francese, dall’Avanti Communications britannica e dalla SES lussemburghese. Tra i più importanti marchi ci sono Hughes di Avanti e soprattutto Tooway di Eutelsat.

La compagnia francese domina questo business da anni e offre una copertura satellitare globale quasi del tutto completa.

Sono poi le imprese di distribuzione a comprare i servizi e la copertura satellitare dalle grandi compagnie e rivenderli ad aziende o privati. Queste aziende lavorano con altre compagnie come la Sat Internet Services tedesca che ha sede nella città di Neustadt am Rübenberge, in Germania.

È un business remunerativo per l’amministratore delegato della compagnia Victor Kühne, che ha esteso la distribuzione alla Turchia, qualche anno fa. Il suo problema è: il mercato della distribuzione satellitare della rete internet nell’Unione europea è quasi del tutto saturo a causa della copertura fornita dai broadcast standard presenti nel continente. 

Anche le vendite in Turchia sono rallentate perché le connessioni satellitari sono molto più costose di quelle tradizionali. 

Gli operatori satellitari non forniscono dati in relazione al numero dei propri clienti, ma ci sono delle evidenze a riguardo. In Turchia, per esempio, le persone che desiderano avere accesso a internet tramite le parabole satellitari devono registrarsi presso l’agenzia governativa di telecomunicazione BTK. Secondo i dati più recenti forniti dalla BTK, nei primi tre mesi del 2015, erano 11mila gli utenti registrati per l’utilizzo della rete internet satellitare in Turchia, solo 500 in più rispetto all’anno precedente.   

Ma durante il 2013 e il 2014, la Sat Internet Services ha esportato più di 6mila parabole in Turchia, come mostrano i documenti della compagnia ottenuti da Spiegel online. È quindi probabile che la maggior parte delle parabole trasportate non sia rimasta in Turchia e sia invece stata trasportata in Siria. Il mercato siriano può essere molto promettente per le compagnie che vendono i servizi satellitari perché non c’è alcuna alternativa alla rete diffusa tramite le parabole, quindi possono essere fissati prezzi molto più alti che altrove. 

Quello che le aziende potrebbero sapere o sanno

È molto improbabile che queste aziende stiano deliberatamente provando ad aiutare o supportare l’Isis e non è chiaro se siano a conoscenza di quali potrebbero essere i destinatari ultimi dei servizi che forniscono. Una fonte che ha osservato le vendite ad Antiochia descrive alcune delle transazioni, dicendo che alcuni uomini con la barba e le infradito frequentano spesso il negozio della città.

Queste persone ordinano dozzine di parabole satellitari alla volta pagando in contanti e acquistano anche strumentazioni utili alla comunicazione di ampio raggio via radio. 

Sarebbe dunque questa la prova che l’Isis utilizza intermediari per comprare le parabole in Turchia?

Lo Spiegel online ha contattato tutte le aziende coinvolte, sollecitandole a commentare questi fatti, ma ha ottenuto risposta soltanto da SES ed Eutelsat.

I portavoce della lussemburghese SES hanno affermato di vendere i propri servizi unicamente a intermediari commerciali e non agli utenti finali, e di non essere a conoscenza di utenti nelle aree della Siria controllate dal sedicente Stato islamico. La compagnia ha affermato che se mai si dovesse scoprire qualcosa del genere, utilizzerebbe tutti i mezzi a propria disposizione per bloccare immediatamente gli accessi alla rete.

I responsabili di Eutelsat, invece, non hanno escluso la possibilità che le strumentazioni vengano usate a scopo illecito, dato che i moderni terminali satellitari sono molto piccoli, compatti e facilmente trasportabili. La compagnia ha comunque precisato che nessuna delle aziende che acquistano i suoi servizi ha sede in Siria e che Eutelsat non ha alcun contatto diretto con i clienti finali.

I legali della compagnia Avanti hanno riferito di saper poco riguardo a questi dati e hanno riferito di non poter rilasciare dichirazioni alla stampa. Le modalità di lavoro dell’azienda, comunque, non sembrano differenti da quelle della SES e di Eutelsat.

Di sicuro la maggior parte delle informazioni si perde nella lunga catena di distribuzione. Secondo le compagnie, quando un commerciante di Antiochia o della città siriana di Aleppo conclude una vendita, non è possibile determinare quale sia l’azienda che ha fatto sì che i servizi fossero stai trasportati dall’Europa alla Turchia.

Ma è vero? Gli operatori satellitari e i loro partner, nel processo della distribuzione, generalmente possono determinare in che località vengono utilizzati i servizi che stanno offrendo. Quando le parabole vengono installate e si effettua il primo accesso a internet, all’utente viene chiesto di fornire le proprie coordinate GPS. Se vengono comunicati dati falsi, la connessione diventa impossibile o la potenza della rete viene ridotta considerevolmente. 

I dati dei GPS raccolti dallo Spiegel online mostrano con chiarezza come effettivamente tra il 2014 e il 2015 molte parabole sono state installate proprio nel territorio controllato dal sedicente Stato islamico.

Diverse parabole vengono utilizzate ad Aleppo, la seconda città della Siria, che non è completamente sotto l’egida dell'Isis, ma altre sono state installate in luoghi come Raqqa, la capitale de facto del sedicente Stato islamico in Siria, al-Bab, Deir al-Zor, fino ai territori sul fiume Eufrate che portano verso l’Iraq e la città occupata di Mosul.

Perché le compagnie non stanno facendo nulla per eliminare questo problema?

Visti gli alti costi di investimento necessari per ottenere le infrastrutture, gli operatori satellitari cercano di ottenere più clienti possibili in poco tempo. Nonostante la maggior parte delle aziende non diffonda il proprio bilancio, gli analisti industriali sostengono che costruire un satellite e lanciarlo in orbita costi all’incirca 300-400 milioni di euro.

Inoltre, anche rendere operativo il satellite ha un suo prezzo. C’è un ulteriore fattore da considerare: il tempo di vita medio di un satellite è di soli 15 anni, quindi i soldi spesi nell’investimento devono essere recuperati più in fretta possibile.

Questo spiegherebbe perché alcuni operatori satellitari potrebbero ritenere accettabile fornire le infrastrutture necessarie a comunicare, fare propaganda e pianificare possibili attacchi a un gruppo terroristico?

Per gli operatori satellitari è relativamente semplice interrompere l’accesso ai servizi agli utenti.

Usando il portale web OSS, basta un click per rimuovere un cliente della rete. Inoltre, nel caso si nutrissero dei sospetti su alcuni utenti, gli operatori potrebbero verificare il tipo di dati che viene trasmesso o ricevuto attraverso il satellite.

Può darsi che le compagnie vogliano semplicemente utilizzare le proprie tecnologie per accrescere la ricezione delle stazioni televisive, così come recentemente dichiarato dall’amministratore delegato di Eutelsat Michel de Rosen a Spiegel Tv.

Oppure le aziende vogliono invece solo raggiungere i propri obiettivi di vendita senza verificare precisamente chi sta utilizzando i servizi che offrono.

Probabilmente le compagnie sanno perfettamente chi sta usufruendo della rete e trasmettono le informazioni che ricevono ai servizi segreti, visto che quando è stata fatta loro questa domanda, sia le aziende che i servizi segreti si sono rifiutati di rispondere.

Questo però significherebbe che il sedicente Stato islamico sta continuando a crescere, nonostante i servizi segreti da anni dispongano di indicazioni precise in questo senso.

In definitiva non sarebbe difficile per i servizi segreti entrare nella rete, soprattutto dato che le stazioni di terra usate per alimentare i segnali satellitari sono situate in paesi europei come Cipro (per Avanti) e l’Italia (Eutelsat).

Se dovessero risultare connessioni esistenti tra Eutelsat e la Siria, la questione potrebbe rivelarsi particolarmente sconveniente per il governo francese che detiene indirettamente una quota del 26 per cento delle azioni dell’operatore satellitare tramite la banca Caisse des Dépôts, di proprietà statale.

L'articolo è stato originariamente pubblicato qui (traduzione a cura di Diana Maltagliati)

15 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Dicembre 2015 12:26

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