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CORPI E POTERE

L’aborto clandestino torna, ma il governo punisce solo le donne

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Legge 194. Una mozione di Sinistra Italiana per impegnare il governo a combattere l'"obiezione di struttura" e a rendere più accessibile l’aborto farmacologico «in regime di day hospital e, dove possibile, nei consultori familiari e nei poliambulatori»

L’aborto clandestino torna ad essere una piaga in Italia, anche se i numeri sono fortunatamente molto diversi da quelli precedenti al 1978, anno in cui venne varata la legge 194 proprio per arginare il fenomeno. Oggi però il problema torna ad emergere tanto da aver sollevato l’attenzione del governo che, nella sua schizofrenia bipartisan, da un lato sottovaluta il fenomeno — nella relazione annuale al parlamento del ministero della Salute — minimizzando così anche il problema della cosiddetta «obiezione di struttura», e dall’altro decide di sanzionare le donne che fanno ricorso all’aborto clandestino (e solo loro) con multe da capogiro.

Nel decreto legislativo sulle depenalizzazioni varato in Cdm il 15 gennaio scorso, infatti, è previsto l’inasprimento delle multe fissate attualmente a 51 euro nell’articolo 19 della 194. Quindi, d’ora in poi le donne che si rivolgeranno a strutture non accreditate o a medici non autorizzati per interrompere la gravidanza, magari solo perché è più facile che pagarsi un viaggio verso altre regioni dove la legge 194 è appena meglio applicata, saranno sanzionate con multe che vanno dai 5 mila ai 10 mila euro.

«È una decisione folle ed estremamente punitiva per le donne: la devono ritirare immediatamente», insorge la deputata di Sinistra Italiana Marisa Nicchi, componente della commissione Affari Sociali. «Che in Italia ci sia un abuso di obiezione di coscienza che lede la libertà delle donne e le costringe a volte a dover ricorrere all’aborto clandestino, ce lo dice la condanna ricevuta dalla Corte europea dei diritti umani», ricorda la deputata di Sel che ha presentato insieme al suo gruppo parlamentare una mozione per impegnare il governo a «promuovere una seria campagna di monitoraggio su questo fenomeno, organizzare campagne di prevenzione nei consultori e assicurare la piena applicazione della legge 194 in ogni struttura del territorio nazionale, nel pieno rispetto della libertà delle donne».

Perché era in nome della libertà e della maternità consapevole che negli anni ’70 si sviluppò la campagna che portò alla legge 194. Ed era in nome dell’antiproibizionismo che il Partito Radicale promosse nel 1981, tra gli altri, un referendum per abrogare proprio quegli articoli della 194 che puniscono medici e donne che ricorrono all’aborto fuori dai limiti di legge.

«Il ministero della Salute non monitora più gli aborti clandestini dal 2005 — riferisce Nicchi — e nella relazione annuale al parlamento si riporta il dato dell’Iss che quantifica tra i 12 mila e i 15 mila casi nel 2012, ma è un dato molto sottostimato perché non tiene conto della possibilità di reperire i nuovi farmaci capaci di indurre l’aborto, acquistabili anche sul mercato clandestino e su internet». Il problema è che si vuole guardare il dito e non la luna. «Invece di punire le donne, il governo deve capire i motivi — continua Nicchi — Nel 2013 sono risultati obiettori il 70% dei ginecologi, in Molise il 93,3% e l’80,7% in Lazio e in Abruzzo. Circa il 35% delle strutture viola il dettato della 194 con l’“obiezione di struttura”». Ma che per la ministra Lorenzin «il numero di non obiettori risulta congruo, anche a livello sub-regionale, e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di Ivg».

Ma se non si può negare il diritto ad obiettare — che sia per via della coscienza che chiama o della carriera che pretende — almeno si potrebbero promuovere campagne di sensibilizzazione e soprattutto rendere più accessibile l’aborto farmacologico «in regime di day hospital e, dove possibile, nei consultori familiari e nei poliambulatori». Ricordano i deputati di SI che «dal 2009 l’Aifa ha autorizzato l’immissione in commercio della Ru486. Ma nel 2013 solo il 9,7% delle donne ha potuto usarla». Nella mozione viene citata la lettera inviata poche settimane fa alla ministra Lorenzin dall’associazione Amica nella quale si sottolinea come il ricovero ordinario per l’aborto farmacologico «sia una procedura non appropriata che comporta uno spreco enorme di risorse (oltre 1000 euro a paziente, contro i circa 600 del day hospital, e i circa 50 della procedura ambulatoriale)».

«Ci sono molte cose da fare, dunque — conclude Nicchi — anziché stigmatizzare e punire le donne che non possono fare altro, perché è lo Stato che non garantisce le libertà dovute».

23 gennaio 2016

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Colonia: contro l'uso del corpo delle donne

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Due articoli sugli avvenimenti di fine anno a Colonia e in modo particolare sull’uso fatto non solo dalla destra e dai media, ma anche da un certo femminismo che si è arruolato irresponsabilmente tra coloro che interpretano la realtà come uno scontro tra “civiltà”. Un approccio non solo giustificatorio nei confronti della propria barbarie razzista e securitaria, ma profondamente strumentale che metta la “violenza di genere ancora una volta in secondo, o terzo, piano”.

tratto da http://www.rproject.it/?p=5197

di Chiara Saraceno

C’è indubbiamente una cultura maschile prepotente, un po’ animalesca e violenta alle origini dell’aggressione di massa alle donne avvenuta la notte di San Silvestro a Colonia. Non importa se – come sembra abbia detto ieri il ministro degli interni, quasi si trattasse di un fatto meno grave – le aggressioni sessuali sono state un mezzo al fine di derubare o se siano state esse stesse un fine. Non fa differenza dal punto di vista delle vittime, ma neppure da quello degli aggressori. Strumento o fine, per gli aggressori violare il corpo, l’intimità delle donne che si trovavano a passare è stato considerato possibile, lecito, solo per il fatto che quelle donne erano lì, letteralmente a portata di mano.

Purtroppo sappiamo che anche nella civilissima e democratica Europa è una forma di cultura maschile che resiste in proporzioni ben maggiori di quanto non ci piacerebbe pensare e che è sedimentata anche in persone che pure non aggredirebbero mai sessualmente una donna e condannano quel tipo di violenze – come, sembra, lo stesso Ministro degli interni tedesco con i suoi distinguo insultanti per le vittime.

Proprio ieri, sul quotidiano berlinese Tagespiegel tre giornalisti – Dehmer, Monath e Dernbach – si chiedevano se la focalizzazione dell’attenzione sull’origine etnico-nazionale degli aggressori non fosse un modo di sottovalutare ancora una volta la violenza specifica di genere dei fatti di Colonia (e di altre città). E ricordavano che secondo una recente ricerca Eurostat, una donna europea su tre dai 15 anni in su dichiara di aver subito violenze fisiche e/o sessuali, in stragrande maggioranza da un famigliare, amico o conoscente, ovvero non in luoghi aperti e da sconosciuti (come sappiamo avviene in Italia).

Dati di ricerca sulla Germania confermano l’opinione comune che i giovani maschi mussulmani praticanti sono più disponibili alla violenza ed hanno un modello machista più forte e semplificato (le donne o sono madonne o sono puttane) dei giovani migranti con  altre appartenenze religiose. Ma non si deve trascurare che oltre il 70% degli aggressori sessuali sono tedeschi, il 30% straniero. E’ tuttavia molto più difficile che un tedesco sia condannato e denunciato rispetto a uno straniero.

Questi dati, ovviamente, non riducono la portata di quanto avvenuto la notte di San Silvestro, in sé, per le singole che ne sono state vittime ed anche nel suo aspetto di aggressione di massa, la vera e preoccupante novità di ciò che è successo, facendo scoppiare nel cuore dell’Europa fenomeni, modelli di comportamento collettivo, che ritenevamo potessero succedere solo altrove, in luoghi dove la posizione delle donne è più visibilmente debole, la prepotente violenza maschile più facilmente condonata anche quando agisce in pubblico.

Ma se il carattere di massa e organizzato deve far preoccupare per un così visibile scollamento, da parte di alcuni gruppi di migranti vecchi o nuovi, rispetto alle regole della società di accoglienza, anche il comportamento delle forze di sicurezza, più che ad un paese democratico avanzato, fanno pensare appunto a quei lontani paesi in cui queste cose avvengono: una polizia che non vede, non interviene, sottovaluta, quando non è complice. Ed anche il troppo lungo silenzio e imbarazzo della stampa lascia perplesse.

Se anche fosse vero, come si dice, che si è trattato di una reazione da politically correct, per non soffiare nel vento della xenofobia in aumento (ma anche i giornali di destra sono stati zitti), vorrebbe dire che non toccare la sensibilità dei migranti, non rompere equilibri politici delicati sulla questione dell’accoglienza ai richiedenti asilo, hanno avuto la priorità rispetto alla difesa della libertà e dignità delle donne. Appunto. La sicurezza delle donne, la loro libertà di movimento e di azione, non è al sicuro non solo perché ci sono bande di stranieri che sfogano le proprie frustrazioni e affermano la propria esistenza aggredendole, ma soprattutto perché anche i loro civili, democratici, acculturati concittadini, specie quelli in posizione di responsabilità, sottovalutano i rischi e la realtà della violenza di genere, da qualsiasi parte e per qualsiasi motivo essa avvenga.

Con il rischio che l’aggressione che hanno subito questa volta non diventi motivo per interventi migliorativi della loro sicurezza, sulle piazze, ma anche nelle case e negli uffici dove rischiano percentualmente molto di più, ed anche per fare del rispetto per le donne – del paese di accoglienza, ma anche della propria famiglia e del proprio gruppo – uno dei criteri per concedere il diritto a rimanere, ma venga utilizzata come strumento nel conflitto politico sui migranti e richiedenti asilo. Un uso strumentale anche questo, che mette il fatto in sé della violenza di genere ancora una volta in secondo, o terzo, piano.

8 gennaio 2016

***

di Margherita*

L’editoriale di Lucia Annunziata “Sul corpo delle donne no pasaran” propone una pessima lettura del rapporto tra questioni di genere e fenomeni migratori. Contro le sue posizioni si è aperto immediatamente un dibattito. Riprendiamo dalla rete un primo contributo critico.

Proverò a sintetizzare qualche riflessione sui “fatti di Colonia” a partire da un editoriale della sempre pessima Lucia Annunziata sul (Fuff)Huffington Post. Per chi non sapesse a cosa mi riferisco, è l’episodio delle violenze sessuali di massa avvenute durante la notte di Capodanno a Colonia da parte di centinaia di uomini [...], a detta dei media “arabi” e “ubriachi”, a danni di decine di donne palpeggiate e stuprate all’uscita della metropolitana.

Ovviamente avvoltoi razzisti nostrani e tedeschi sono zompati sul carrozzone facendone una questione etnica, per invocare più politiche securitarie. Qualcuno addirittura (vedi la sindaca di Colonia) ha incoraggiato le proprie concittadine a girare alla larga dagli stranieri, come se la nostranità del proprio interlocutore mettesse al riparo da molestie e violenze sessuali.

Ma perché stupirsi di costoro? Da leghisti, forcaioli e fogliacci come “Il Giornale” ci si aspetta questo ed altro. Il “problema” (o forse, la conferma) nasce quando personaggi come Lucia Annunziata, tra le entusiaste promotrici di “Se non ora quando”, pronta ad affacciarsi nelle piazze per auto-proclamarsi paladina e portavoce delle donne, usano il corpo delle donne stesse come strumento di propaganda e profitto economico. Tanto per cominciare, in perfetto stile destrorso, Annunziata opera una sovrapposizione tra migranti (percepiti come una massa unica ed indistinta), “arabi” (assunti come categoria antropologica liscia, pur coprendo la metà di un continente), Islam (come se tra “gli arabi” non esistessero i laici, gli atei o i non-praticanti) e infine la violenza sessuale (avallando in pieno quello che dicono colonialisti-razzisti e ISIS stesso, ossia che il Qu’ran avallerebbe la violenza sessuale e l’annichilimento fisico delle “infedeli”, quando ciò non è affatto vero, ma semmai il frutto di una culturale patriarcale, sessista e machista).

Partendo quindi da queste conclamate inaccuratezze di cui la direttrice di un giornale dovrebbe quantomeno preoccuparsi, la nostra si lancia al successivo passaggio logico: ossia che questa aggressione odiosa sia una guerra ALLA NOSTRA civiltà, quella occidentale, attraverso l’uso del corpo delle donne come terreno di guerra. Innanzitutto, a partire dai vulnus logici precedenti, appare chiaro che a detta di Annunziata la cosiddetta “cultura occidentale” sia estranea al sessismo, al machismo e alla violenza.

Mi chiedo se la direttrice sia mai andata in una discoteca a contare quanti indesiderati palpeggiamenti e molestie subiscano le ragazze che si trovano lì. Ma forse non interessa perchè questi mercifici del divertimento sono tra i tratti distintivi della cultura occidentale di cui andare fieri. O magari una che va in minigonna e tacchi alti in discoteca “se l’è cercata, chissà!”. O forse ancora l’estrazione etnica, sociale ed economica del molestatore rende i suoi abusi più o meno gravi”. Restando sul nostro, vorrei ricordare alla cara direttrice che lo stupro in Italia è stato reato CONTRO LA MORALE (non la persona), fino al 1996, e che fino al 1981 era concesso il matrimonio riparatore dello stupro. Muovendoci idealmente verso i confini del mondo “altro”, varrebbe la pena ricordarle anche le violenze sessuali perpetrate dagli italiani brava gente nel corso delle campagne coloniali. Per non parlare dell’uso massiccio di stupri e violenze sessuali nel corso delle recenti “guerre di civiltà” che hanno contribuito a trasformare il mondo in una polveriera, favorire la recrudescenza degli estremismi e favorire il flusso migratorio aumentato in questi mesi dall’area Siria-Iraq in particolare.

E qui arriviamo all’ultimo abominio logico-politico di Lucia Annunziata: nel nome della guerra alla civiltà e ai nostri valori sferrata dagli aggressori di Colonia, una di quelle che si sperticano a definirsi garantista, non si limita a chiedere pene severe per i colpevoli circostanziati. No, non è abbastanza. E nemmeno ad incolpare gli “arabi” in genere servendosi della dicotomia “Occidente buono/Islam cattivo”: troppo banale, razzisti e trucidi di professione sono meglio di lei in questo. Che fare allora?

Cavalcando l’onda dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Annunziata colpevolizza i migranti, e in particolare quelli di ultima generazione o arrivati da poco, additandoli come gli autori del gesto. La soluzione? Restringere le maglie del controllo, verificare se i “presunti rifugiati” hanno titolo alla protezione umanitaria o no. Come se ci fosse un filo diretto tra l’essere titolati a qualcosa, aventi uno status e quindi buoni (quindi non stupratori, tipo). E come se non sapesse che le folli leggi dell’Ue sulla migrazione (tipo la Bossi-Fini) rendono praticamente impossibile arrivare in Italia in modo legale. E come se gli ostacoli posti dalla Fortezza Europa alla libertà di movimento non avessero già trasformato intere porzioni di mare e terra in cimiteri a cielo aperto. Ma a quanto pare i migranti sono buoni solo da morti, meglio se bambini, per usare i loro corpi al fine di strappare qualche click. Tutto questo per difendere le donne dagli aggressori, da chi vuole privarle della loro autonomia, indipendenza e libertà di girare. Quelli che “no pasàran”.

Una cosa però Annunziata la dice bene: i corpi delle donne sono terreno di guerra e violenza. E sono terreni anche della propaganda politica di donne come lei che sfruttano la violenza sulle donne per invocare più militari e repressione; quelle che per “liberare” le Altre donne del mondo invocano guerre umanitarie e di civiltà, salvo poi indignarsi quando gli effetti di queste guerre sono ancora più repressione ed oscurantismo; quelle che vogliono darci a bere che l’uomo Bianco è bravo e irreprensibile e deve farci da tutela contro l’Altro brutto, cattivo ed integralista; quelle che infine pretendono di normare i nostri corpi, i nostri affetti e di dividere il mondo tra donne buone e cattive cosicché se una mette la minigonna, parla con lo straniero, esce da solo la sera se la sarà cercata perchè ha rifiutato la tutela e i dettami della Sua Civiltà. Il tutto mentre fanno le politicanti e approvano o supportano a mezzo stampa politiche del lavoro, cancellano il welfare, rendono sempre più complicati l’aborto e la contraccezione, minando alla base la possibilità di indipendenza, cultura e libertà che sono il primo strumento per opporsi attivamente al sessismo e alla violenza di genere in tutte le sue forme (ben più ampie, purtroppo, della già gravissima molestia fisica).

Annunziata, sotto questo punto di vista, per me non è meglio di quel Giornale che titolava tempo fa “Bastardi islamici” o del Salvini di turno. Anzi è peggio in quanto subdola e coccolata da quella sinistra al caviale che ultimamente con destre e democristiani va tanto d’amore e d’accordo da esser di partito e persino di governo. E’ ora che iniziamo a togliere la legittimità di stare nelle piazze a parlare a nome nostro a questi personaggi con cui condividiamo sì e no l’apparato riproduttore: non ho bisogno che Annunziata mi protegga, semmai ho bisogno che avvoltoi, razzisti e securitari stiano lontani dal mio corpo e dalla mia autodeterminazione, tanto quanto gli stupratori spuntati fuori quella sera e i tanti molestatori di ogni giorno. Se personaggi come lei possono ancora definirsi “femministe” impunemente, abbiamo un grosso problema. Ovviamente, alle donne aggredite a Colonia, la massima solidarietà e tutta la nostra rabbia complice. Come dicevano le stesse donne scese in piazza dopo le aggressioni: “Gegen sexismus. Gegen rassismus”. I molestatori e gli sfruttatori politici dei nostri corpi “No pasàran”.

* tratto dal blog abbattoimuri

09 Gennaio 2016

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Turchia, assassinate tre dirigenti curde

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Turchia, assassinate tre dirigenti curde

Enrico Campofreda - tratto da http://www.contropiano.org

C’è modo e modo di assassinare a sangue freddo. I boia sauditi lo fanno con la spada, i compari-antagonisti che provano a superarne fondamentalismo e cinica ferocia usano coltellacci, poi c’è chi spara indiscriminatamente sui civili. L’ha fatto ancora l’Isis a Parigi, lo fa lo Stato turco da due mesi accanito contro le popolazioni kurde del sudest del Paese. Lo fa e se ne vanta per bocca del presidente Erdoğan, orgoglioso dei tremila e cento kurdi assassinati, che lui definisce terroristi, siano militanti del Pkk o semplici cittadini, compresi tredicenni o donne ultra ottuagenarie.
La furia repressiva del presidente alleato, di cui s’occupa e che preoccupa la Casa Bianca, imbarazzata di fronte ai recenti farneticanti paralleli con Hitler, ha stroncato le vite di altre tre attiviste: Sevê Demir, Pakize Nayır, Fatma Uya, impegnate in vari ruoli.
Sevê aveva conosciuto le carceri di regime dov’era stata rinchiusa dal 2009 per cinque anni. Era quindi diventata rappresentante del Partito Democratico delle Regioni nell’area di Mardin e Şırnak. Pakize era copresidente del Consiglio del Popolo a Silopi, Fatma militava nell’organizzazione delle Donne Libere. Bastava questo per considerarle pericolose terroriste, secondo la crescente paranoia razzista che il presidente turco teorizza ormai apertamente.
Così in uno dei centri assediati da un mese assieme a Cizre e Sur - Silopi -  la polizia ha compiuto il 4 e 5 gennaio nuovi raid e arrestato 57 persone, fra cui alcuni odiati giornalisti. Nei conflitti a fuoco unilaterali, visto che sparavano solo agenti e cecchini dell’esercito turco, le tre donne sono state colpite mortalmente assieme a un giovane. Tutto ciò non è casuale visto che l’establishment turco ha sdoganato l’esecuzione a sangue freddo e garantisce l’assoluta copertura ai propri apparati della forza che colpiscono  nel mucchio i cittadini della comunità kurda e praticano una meticolosa eliminazione di attivisti più o meno noti.
La logica e l’effetto sono quelli d’una pulizia etnica perpetrata nel silenzio assoluto delle leadership internazionali. Le autopsie compiute sui cadaveri delle tre donne e su quello del giovane uomo hanno rilevato danni abnormi tanto da ipotizzare un vero e proprio tiro al bersaglio. Le salme risultano crivellate di pallottole, undici quelle che hanno stroncato la Demir con armi di diverso calibro che scavavano fori da 5x3 cm e da 2x1. Il referto medico, purtroppo macabro, parla di scatole craniche aperte in due; ciò lascia il dubbio sul tipo di armi usate e può far pensare a esecuzioni praticate con  micro cariche esplosive. L’uomo ucciso è massacrato di colpi tanto che il riconoscimento non è stato ancora possibile. Crescono l’orrore e la rabbia nella comunità interna e i kurdi presenti in altre nazioni; manifestazioni e proteste ci sono finora state in Germania, Francia, Austria e Sizzera. 

7 gennaio 2015

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La caparbietà di Ilaria, la codardia dei Carabinieri

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cucchipestatoDa infoaut.org

Ieri Ilaria Cucchi ha postato sul proprio profilo Facebook la foto di uno dei cinque carabinieri che hanno massacrato suo fratello Stefano.

Il fisico palestrato immortalato in spiaggia, degna di una foto per pubblicizzare una casa produttrice di costumi da bagno, era evidentemente sul profilo dello stesso aspirante modello. Il carabiniere, vistosi rimbalzato su ogni testata giornalistica, si è precipitato a toglierla e nello stesso tempo tramite il suo legale ha formalizzato una denuncia nei riguardi di Ilaria Cucchi ”per le sue affermazioni e per le numerose e gravissime ingiurie che sono state rivolte a lui e ai suoi familiari a seguito e a causa della Signora Cucchi”.

Forse è l’immagine che più ci si attendeva e che meglio si addiceva, quanto meno per uno di loro, quella dello sbirro tutto muscoli e niente cervello. Sul fatto che ci fosse stato un abuso da parte dei CC non vi era dubbio e le parole all’interno delle intercettazioni emerse negli ultimi giorni hanno fatto capire che cosa sono stati capaci di fare sul corpo di Stefano e come si fossero studiati anche un piano per tirare a campare (“ci diamo alle rapine”).

Al di là della valanga di commenti (alcuni del tutto condivisibili) apparsi in seguito alla pubblicazione, la questione di fondo rimane la pochezza di questi individui che continuano ad essere in servizio, spalleggiati dai loro colleghi nei secoli fedeli, mentre tra i comuni mortali basta molto meno per perdere il posto di lavoro. E' stata la stessa Ilaria Cucchi a sottolineare poi che se si fosse trattato di un comune mortale a quest’ora non solo sarebbero usciti i nomi e le foto delle persone coinvolte, ma sicuramente si sarebbe anche concluso il processo con tanto di condanna. Invece a distanza di anni per il caso Cucchi ci troviamo ancora a parlare di soli indagati, personaggi senza arte né parte pronti ad indossare una divisa per poter accomunare lo stipendio con qualche potere in più, in questo caso sperando che quella divisa li protegga per quel pestaggio che in quella tragica notte ha spento la vita di Stefano.

Incapaci di assumersi le proprie responsabilità rispetto a quello che hanno fatto, tentano di rimanere il più possibile anonimi, salvo poi scandalizzarsi di fronte a quella che è una semplice foto di una persona con un nome ed un cognome. Ma si sa che ci sono persone che si prestano più alla vita nell’ombra che alla luce del sole e che agiscono e si sentono forti solo in branco.

altDi seguito riportiamo i messaggi postati da Ilaria Cucchi sulla sua pagina Facebook, da quello che accompagnava la foto del carabiniere a quelli in cui spiega il senso della propria scelta di fronte alla polemica che ne è seguita:

"Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso".

Dopo una serie di commenti pesanti indirizzati verso il carabiniere la sorella scrive: "Non tollero la violenza, sotto qualunque forma - precisa - Ho pubblicato questa foto solo per far capire la fisicità e la mentalità di chi gli ha fatto del male, ma se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza".

A chi le chiede se avesse senso pubblicare la foto lei risponde:"Il senso è che Stefano era la metà di questa persona".

In serata, decide di rompere ancora una volta il silenzio: "Sto ricevendo numerose telefonate anche di giornalisti su questa fotografia - scrive - La prima domanda che mi pongo è: se fosse stato un comune mortale, cioè non una persona in divisa, non ci si sarebbe posto alcun problema. Ho pubblicato questa foto perché la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Il maresciallo Mandolini (il primo indagato tra i militari, ndr) incurante di quanto riferito sotto giuramento ai giudici sei anni fa e non curandosi nemmeno della incoerente scelta di non rispondere ai magistrati ha avviato un nuovo processo a Stefano e a noi, che abilmente sarà di una violenza direttamente proporzionale alla quantità di prove raccolte contro di loro dai magistrati. E quindi io credo che non mi debba sentire in imbarazzo se diventeranno pubblici anche i volti e le personalità di coloro che non solo hanno pestato Stefano ma pare se ne siamo addirittura vantati ed abbia.o addirittura detto di essersi divertiti". "Di fronte al possibile imbarazzo che qualcuno possa provare pensando che persone come queste possano ancora indossare la prestigiosa divisa dell'arma dei carabinieri io rispondo che sono assolutamente d'accordo e condivido assolutamente questo imbarazzo" scrive ancora la Cucchi.

Concludendo poi: "Quella di avere pestato Stefano è stata una scelta degli autori del pestaggio. Quella di nascondere questo pestaggio e di lasciare che venissero processato altri al loro posto è stata una scelta di altri. Così come quella di farsi fotografare in quelle condizioni e di pubblicarla sulla propria pagina Facebook è stata una scelta del soggetto ritratto. Io credo che sia ora che ciascuno sia chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Accollandosene anche le conseguenze. E il fatto che questo qualcuno indossi una divisa lo considero un'aggravante non certo un'attenuante o tantomeno una giustificazione".

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La crisi colpisce prima i lavoratori immigrati

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La crisi colpisce prima i lavoratori immigrati

tratto da http://contropiano.org

Una volta sarebbe stato chiaro fin da subito: la manodopera immigrata funziona da esercito salariale di riserva per gli imprenditori. All'inizio contribuisce ad abbassare il livello del salario e dei diritti (perché necessariamente sono disponibili a lavorare anche a condizioni inaccettabili per i "nativi"), poi - quando la crisi esplode - sono i primi ad essere messi fuori. Non è questione di cattiveria, ma di logica economica. Capitalista, of course...

Nel dare le cifre di questo aspetto specifico della crisi l'Istat chiarisce dinamiche di lungo periodo che sorprendono soltanto chi non voleva vederle.

Nel secondo trimestre 2014, per esempio, gli stranieri rappresentavano l'8,6% della popolazione residente di 15-74 anni, i naturalizzati italiani l'1,3%. La maggior parte di loro è del resto arrivata qui alla ricerca di un lavoro: il 57% degli stranieri nati all'estero.

Dal 2008 al 2014 il tasso di occupazione degli stranieri ha subìto una contrazione di 6,3 punti, molto più accentuata rispetto a quella dei naturalizzati e degli italiani dalla nascita (-3,0 e -3,3 punti, rispettivamente). Al contempo, il tasso di disoccupazione degli stranieri è quasi raddoppiato rispetto a sei anni prima (+7,1 punti rispetto a +5,2 per gli italiani dalla nascita). Numeri che non ammettono interpretazioni minimizzanti: i migranti - di qualsiasi colore e nazionalità, "comunitari" e non - vengono licenziati per primi. E assunti per ultimi, peché ormai anche "i nativi" accettano condizioni di lavoro e salari infami.

Ma anche per loro il normale mercato del lavoro funziona da cani: il 59,5% degli stranieri ha trovato lavoro grazie al sostegno della rete informale di parenti, conoscenti e amici (38,1% i naturalizzati, 25% gli italiani).

Il 29,9% degli occupati stranieri 15-74enni dichiara di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al titolo di studio conseguito e alle competenze professionali acquisite, percentuale che scende al 23,6% tra i naturalizzati e all'11,5% tra gli italiani.

Più spesso degli uomini le donne percepiscono di svolgere un lavoro poco adatto al proprio titolo di studio e alle competenze maturate, soprattutto quando si tratta di straniere (sono stimate circa quattro occupate su dieci). Polacche, ucraine, filippine, peruviane, moldave e romene sono le più penalizzate. Si tratta infatti di paesi che fino ad un certo punto hanno garantito un minimo di istruzione superiore di discreta qualità.

Non essere italiano dalla nascita rappresenta un ostacolo per trovare un lavoro, o un lavoro adeguato, per il 36,2% degli stranieri e il 22% dei naturalizzati. La scarsa conoscenza della lingua italiana (33,8%), il mancato riconoscimento del titolo di studio conseguito all'estero (22,3%) e i motivi socio-culturali (21,1%) sono i tre ostacoli maggiormente indicati dal campione intervistato.

Il rapporto completo dell'Istat:

pdfIntegrazione_degli_stranieri_nel_lavoro__-_28_dic_2015_-_Testo_integrale_e_nota_integrale.pdf551.93 KB

28 dicembre 2015

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