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COMUNICAZIONE E MEDIA

Usa: l’Fbi contro la crittografia

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Mario Lombardo - tratto da http://www.altrenotizie.org

I recenti episodi di terrorismo in Francia e negli Stati Uniti hanno rianimato un dibattito di cui non si sentiva la necessità sui rischi presumibilmente connessi alle comunicazioni criptate degli utenti privati che utilizzano dispositivi elettronici. Negli USA, in particolare, esponenti politici e dell’apparato della sicurezza nazionale stanno in questi giorni chiedendo a gran voce iniziative legali che consentano alle autorità di penetrare questi sistemi utilizzati da molte aziende tecnologiche per garantire la sicurezza e la privacy dei loro clienti.Già dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, qualche voce all’interno del governo americano aveva preso di mira i sistemi di crittografia, accusati di facilitare le comunicazioni tra terroristi pur senza alcuna prova concreta in relazione agli autori della strage nella capitale francese.

Il direttore dell’FBI, James Comey, era stato in quell’occasione tra i più fermi sostenitori della necessità di dotare l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli strumenti legali per accedere alle comunicazioni criptate degli utenti privati.

Il sistema definito in inglese “End-to-end encryption” (E2EE) garantisce la sicurezza delle comunicazioni attraverso la rete internet tra due dispositivi, impedendo che i dati scambiati vengano intercettati da terzi. In questo modo, i dati inviati da un utente vengono appunto criptati e possono essere decodificati solo dal dispositivo che li riceve.

La chiave per accedere alle comunicazioni è normalmente sconosciuta anche ai provider dei servizi di rete e ai realizzatori delle applicazioni. I sistemi di crittografia sono previsti su molti modelli di smartphone ormai da qualche tempo, in particolare dopo le rivelazioni sugli abusi della NSA da parte di Edward Snowden, e garantiscono livelli di privacy variabile.

Il numero uno dell’FBI ha comunque sfruttato anche il recente attentato di San Bernardino, in California, per tornare all’attacco della crittografia. Nel corso di un’audizione davanti alla commissione Giustizia del Senato USA, mercoledì Comey ha definito “utile” un intervento del Congresso di Washington su tale questione.

Per il capo del “Bureau”, sarebbe vitale nella guerra al terrore avere accesso alle comunicazioni codificate, sia pure dietro mandato di un tribunale. Comey ha citato poi discussioni che egli stesso avrebbe avuto con i vertici di alcune compagnie tecnologiche, giungendo alla conclusione che la scelta di queste ultime di dotare i propri dispositivi con questi sistemi non risponde a uno scrupolo per la privacy degli utenti ma ha a che fare piuttosto con ragioni di “business”. Per l’FBI, insomma, le aziende dovrebbero accogliere le richieste provenienti dal governo e convincersi dell’opportunità di realizzare sistemi di crittografia accessibili.

Comey ha ricordato infatti che molte compagnie operano già secondo le indicazioni delle autorità, con sistemi cioè penetrabili in presenza di un mandato emesso da un giudice. Significativamente, lo stesso direttore dell’FBI ha aggiunto che fino a dodici mesi fa non vi era particolare interesse tra gli acquirenti a scegliere un dispositivo che garantisse la privacy totale. Il cambiamento di attitudine di molti è avvenuto proprio in seguito alle rivelazioni di Snowden sui rischi per la privacy nelle comunicazioni elettroniche.

L’insistenza con cui viene chiesto un giro di vite sulla crittografia è la conseguenza del fatto che questo sistema è uno degli ultimi baluardi rimasti, e facilmente ottenibile, per la difesa del diritto alla riservatezza dei cittadini. L’esistenza di un buco nero nel quale agenzie governative come la NSA non possono penetrare per controllare le comunicazioni risulta perciò intollerabile.Nel tentativo di creare un clima di emergenza, come se la presenza dei sistemi E2EE sui dispositivi elettronici assicurasse l’organizzazione continua di trame terroristiche al di fuori dei radar delle autorità, pur senza presentare alcuna prova Comey ha citato un esempio concreto della possibile interferenza della crittografia su un’indagine dell’FBI.

Il caso sarebbe stato quello dello scorso maggio a Garland, nel Texas, quando due uomini armati attaccarono un sito espositivo dove era in corso una provocatoria mostra con immagini del profeta Muhammad. Secondo Comey, poco prima dei fatti uno dei due attentatori aveva “scambiato 109 messaggi con un terrorista all’estero”, il cui contenuto rimase off-limit per le forze di polizia.Come ha ricordato la testata on-line The Intercept, in realtà, l’FBI teneva sotto sorveglianza da tempo uno dei due uomini e, anche con gli strumenti a disposizione, era venuto a conoscenza dei piani terroristici. L’FBI sostenne di avere avvertito la polizia della città di Garland circa la minaccia imminente, anche se quest’ultima avrebbe poi negato di essere stata allertata dai federali.

Nel recente attacco di San Bernardino non è in ogni caso chiaro se i due attentatori abbiano utilizzato un sistema di codifica sui propri dispositivi per organizzare la strage. Ciò non ha però impedito a Comey di indicare la crittografia come un ostacolo nella lotta al terrorismo.

Prevedibilmente, nemmeno i senatori della commissione Giustizia hanno mostrato qualche scrupolo per il diritto alla privacy dei cittadini. Anzi, molti di essi hanno riconosciuto la presunta minaccia e prospettato iniziative di legge per il prossimo futuro.

La ex presidente della commissione del Senato per i Servizi Segreti, la democratica Dianne Feinstein, ha affermato che, “se c’è un complotto in atto tra sospetti terroristi che usano dispositivi criptati”, le loro comunicazioni codificate “devono poter essere penetrate”. Per il falco repubblicano John McCain, invece, dopo i fatti di Parigi - nei quali, come già spiegato, non è stata raccolta nessuna prova sull’uso da parte degli attentatori di sistemi di comunicazione criptati - “lo status quo non è più sostenibile”.

Alla Casa Bianca, per il momento, sembra prevalere una certa prudenza, anche se dal Dipartimento di Giustizia già qualche mese fa si era detto che, in qualche modo, sarebbe stato “necessario” costringere le compagnie tecnologiche a piegarsi sulla questione della crittografia.

L’atteggiamento dell’amministrazione Obama potrebbe riflettere lo scarso entusiasmo diffuso tra queste aziende per una modifica dell’attuale sistema. Dopo le rivelazioni di Snowden c’è infatti maggiore consapevolezza tra gli utenti americani circa i rischi per la loro privacy e un passo indietro da parte delle maggiori compagnie su pressioni del governo potrebbe provocare contraccolpi negativi per gli affari.

Molti esperti, infine, fanno notare come un allentamento della sicurezza per consentire al governo di intercettare le comunicazioni criptate potrebbe far aumentare il rischio che queste stesse comunicazioni possano essere esposte ad attacchi non autorizzati, favorendo il rischio del furto di dati o di violazione della privacy.

11 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Dicembre 2015 13:00

La criminalità vera è ai vertici delle banche

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La criminalità vera è ai vertici delle banche

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Non è facile trovare su un giornale un articolo così tranchant nei confronti dei poveri disgraziati che hanno accettato di trasformare i propri soldi sul conto corrente in “obbligazioni subordinate” delle quattro banche salvate dal governo, perdendo tutto.

Poi si guarda meglio, si vede che il giornale in questione è La Stampa – organi di casa Fiat, con grandi punti di contatto con IntesaSanPaolo – e ci si rende conto che questo articolo è una difesa a spada tratta del diritto di una banca a prendere per i fondelli i propri clienti.

Sul caso ci siamo già espressi, e se fossimo dei cretini potremmo limitarci a dire – come fa mr. Manacorda - “v'è piaciuto giocare con la finanza? Ben vi sta”.

Cos'è che non funziona in una posizione del genere? In primo luogo il fatto che accetta tutti i presupposti fasulli che il capitale stesso propone. Ossia che tutti i soggetti in campo siano sullo stesso piano, possiedano tutte le informazioni indispensabili e agiscano dunque nella piena consapevolezza dei propri interessi e dei relativi rischi.

Basta guardare i protagonisti della vicenda per capire che così non è mai, né in questo caso, né in altri. In cima a tutti stanno i dirigenti delle banche, gli stessi che le hanno fatte fallire concedendo a se stessi e a pochi altri clienti “pregiati” prestiti milionari trasformatisi in “sofferenze”, insomma soldi che non tornano indietro. Costoro hanno deciso freddamente di “promuovere” presso tutti i correntisti la trasformazione dei liquidi in obbligazioni emesse dalla stessa banca. Prima in obbligazioni ordinarie, poi – al rinnovo – in obbligazioni subordinate, ovvero rimborsabili solo eventualmente, dopo aver soddisfatto altri soggetti con diritti superiori. Un po' come avviene nei fallimenti, dove si usa distinguere tra creditori privilegiati e “chirografari”. I primi ricevono qualcosa dalla svendita degli asset, i secondi – in genere – nulla.

In mezzo ci sono gli impiegati della banca, quelli che hanno ricevuto un incentivo monetario – tanto più appetibile dopo il sostanziale blocco degli aumenti contrattuali in atto da quasi un decennio – per suggerire ai clienti “la dritta” giusta, presentando l'investimento in termini assolutamente sicuri, con guadagni facili.

Sotto a tutti, come si dice in borsa, il “parco buoi”. Ossia persone di cultura e competenza diversissima, dal piccolo commerciante al pensionato ottuagenario, attirati con la promessa verbale di piccole cedole annuali. Ovvio che nel parco buoi ci sia qualcuno che ha gli strumenti per comprendere cosa sia un'obbligazione subordinata, mentre la maggior parte in questi casi sente parlare una lingua aliena.

Ma in ogni caso tra i tre livelli non c'è alcuna parità. Nè formale, né – tantomeno – sostanziale. Diciamo che siamo al limite, ed oltre, della circonvenzione di incapace.

Dunque i dirigenti di tutte le banche che abbiano rifilato ai correntisti le proprie obbligazioni – è prassi comune, generalizzata, non tipica di quelle quattro banche – andrebbero perseguiti penalmente, espropriati di ogni avere per rimborsare almeno in parte i turlupinati (capiamo che questo ridurrebbe di molto il patrimonio futuro di Maria Elena Boschi, il cui padre era vicepresidente di Banca Etruria, ma ci sembra che possa reggere la botta, no?).

Non arriva a tanto Jonathan Hill, commissario Ue ai servizi finanziari, ma ci si è avvicinato dicendo che quelle banche "hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano". E non sembra una approvazione della formula del "salvataggio" scelta dal governo Renzi...

Se un intero sistema bancario è arrivato al punto di saccheggiare i conti correnti dei clienti, vuol dire che siamo un po' oltre i crimini ordinari delle banche. E che tutti i discorsi sulla “solidità” del sistema stesso, così come quelli che considerano i piccoli risparmiatori alla pari con i dirigenti delle banche, sono propaganda da rapinatori.

***

Sul Bianco in ciabatte: è giusto salvare gli investitori che hanno perso i soldi?

FRANCESCO MANACORDA

Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in unsalvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato?

Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?

Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che a rendimenti maggiori corrispondono - senza eccezioni - rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o - peggio ancora - false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.

La tragica notizia di un pensionato di Civitavecchia  che si sarebbe suicidato proprio per una perdita di centomila euro in obbligazioni subordinate di Banca Etruria sembrerebbe confermare che siamo di fronte a una sorta di darwinismo economico: chi se la cava di fronte al linguaggio spesso cifrato dei contratti bancari sopravvive; chi resta in trappola, magari per mancanza di cultura finanziaria, soccombe.

Ma muoversi sull’onda di questa emozione sarebbe un errore. I cittadini vanno considerati come adulti responsabili, che eventualmente vanno tutelati prima degli incidenti di percorso attraverso regole uguali per tutti; non poveri incapaci da soccorrere dopo gli incidenti, con soluzioni inevitabilmente discrezionali e destinate a creare nuove discriminazioni. Se venissero rimborsati in parte gli obbligazionisti delle quattro banche affondate - i primi che hanno provato sulla loro pelle le nuove regole sui salvataggi bancari, che sia a livello europeo sia a livello italiano sono state approvate in molti casi dagli stessi politici che oggi gridano allo scandalo - perché non dovrebbero essere aiutati altri investitori in difficoltà?

E poi il paternalismo governativo rischia di alimentare i peggiori sospetti: ci sarebbe stata tanta solerzia di dichiarazioni ministeriali se invece degli obbligazionisti di banche marchigiane e aretine - zone ad alta concentrazione di elettori Pd - lo scivolone finanziario avesse colpito ad esempio i leghisti veneti coinvolti in un qualche tragicomico esperimento bancario modello Credieuronord?

Se gli investitori hanno le loro responsabilità, questo non vuol dire però che le banche ne siano esenti. Se è vero che la maggior parte degli istituti stanno attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche potenzialmente tossici, è anche vero che chiunque abbia un amico o parente bancario sa che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari. Evitare possibili conflitti d’interesse rischia di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono appunto le obbligazioni subordinate. Per questo ieri la Banca d’Italia ha proposto che questo tipo di prodotti non possa più essere venduto ai clienti privati. E per questo bisognerebbe forse pensare che se per alcune banche è così difficile resistere alla sirena del conflitto d’interessi, allora si debbano prendere per tutti misure anche più drastiche, come il divieto di vendere obbligazioni proprie ai correntisti. Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia.

11 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Dicembre 2015 12:59

Sono finiti i giochi

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Sono finiti i giochi

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Verranno potenziati i sistemi di intercettazione su tutti i sistemi di comunicazione e scambio. Non solo telefonini e computer ma anche le chat legate ad altri programmi come, ad esempio, quelli per scaricare musica e addirittura le play station. Ad affermarlo è stato il, fino ad ora, soporifero ministro della Giustizia, Andrea Orlando, al termine del vertice di ieri al ministero di via Arenula convocato per individuare nuove misure per la prevenzione e il contrasto del terrorismo.

Le parole del ministro, oltre alle chat, indicano quegli strumenti tecnologici che non sono nati con un ruolo nella comunicazione ma permettono ugualmente agli utenti di entrare in contatto diretto, magari per giocare insieme online. Nessuno fino ad ora ha mostrato le prove che gli jiahdisti abbiano utilizzato ad esempio le PlayStation per comunicare tra loro. Ma, sostengono i fautori del controllo totale, non c'è nemmeno la sicurezza che uno scenario del genere non sia verosimile, viste le ampie possibilità comunicative offerte dai videogame attuali, e non solo sulle PlayStation.

A tale scopo sono stati convocati gli esperti della Sony, che in merito hanno risposto pubblicamente al premier belga dopo gli attentati di Parigi. Si tratterebbe delle comunicazioni "in-game", quelle che avvengono all'interno dei giochi online, dove più giocatori si riuniscono e possono comunicare per scritto ma anche - e soprattutto - a voce e in video, privatamente e pubblicamente, verbalmente o con linguaggi visuali. In eventi-partite collettive non necessariamente aperte al pubblico ma destinate a utenti selezionati.

La Sony ha dichiarato di voler incoraggiare gli utenti e le aziende di videogame a segnalare comportamenti sospetti alle autorità competenti. E qui si può aprire una valanga pericolosa. Saranno qualche milione i ragazzini, gli adolescenti e i “giuggioloni” che giocano con la playstation, spesso in partite collegate online con i loro amici o utenti ad hoc per quella partita o quel torneo. I giochi della playstation sono spessissimo videogame “bellicosi” e bellicisti, l’elenco sarebbe lungo. Basti pensare ad Assassin's Creed, il quale prende spunto proprio dalla storia vera della setta del “vecchio della montagna” che, proprio nel Medio Oriente del Medioevo, inviava i suoi sicari, spesso con azioni suicide, ad uccidere emiri, sultani, o personalità musulmane ritenute “apostate”. Curiosamente la “setta degli assassini” colpiva gli altri musulmani più che i principi europei che si erano insediati in Medio Oriente a seguito delle crociate. Un po’ come teorizza e pratica l’Isis, il quale ha scatenato una guerra contro gli islamici apostati (gli sciiti soprattutto) ed ha fatto più vittime tra i musulmani che in Francia.

Assisteremo dunque a incursioni dei Nocs o dei Ros nelle nostre abitazioni dove magari i nostri figli si stanno scambiando frasi o scenari sospetti mentre giocano alla playstation?

Si impongono a questo punto veri e propri summit di famiglia per stabilire regole di linguaggio e di comportamento che non suscitino insidiosi e inquietanti sospetti tra gli investigatori addetti alle intercettazioni. Ancora una volta la realtà potrebbe superare la fantasia di quei film dove bambini autistici, ma versati nei numeri o incollati notte e giorno al computer, scoprono codici cifrati del Pentagono “mettendo a rischio la sicurezza nazionale”.

A rendere più reale e più a rischio i residui di democrazia nel nostro, e nei paesi europei che ripetono come un mantra la pretesa di essere i migliori portatori di valori democratici del mondo, c’è ancora una volta il quotidiano più pericoloso in circolazione: il quotidiano “liberale” per eccellenza chiamato Corriere della Sera.

Qualche mese fa invitava i giudici della Corte Costituzionale a non difendere la Costituzione perché in questo modo intralciavano l’azione di governo e incrinavano l’obbligo del pareggio di bilancio dello Stato. Oggi, con l’editoriale di Panebianco, invita i giudici a non fare i giudici ma i poliziotti, cioè a non pretendere prove di colpevolezza concrete per mandare o tenere in galera la gente.

In un solo colpo il Corriere della Sera ha risolto il problema della “riforma della giustizia” eliminando la magistratura giudicante e mantenendo solo la magistratura inquirente, quella che formula le accuse che devono poi essere sostenute nel dibattimento o nel riesame dei casi che arrivano sul tavolo dei magistrati.

E’ vero, gli jihadisti sono un pericolo perché hanno la pessima abitudine di sparare sulla gente seduta ad un bar o riunita a ballare in un concerto o in viaggio su un aereo o una metropolitana, in pratica mettendo nel mirino ognuno di noi indipendentemente dalle sue responsabilità nelle guerre scatenate negli ultimi venticinque anni dai nostri governi. Ma anche giornali come il Corriere della Sera sono pericolosi, perché mettono nel mirino tutti noi, la nostra libertà e la democrazia, a volte in nome della governance, altre in nome della sicurezza.

Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso che i liberali hanno sistematicamente prodotto nella storia, inclusa quella italiana: un regime autoritario.

2 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Dicembre 2015 23:38

Kurdistan e media italiani: ragioni di una narrazione tossica

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tratto da http://www.dinamopress.it

Perché qui in Italia quello che accade in Kurdistan viene raccontato così male? Ragioni e interessi alla base delle rappresentazioni mainstream di casa nostra

I media italiani non hanno mai raccontato correttamente la questione curda. PKK, Rojava, YPG/YPJ, restano parole difficilmente reperibili sui giornali di casa nostra. E quando le troviamo, sono fuori contesto o contribuiscono a diffondere informazioni false. Emblematica la recente liberazione della città di Sinjar: un’operazione militare congiunta tra le milizie dell’YPG/YPG, le forze Yazide e i Peshmerga, supportata dagli airstrike americani. Ma la stampa italiana ha attribuito la vittoria alle sole forze del KRG, il Governo Regionale del Kurdistan Iracheno.

Ma chi sono i Peshmerga? Semplificando, sono le forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno, attualmente governata dal Partito Democratico Curdo e dal loro leader, Mas'ud Barzani.

Barzani è un fedele alleato degli USA – a differenza dei curdi del Rojava – la sua capitale Erbil è il centro della cooperazione internazionale dell’area e sede di numerose imprese internazionali. All’improvviso, dopo l’offensiva di Daesh dello scorso anno, il termine Peshmerga è divenuto sinonimo di curdo nei nostri tg. Poco più di un anno fa, tutti i curdi erano curdi peshmerga nel mainstream italiano, anche quelli che resistevano all’Isis a centinaia di chilometri dal kurdistan iracheno. La vicenda di Sinjar dimostra che le cose non sono cambiate.

Semplice confusione? Può darsi, ma intanto nel più grande portale d’informazione italiano – Repubblica.it – la parola PKK compare, dal 1 giugno 2014 ad oggi, 67 volte; nello stesso lasso di tempo le YPG – le unità di difesa popolare dei curdi del Rojava, quelle, per intenderci, che hanno difeso la città di Kobane – 34 volte; le YPJ, loro corrispettivo femminile, 4 volte. Nello stesso lasso di tempo la parola Peshmerga compare 123 volte, nonostante in quel periodo le truppe di Barzani non fossero coinvolte in operazioni militari di particolare rilievo mediatico. La faccenda diventa ancora più divertente se chiedete al motore di ricerca di trovare tutti gli articoli che contengono assieme le parole Peshmerga e Kobane. Risultato: 40 articoli trovati. Tra questi ultimi alcuni sostengono che siano stati i Peshmerga a difendere la città di Kobane, che si trova sul confine turco-siriano e dista da Erbil più o meno quanto Milano dista da Zagabria. E in mezzo c’è il territorio del Califfato. Un centinaio di peshmerga con alcuni mezzi pesanti hanno partecipato alla liberazione di Kobane. Sono entrati passando dal territorio turco dopo circa un mese dall’inizio dell’assedio. Hanno dato una mano, ma di certo non hanno avuto un ruolo determinante. Chi ha invece sostenuto l'assedio e ottenuto la vittoria sul campo sono state le YPG, ma una ricerca incrociata YPG/Kobane produce, su Repubblica.it, solo 26 risultati.

Le ragioni

È evidente che attorno alla questione curda si sta costruendo negli ultimi anni una vera e propria narrazione tossica. Ma perché? Le ragioni sono varie.

In primo luogo c’è quella che i Wu Ming hanno definito la “cattiva coscienza italiana” nei confronti del PKK. Il rapporto tra l’Italia e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ruota attorno all’autunno del 1998, anno in cui Abdullah Öcalan arriva in Italia e chiede asilo politico al nostro paese. Massimo D’Alema è Presidente del Consiglio, alla guida di un governo di centrosinistra. Il governo italiano, sottoposto a pressioni incrociate dalla Turchia e dalla NATO, si rivela incapace di gestire una situazione così complessa e il 23 dicembre invita il leader curdo ad abbandonare il territorio nazionale. Öcalan fugge a Nairobi, dove verrà catturato dai servizi segreti turchi. Attualmente è detenuto nell’isola-prigione di Imrali, dove da aprile sta scontando l’ennesimo periodo di isolamento. Ironia della sorte, nel 1999 la magistratura italiana gli concesse l’asilo politico.

Cattiva coscienza dicevamo, da cui deriva inevitabilmente una cattiva memoria. Quel rimosso collettivo che interviene quando si rischia di incrinare la narrazione mainstream degli italiani brava gente. La brava gente, si sa, non manda il condannato tra le braccia del boia.

Esiste poi un secondo problema: quello delle fonti, delle notizie e di come vengono trattate. Raccontiamo un aneddoto: il 25 giugno l’Osservatorio Siriano per i diritti umani lancia la notizia di un nuovo attacco dell’ISIS a Kobane. Su twitter, la BBC rilancia la notizia.

Come nel gioco del telefono, prontamente l’ANSA la riprende, scrivendo sul suo sito “L’ISIS riconquista Kobane”. D’altronde, con un po’ di pepe la notizia sui social circola di più, si massimizzano le visite e a fine anno il prezzo della pubblicità sale.

Terzo problema, gli interessi italiani in Turchia. Come mostra questa scheda dell’ICE – l’Istituto per il Commercio Estero – le esportazioni italiane verso Ankara valgono, nel periodo gennaio-agosto del 2015, quasi sette miliardi di Euro e sono in crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A questo bisogna aggiungere il coinvolgimento del governo italiano e dell’ENI nel progetto di gasdotto russo Turkish Stream, che dovrebbe passare proprio per la Turchia. All’ultimo G20 Matteo Renzi ha incontrato Vladimir Putin in un bilaterale. Certo, il recente deteriorarsi delle relazioni tra Ankara e Mosca potrebbe mettere in stand-by il progetto, ma l’interesse italiano resta. C’è poi il problema dei flussi migratori, della cui regolazione la Turchia dovrebbe farsi carico, tramite la costruzione di una serie di campi profughi finanziata dall’UE in cambio di una serie di contropartite economiche e politiche. Un accordo delicato, che non deve essere viziato dall’intromissione di stampa e opinione pubblica: in questa fase tutto serve a Renzi, tranne che aprire uno scontro con il governo di Ankara.

1 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Dicembre 2015 22:16

Cosa ci fanno fumare?

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Comitato Abitanti Pigneto e Riccardo Quintili - tratto da http://www.communianet.org

Il Test è una rivista sui consumi che lavora in modo molto semplice e lineare: ogni mese sceglie una merce di largo consumo, ne acquista un po' di campioni nei mercati, li fa analizzare e ne pubblica i risultati commentandoli. E' toccato ai cereali, all'olio d'oliva, alle padelle antiaderenti.
Adesso è la volta della marijuana, un prodotto acquistato ogni giorno da milioni di persone.
I giornalisti del Test hanno campionato alcune delle maggiori piazze di spaccio in Italia tra cui quella del Pigneto.
I risultati delle analisi verranno illustrati e commentati sabato 28 alle 17 da giornalisti, parlamentari, operatori sociali e cittadini, in via Pesaro al freddo o al Cinema Aquila se Comune e Municipio -bontà loro- vorranno aprirlo per l'occasione.
L'indagine de il Test ci darà varie risposte ma ci porrà anche parecchi interrogativi. Uno possiamo formularlo già ora: siamo sicuri che le attuali politiche di contrasto al narcotraffico funzionino?
Durante l'iniziativa verrà presentato e sarà possibile iscriversi al "Pigneto Social Club", nato su iniziativa del Comitato Abitanti Pigneto per sviluppare una politica sulla liberalizzazione delle droghe leggere, la riduzione del danno, per intraprendere una strada nuova per sconfiggere le mafie e il narcotraffico che da ormai quasi tre anni hanno occupato il nostro quartiere. Un'associazione di cittadini che vuole proporre un esempio di cosa potrebbero essere i cannabis club una volta legalizzata la marijuana ovvero luoghi di consumo consapevole e sicuro, di discussione, informazione, elaborazione e realizzazione di progetti di "riduzione del danno" e di eventi territoriali, finanziati con le quote associative e le sottoscrizioni dei soci .
Comitato Abitanti Pigneto

***

La marijuana dopata e perché liberalizzare conviene
Di Riccardo Quintili*

Cosa ci fanno fumare? Se preferite – magari perché non siete tra i 4 milioni di italiani che fanno uso saltuario di marijuana – potreste domandarvi “cosa gli fanno fumare?”, magari pensando ai vostri figli o a quelli di qualcuno che conoscete. Non fa molta differenza, la domanda andrebbe rivolta assieme a molte altre a chi continua a ritenere il proibizionismo come l’unica politica contro le droghe, magari omologandole tutte: la marijuana con il crack, l’hashish con l’eroina e la cocaina. dicembre
Che questa sia una strada senza uscita lo dimostra la storia di questo mezzo secolo e la scelta che molti altri Paesi stanno facendo verso vie alternative allo spaccio clandestino.
Alla domanda, a ogni modo, abbiamo tentato di dare una risposta noi del Test, a modo nostro. Dopo esserci improvvisati anonimi acquirenti, abbiamo “fatto acquisti” nelle principali piazze di spaccio italiane e abbiamo portato la marijuana in un laboratorio specializzato in scienze forensi. I risultati delle prove, pubblicati sul numero in edicola dal 24 novembre, hanno sorpreso anche gli analisti più esperti. Per riassumerli prendiamo in prestito le parole del dottor Oscar Ghizzoni, che per il nostro giornale ha realizzato lo studio e che così ci ha descritto quanto vedeva al microscopio: «Sembrava di osservare i muscoli di un culturista che ha assunto notevoli quantità di aminoacidi e si è sottoposto a un allenamento intenso. Le foglie avevano un aspetto “pompato” quasi fosforescenti, molto grasse. Sembravano finte». Una marijuana dopata, insomma, che poco ha in comune con quella che circolava 10 o 15 anni fa. Un’erba molto potente, difficile da definire “droga leggera” con il suo contenuto del 10% di Thc.
Non solo. A prescindere dalla piazza di spaccio, l’erba era praticamente identica: chiaramente frutto di una modificazione transgenica, per farla crescere velocemente in grandi serre, illuminata 24 ore al giorno, con la stessa logica degli allevamenti industriali di galline ovaiole. Di fatto, di questo si tratta: di un’industrializzazione del mercato dove non c’è più alcuna differenziazione geografica del prodotto; che si coltivi in Albania, nel Nord Europa o in Africa del Nord i semi sono accuratamente scelti tra gli Ogm e i produttori sono costretti a utilizzarli. Una precisa scelta di mercato. Difficile non concordare con le parole del senatore Luigi Manconi: «La cannabis, come conferma l’inchiesta del Test, diventa tanto più nociva quanto più è illegale». Un ragionamento lineare che contraddice clamorosamente uno dei punti cardine della teoria proibizionista: «Chi è contrario alla legalizzazione è su questo che insiste, al punto da aver elaborato e diffuso l’argomento che “le canne non sono più quelle di una volta”», sottolinea Manconi. «Ma questa affermazione ha le gambe corte perché questa nocività non conferma le loro teorie, ma è l’esatto contrario: è il regime proibizionistico che l’ha prodotta». Manconi, insieme al sottosegretario Benedetto Della Vedova, proprio in questi giorni porterà a Montecitorio il suo disegno di legge sulla legalizzazione: dieci articoli per ridurre il mercato illegale, la spesa per la repressione (e i costi sociali immensi che ha) e i danni per la salute delle droghe leggere. Non sappiamo se alla Camera e al Senato i tempi siano maturi per un cambio radicale di politica. Di certo lo sono nel Paese.

*Riccardo Quintili è il direttore del mensile Il Test che nel numero di dicembre in edicola a partire dal 24 novembre pubblica un lungo approfondimento sulla Marijuana e i risultati dei test di cui si parla in questo articolo. Inoltre i risultati verranno presentati anche durante un evento che avrà luogo al Pigneto, una delle principali piazze di spaccio a Roma.

30 novembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Dicembre 2015 22:48

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