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CORPI E POTERE

Donne, amori, fiction, rivoluzioni nell’800 europeo

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di Gianfranco Marelli - tratto da https://www.carmillaonline.com

Martina Guerrini, Le cospiratrici. Rivoluzionarie russe di fine Ottocento, BFS Edizioni 2016, pp. 136, € 14,00
Lorenza Foschini, Zoé. La principessa che incantò Bakunin, Mondadori 2016, pp. 190, € 20,00
Maria Zalambani, L’istituzione del matrimonio in Tolstoj, Firenze University Press 2015, pp.208, € 16.90

La storia e la letteratura hanno quasi sempre un solo genere: il maschile. Pure è delle donne e dei loro tormentati amori che soprattutto si racconta. Tuttavia c’è stato un periodo nella storia e nella letteratura europea in cui le donne e i loro amori non hanno fatto solo da sfondo alle eroiche imprese maschili e ai loro intrepidi piani per la conquista del potere ed il suo solido mantenimento. Certo, ai più verrà in mente il movimento delle suffragette volto a chiedere il suffragio femminile nel Regno Unito nella seconda metà dell’800; ma non è di questo movimento che qui si tratta, bensì di un movimento dai connotati tipicamente maschili: il nichilismo populista russo e la sua letteratura.

Un movimento che, al contrario, nel rivendicare al proprio interno l’uguaglianza di genere (dal momento che le donne ne costituirono sicuramente un aspetto fondamentale), a ragione meriterebbe di essere affrontato – come ha svolto la studiosa Martina Guerrini nel suo libro Le cospiratrici. Rivoluzionarie russe di fine ‘800 – per chiarire non solo la genealogia storica e semantica del termine “nichilismo” fra mille difficoltà ed incertezze, ma anche «collocare nel tempo e nello spazio l’uso di nigilitska, il sostantivo femminile».

Sì, perché ripercorrendo le vicissitudini storico/letterarie del nichilismo russo è impossibile non rilevare quanto la questione femminile sia stata al centro della pratica e della teoria di quell’ “andata al popolo” che contrassegnò nel profondo i cambiamenti sociali e giuridici della Russia zarista a partire dagli anni ’50-’60 del XIX secolo. Non solo infatti gli attentati allo zar e ai suoi governatori videro le donne protagoniste in prima persona, ma sia il movimento nichilista, quanto il movimento populista devono la loro diffusione fra l’intelligencija grazie ad un’attenta politica in favore della condizione delle donne russe che determinò un’iniziale solida unione d’intenti fra le femministe riformiste, le nichiliste e le militanti delle prime organizzazioni populiste. Del resto la situazione delle donne nella Russia zarista era fra le più umilianti, regolamentata da leggi repressive ed oppressive se solo si pensi al fatto che perfino durante il periodo delle grandi riforme – iniziato nel 1861 con l’abolizione della servitù della gleba compiuta da Alessandro II – la legislazione della Russia patriarcale prevedeva che le ragazze rimanessero nella casa paterna fino al matrimonio e, una volta sposate, avevano l’obbligo di risiedere sotto lo stesso tetto coniugale, in quanto le donne erano iscritte nel passaporto interno dei mariti. In tal modo la donna non aveva nessuna possibilità di viaggiare, di trovare un impiego, di istruirsi presso istituti pubblici o privati, e questo sino al 1914 quando il passaporto interno fu abolito. Una situazione di profonda schiavitù che risaliva fino ai tempi della obščina, la tradizionale comunità contadina russa in cui pur in assenza della proprietà privata dal momento che la terra era del villaggio (derevnja) la famiglia era patriarcale e vigeva «la tirannia contro le donne del dvor [il nucleo familiare allargato], oggettivate sia per la valorizzazione economica (attraverso la distribuzione delle mansioni) che per quella riproduttiva e sessuale. Esisteva un’usanza (snochačestvo) – sottolinea Martina Guerrini nel suo studio – risalente ai tempi antichissimi, secondo la quale il capo e padrone del dvor (bol’šak) poteva avanzare la pretesa di avere rapporti sessuali con le giovani nuore in assenza dei mariti».

Contro questa proprietà esclusiva dei maschi nella vita reale si sviluppa una fiorente produzione letteraria e filosofica già a partire dagli anni ’40-’50 sulle riviste russe che, raggiungendo in molti casi le 500 pagine, daranno spazio ad interi romanzi a puntate in cui la riforma agraria, la questione femminile, la libertà dei sentimenti, l’instaurarsi di nuovi rapporti fra uomini e donne, saranno il volano che consentirà al variegato e complesso mondo femminile presente nei movimenti liberali e radicali di quel periodo storico di iniziare il lento cammino verso l’emancipazione della donna. Scrittori come Ivan Sergeevič Turgenev costituiranno infatti uno dei capisaldi della crescita del nichilismo; infatti proprio attraverso il suo romanzo più famoso Padri e figli, pubblicato per la prima volta nel 1862 sulla rivista «Il messaggero russo», sostiene che «un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato», dopo che un suo precedente romanzo, Rudin del 1857, aveva preso di mira “l’uomo superfluo” cioè l’idealista buono solo a parole, armato di idee propositive, ma nella pratica debole e inetto. Una vera e propria chiamata alle armi [delle belle lettere] già precedentemente dichiarata da Aleksandr Ivanovič Herzen con il suo Di chi è la colpa?(1845/47) in cui aveva messo sotto accusa la morale dominante rivendicando la sua esperienza amorosa di un menage à trois, tema subito ripreso nel romanzo Che fare? di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, pubblicato nella primavera del 1863 nei numeri 3, 4 e 5 del «Sovremennik», il giornale sul quale l’autore aveva proclamato le proprie idee democratiche e rivoluzionarie prima di essere arrestato, finendo nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo.

Sono proprio questi romanzi/racconti – vere e proprie fiction dell’epoca – a favorire la diffusione del romanticismo e dell’idealismo tedesco nella Russia degli anni ’40, coinvolgendo in un serrato dibattito i circoli letterari e contando sul prestigio di critici letterari come Belinskij, di filosofi come Herzen, e del suo grande amico, il poeta rivoluzionario Nikolaj Platonovič Ogarëv, diventati il ricettacolo in patria e in esilio dell’opposizione all’autocrazia zarista, nonché fonte d’ispirazione per una nuova società nella quale il socialismo francese di Charles Fourier ben si amalgamava con l’uguaglianza di genere e la libertà individuale di matrice nichilista. Tali ideali si trasformarono in breve tempo nei valori basilari del processo di emancipazione femminile condotto in prima persona dalle militanti nichiliste e populiste, impegnate nel rivendicare il diritto all’istruzione, la libertà di sentimento, l’autonomia nelle scelte della propria vita, l’uguaglianza fra i sessi. Comportamenti pratici che la nigilitska manifestava apertamente attraverso l’abbigliamento e il suo aspetto provocatoriamente contrario all’immagine della “signorina pane-e-burro” delle eteree giovani dame in abiti di mussolina e crinoline d’importazione. Infatti – ci descrive Martina Guerrini, ammiccando ad una antesignana divisa black-bloc – «abbandonate le mussole, i nastrini, le piume, gli ombrellini della signora russa, la nichilista nel 1860 indossa semplicemente un abito di lana completamente nero, che scivola dritto e ampio dalla vita, con i polsini e il colletto bianchi. I capelli sono tagliati corti e portati lisci, abitualmente indossa occhiali scuri, prevalentemente blu». Un atteggiamento pratico e coerente con lo strumento dei “matrimoni fittizi” – diffusi fra i giovani nichilisti degli anni ’60, «attraverso i quali uomini solidali sposavano giovani donne per strapparle alla tirannia familiare, affrancandole anche dal matrimonio una volta ottenuta la loro “liberazione”» – che minava radicalmente una delle principali istituzioni del regime zarista e della chiesa greco ortodossa, la famiglia, al punto da dover coinvolgere a fini repressivi la Terza sezione della Cancelleria privata di sua Maestà Imperiale (istituita nel 1826 con il compito di spiare gli stranieri residenti in Russia, i partiti stranieri considerati sovversivi e … di interessarsi delle petizioni di separazione), nota come polizia politica particolarmente attenta al controllo delle organizzazioni clandestine populiste come Zemlja i Volja (Terra e Libertà).

Così tratteggiato l’ambiente delle nichiliste e populiste russe, un ambiente in cui i romanzi e i saggi filosofici si trasformeranno in “manuali di vita” atti a comprendere il passato e ad essere fonte di profezia per il futuro, il libro di Martina Guerrini si sofferma su alcune figure femminili che hanno influenzato il movimento, imprimendovi il carattere, le idee, i sentimenti: Vera Ivanovna Zasulič, Sof’ja L’vonovna Perovskaja, Ol’ga Spiridonova Liubatovič, Vera Nikolaevna Figner, Olimpia Kutuzova Cafiero. Sebbene Vera Zasulič sia indubbiamente considerata la donna che maggiormente influenzò l’ambiente populista indirizzandolo a compiere attentati contro gli autocrati zaristi, il libro della Guerrini indaga approfonditamente la figura di Olimpia (Lipa) Kutuzova. Vera Zasulič ferì gravemente, il 24 gennaio 1874, il governatore di Pietroburgo, generale Trepov, responsabile di aver causato la morte in carcere del populista Bogoljubov (frustato in carcere fino a farlo impazzire, in quanto non si era tolto il berretto innanzi a lui); fu però assolta dal tribunale civile suscitando sorpresa ed entusiasmo nell’ambiente liberale europeo – mentre Olimpia Kutuzov fu protagonista in patria e all’estero di una spericolata attività politica che la condusse ad incontrarsi con il gotha del movimento rivoluzionario di fine ‘800, a partire da Mikail Bakunin, Carlo Cafiero (che sposò nel 1874: un legame difficile, vissuto a distanza, e spezzato dalla pazzia del coniuge) e gli internazionalisti italiani con i quali partecipò ad azioni sovversive, quali la tentata insurrezione romagnola del ’74 , in cui Lipa ebbe l’incarico di precedere Bakunin e «portarvi della dinamite cucita in un asciugamano avvolto attorno alla vita». Un incarico che – ricordano i suoi Mémoires, riportati nel libro della Guerrini – rischiò di farla saltare in aria alla stazione di Milano, sorpresa da un violento temporale i cui tuoni avrebbero potuto far detonare la dinamite e decimare la folla dei viaggiatori attorno a lei; al ché «per evitare la strage – sostiene la protagonista – uscii nella piazza e, con l’angoscia al cuore, attesi l’istante in cui la dinamite sarebbe scoppiata, e io assieme a essa». Fortuna volle che non accadde nulla e la dinamite fu gettata nel Reno, dal momento che l’insurrezione non avvenne neppure.

Sicuramente l’incontro con l’anarchico Bakunin, avvenuto a Locarno nella primavera del 1873, segnò profondamente la formazione politica e umana di Olimpia al punto che l’autobiografia inizia proprio dall’incontro con il rivoluzionario russo, tracciandone un profilo delicato, affettuoso, attento soprattutto a difendere la parità fra i generi nei rapporti interpersonali. Scrive infatti Lipa: «Un giorno gli chiesi, per conto di due italiane che abitavano con noi [alla villa “La Baronata”, sopra Lugano acquistata con i soldi di Cafiero nel 1874, ultimo domicilio di Bakunin, della moglie Antonia e rifugio per molti rivoluzionari, ndr.] di intervenire sugli italiani affinché modificassero l’atteggiamento nei confronti delle loro mogli, viste generalmente in Italia come schiave. Bakunin trattò a lungo l’argomento e le sue parole suscitarono una forte impressione. In seguito le due italiane aderirono anch’esse al movimento rivoluzionario e una delle abitanti della Baronata prese parte, nel 1876, all’insurrezione nel Matese». Dettaglio che aiuta a comprendere meglio il carattere antisessista di Bakunin, già pienamente espresso nella sua opera principale Stato e Anarchia in cui denuncerà il valore “contro rivoluzionario” del patriarcato contadino, dove l’esercizio dispotico del padre, del marito e del fratello maggiore ha fatto della famiglia «la scuola della violenza e dell’istupidimento trionfante, della vigliaccheria e della perversione quotidiana al focolare domestico» [Feltrinelli, 1973, p. 246]. Queste idee lo condurranno a scrivere – nel programma dell’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista, fondata a Berna nel 1868 durante il congresso della Lega per la Pace e la Libertà – quanto «l’Internazionale, mirando all’emancipazione di tutta l’umanità, con ciò stesso mira ad abolire lo sfruttamento di una metà dell’umanità da parte dell’altra». Richiesta di una completa uguaglianza fra i sessi, che sarcasticamente farà dire a Marx – incline a una visione tradizionalista dei rapporti fra maschio e femmina – quanto Bakunin sognasse «l’uomo ermafrodita!»

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E il ritratto di un uomo ermafrodita traspare inconsapevolmente nel libro di Lorenza Foschini Zoé la principessa che incantò Bakunin, una fiction di “passioni e anarchia all’ombra del Vesuvio” scritta da una delle note mezzobusto dei telegiornali di Stato con vena di gossip, scoop e frivolezze varie. Un peccato, perché la ricerca intrapresa dalla giornalista nell’approfondire la figura di Zoja Sergeevna Obolenskaja inseguendo per mari e per terre i suoi discendenti ancora in vita avrebbe consentito una trattazione storica, seppur romanzata, più vicina alla realtà dei fatti. Ma lontani sono ormai i tempi in cui la letteratura coincideva con il prolungamento della vita, essendo la vita un prolungamento della letteratura; i nostri sono tempi – direbbe Hannah Arendt – dove la società di massa non vuole la cultura, ma gli svaghi. E come un piacevole svago è la lettura del libro della Foschini, amabile nel condurci negli interni aristocratici napoletani, luoghi d’incontro della nobiltà europea affascinata dal grand tour d’Italie percorso da teste coronate e rampolli di antiche casate e della rampante borghesia, tutti affascinati dal pittoresco agreste paesaggio del sud mediterraneo. Del resto l’autrice nel descrivere l’ambiente blasonato della Napoli post-risorgimentale confrontandola con i bassi e con la vita contadina della vicina Ischia, un po’ s’immedesima avendo dalla sua una famiglia imparentata con i Caccioppoli, il cui famoso matematico Renato nacque dal padre Giuseppe e dalla sua seconda moglie, Sofia Bakunina, figlia del rivoluzionario russo che soggiornò per due stagioni (1866-1867) nell’isola Verde ospite della Principessa Obolenskaja, così che Lorenza Foschini e la sua dinastia erano soliti trascorrere le vacanze estive a Ischia nella gran villa di proprietà, nascosta dalla pineta.

Lorenza Foschini scrive, nell’introduzione al suo libro, di aver «scoperto che il periodo napoletano del nobile rivoluzionario sia stato uno dei più felici e produttivi della sua vita movimentata e finanziariamente stentata». Questi, fuggito rocambolescamente qualche anno prima dall’esilio siberiano assieme ad Antonia, la giovane polacca sposata di soppiatto quando era in cattività, e immediatamente ritornato sulle barricate dopo aver fatto scalo a San Francisco per approdare finalmente a Londra dai fraterni Herzen e Ogarëv, che in esilio erano diventati il faro dell’opposizione liberaldemocratica europea pubblicando il giornale «Kolokol» (La campana) – nel breve soggiorno ischitano aveva conosciuto la principessa Obolenskaja che gli consentì di ottenere una «straordinaria felicità», ospitandolo con la consorte ed altri amici nella sua sontuosa villa al mare. Qui ella si trovava per far cambiare aria alla terzogenita, Marusja, cagionevole di salute, ma soprattutto per stare lontana dal marito – Aleksej Vasilevič Obolenskij, governatore di Varsavia – del quale era insofferente e altresì desiderosa di trasferirsi all’estero per allontanarsi dalla società russa: «vocazioni abbastanza diffuse negli ambienti colti e aristocratici». Un quadro idilliaco, romantico e molto pittoresco, tratteggiato con il gusto dei particolari estetici e con lo spolvero di impressioni socio-psicologiche, in cui la miseria dei bassi napoletani scuote l’animo sensibile della Principessa al punto da spendersi per la causa rivoluzionaria, spendendo i propri soldi e allarmando lo Zar Alessandro II e la sua corte, tanto da sollecitare il marito e il padre – Sergej Pavlovič Sumarokov, uno degli uomini più influenti dell’Impero – a riportarla in fretta e furia in Russia.

Così la prima parte del romanzo si snocciola, presentandoci i protagonisti di una passione amorosa e rivoluzionaria, dove la rivoluzione sembra prevalere sull’amore, in cui “l’ermafrodita” Bakunin «si lasciava adorare, senza ricambiare» al punto da doversi difendere dalle attenzioni di due sorelle che – prima l’ una e poi l’altra – avrebbero voluto sposarlo, riuscendo a cavarsela «con grande abilità richiamandosi ad alti ideali che lo costringevano a rifiutare quello che definì “una passione ardente, tempestosa, legata ai sensi, non all’anima”. “No”, scriveva alla più insistente delle due, “la mia vocazione è un’altra … Voglio realizzare questo bell’avvenire. Voglio diventarne degno. Poter sacrificare ogni cosa a questo sacro scopo. Ecco la mia sola ambizione. Ogni altra felicità m’è preclusa!”». Di questa presa di posizione, scritta quando Bakunin aveva vent’anni, Lorenza Foschini arma il suo format letterario [a quando quello televisivo?] al fine di spiegarsi l’assurdo amore di un ultracinquantenne sdentato per una giovane sedicenne polacca conosciuta durante l’esilio siberiano, sposata e portata nei suoi peregrinaggi in giro per il mondo, comprese le ville Attanasio di Casamicciola e Arbusto di Lacco Ameno – prima del buen retiro a La Baronata – dove la povera Antonia annoiata, assisteva agli intimi intenti sentimental/rivoluzionari fra il marito e la nobildonna russa nel bel mezzo di passeggiate fino alle pendici dell’Epomeo, e nottate trascorse chine sullo scrittoio a dettare/copiare proclami rivoluzionari, lettere ai fratelli internazionalisti, articoli al giornale partenopeo «Libertà e Giustizia» per dichiararsi definitivamente un “anarchico”. Fortuna vuole che “ogni altra felicità” gli fosse preclusa, in modo che la giovane moglie seppe consolarsi con il giovane internazionalista Carlo Gambuzzi (che poi sposò, essendo il padre dei suoi figli, e che Bakunin altruisticamente riconobbe come propri al fine di alleviarli da un peso gravoso), e la Principessa ribelle non resistette alle amorevoli cure del fervente bakuninista Walerian Mroczkoski Ostroga, di ben undici anni più giovane e suo inseparabile compagno dal quale ebbe un figlio, Felix, che da grande convisse in unione libera con la figlia del noto geografo anarchico francese Élisée Réclus.

Ma la storia che vogliamo finire di raccontare affiora con più forza nella seconda parte del romanzo, poiché la trama vira su toni cupi e drammatici essendo la Principessa assillata dalle pretese del padre e del marito per riportarla docile e pentita in Russia, al punto da far leva sui cinque figli che secondo la legislatura zarista sono proprietà paterna e pertanto obbligati a raggiungerlo anche contro il loro desiderio di rimanere con la madre. S’inscena così la partenza di Zoé Obolenskaja dall’amata Ischia al fine di raggiungere la Svizzera, luogo più sicuro e apparentemente impermeabile alle pretese dello Zar di strapparle i figli, nonché ritrovo di molti esuli russi e rivoluzionari internazionali ai quali Bakunin affida la Principessa lodandone l’afflato rivoluzionario. Sono questi anni difficili e travagliati e la lotta tra marxisti e bakuninisti in seno alla Prima Internazionale non fa certo prigionieri, soprattutto perché la partita è il controllo dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, e la segreteria – fin dalla fondazione nel 1864, saldamente nelle mani di Marx – teme che le sezioni italiane, svizzere, belghe, spagnole sorreggano la visione federalista ed antiautoritaria degli anarchici bakuniani. Di questo e di altro si fa breve cenno, riportando lo scontro Marx/Bakunin nell’alveo di personalismi civettuoli e umori caratteriali da “prime donne” che offuscheranno l’amorevole passione di Zoé Obolenskaja per il nobile rivoluzionario russo, divenendo lei stessa «la figura di spicco, posizione a cui in effetti ha sempre aspirato, di quel mondo in continua ebollizione dei rivoluzionari che si raccolgono intorno a lei lusingandola ed esaltandola». Sia quel che sia, la storia prende una brutta piega per la pressione insistente dello Zar Alessandro II nei confronti del generale Obolenskij – «questo bigotto inginocchiato davanti a tutti i pope di Mosca e San Pietroburgo e prosternato davanti al suo imperatore» – che gli impone di diseredare la moglie e di recarsi in Svizzera per prelevargli con la forza i figli. Senza più un soldo e scoperto il suo rifugio segreto da un agente della III Sezione, Zoé Obolenskaja, la mattina del 17 luglio 1869, fu bruscamente svegliata nella sua casa dall’invasione minacciosa di «alcuni membri della prefettura e altri del Consiglio cantonale – dietro di loro, seminascosto, s’intravedeva il principe Obolenskij – [che …] si facevano largo a suon di spintoni entrando nella stanza dei ragazzi, intimando alla vecchia balia di non muoversi, e strappandoli dal letto ancora addormentati».

Non saremo certo noi a svelare lo svolgersi intricato della fiction che d’ora in avanti assumerà ritmi sempre più incalzanti e avvincenti; ci permettiamo però di rilevare alla giornalista Foschini e rivelare ai suoi appassionati lettori che sarebbe stato più elegante – oltre ad essere intellettualmente più onesto – non pretendere di render noto alcuno scoop, se per farlo si è costretti ad inventarselo di sana pianta. Il riferimento è all’affermazione che Lev Tolstoj si sia ispirato alla vicenda familiare tormentata di Zoé Obolenskaja per raffigurare nel suo grande romanzo Anna Karenina i personaggi di Anna e di Oblonskij. Perché se è lecito aspettarsi da una storia romanzata licenze stravaganti e fantasiose nel rispetto degli avvenimenti storici [e di ciò bisogna dar atto all’autrice del libro di aver mantenuto fede alla cronaca], spiace constatare l’imbroglio assai grossolano di attribuire patenti di paternità del tutto inesistenti, sebbene la vicenda del Principe Obolenskij che strappa i figli alla fedifraga Zoé, assomigli al dramma vissuto da Anna Karenina. Innanzitutto, com’è noto, fu lo stesso Tolstoj ad ammettere di essersi ispirato ad un fatto di cronaca: il suicidio per amore della convivente di un vicino dello scrittore a Jasnaja Poljana, Anna Stepanovna Pirogova, avvenuto il 6 gennaio 1871; secondariamente, all’onomatopea somiglianza dei cognomi Oblonskij/Obolenskij, non corrisponde affatto la somiglianza dei caratteri, essendo esattamente il primo (spaccone e impenitente sciupa femmine) il contrario del secondo (un timorato di dio, pavido e succube del volere altrui). Certo, si tratta di un piccolo peccato veniale. Sennonché dovendo noi trattare delle donne, degli amori, delle fiction e delle rivoluzioni nell’Europa dell’800 non siamo stati capaci di sorvolare su di un romanzo che – come ha ben documentato nel suo libro, L’istituzione del matrimonio in Tolstoj, Maria Zalambani, docente di letteratura russa all’università di Bologna – ha contrassegnato il pensiero e lo stesso processo di emancipazione femminile delle donne russe, caratterizzandone il dibattito sulle riviste e nei circoli letterari dell’epoca.

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Il saggio in questione – dal quale abbiamo tratto molti spunti e che ci ha consentito di focalizzare con più precisione il tema qui affrontato – è uno studio storico, sociologico, giuridico e letterario la cui tesi tende a dimostrare quanto il rapporto fra letteratura e società, nella Russia del XIX secolo, sia stato particolarmente fecondo. «Nell’impero zarista – scrive nell’introduzione al saggio Maria Zalambani – dove la società civile non si era sviluppata come nel resto dell’Europa e le iniziative e i movimenti sociali non erano riusciti ad incidere sull’opinione pubblica come in Occidente, le belle lettere venivano chiamate a rispondere a interrogativi di ordine filosofico, storico, sociale e artistico. Il romanzo russo dell’Ottocento, che oltrepassa i confini della semplice fiction e nelle cui pagine si dibattono tutte le questioni attorno alle quali ruota l’interesse dell’intelligencija, diventa in questo modo il sismografo del suo tempo». Questa visione letterarioocentrica, in una realtà sociale peraltro contrassegnata da un alto tasso di analfabetismo, ci conduce a considerare quanto la capacità di raffigurare realmente le tensioni e le problematiche vissute in una cerchia ristretta della popolazione possano condizionare comportamenti e mentalità dell’intera società, sapendo la cultura letteraria assorbire la realtà e addirittura prefigurarla in una fiction, contraddicendo l’assunto secondo il quale la vita va vissuta e non letta, in quanto la lettura della vita permette di viverla anticipandola negli scritti di autori. Soprattutto se questi hanno la forza espositiva e la potenza esplicativa dei grandi romanzieri russi.

Come abbiamo in precedenza osservato, i romanzi di Herzen, Turgenev , Černyševskij hanno avuto grande importanza nell’affrontare la questione femminile e il ruolo della donna nella società russa, al punto da influenzare il pensiero politico-filosofico del nascente movimento nichilista e populista, segnando il dibattito anche nel campo istituzionale e religioso, sorpresi dalla forza con la quale erano state messe in discussione i sentimenti, la sessualità, l’indipendenza della donna all’interno di un’istituzione sacra come il matrimonio. Una forza che la centralità della letteratura ha saputo esercitare con «forti “effetti di potere” sul pubblico e sulle strutture mentali dei lettori, trasformando l’arte da semplice specchio della realtà in produttrice di essa». Se pertanto l’analisi sociale trasse alimento dalla critica letteraria, è perché – ponendo la figura femminile come protagonista cardine della trama narrativa – obbligò i lettori e i critici ad una riflessione sul ruolo della donna nella società e in particolar modo sulla sua funzione produttiva/riproduttiva in seno all’istituzione familiare, sorgente vitale del sistema autocratico zarista e religioso. Infatti il matrimonio, l’educazione dei figli, l’amore fra i coniugi, il sesso, il tradimento assurgeranno a veri e propri grimaldelli per scardinare la società patriarcale e la sua cultura repressiva nei confronti delle donne, della loro autonomia all’interno della famiglia, della loro libertà di istruzione e sviluppo della propria personalità, da interessare trasversalmente l’intero mondo russo al punto che i romanzi – pubblicati a puntate sulle riviste letterarie – verranno letti e discussi criticamente quasi fossero «un vero e proprio programma politico per la trasformazione della società, un codice comportamentale per l’individuo, un modo di comprendere il passato della nazione e una fonte di profezia per il futuro».

Limpido paradigma sono i romanzi di Lev Nikolaevič Tolstoj ed in particolar modo Felicità familiare [1858-1859], Anna Karenina [1785-1877] e La sonata a Kreutzer [1887-1889] che, grazie alla notorietà e alla fama del conte, influenzeranno il dibattito nella Russia delle seconda metà dell’800 sull’istituzione del matrimonio e il ruolo della donna nella società, contrapponendosi sia all’indirizzo progressista e rivoluzionario della critica populista, sia al conservatorismo reazionario della Chiesa e dell’autocrazia zarista. Dopotutto Tolstoj era consapevole del fatto che lo scrittore esercita un’influenza sul lettore, tanto da ribadire, nel saggio del 1898 Che cos’è l’arte, quanto «l’arte deve essere dominata dall’elemento morale, a scapito dell’elemento artistico, al fine di esercitare un influsso benefico sull’animo del pubblico». Un impegno moralistico che Maria Zalambani rileva come sia stato un prezioso contributo nel processo di revisione critica dell’istituzione del matrimonio nella Russia di Alessandro II, influenzando grazie alla notorietà dello scrittore il dibattito sulla famiglia borghese coronata dal sentimento chiamato a sancire la “felicità familiare” in contrapposizione al tradizionale matrimonio combinato in cui lo sposo veniva scelto dai genitori senza interpellare la predestinata, poiché «quello che avvicinava i due fidanzati era: un’estrazione sociale comune, beni di simil sostanza e un atteggiamento serio e consapevole verso il santo istituto del matrimonio». Ma, al contempo, Tolstoj si mostrò fiero oppositore dell’emancipazione femminile propugnata dai vari Herzen, Turgenev , Černyševskij – a loro volta influenzati dal dibattito allora scoppiato in Francia sul culto dell’amore libero che contrapponeva i suoi fautori George Sand e Jules Michelet al misogino Pierre-Joseph Proudhon – polemizzando aspramente con la pubblicistica e la letteratura populista, tanto da opporsi fermamente al triangolo amoroso proposto nei romanzi Di chi è la colpa? e Che fare?, dal momento che con «“Felicità familiare” l’eroina fugge di fronte ad un terzo componente, mentre in Anna Karenina il tragico finale annulla ogni possibilità di vita alternativa a quella legittimamente coniugale. […] Infine, ne La sonata a Kreutzer, il fantasma del triangolo amoroso e del tradimento viene annientato dalla follia omicida di Pozdnyšev».

I tre romanzi tolstojani ripercorrono le tappe che condussero l’arretrata società russa al trapasso del periodo feudale verso l’immatura società industriale di fine XIX secolo, seguendo di pari passo l’affermarsi dell’istituzione del matrimonio da quello combinato a quello borghese, per poi prefigurarne la sua crisi; un percorso contradditorio compiuto da Tolstoj, poiché – come la critica del suo tempo già aveva sottolineato – se contribuisce da un lato alla crescita sociale ponendo la questione femminile al centro dei suoi romanzi, dall’altro lato il suo cristianesimo radicale conduce ad una morale intransigente che colpevolizza e condanna le donne o a una vita sacrificata al matrimonio [è il caso di Maša che rinuncia alla felicità dell’amore per dedicarsi alla “felicità familiare”], o al sacrificio della propria vita [Anna Karenina si suicida in quanto succube delle condizioni sociali che non le consentono di essere libera per aver avuto il coraggio dell’imprudenza nel render pubblico l’adulterio], o addirittura nel condannarle – e con loro gli uomini – alla più completa castità, negando la possibilità di un amore carnale perfino all’interno del matrimonio borghese [deprezzando il sentimento amoroso come un bisogno animalesco al punto da accettare l’inevitabile gesto uxoricida di Pozdnyšev ne La sonata a Kreutzer]. Una contraddizione che attraversa l’intera società russa e che il saggio di Maria Zalambani documenta nei pur minimi dettagli, rilevando in che modo e con quale intensità Tolstoj abbia avuto la capacità di scuotere la mentalità sia dei più accaniti conservatori, sia dei più radicali riformatori, a dimostrazione di quanto scrisse Le Goff: «La mentalità è ciò che cambia più lentamente. La storia della mentalità è la storia della lentezza nella storia». Una lentezza che ancora oggi le donne faticano nel sopportare di essere considerate la costola di Adamo; di un Adamo capace sempre meno di cambiare mentalità.

13 ottobre 2016

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Il Coisp contro i NoTav: «Fermate il loro film al Senato»

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archiviato no tavChecchino Antonini tratto da Left

Il partito dell’antipolizia entra in Senato, e sotto la guida dell’instancabile Manconi»: Franco Maccari, segretario del Coisp, piccolo sindacato di polizia, stavolta tuona contro la proiezione in Senato, annunciata per il prossimo 20 ottobre, di “Archiviato, l’obbligatorietà dell’azione penale in Val Susa”, un film che documenta come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati, ampiamente documentati dai media, non determinino, specialmente a Torino, i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti. «Centinaia di denunce e procedimenti penali avviati nei confronti di attivisti e simpatizzanti del Movimento NoTav, anche e soprattutto per reati bagatellari, trovano immancabile sbocco in processi e sentenze, mentre le decine di querele, denunce ed esposti per gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, anche gravemente lesivi dei diritti e dell’incolumità dei manifestanti, non sono mai giunti al vaglio di un processo», fanno sapere i promotori dell’iniziativa. Ma per Maccari è solo «cineforum di propaganda diffamatoria contro le Forze dell’Ordine» e su loro «presunti reati».

Infastidisce Maccari la presenza tra gli altri dell’ex magistrato torinese Livio Pepino, «noto per le sue posizioni di vicinanza ai manifestanti» e del senatore Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama, «per gettare fango su coloro che rischiano la propria incolumità per difendere la legalità e tutelare la sicurezza dei cittadini. L’accanimento di Manconi in tal senso è ormai patetico: siamo davvero curiosi di sapere se da piccolo sia per caso stato malmenato da qualche bambino vestito da poliziotto ad una festa di carnevale».
Per questo si chiede al Presidente del Senato di non consentire che, «in così importanti sale istituzionali, si consumi l’ennesimo vergognoso insulto a chi serve il Paese vestendo una Divisa. Da parte nostra percorreremo ogni via legale per tutelare l’onorabilità delle Forze dell’Ordine dalla propaganda falsa e gravemente diffamatoria, come quella a cui punta questo presunto documentario».

Già, l’onorabilità. Chi è il partito dell’antipolizia, quello che ne denuncia le storture in nome della Costituzione o chi ne rivendica gli abusi? Maccari è un personaggio balzato agli onori delle cronache per gli attacchi ai familiari delle vittime di “malapolizia”, da Haidi e Giuliano Giuliani (in particolare Maccari si ostina a non sapere che Carlo raccolse l’estintore solo dopo aver visto la pistola di Placanica puntata ad altezza d’uomo. Ogni anno prova a organizzare una contromanifestazione in Piazza Alimonda) fino ai genitori di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, ai parenti di Giuseppe Uva e Michele Ferrulli. Al punto che a Patrizia Moretti, la mamma dell’Aldro, è apparso come un vero e proprio stalker, «un vero torturatore morale». Maccari la querelò, assieme a decine di parenti di vittime e anche giornalisti che avevano osato stigmatizzare lo stile Coisp. Ovviamente il procedimento venne archiviato. L’episodio più clamoroso fu la manifestazione di solidarietà in Piazza Savonarola, a Ferrara con i quattro autori dell’omicidio Aldrovandi, nel marzo del 2013, quasi sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia, dipendente del Comune di Ferrara. La donna fu costretta a scendere e srotolare la gigantografia della foto di suo figlio dopo l’uccisione. Con Maccari e gli attivisti Coisp, c’era anche un senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni. Solo tre giorni fa, in una nota, Maccari è tornato all’attacco contro gli «inaccettabili accostamenti fra la morte di Giulio Regeni e quella di altre persone decedute in Italia in ben altre circostanze, come certamente è il caso di Federico Aldrovandi, che sono di gravità inaudita e, subdolamente, trasmettono il chiaro messaggio che le Forze dell’Ordine italiane torturano ed uccidono i cittadini». È successo il giorno dopo la partecipazione dei genitori di Giulio Regeni al Festival di Internazionale, con Manconi.

Lo scorso anno la mamma di Aldrovandi ha scelto di ritirare le denunce contro Maccari perché «convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che, da quanto capisco, costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore. Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo. Non sarà una sentenza a fare la differenza nel loro atteggiamento. Rifiuto di mantenere questo livello basato su loro bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro, credo di capire, è un mestiere». Maccari, però, ha chiesto la sua citazione in tribunale per comparire come testimone (succederà il 12 ottobre). Una strategia processuale che trova lo sdegno dell’avvocato di Patrizia Moretti, Fabio Anselmo, secondo il quale il fatto «si commenta da solo, perchè questa è la prova che non è certamente Patrizia che va cercando polemiche o rivalse. Nonostante la madre di Federico abbia voluto rimettere le querele nei confronti di tutti, Maccari vuole a tutti i costi questo processo, pur sapendo benissimo di poterlo fermare in qualunque momento: dovesse mettersi male per lui può accettare successivamente la remissione di querela». Facile, no?

4 ottobre 2016

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Tiziana Cantone, lapidata: non da “internet” ma da persone di m.e.r.d.a.

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tiziana-cantone-video-youtube-ecco-la-protagonista-del-filmato

tratto da https://abbattoimuri.wordpress.com

Su Tiziana Cantone, un commento di Patrizia.

Sto leggendo i commenti sulla vicenda e non perderò tempo a indignarmi per quelli scritti da persone perfide e vigliacche che continuano a sputare merda su di lei. Mi soffermo ad analizzare il modo in cui i media stanno commentando l’accaduto. I titoli parlano di video hot, lei viene descritta come “colpevole” e come “vittima”, giusto per ricordarci che se fosse ancora in vita nessuno mai avrebbe ammesso lo scempio compiuto su di lei. Poi si attribuisce la responsabilità ai social, a internet, e non si capisce il fatto che se io perseguito e bullizzo una ragazza al telefono, per esempio, non è il telefono, non è il mezzo di comunicazione ad aver perseguitato e bullizzato, ma sono io.

C’entra l’analfabetismo funzionale, l’incapacità di gestire le comunicazioni con rispetto per la privacy di chiunque ed evitando di usare il web come un tempo si gestivano le chiacchiere, col passaparola, per rovinare la reputazione di qualcuno. Questa incapacità a mio avviso riguarda anche quelli che ora vorrebbero mettere alla forca i bulli che hanno massacrato Tiziana. Perché è il metodo di comunicazione che va cambiato, innanzitutto. Non si mette fine ad una gogna con un’altra gogna.

Ci sono, in ogni caso, troppe persone che hanno la responsabilità di quello che è successo e bisogna dirlo senza cercare alibi. Parlo del quindicenne idiota ma anche del 40enne sessista, dell’adolescente confusa o della donna incattivita. Non si tratta solo di una faccenda al maschile ma ho letto tanti commenti di donne che parlavano, con estrema convinzione, del fatto che Tiziana avesse pagato per quello che qualcuno dice sia stato “adulterio”. Pensavo fossimo in Italia e non in quei paesi in cui le donne vengono lapidate perché hanno osato fare sesso con un altro. Ma tra le tante bugie, le frasi cattive, le descrizioni fantasiose, di chi cerca ancora scuse per continuare a mortificare Tiziana anche dopo la sua morte, c’è una sola verità: in Italia una donna non è libera di fare sesso e se qualcuno, malauguratamente, ti espone e ti mette alla gogna sei ancora tu che paghi le conseguenze di una scelta fatta da uomini e donne.

Il divario di genere comincia dove si stabilisce una demarcazione tra il giudizio destinato a una donna, perché donna, e quello destinato a un uomo, perché uomo. L’uomo gode di prestigio, nel caso in cui si mostra un video in cui qualcuno gli pratica una fellatio. La donna, invece, continua ad essere giudicata sporca, perversa, troia. Lapidare una donna, virtualmente o per le strade, ovunque essa sia conosciuta, come è successo a Tiziana – perché protagonista di video che non avrebbe dovuto essere mai diffuso, perché è violazione della privacy, è grave diffamazione – linciarla per questo è violenza di genere. Dalle donne cosa ci si aspetta dunque? Castità, purezza, e non parlo solo di uomini o donne sessiste, ma anche di alcune femministe che, ricordo, in quel periodo commentarono la vicenda dicendo che lei fosse esibizionista e che non faceva bene alle donne il fatto che lei si fosse comportata così. Alla domanda “così come?” rispondevano con un balbettio in cui mischiavano pensieri contro la mercificazione delle donne, tirate d’orecchie moraliste per le giovani donne, esortazione a mantenere decoro, decenza, qualcuno la incolpo’ perfino di aver dato un cattivo esempio.

Era lei quella da mortificare e sono state poche quelle che l’hanno difesa, io tra quelle, e che per tutta risposta sono state mandate a quel paese anche da amici e parenti. In una nazione in cui persiste lo stigma della puttana contro ragazze che indossano anche solo degli shorts il vero problema non è internet ma la mentalità bigotta, moralista, misogina che condiziona le nostre vite. Io, da donna, rivendico allora il fatto di aver praticato fellatio, di aver fatto sesso con uomini che non conoscevo, non ho video a testimoniarlo ma vi assicuro che c’ero e non mi vergognerò mai per questo. Ho anche fatto sesso con più uomini, nello stesso periodo, uno alla volta, perché considero la monogamia una stronzata. Non impongo a nessuno di pensarla così ma nessuno può e deve impormi un altro stile di vita. Non esiste quindi la perdita di valori, il degrado, la sessualità vissuta senza fini riproduttivi, e il paradosso è che a dire queste cose sono poi le stesse persone che condannano i musulmani per il burkini.

Quello che esiste è la gretta mentalità di persone che usano il sessismo, lo slut shaming, come mezzo di oppressione per le donne, per farci stare al nostro posto, per ricordarci che i nostri corpi, e la nostra sessualità, appartengono a contesti in cui patriarchi e matriarche ci sorvegliano, ci controllano. Fintanto che noi tutte non rivendichiamo con forza il fatto di essere persone che amano il sesso e che ne hanno diritto tanto quanto gli uomini, senza per questo dover subire il bullismo e la persecuzione da parte di nessuno, credo che ci ritroveremo ancora a sentir parlare di brutti commenti dedicati alle donne che sono un po’ fuori dagli schemi. Capiterà di vedere lapidate modelle per un abito scollato, ragazzine in shorts, adolescenti dalla sessualità vivace, donne che vivono il sesso senza pudore, donne che usano il corpo per lavorare, pubblicizzare un prodotto, o se stesse, includendo le sex workers o le pornostar.

Infine l’ultima considerazione a proposito di commenti in cui si dice che se lei si è suicidata è perché sarebbe stata troppo debole. La debolezza vista come attenuante alla cattiveria altrui è un po’ come attribuire uno stupro a una donna spaventata che non ha saputo difendersi o che, dopo aver tentato di difendersi come poteva, ha ceduto e ha smesso di combattere. Alla donna stuprata viene imputata la “colpa” per l’abbigliamento, gli atteggiamenti, la forza o la mancanza della stessa. Alla donna lapidata viene attribuita la “colpa” di non aver resistito a lungo, fino a che il branco non fosse stato sazio dopo essersi nutrito del sangue, della paura, della resa, della sua vittima. Un po’ come quando un torturatore sadico che ama esercitare potere su una persona lamenta il fatto che essa sia morta troppo presto, prima che egli avesse finito con i suoi giochi.

La verità è che chiunque faccia commenti o pensieri ambigui contro Tiziana ha un’anima piccola, un’empatia inesistente, un maschilismo enorme e un analfabetismo emotivo e funzionale ancora più grande. E, la gente così, mi fa venire la nausea.

Ecco, spero di non essere stata troppo viscerale, perché vi assicuro che la prima cosa che avrei voluto scrivere è una serie di bestemmie. Ma penso che non servano, se non a sfogare la mia rabbia. Per rendere anche il web un posto migliore per altre ragazze, altre donne come Tiziana, serve ragionare insieme sul da farsi. Un piano di lotta culturale. Ne inventiamo uno?

ps: proprio ora leggo di una ragazza filmata dalle “amiche” mentre veniva stuprata. belle amiche, eh?

14 settembre 2016

Leggi anche:

Tiziana Cantone si è suicidata: content* adesso? Brav*!

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Renzi: 15 anni dopo, ancora la scorta del G8

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napoli poliziaSono passati più di 15 anni da quelle giornate di luglio del 2001. Per una generazione quelle immagini sono indelebili, la ferocia dello Stato e dei suoi esecutori nel reprimere tutto quel movimento “No Global” che già aveva previsto molte delle cose successe in questi anni. Forse, proprio per questo, la repressione doveva essere ancora più feroce; si doveva far capire a quella generazione che stava pensando in modo critico e voleva determinare il proprio futuro, che non era invece compito loro, che ci si deve soltanto adeguare al mondo che ci viene servito dall'alto.

Eppure 15 anni sono tanti, in 15 anni cambiano diverse generazioni, nel mondo accelerato e ipertecnologico di oggi sembrano secoli per i progressi che avvengono in un tale lasso di tempo. Eppure i potenti hanno sempre le stesse idee e la stessa scorta, le stesse facce di allora, di Genova, di Piazza Alimonda. E’ il caso del vicequestore di Napoli Maurizio Fiorillo. Se ieri proteggeva Berlusconi, oggi protegge Renzi; il ruolo non cambia e del resto il potere protegge lui, come molti altri funzionari di polizia o medici che dopo il G8 hanno fatto carriera con promozioni ed encomi.

Fiorillo quindi dai “non ricordo” al processo sui fatti di Piazza Alimonda, riguardo al pestaggio da parte della Polizia di Eligio Paoni, che fotografò il corpo di Carlo, è passato alle cariche napoletane, con tanto di violenze su un giornalista che stava riprendendo la scena. Se il primo episodio si riferisce al maggio di due anni fa, un altro esempio della sua gestione dell’ordine pubblico si ha in questi filmati:

https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/892490844190913/

https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/892933847479946/

https://www.facebook.com/massacriticanapoli/videos/1605102146449221/?hc_ref=NEWSFEED

fiorillo caricaIn questo fermo immagine si vede e si sente proprio Maurizio Fiorillo che ordina “andiamo avanti!” e con il gesto della mano invita alla carica i poliziotti che partono nella caccia all’uomo in una situazione assolutamente tranquilla, senza alcun lancio di oggetti o di scontro fisico. Ma evidentemente gli ordini di Renzi saranno stati di fargli trovare una bella passerella per le vie napoletane. Cosa che purtroppo per il premier non è stata così, e quindi ecco l’ennesima fuga dal popolo dopo le magre figure alle varie Feste dell’Unità. Negli ultimi 4 giorni ricordiamo le contestazioni a Renzi il 9 settembre a Lecce da parte di insegnanti salentini, stessa cosa il giorno dopo a Bari alla cerimonia di apertura della Fiera del Levante, domenica è stata la volta della contestazione a Catania e oggi a Napoli.4 giorni di vera magra politica nel sud Italia che non è certo un buon auspicio in vista del referendum.

Simile situazione avvenne a Pisa a fine aprile, in quell’occasione però Renzi addirittura rinunciò a presentarsi e parlò in video conferenza, ma la reazione degli agenti fu la stessa. Questo il nostro editoriale di allora, dal titolo: Sprangare e confondere: quella Ordinary Celebrity chiamata Matteo Renzi.

Redazione, 13 settembre 2016

Vedi anche

Il vicequestore Fiorillo da Piazza Alimonda alle cariche agli studenti a Napoli

Vicequestore del G8 picchia un giornalista

Scontri ieri a Napoli: un “Fiorillo” non fa primavera

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 13 Settembre 2016 16:34

Echi di famiglia fascista: il “Piano nazionale della fertilità”

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Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Se c'è un argomento delicato è quello della riproduzione, maternità/paternità e dintorni, con tutto lo strascico giustamente inesauribile di aspettative, paure, imbarazzi, gioie, problemi economici ed educativi, ecc.

Un governo serio, su questo, dovrebbe sostanzialmente tacere.

Naturalmente è sempre esistito un problema “sistemico”, ovvero dimensionato sull'eccesso o la scarsità di nuove nascite in conseguenza di guerre, carestie, migrazioni, o – infine – evoluzioni culturali nella modernità.

Un governo serio, in quanto responsabile dello sviluppo del paese, di fronte alla caduta della natalità può certamente mettere in campo politiche sociali che aiutano la scelta della maternità nelle donne o comunque facilitano la vita delle coppie in età riproduttiva. Cose normali e semplici, come diritti sul lavoro per le donne con figli o in attesa, asili nido pubblici e semigratuiti, sanità universale ed altrettanto semigratuita, scuole ben organizzate che garantiscano un tempo ragionevolmente “pieno”, ecc.

Stiamo vivendo appunto un periodo del genere, con la natalità crollata a livelli inquietanti. E anche un cieco sa dire perché. I giovani (gli iperfertili, no?) sono in genere disoccupati (circa il 40%, dice l'Istat), hanno “lavoretti” ultraprecari e sottopagati, spesso sono invitati a prestare lavoro gratuito (“volontariato”, preferiscono chiamarlo), ecc. Una condizione che li obbliga spessissimo a restare in casa con papà e mammà, per non spendere in affitti, bollette, bollo e assicurazione auto molto di più quel che guadagnano (quando pure lo guadagnano). Ottenere un posto in un asilo pubblico è un terno al lotto, visto quanti pochi sono. Avere un appartamento in proprio è una chimera…Diciamo che il “disincentivo” alla figliolanza è piuttosto forte, giusto?

Un governo ridicolo la mette invece sul piano moralistico-terroristico, puntando l'inidce accusatorio contro le donne che lasciano passare gli anni più fertili senza “adempiere al loro compito di riproduttrici”. Governi fascisti, insomma, che ritendono di poter usare i corpi dei cittadini – in questo caso delle sole donne – come una (l'ultima, in tempo di privatizzazioni) “risorsa nazionale pubblica”.

Per fortuna, direte voi, non abbiamo più governi simili…

Errore. Il ministero della sanità o come si chiama adesso, guidato dalla neomamma Beatrice Lorenzin, ha messo in campo proprio un'iniziativa del genere, dichiarando il prossimo 22 settembre come fertility day.

Complimenti per lo sprezzo del ridicolo, ma sarà meglio guardare cosa c'è dentro questa iniziativa o “campagna”. E vi proponiamo dunque di prendere visione del testo con cui il ministero “spiega” le sue intenzioni, pomposamente chiamato “Piano nazionale per la fertitlità” (l'ultima pianificazione possibile ai tempi della Troika?).

PIANO NAZIONALE PER LA FERTILITÀ

“Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro”

Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall'altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento. Lo scopo del presente Piano è collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese. A tal fine il Piano si prefigge di:

1) Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio

2) Fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell'apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale

3) Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente.

4) Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.

5) Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Lo storytelling è la vera cifra del governo Renzi, ma qui le “palle” sono persino oscurate dall'intento palesemente “integralista”: “ Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società”, “Celebrare questa rivoluzione culturale“, ecc. Anche i punti che ogni essere pensante ritiene importantissimi (“informazione”, “assistenza sanitaria”, “conoscenza delle caratteristiche funzionali”, ecc) sono declinati in funzione ideologico-persuasiva. “Donne, fate figli per la Patria prima che l'orologio biologico vi crei problemi!”, si sente urlare dalle stanze di un ministero.

Si potrebbe ironizzare a lungo su un ministro della salute che non ha alcuna nozione di medicina (non sarebbe indispensabile, è vero, ma almeno una laurea qualsiasi non le avrebbe sporcato il curriculum…), che si circonda di collaboratori in evidente trance eugenetica, con qualche venatura stile Adinolfi o Militia Christi… Ma non c'è proprio nulla da ridere.

Schermata del 2016-08-31 17:55:33

Tutto il testo è ossessivamente concentrato sulle donne, sulla riproduzione come “dovere biologico”, mentre ai maschi – nella "versione Facebook ben presto oscurata – sono riservate facezie da avanspettacolo pro-Salvini, come quella confusione (intenzionale, ammiccante, subliminale, suggerita da una buccia di banana, sgonfia e a terra…) tra infertilità e impotenza. Insomma, se non fai figli forse è perché “nun gliela fai…”.

Di fronte a una simile offensiva, che pretende di “rispondere” in modo delirante a un problema sistemico reale (il calo della natalità e il suo peso nell'evoluzione del paese), non sembra però sufficiente trincerarsi – come molti/e fanno – dietro la sola, ultra legittima, “libertà di scelta”. Come se davvero ogni essere umano fosse una monade senza rilevanza sociale (ricordate la Thatcher? “non esiste la società, solo gli individui”), un consumatore davanti agli scaffali del supermercato. Un vuoto di relazioni e vincoli sociali che qualcun altro, come sempre, si propone di riempire.

Il "piano" Lorenzin: C_17_pubblicazioni_2367_allegato

1 settembre 2016

***

Fertility-Day-1

tratto da http://contropiano.org/interventi/2016/09/01/caro-ministro-lorenzin-082980

Caro Ministro Lorenzin,
Sono una neo mamma 31enne che ha deciso di fare un figlio per pura incoscienza.
Perché bisogna essere incoscienti per fare un figlio oggi, nell'Italia che voi state governando.
Ho finito il liceo e preso una laurea per avere più possibilità. Non ne ho avute.
Allora ho fatto un master per distinguermi da quei millemila studenti con i quali condividevo il titolo di studio. Non è cambiato granché.
Ho compiuto i 26 anni che avevo all'attivo una laurea, un master e 3 stage, perché gli stage temprano, fanno imparare, sono una possibilità. Così ci dite. Dite pure che siamo choosy, viziati, che viviamo a casa con mamma e papà perché sogniamo una casa con piscina alla Melrose Place.
Un cazzo, caro Ministro.
A 26 anni dicevamo, avevo all'attivo una laurea, un master e 3 stage. Non pagati. Dove facevo fotocopie e poco altro e dove tutti e 3 i datori di lavoro durante il primo colloquio mi avevano informata che tanto non mi avrebbero mai assunto perché l'azienda non aveva fondi. Bella risorsa che ero. E pazienza. Meglio che stare a casa a infornare biscotti, mi dicevo.
L'anno dopo presi un altro master. Per differenziarmi ancora un po'.
Mi differenziai talmente tanto che mi sentii dire che ero troppo qualificata, che servivano dei tuttofare disposti a svolgere tutte le mansioni più una, come le caramelle di Harry Potter. Fantascienza, non c'è che dire.
Allora puntai sulle agenzie. Feci altri due stage, questa volta pagati. 500 euro al mese e che dio mi benedica.
A 29 anni mandai 89 curricula in tutta la mia regione. E no egregio Ministro. Non vivo in Sicilia dove non c'è lavoro. Vivo nel florido Veneto.
Poi finalmente le cose cambiarono.
A 31 anni (Alleluia Alleluia)con un lavoro che amo ho potuto fare un figlio.
Sono fortunata, lo so. Fortunata per essere in Italia perché all'estero alla mia età e con il mio percorso formativo sarei già stata promossa a manager, ma che ci voglio fare, non vorrò mica essere choosy, vero?
In Italia a 30 anni trovi – forse – il primo lavoro pagato decentemente.
Avrá intuito il succo del discorso: la mia generazione non fa figli perché non se li può permettere.
Perché voi avete creato un sistema in cui si è indipendenti economicamente tardissimo.
Perché c'è poco lavoro e quel poco è sottopagato.
Perché il vostro sistema scolastico è arretrato, il programma di storia delle superiori arriva sempre e solo fino alla seconda guerra mondiale. Se si vuole avere una cultura decente occorre farsela da soli.
Perché un asilo nido costa una follia e se non si hanno nonni disposti a giocare ai genitori occorre chiedere un part Time in ufficio. Il che significa guadagnare 600 euro al mese e spenderne 450 per il suddetto asilo. O accontentarsi dell'insulto del 30% del proprio stipendio (circa 400 euro al mese) per usufruire della maternità facoltativa, tenendosi il pupo a casa con sé e in barba la socializzazione precoce.
Facciamo carriera in tempi biblici e se ci impegniamo per cercare fortuna fuori dai confini nazionali vi permettete pure di mettere il broncio.
Siamo la generazione che guadagna 1200 euro al mese nonostante abbia investito anni nella propria formazione, ma funziona così quindi o ci va bene o possiamo fare i bagagli. (E sopportare il vostro broncio, cialtroni).
Considerato poi che un affitto per un appartamento medio al nord costa dai 600 ai 1200 euro al mese, più asilo, meno soldi in busta paga, me lo dice dove accipicchia andiamo?
Quindi caro Ministro no. Non siamo pigri. Non siamo Erode che odiamo i bambini.
Noi non possiamo fare bambini, che è molto diverso.
E di certo bisogna essere incoscienti per farli, perché se stiamo qui a pensare a quello che il governo ci garantisce, sarebbe meglio prendersi un pesce rosso e tanti saluti (poi mi spiegherà come mai i papà abbiano 48 ore di congedo parentale quando nasce un figlio, e vi sbattete pure a dire quanto i padri siano fondamentali nei primi mesi di vita dell'infante, ma vaffanculo).
Poi esimio Ministro nel caso non lo sapesse, per procreare occorre un compagno. Che magari non sia un demente perché se poi la prole viene su male è colpa dei genitori, e che magari non sia disoccupato, o pensa che i neonati si vestano d'amore e i bambini si nutrano di speranze? Considerato che il 42% dei giovani non ha un impiego, azzardo che il 20% di loro sia di sesso maschile. Quindi ricapitoliamo. Maschio, etero, occupato e con un decente intelletto. Dai, ci arriva anche lei Ministro che sia più facile scovare il Sacro Graal. E se volessi quindi farmi un figlio da sola?
Ah no, in Italia non si può.
E per quanto riguarda la fertilità. No, non è un bene comune. È mia e me la gestisco io. Almeno ci lasci questa illusione.
Questo testo l'ho copiato, ma è talmente realista che solo gli stolti e chi non vuol vedere non lo condividono.

1 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Settembre 2016 15:01

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