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CORPI E POTERE

Giustizia preventiva, Antigone chiama in causa la Corte Costituzionale: "Daspo e sorveglianze contro i diritti fondamentali"

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Giustizia preventiva, Antigone chiama in causa la Corte Costituzionale: "Daspo e sorveglianze contro i diritti fondamentali"
Per analizzare le ultime misure di prevenzione applicate in Italia a 'ultras' e attivisti politici Today.it ha intervistato Simona Filippi, difensore civico dell'associazione Antigone: “Non si possono bollare persone come pericolose solo sulla base di indizi”

roma tendatratto da Today.it, di zia preventiva, Antigone chiama in causa la Corte Costituzionale: "Daspo e sorveglianze contro i diritti fondamentali"
Daniele Nalbone


Giustizia preventiva, Antigone chiama in causa la Corte Costituzionale: "Daspo e sorveglianze contro i diritti fondamentali"

ROMA - A chiedere di accedere i fari sull'abuso che si sta facendo in Italia del ricorso alle misure di prevenzione è Simona Filippi, difensore civico di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale: “Il grande dilemma sulla giustizia preventiva è dato dal fatto che sono misure che possono essere applicate anche solo sulla base di indizi di pericolosità”. Un vulnus “che mette a rischio la tutela, garantita dalla Costituzione, della presunzione di innocenza”. In passato “sono stati fatti interventi costituzionali sul merito” e oggi “è il momento di riprendere quella strada”. Il motivo: “Di queste misure ne viene fatto un uso sempre più ampio e discutibile, come emerge dal caso che ho potuto analizzare delle sorveglianze speciali emesse a carico degli attivisti del movimento per il diritto all'abitare di Roma”. Un caso che deve far scattare più di un campanello d'allarme.

Avvocato, qual è il problema centrale in merito alle misure di prevenzione? 

Il caso di Roma dimostra come siano sufficienti degli indizi di pericolosità per limitare la libertà di una persona. Eppure è palese, come emerge dalla stessa sentenza con la quale è stata applicata la sorveglianza speciale, che non ci sia alcun fondamento per motivare tali misure: i precedenti penali richiamati a carico degli attivisti sono praticamente inesistenti, al massimo pendenti, quasi sempre archiviati. E' quindi chiaro come sia stato fatto un discorso ad hoc su delle persone che politicamente hanno deciso di esporsi e che sono state in grado di creare intorno alla loro figura un movimento che possiamo anche chiamare antagonista. Ma da qui all'indicare queste persone come pericolose ce ne passa. Ma il problema, mi preme sottolineare, è generale. E' il presupposto alla base delle misure di prevenzione, la “pericolosità”, che ci deve far paura. E' arrivato il momento di un intervento legislativo chiarificatore.

I legali degli attivisti ai quali sono state applicate le misure di prevenzione chiamano quasi sempre in causa direttamente il Parlamento. Sarebbe auspicabile che Camera e Senato prendessero in mano la questione?

Il problema centrale è la discrezionalità con la quale si possono applicare queste misure. E la discrezionalità di un questore, di un magistrato, di un giudice non fa mai bene all'ordinamento. Le misure di prevenzione, è bene ricordare, incidono in maniera pesante sulla vita delle persone. Per questo è arrivato il momento di intervenire anche con un'eccezione di costituzionalità sul merito delle misure davanti al “giudice delle leggi”, davanti alla Corte Costituzionale.

Nel caso delle misure di prevenzione, che siano Daspo, sorveglianza speciale o fogli di via, sembra di essere in una “zona grigia” del diritto tra una valutazione ancorata al sospetto di pericolosità e una valutazione giudiziale di quel sospetto. Quale strada è più percorribile per “normare” questi strumenti? 

Mancano i punti di riferimento: la legge fornisce un'elencazione troppo generica. Sicuramente mettere dei paletti può essere utile e, per farlo, si può passare attraverso il Parlamento o tramite la Corte Costituzionale. Oggi, è la storia recente a dircelo, ho più fiducia nella seconda, ma ci sono a mio avviso i termini per arrivare fino alla Corte europea per i diritti dell'uomo visto che siamo davanti a un palese caso di limitazione del diritto di libertà e di movimento della persona. E' arrivato, in poche parole, il momento di eliminare il concetto stesso di pericolosità sociale e mettere nero su bianco come le misure di prevenzione debbano essere stretta conseguenza di condanne e non, ad esempio, di denunce della polizia di Stato. Non possiamo continuare sulla strada della “miglior definizione della zona grigia”. E' arrivato il momento di uscirne, di mettere fine a simili storture del nostro ordinamento. Il motivo è chiaro: siamo arrivati al punto in cui si possono applicare delle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale in modo strumentale per arrivare a una futura condanna. Per questo dobbiamo rompere il connubio tra misure di prevenzione e indizi di pericolosità. Il rischio è quello di una deriva dei diritti fondamentali della persona e l'unico modo per scongiurarlo è far dichiarare le misure di prevenzione, per come sono usate oggi, incostituzionali soprattutto nel momento in cui si è iniziato ad applicarle per le cosiddette “attività di piazza”: considerate le problematiche in cui versa il Paese, il diritto a manifestare il proprio pensiero non può essere sacrificato sull'altare di una non meglio definita “pericolosità sociale”.

E' davvero così dirimente la questione della “pericolosità sociale”? Più volte ne hai parlato, come se il primo passo da fare sia scardinare lo stesso concetto. 

Il tema della pericolosità è sintomo della schizofrenia di una legge talmente confusa la cui interpretazione è diventata troppo ampia. Il rischio, oggi, è che sia sufficiente essere segnalato agli organi di polizia per essere bollato come “soggetto pericoloso”. In fondo, la pericolosità e la sicurezza sono due temi centrali di ogni campagna elettorale e non è un caso che non appena ci si avvicini a qualsiasi scadenza politica si torni a parlare con grande facilità di “sicurezza”. La pericolosità è diventata un tema in grado di influenzare in maniera pesante la politica e centrale per l'opinione pubblica. E' arrivato il momento di combattere i pregiudizi e finirla con questa paura delle persone “pericolose” altrimenti le conseguenze sono quelle che abbiamo appena elencato. Il rischio è mettere una croce sui diritti fondamentali della persona e fare carta straccia della Costituzione.



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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Dicembre 2016 10:55

Le donne del femminismo possibile. Le piazze globali, il 26 novembre e noi

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26n

tratto da http://www.connessioniprecarie.org

È in corso una sollevazione globale delle donne. Per lo più al di fuori dei circuiti organizzati e riconosciuti, con l’impeto improvviso della loro rabbia e delle loro aspirazioni, con una costante presenza di massa, in luoghi del mondo e in momenti distanti e diversi, le donne alzano la testa e la voce. Il 26 dicembre 2012 in India, in seguito all’ennesimo stupro di una studentessa, centinaia di migliaia di donne sono scese in piazza per far sentire il proprio urlo di protesta. A febbraio del 2014 in Spagna le donne sono insorte contro il progetto del governo di restringere drasticamente il diritto di aborto, suscitando una mobilitazione transnazionale al loro fianco. Il 3 ottobre 2016 la Polonia è stata scossa dal primo sciopero delle donne contro le politiche antiabortiste di un patriarcato neoliberale che pretende di imporre un comando assoluto sui loro corpi. Solo due settimane dopo in Argentina e in molti paesi dell’America del sud centinaia di migliaia di donne hanno imbracciato l’arma dello sciopero e si sono riversate nelle strade per far valere la loro presenza e la loro forza collettiva in seguito all’ennesimo, brutale stupro e omicidio di una ragazza che si è vista strappare il futuro da un gruppo di uomini. Proprio in queste ore in Turchia sta montando la protesta contro la proposta di legge volta a legalizzare lo stupro delle bambine attraverso il ‘matrimonio riparatore’. La violenza sessuale è l’ultima risorsa di cui dispone il patriarcato per conservare con ogni mezzo necessario l’ordine produttivo e riproduttivo della società. In modi diversi e in ogni luogo del mondo, però, le donne si stanno ribellando contro la «cultura dello stupro» che vorrebbe fare dei loro corpi e delle loro vite oggetti pienamente disponibili. Le donne stanno obbligando gli uomini a una presa di posizione chiara, mostrando che la battaglia contro il patriarcato non è una «questione femminile», ma investe l’ordine globale della società. In questo contesto globale, la manifestazione organizzata in Italia il 26 novembre è un’opportunità che va ben oltre la semplice partecipazione alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne. È l’opportunità di produrre uno schieramento a partire dalla rabbia delle donne, dalle loro aspirazioni, dal rifiuto incondizionato della violenza sessuale come espressione più estrema, eppure per niente eccezionale, del dominio patriarcale.

In questo contesto, invocare una manifestazione separatista per proteggere le donne dai maschi violenti o di alcuni che si presume siano pronti a innescare lo scontro di piazza ‒ come alcune hanno fatto in nome di un femminismo di origine controllata ‒ significa rinunciare all’ambizione di obbligare anche gli uomini a una presa di posizione contro l’ordine di cui sono i principali beneficiari, agenti e rappresentanti. Il problema non è verificare il significato storico e attuale del separatismo, ma di riconoscere la sfida globale raccolta dalle donne che il 26 novembre saranno in piazza. Eppure, mentre alcune pretendono la certificazione del femminismo d’ufficio, altre invocano la protezione delle istituzioni facendone l’unico luogo nel quale si può esprimere la piena cittadinanza delle donne. Il culto delle istituzioni e la paura dell’eventuale antagonismo della piazza ‒ che per loro a quanto pare è più rilevante dell’insubordinazione quotidiana e globale delle donne ‒ hanno così portato alcune donne ad annunciare la loro assenza dalla manifestazione del 26 novembre. Probabilmente chi ha fatto questa scelta coltiva rapporti con istituzioni diverse da quelle che hanno azzerato i fondi destinati ai centri antiviolenza e ne hanno sgomberati alcuni con la forza, istituzioni molto migliori di quelle che vogliono legalizzare lo stupro in Turchia, istituzioni più democratiche di quelle che hanno risposto coi manganelli alle migliaia di donne scese in piazza in Argentina, istituzioni più giuste di quelle che tutti i giorni, in ogni parte del mondo, mettono sul banco degli imputati le donne che denunciano una violenza subita. La rivendicazione di un’assoluta differenza e la preventiva neutralizzazione istituzionale del 26 novembre non colgono cosa è evidentemente in gioco nella lotta globale che stanno portando avanti le donne. Quella del 26 novembre non sarà una piazza ‘pura’, priva di contraddizioni, unita da un afflato femminile alla cura, alla relazione e alla non-violenza, ma sarà nondimeno una piazza che punta a coinvolgere in massa le donne per rendere visibile la guerra sessuale che viene quotidianamente combattuta contro di loro.

L’ispirata ricerca dell’autenticità femminile lascia poco spazio a conflitti e contraddizioni, quasi che avere un corpo di donna sia di per sé sufficiente a far valere una differenza politica. Le molte donne che negli Stati Uniti hanno votato Trump nonostante la sua aperta professione di fede maschilista dovrebbero però metterci in guardia contro queste illusioni naturalistiche. Noi sappiamo che non è un’impresa facile creare uno spazio di parola e visibilità per le donne che ogni giorno nelle case, per le strade, sui posti di lavoro fanno esperienza della violenza maschile o della sua costante minaccia, dello sfruttamento e dell’oppressione cui le costringe il regime transnazionale di divisione sessuale del lavoro, dell’ingiunzione al silenzio che impone sulle loro ambizioni l’ordine neoliberale con la sua pretesa di mettere a profitto i loro corpi fertili. Il risultato del percorso di organizzazione che porterà al 26 novembre non è scritto, ma quel percorso esprime l’urgenza di offrire a tutte queste donne l’occasione di una presa di parola non come vittime, non come cittadine, non come genuine portatrici di valori alternativi ricamati in qualche salotto filosofico, ma come parte attiva di una battaglia per il potere che si combatte sui loro corpi. Queste stesse donne, però, rischiano costantemente di essere messe a tacere anche da chi tratta la violenza maschile come una delle molteplici forme di violenza di genere cui ogni individuo sarebbe costantemente sottoposto per il solo fatto di avere un corpo. Benché i più avvertiti registrino la differenza tra uno stupro e la «violenza epistemica» subita da chi non si riconosce nei ruoli imposti dall’ordine eterosessuale, la definizione «violenza maschile contro le donne» non è il frutto di un arrendevole cedimento alla «matrice binaria» che regola il rapporto tra i sessi. Essa indica la continua pratica di potere che pretende di ridurre le donne a oggetti pienamente disponibili, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Non si tratta di negare l’esistenza di molteplici forme di discriminazione, né di stabilire un’equazione naturalistica tra il maschio e lo stupratore, ma di riconoscere che ogni volta che una donna è stata picchiata, stuprata e uccisa è stato un uomo a farle violenza. E questa violenza diventa una reazione tanto più feroce quanto più le donne in ogni parte del mondo, nelle più diverse condizioni, individualmente oppure in massa dimostrano di non essere disponibili a subirla docilmente. La violenza sessuale maschile non è la manifestazione contingente di un’astratta norma eterosessuale che agisce indifferentemente su tutti gli individui e che produce le loro differenze. La violenza sessuale maschile è un fatto sociale globale, l’espressione più brutale di un rapporto patriarcale di dominio che, in forme aggiornate all’ordine neoliberale, pretende di assoggettare le donne in quanto donne agli imperativi della produzione e della riproduzione sociale.

Se il 26 novembre ci offre l’opportunità di far sentire la nostra voce contro questo sistema di dominio, unendoci alla presa di parola di milioni di donne nel mondo, lo scontro che anima siti e social network italiani attorno al suo ‘vero’ significato rischia di oscurare e magari di vanificare quest’opportunità. Non c’è alcuna disponibilità alla discussione e alla contestazione, ma solo fazioni irreggimentate lungo confini tra generazioni e pratiche politiche che poco o niente dicono e permettono di dire alle donne che ostinatamente cercano di dare al proprio corpo e alla propria vita un ruolo e un significato diverso da quelli ai quali le obbliga il patriarcato neoliberale. Le parti in causa si compiacciono di costituire piccole comunità di eletti a cui è dato decifrare il gergo delle ideologie mainstream (e ormai mainstream indica solamente chi la pensa diversamente da quella o quello che parla o che scrive), identificandosi attraverso un «like». Intanto, per fortuna, ci sono moltissime donne che al grido «Non una di meno» stanno creando le condizioni perché il 26 novembre siano protagoniste anche coloro che da quelle comunità sono ben distanti, che non agiscono secondo i canoni certificati della «differenza» o del «genere», ma più ambiziosamente potrebbero infine riconoscersi politicamente a partire dal rifiuto della loro oppressione. Questo rifiuto, probabilmente, non sarà in grado di esprimere e generare un nuovo ordine simbolico femminile, finalmente pacificato da ogni scomodo antagonismo, e neppure un nuovo universalismo nel quale, in un tripudio pluralistico, molteplici identità equivalenti potranno infine coalizzarsi. Eppure, esso può indicare la strada di una pratica femminista che è tale perché cerca di produrre per tutte le donne la possibilità di far valere politicamente, in un gesto di sovversione, la differenza specifica di cui ogni giorno fanno esperienza a partire dal proprio corpo. La posta in gioco di questo femminismo possibile senza ipoteche e senza tutele è questa: essere parte di una sollevazione globale delle donne contro la violenza, per una presa di potere e di parola tale da obbligare ciascuno a schierarsi dalla parte delle donne.

21 novembre 2016

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Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo

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D.A. tratto da http://www.dinamopress.it

La Turchia di Erdogan tra islamo-nazionalismo e colonialità del potere: il fascismo più preoccupante del XXI secolo

Nello scenario geopolitico del Medio Oriente è oggi in corso una guerra mondiale che coinvolge e concentra nella regione le maggiori potenze internazionali e i loro interessi strategici. Il preoccupante ruolo ricoperto dalle politiche della Turchia di Erdoğan, con la quale al contempo gli Stati Uniti, gli Stati dell’Unione Europea, l’Iran, il Qatar, l’Arabia Saudita, Israele, e la Russia tessono legami, sembra essere sottovalutato nel genocidio fisico e culturale che sta attualmente compiendo attraverso atroci mire politiche razziste e islamo-nazionaliste.

Pericolose visioni normalizzanti

Rispetto alla guerra mondiale in corso in Siria, il punto d’inizio delle analisi che vengono diffuse sul Medio Oriente è spesso mediaticamente rappresentato in ambito occidentale da una linea interpretativa che mette in risalto gli accordi sul campo presi tra le potenze mondiali. Si guarda alla situazione presente e ai suoi possibili sviluppi futuri in un ordine discorsivo situato già dall’ottica del potere di chi detiene sulla regione degli interessi specifici, il raggiungimento dei quali avviene per mezzo di alleanze strategiche sul campo diplomatico del visibile. Ma isolando i fenomeni politici e sociali dal loro contesto e tenendo in conto da una prospettiva eurocentrica solo gli interessi statali particolari si perde la possibilità di una visione d’insieme, organica, di uno sguardo storico critico più ampio e complesso. Così se nel tentativo di comprendere la guerra mondiale in corso oggi in Siria si svolge una mera analisi della politica governativa ufficiale, prendendo in considerazione solo gli accordi tra Stati-Nazione a seconda dei rapporti di forza noti e consolidati, non si scorge la possibilità di andare alle fondamenta dei problemi, dei conflitti e della loro posta in gioco, né si scorge possibilità di porre in atto una discussione critica dell’ordine esistente.

Spesso in stretti bilanci analitici, lo scacchiere che viene disegnato impone a chi lo guarda uno sguardo legato a schemi astratti, in una macroanalisi geopolitica che a volte equivale a una visione settoriale e presentificata: allora si ripropone, nella mera descrizione acritica, uno status quo. Avviene così una narrazione normalizzante del conflitto e dello scenario di guerra di fronte al quale ci troviamo.

I quotidiani e le riviste si riempiono ora di dati e compilazioni asettiche, poi di pietismo: procedono ad una deresponsabilizzazione collettiva, come se ci si potesse abituare alle invasioni illegittime, alle continue morti, al genocidio, alla distruzione di intere città, nella reiterata visione di immagini di devastazione, nella lettura ripetuta dei numeri dei bilanci, arrivando ad uccidere ogni coscienza e presa di posizione. Si tratta di un processo di normalizzazione, che porta a percepire la più pericolosa banalità del male: questo avviene se le analisi sviluppate non hanno lo scopo di restituire in profondità una comprensione critica degli sviluppi storici della guerra in corso, che ne evidenzino il suo legame con il potere, tenendo in conto elementi del passato per comprendere la fase storica presente.

Proprio la guerra mondiale scoppiata in Medio Oriente, guidata dagli interessi della Turchia nel suo tentativo di conquista coloniale, attraverso guerre d’aggressione con la violazione dei confini in Siria, in spregio ai diritti umani e al diritto internazionale, nella riproposizione di un progetto ottomanista, ha infatti tra i suoi tentativi esattamente quello di cancellare ogni memoria storica e ogni capacità critica che faccia agire un’opposizione democratica diffusa al suo operato. Dichiarando di voler invadere anche l’Iraq nell’operazione militare di Mosul, Erdoğan, dopo aver già invaso militarmente il nord della Siria con l’esplicita collaborazione delle bande jihadiste e con il beneplacito delle potenze mondiali, e dopo aver distrutto intere città nel sudest della Turchia, vuole costruire il suo progetto di espansionismo sunnita attraverso una politica razzista e settaria di pulizia etnica, guadagnando il controllo oltre che in Siria anche in Iraq, prendendo di mira in primo luogo quella parte curda dell’opposizione democratica che ha costruito in questi anni un sistema di autogoverno democratico per mezzo di una rivoluzione sociale conosciuta in tutto il mondo come un’ alternativa reale della modernità democratica, in atto nel Kurdistan del nord e dopo le Rivoluzioni Arabe nel sistema cantonale e comunale del Rojava, basato sull’autogoverno, sull’ecologia, sull’economia sociale, sulla parità tra i generi e sull’autodifesa¹.

In questo momento in Turchia, avviene un controllo totale dell’informazione, con la soppressione della stampa, con l’oscuramento di internet e dei canali e tv di opposizione: il progetto dittatoriale di Erdoğan mira a eliminare culturalmente e fisicamente ogni dissenso, impedendo così una comprensione diffusa dell’attuale e reale gravità del momento.

Sembra allora quanto mai urgente riuscire ad avere gli strumenti per comprendere il momento delicato che oggi viviamo. E’ un dovere intellettuale ma prima di tutto morale opporsi e non sottovalutare il regime dittatoriale che lo stato turco di Erdoğan sta oggi portando avanti, sino alle più estreme conseguenze per l’intero pianeta. Altrimenti, il rischio che si corre, è di non rendersi conto della portata degli avvenimenti in atto e di lasciare morire ogni giorno, insieme a migliaia di civili e a chi lotta per un’alternativa democratica, ogni memoria storica, ogni coscienza e pensiero critico. Appelli più recenti, come quello della studiosa Judith Butler nella rivista “The Cairo Review of Global Affairs”, dal significativo titolo “Global Trouble²” che esprimono la preoccupazione per la situazione della libertà accademica in Turchia, sono importanti e rappresentano uno stimolo di analisi, ma richiedono anche un approfondimento, condiviso in ogni ambito della società, con tutta la capacità di coinvolgimento, di dissenso e di riflessione di cui si è oggi capaci.

Ottomanismo, repressione kemalista e colpi di stato in Turchia

E’ stato il XIII secolo a vedere la nascita dell’Impero Ottomano. Una piccola tribù turca guidata dal condottiero Osman avviò allora la conquista dell’Asia Minore. Nel 1299 Osman si attribuì il ruolo di Sultano. Dopo di lui dagli Ottomani sarebbero venuti importanti califfi o sultani -l’ultimo dei quali è stato destituito dai kemalisti nel 1922- che dando l’impressione di rinnovarsi secondo linee democratiche, condussero in realtà spedizioni punitive contro ogni minoranza, in particolare contro la popolazione curda, instaurando regimi di terrore. Al modello d’Impero Ottomano nell’ unificazione islamica si rifà oggi il governo di Recep Tayyp Erdoğan. L’impero ottomano è noto per aver compiuto tra il 1915 e il 1916 il genocidio del popolo armeno, con deportazioni che causarono circa 1,5 milioni di morti. Di questo genocidio della storia portato avanti dal nazionalismo ottomanista dei “Giovani Turchi”, Erdoğan ha pubblicamente negato l’esistenza.

Dal 1923 quando, dopo i trattati di Losanna, fu proclamata la Repubblica Turca, si praticò sempre con maggior chiarezza la centralità del nazionalismo turco come asse portante del nuovo Stato. Fu sciolta l’Assemblea Nazionale, e molti dei 74 dei deputati curdi che prima ne erano parte, furono impiccati. Furono da allora dichiarati nulli tutti i trattati che tutelavano i diritti della popolazione curda, chiuse le scuole e vietate le pubblicazioni; anche la lingua curda fu bandita: in uno Stato fondato sull’ideologia dell’unità nazionale la presenza nel territorio di un’altra comunità nazionale si configurava di per sé come tradimento dello Stato. Si apriva così la strada a una politica in Turchia di sistematico annichilimento di chi non volesse riconoscersi come cittadino turco. Da quel momento in poi il Paese ha conosciuto una guerra sistematica che doveva essere occultata altrettanto sistematicamente. Si ebbero massacri e sollevazioni e rivolte sin dai tempi in cui, nel 1930, il ministro della Giustizia Mahmut Esat Bozhurt proclamò nel quotidiano Milliyet che tutti coloro che non potevano vantare “un’ascendenza puramente turca avevano un solo diritto: quello di servire e essere schiavi”.

Seguirono gli anni del massacro di Dersim (tuchizzata con il nome di Tunceli) nel 1932 e poi gli anni della sua ribellione e resistenza tra il 1937 e il 1938. Non è difficile scorgere una continuità ideologica, con le tendenze che hanno attraversato l’Europa durante le politiche del nazismo e del fascismo. E d’altronde i legami ideologici continuativi con la politica del nazismo non sono stati negati da Erdogan, ma anzi di recente confermati pubblicamente: quando è stato accusato dalle opposizioni di voler stabilire un sistema presidenziale forte nel paese, durante un discorso di fine anno, il 31 dicembre 2015, Erdogan ha difeso il suo proposito citando come un buon esempio di sistema presidenziale la Germania nazista di Adolf Hitler: “Ci sono esempi nel passato, se si pensa alla Germania di Hitler, è possibile vederlo”.

Nel periodo della Guerra Fredda, nel 1952 la Turchia fu annessa alla NATO in funzione antisovietica. Due anni più tardi gli USA hanno realizzato lì un suolo missilistico che tuttora riserva loro strategicamente molte basi militari. I quasi cinque miliardi e mezzo di dollari americani ricevuti all’ora come aiuto economico dalla NATO non furono utilizzati dal governo turco per aggiustare la grave situazione economica su cui versava in quel momento il Paese, ma per incrementare l’apparato militare. Dal 1958 in poi il Primo Ministro Menderes, in seguito al malcontento generale e alla grande povertà, arresterà, anche con l’obiettivo di distogliere dalla grave situazione economica, diversi intellettuali dissidenti. La Turchia ha una storia consolidata di colpi di Stato: il 27 Maggio 1960 Menderes viene impiccato dopo un golpe e la nuova giunta di militari che si rifà al kemalismo nazionalista di Ataturk inizia allora ad avviare la sua spietata politica anticurda.

La giunta al potere procedette alla turchizzazione dei nomi delle città e dei villaggi curdi e il regime promulgò una legge che consentiva il trasferimento forzoso degli abitanti verso altre zone del territorio nazionale, applicandola, con il pretesto di “comportamenti pregiudizievoli per l’interesse nazionale”, solo alla popolazione curda. Durante gli anni ‘60 del governo di Kemal Gursel, la polizia turca disciolse con violenza le manifestazioni uccidendo un gran numero di partecipanti con un bilancio amaro che ha portato a più di mille uccisioni in pochi mesi compresi tra Mardin e Diyarbakir³.

***

1. Per approfondire si rimanda allo studio inedito sulla rivoluzione sociale in Siria di Michael Knapp, Ercan Abyoga, Anja Flach, Laboratorio Rojava. Redstar Press, Roma, 2016

2. Per l’intervista completa a Judith Butler si rimanda al sito https://www.thecairoreview.com/q-a/global-trouble/

3. Namo Aziz, Kurdistan. Storia di un popolo e della sua lotta, Manifestolibri, Roma, 2000

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Dichiariamo guerra alla violenza di genere

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Una grande manifestazione il 26 novembre 2016 a Roma e un’assemblea il 27 testimonieranno la volontà femminista e lesbica di dire basta alla violenza sulle donne.
Non siamo le sole. Qualche anno fa in Spagna, e in tempi più recenti in Brasile, in Messico, in Argentina, in Polonia, in Inghilterra e in Irlanda, le donne hanno occupato con numeri eccezionali le strade contro la molteplicità delle violenze che ancora sono costrette a subire. Violenza sono infatti non solo gli stupri e gli omicidi. Violenza è costringerle all’aborto clandestino o causare la morte per obiezione di coscienza, come è accaduto qualche giorno fa a Valentina Miluzzo in Italia. Violenze si consumano nelle migrazioni perché nei cimiteri marini del Mediterraneo sono sepolte un numero percentualmente maggiore di donne. Violenza ideologica è il “Fertility Day”, naufragato nel ridicolo, ma che sottintendeva una platea femminile inconsapevole, priva di elementari nozioni di biologia e ostacolata nel desiderio di maternità solo dall’ignoranza.
Ma c’è anche qualcosa che forse non sempre fa parte della coscienza del femminismo stesso. La violenza sulle donne è uno dei marchi più significativi lasciati sui corpi dalla natura dei rapporti di potere del nostro tempo.

Esiste ancora un senso comune che tratta le violenze con una certa indulgenza, che cerca e trova giustificazioni nelle scelte di vita delle vittime come se queste costituissero attenuanti per chi ha messo in atto una violenza. Per quanto ancora diffuso questo atteggiamento è culturalmente residuale perché l’informazione giornalistica meno volgare non ignora e non nasconde che la violenza è una reazione a un atto di libertà della donna, che nella sfera privata può equivalere a una scelta di separazione o di denuncia di maltrattamenti e minacce. Non nasconde che la violenza sulle donne ha anche a che fare con l’idea che si possa disporre del corpo femminile come di una proprietà. Contesta la narrazione dominante della violenza che induce a pensare che le cause della violenza siano l’amore o la follia o raptus improvvisi di origine ignota.
Comprendere il carattere culturalmente residuale del senso comune non significa affatto commettere l’errore di non considerare importante la decostruzione di stereotipi sessisti ancora largamente diffusi. Anche noi ribadiamo con forza che lo stupro non ha nulla a che fare con l’amore e il piacere e che è solo un atto dispotico di prevaricazione totale e di feroce spersonalizzazione delle vittime. Aggiungiamo tuttavia che non si può comprendere la violenza contro le donne, se non si comprende la logica complessiva dei rapporti di potere nel corpo sociale.

Sentiamo dire che la violenza contro le donne non ha classe e nazionalità e questo è vero se la si guarda dal lato maschile. Pregiudicati, aristocratici, professionisti e proletari possono diventare ugualmente violenti, quando la loro autostima viene destabilizzata da una scelta femminile di libertà. Il dominio sulle donne ha una storia troppo lunga, è troppo radicata nel corpo e nell’inconscio maschile, nella tradizione e nelle esperienze del presente perché un grado di cultura più elevato possa da solo cambiare le cose. Tanto più che la cultura accademica o mediatica offrono sul tema strumenti del tutto inadeguati o addirittura mistificanti.
Ma se dal lato maschile non c’è differenza, si deve constatare invece che le donne più esposte sono quelle travolte dalla globalizzazione, dal neo-liberismo, dal disastro ecologico e dalle guerre. Le donne che passano la frontiera tra l’America Latina e gli Stati Uniti nella condizione di clandestine e quindi già scomparse prima di scomparire come corpi violati; le donne che attraversano il Mediterraneo e vengono spesso soffocate dalla calca maschile verso la salvezza; le donne vittime due volte della guerra….
La violenza è fatta anche da leggi dello Stato, e le leggi dello Stato hanno a che fare con la classe. La crisi prodotta dal neo-liberismo e dalla dittatura dei mercati finanziari induce il capitalismo a mettere i propri affari nelle mani di destre razziste, sessiste e omofobe. Ma proprio gli attacchi frontali dei loro governi provocano straordinarie risposte femministe e lesbiche.

È il caso della Polonia, dove il governo di destra ha tentato di approvare una legge ancora più restrittiva sull’aborto, in un paese che oggi lo consente solo in condizioni estreme come il pericolo di vita per la donna, l’incesto o gravi malformazioni del feto. Il governo polacco ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro dopo le manifestazioni oceaniche che hanno bloccato il paese. “Le manifestazioni ci hanno fatto riflettere e ci hanno dato una lezione di umiltà”, queste le parole di Jaroslaw Gowin, ministro della Scienza e dell’Istruzione superiore. Il nuovo disegno di legge portato in discussione alla Camera la scorsa settimana continuava a essere troppo limitativo per le donne che sono poi ritornate in piazza.
Vale in questo caso la pena di ricordare le parole di Audre Lorde: “Qualunque potere non usi tu stessa, sarà usato contro di te”. Il governo polacco, che voleva fortemente la legge al solo scopo di riaffermare la matrice conservatrice dello Stato, ha dovuto fare marcia indietro per l’atto di esercizio del potere da parte delle donne.
Il movimento polacco si configura come un’esperienza esemplare, che possiamo guardare con ammirazione e con il desiderio di creare le stesse condizioni anche qui, a casa nostra.

La Polonia non è un caso isolato in Europa. Ricordiamo le grandi mobilitazioni delle donne spagnole negli ultimi anni che hanno portato alle dimissioni del ministro della Salute Gallardon e al ritiro della proposta di legge che mirava a restringere il diritto d’aborto fino a renderlo impraticabile o peggio illegale. Da qui si è imposto lo slogan Yo decido! ripreso e usato come nome identificativo della rete di collettivi femministi romani Io decido! che, insieme alle associazioni di donne D.Ire (Donne in Rete contro la Violenza) e UDI (Unione Donne in Italia), ha promosso il percorso verso il 26 e 27 novembre.
La rete Io decido! ha voluto rispondere al tentativo delle amministrazioni di chiudere alcuni centri antiviolenza, presidi fondamentali sul territorio e frutto di decenni di lotta. In Italia sono 6 milioni e 888 mila le donne che hanno subito violenza nella loro vita e le donne uccise sono state 93 nei primi dieci mesi dell’anno. Per questo anche in Italia ci siamo messe in cammino e il 26-27 novembre animeremo due giorni di lotta straordinaria, sfileremo il 26 per le strade e saremo impegnate il giorno successivo in un’assemblea per fare un bilancio della nostra lotta e costruire insieme il progetto per un altro tratto di strada, che ci porti a riscrivere da un punto di vista femminista il piano nazionale contro la violenza sulle donne e a fare nuove esperienze.

Tra le nuove esperienze, nuove almeno per noi delle giovani generazioni, due ci sembrano fondamentali. Vogliamo che le donne si approprino delle strade perché, come spesso abbiamo detto, le strade sono rese sicure solo dalle donne che le attraversano. Provate a tornare indietro nel tempo o a pensare alla vostra vita ora, pensate per un momento a quando vostra madre o vostro padre vi hanno detto di non uscire di casa la sera, di non attraversare questa o quella zona, pericolosa per la vostra incolumità in quanto donne. A quando vi hanno impedito di essere libere per evitare che diventaste vittime. Pensate che invece non avete udito alcun avvertimento rivolto ai vostri fratelli, cugini o amici a cui nessuno ha prospettato la possibilità di essere essi stessi potenziali aggressori. Vogliamo fare l’esperienza di essere libere, di non restare chiuse nelle case mentre sono invece liberi gli stupratori, potenziali o effettivi. E vogliamo quindi discutere come costruirla insieme.
Una seconda esperienza ci sembra fondamentale. Dobbiamo far prendere coscienza ai nostri compagni, agli uomini che ci circondano e a quelli che vogliono affiancarci nella nostra lotta, di quanto anche loro abbiano inevitabilmente assorbito la cultura sessista e ne siano portatori. Dobbiamo ribattere, soprattutto agli uomini bianchi ed eterosessuali che si definiscono femministi che, per quanto si possano sentire impermiabili al patriarcato, continueranno a essere e a ricoprire ruoli privilegiati perché non sapranno mai che cosa significhi essere donna, vittime di oppressione e tutto ciò che questo comporta. Dobbiamo fare in modo che comprendano, come diceva la femminista inglese Kelly Temple, che se “vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista.”

Il percorso che abbiamo intrapreso non si limiterà a discutere, manifestare e agire pratiche a proposito delle violenze. Proprio per lo stretto legame tra genere e classe, violenza e globalizzazione, neo-liberismo e ascesa di destre razziste, sessiste e omofobe, pensiamo che sia fondamentale oggi mettere al centro la condizione sociale delle donne. L’Italia non vanta certo una buona condizione dell’occupazione femminile.
La partecipazione delle donne al lavoro socializzato è tra le più basse d’Europa e soprattutto la crescita dell’occupazione negli ultimi decenni è avvenuta in stretta relazione con l’aumento della precarietà. Noi ne conosciamo e ne denunciamo da tempo la ragione principale: il lavoro domestico e di cura occupano gran parte del tempo femminile di vita. Eppure, malgrado le denunce, le cose non cambiano. Al contrario i tagli all’assistenza e alla sanità, il problema irrisolto degli asili nido, la crisi profonda del welfare rendono più difficile l’esistenza delle donne e il loro rapporto con il mercato del lavoro. Non è un caso che dal punto di vista della parità lavorativa l’Italia è al 114esimo posto della classifica mondiale per la presenza di donne in incarichi manageriali e terzultima in Europa. In termini di retribuzione a parità di ruolo, l’Italia si trova al 128esimo posto nel mondo, fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Guadagnano in media il 6,9 per cento in meno dei loro colleghi uomini e fino al 10 per cento in meno nei settori impiegatizi. Questo avviene anche se le donne conseguono oggi livelli di istruzione, anche universitaria, maggiori di quelli degli uomini. Questo fenomeno è uno degli effetti virtuosi del femminismo e della volontà delle donne di conquistare un’indipendenza esistenziale a partire dall’indipendenza economica. Ciò non toglie che nel Mezzogiorno d’Italia meno di una donna su tre è occupata.

C'è un solo modo di smettere di avere paura: quel modo è lottare.
Quando ci sono stati gli attentati di Parigi, moltissime figure pubbliche e capi di governo hanno detto a chiare lettere di non avere paura, hanno esortato a continuare ad uscire per le strade e continuare a condurre la vita normalmente. Non potevamo permetterci di avere paura e di darla vinta al terrorismo.
Mai sentirete le stesse parole spese per i morti di Orlando, uccisi barbaramente in un locale frequentato soprattutto da gay. Mai sentirete le stesse incitazioni rivolte alle donne. Noi facciamo bene a nasconderci, secondo il loro parere.
Non sentirete mai non abbiate paura e uscite per le strade e lottate per non darla vinta al patriarcato e all’omofobia.
Noi donne, migranti, lesbiche, transessuali, non abbiamo paura e nel mondo stiamo dichiarando guerra alla vostra guerra, ma per farlo non uccideremo popolazioni innocenti, non massacreremo città, ospedali, non alimenteremo altra violenza. Lo faremo estirpando alla radice quelle strutture su cui si reggono la violenza di genere e l’omofobia. Continueremo a cercare e creare conflitto finché non rovesceremo i rapporti di forza e finché tutto questo non cambierà. La nostra dichiarazione di guerra si chiama rivoluzione sessuale, culturale e economica e sociale.
Ci autorganizzeremo in quanto donne, precarie, lesbiche, transessuali migranti e spazzeremo via ogni forma di oppressione… NON UNA DI MENO! grideremo forte come fanno le donne che attraversano le strade in Brasile, in Argentina e in ogni altra parte del mondo.
Ci opporremo come stiamo facendo in questi mesi a ogni chiusura dei centri antiviolenza, sfideremo le amministrazioni che verranno con presidi, cortei, assemblee e tutto quello che sarà necessario affinché non solo queste esperienze restino in vita, ma siano un esempio reale per far sì che si moltiplichino in ogni luogo e in ogni quartiere.
Consapevoli che la chiusura di questi spazi in cui le donne assumono coscienza del proprio vissuto rappresenta da parte delle istituzioni un atto di violenza contro le donne.

La violenza di genere è un problema culturale, politico sociale ed economico, ha fattori psicologici, culturali e simbolici, ma non solo. Pesano anche le condizioni materiali di esistenza che crescono d’importanza man mano che la crisi si drammatizza e imbarbarisce le relazioni sociali e la politica.
Occorrono obiettivi seri e praticabili: pensare a forme di sostegno economico per le donne che denunciano la violenza. Far sì che le case rifugio siano oasi di felicità da ritrovare piuttosto che micro stanzine dove sopravvivere. Occorre introdurre soluzioni economiche significative per le donne e anche per i minori che le accompagnano. Lottare per la parità salariale.
Ci batteremo affinché nel servizio sanitario pubblico non sia prevista più la figura degli obiettori di coscienza. Proseguiremo la lotta per una legge più giusta che possa operare nella sicurezza e nella tutela di tutte le donne. Proseguiremo la lotta per la libera scelta e contro ogni tentativo di ostacolare l'autodeterminazione delle donne.

Lotteremo ancora, lo faremo portando nel cuore Valentina Miluzzo, morta di obiezione di coscienza. E con lei tutte le altre vittime di violenze e femminicidi, continuando a gridare che non siamo disposte a camminare senza le nostre sorelle.

NON UNA DI MENO!
Il 26 e 27 Novembre sono solo l’inizio….
Nella convinzione che nessuno sarà libero finché non saremo tutte libere!

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Ferrara, razzisti sul delta. Barricate contro 12 donne e 8 bambini

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Succede a Gorino, sul delta del Po, in provincia di Ferrara. Gli abitanti si ribellano all’arrivo di 12 donne in fuga dalla fame e dalla guerra e 8 bambini. La Lega: «Questa gente ha le palle». Sì, ce l’ha in testa.

di Giulio AF Buratti - tratto da PopOff

gorino ecco i numeri dell’”invasione” straniera a Gorino

Razzisti sul delta. Non è la Louisiana del Ku Klux Klan, è l’Emilia della Lega. Razzista e non meno feroce, anche con quell’accento strano, incapaci di pronunciare la zeta, che parlano come se pronunciassero codici fiscali, proprio loro, allergici – si dice – alle tasse quando facevano soldi con le vongole sull’ultimo pezzo di terra lungo il Po prima del mare, in quell’ultimo gruppo di case dove un prefetto maldestro ha confiscato temporaneamente sei stanze per dodici donne e otto bambini in fuga da guerra, fame e carestie proprio sopra al bar dove vanno a bere lo spritz questi uomini veri, forti coi deboli e deboli coi forti. Come i razzisti, come i leghisti, come i fascisti, barbuti o ariani, come gli stronzi maschi a qualsiasi latitudine. Amore e Natura si chiama l’ostello, un ossimoro che puzza di acqua paludosa, del fumo attorno alle barricate di questa notte, della volgarità dei luoghi comuni con cui si nutrono a queste latitudini scambiandola per senso di comunità. Qui i migranti sono tollerati solo quando devono lavorare nelle cooperative di pesca per due lire.

«L’ipotesi di ospitare dei profughi a Gorino non è più in agenda. Ha prevalso la tranquillità dell’ordine pubblico, non potevamo certo manganellare le persone. Questo fenomeno o si gestisce insieme con buonsenso oppure non si gestisce», fa sapere il prefetto. Fossero stati lavoratori, studenti, precari la polizia li avrebbe asfaltati, e la magistratura perseguitati come in Val Susa, Roma, Napoli. Ma sono razzisti, persone normali, come chi li fronteggia in divisa o dalla scrivania della prefettura, come chi li fiancheggia nelle ronde in bicicletta che si susseguono in una città, Ferrara, dove non succede mai niente se non speculazioni e scandali targati Pd, ma sembra vivere da vent’anni anni in un assedio perenne. E in provincia va peggio. Lì se la comanda un leghista, Alan Fabbri, che, da sindaco non è stato capace di evitare che il suo paese diventasse il più povero della provincia, e ora fa l’opposizione al Pd in Regione.

Tronfio si vanta sui social il responsabile sicurezza della Lega, un pregiudicato, secondo il sindaco di Ferrara (siamo pronti a smentire), che ora veglia sulla sicurezza dei suoi concittadini. Scrive un quotidiano locale:

Nicola Lodi, detto Naomo per via di una pubblicità della quale fu protagonista l’attorcomico Giorgio Panariello, ci fa dormire sonni tranquilli. Compie ardite spedizioni nel Palaspecchi la cui prospettiva di riconversione s’è fatta fragile dopo l’arresto dell’imprenditore padovano Vittadello. Lodi compie missioni al Palaspecchi neanche fosse Jena Plissken in “1997, Fuga da New York”, come se il problema del Palaspecchi fossero le miserie e il degrado che lo occupano. Lodi scopre dormitori abusivi nei parcheggi, guida tour nei campi nomadi, smaschera chi succhia l’energia elettrica a tradimento. Manca soltanto che sgomini il racket dei mendicanti, quello degli spacciatori e disintegri l’organizzazione dei parcheggiatori abusivi. Per rusparli via.

Ora non vede l’ora che arrivi in paese la troupe di Del Debbio ma scalpita e in un video diffuso sui social «consiglia» al prefetto di lasciar perdere ché i 500 abitanti di Gorino sarebbero pronti a tutto perché parlano una lingua diversa da quella istituzionale, perché si alzano alle quattro di notte per andare a lavorare. «Domani non voglio sentire accuse di razzismo, siamo realisti, qua non deve venirne alcuno. La gente di Gorino ha le palle». Probabilmente in testa. Come dice una vecchia canzone di Fausto Amodei. Ma Naomo, si convinca, è razzista, come i neofascisti che terrorizzano da mesi i gestori di un albergo in Val Trompia che ospita una ventina di profughi. Come i normali cittadini di Tiburtino III che gridavano “scimmia torna in Africa” ai minori ospitati in un centro del loro quartiere. E’ l’Italia, bellezza. Come tutti quelli che dicono «Io non sono razzista ma…». E anche a Ferrara sono tanti. Le donne profughe, si è appreso in mattinata, sono 12, compresa la donna incinta, che è stata accolta in un centro a Ferrara. Ora sono state trasferite e divise tra Fiscaglia (quattro), Ferrara (quattro) e Comacchio (quattro). Si tratta di cittadine provenienti da Nigeria, Nuova Guinea e Costa d’Avorio, in fuga dalla guerra.  La ragazza incinta ha le doglie. Che suo figlio possa nascere in un mondo libero dal razzismo e dalla guerra.

Ma Ferrara è anche la città che, alla fine di settembre, ha visto duemila persone in piazza contro il razzismo. Gli antidoti ci sono ma il razzismo più pericoloso è quello di chi non capisce che la crisi è un’arma dei padroni puntata su tutti, che si volta dall’altra parte e apparentemente non si schiera ma spera che il lavoro sporco lo facciano i Lodi. Mentre il vescovo di Ferrara, epurato perfino da Cl, predica contro l’accoglienza in nome degli italiani poveri. Di tuut’altra pasta, un altro prete, Luigi Zappolini del Cnca: «È il segno che, in una parte consistente della popolazione, il rifiuto dell’altro, tanto più se debole, è ormai un riflesso condizionato, che prescinde da ogni considerazione razionale oltre che etica. Non v’è debbio che, per arrivare a questo punto, abbiano giocato un ruolo essenziale forze politiche e organi di stampa che hanno puntato massicciamente sulle paure e i risentimenti delle persone. Mi domando come si fa a rifiutare mamme e figli e poi chiedere allo stato, giustamente, un aiuto per le famiglie e i minori, per i quali non esistono tuttora politiche e stanziamenti adeguati. Come prete, mi auguro davvero che – tra coloro che hanno manifestato a Gorino e Goro – non vi siano cristiani: avrebbero smarrito del tutto il senso più profondo del Vangelo».

Ci vorrebbe che gli ultimi e i penultimi capissero chi è che li impoverisce, che sia la solidarietà e non la paura, il rancore o l’odio, a tenerci insieme. Sarebbe una rivoluzione, non una Crociata.

La decisione di abbandonare l’ipotesi di accogliere i profughi a Gorino è una sconfitta dello Stato? «Certo non è una vittoria», ha risposto Michele Tortora, prefetto di Ferrara, rispondendo ai giornalisti nella conferenza stampa convocata in prefettura dopo le barricate antiprofughi. «La gestione di questi problemi – ha detto il prefetto – va affrontata con buon senso e spirito di collaborazione da parte di tutti. Per questo rinnovo l’appello a istituzioni, enti locali, persone e associazioni ad aiutarci». Di fronte a chi gli chiedeva se la decisione di cedere alla protesta sia stata condivisa con il Viminale il prefetto ha risposto: «chiedetelo al Viminale».

Per approfondimento, leggi questo post

25 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Ottobre 2016 10:58

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