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CORPI E POTERE

Ecco l’Italia senza immigrati

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La fotografia del Censis: avremmo il 20% di bambini nati in meno nell’ultimo anno, una scuola pubblica con 35mila classi e 68mila insegnati in meno, saremmo senza 693mila lavoratori domestici e 449mila imprese. I numeri del modello di integrazione italiano che funziona

immigrati corteoArticolo tratto da Tendenze Online

Come sarebbe l’Italia senza gli immigrati? Sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull’orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488mila bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 387mila sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73mila (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28mila (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.

È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456 per cento. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35mila classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68mila insegnanti, vale a dire il 9,5% del totale.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani

Anche sul mercato del lavoro la perdita degli immigranti significherebbe dover rinunciare a 693mila lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d’impresa stranieri sono 449mila, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate da italiani diminuivano dell’11,2 per cento.

Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra «dare» e «avere» vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. Gli immigranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141mila: nemmeno l’1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122mila, vale a dire il 4,2% del totale.

Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l’8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato ifenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etnodisagio. Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50mila abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1 per cento. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50mila residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9 per cento.

22 agosto 2016

fonte

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/26/ecco-litalia-senza-immigrati/31296/

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Il burkini e le incredibili balle di Lorella Zanardo

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burqini-2

tratto da: Mazzetta

Tira moltissimo il dibattito sul burkini (o burqini), il costume da bagno integrale amato da alcune donne musulmane, in particolare dopo che un paio d’amministrazioni locali in Francia hanno deciso di vietarne l’uso. Così in questi giorni siamo ammorbati da tanti che si sentono in dovere di dire la loro sulla questione. Tra tanti mi ha colpito l’intervista rilasciata a l’Espresso da Lorella Zanardo, che si dice femminista e di sinistra*. Un’intervista infarcita di balle e castronerie che minano qualsiasi pretesa ideale o ideologica possa celarsi dietro alla conclusione alla quale perviene Zanardo, per la quale il burkini andrebbe vietato per legge.

La signora si fa forte di quella che racconta come un’esperienza diretta, avrebbe infatti provato un burkini personalmente e da lì ne avrebbe tratto le sue categoriche convinzioni, che però alla prova dei fatti risultano tanto assurde quanto riprovevoli. Non si sa che burkini abbia provato, ma quel che è certo è che Zanardo nell’intervista racconta un sacco di balle.

Per chi ancora non lo sapesse, il burkini è un capo da bagno -tecnico- simile nella forma e nella confezione a una muta da sub, ma più leggero e meno aderente, in modo da permettere alle bagnanti d’indossarlo anche in spiaggia, dove le tute in neoprene usate per le immersioni trasformerebbero le ore in riva al mare in saune insopportabili.

A dirla tutta, il mio sospetto è che Zanardo non abbia mai indossato un burkini, altrimenti certe sue buffe affermazioni non si spiegherebbero. Non sono poche le sciocchezze messe in fila nella stessa intervista, ma cercherò comunque di ripercorrerle in maniera analitica e di spiegare perché si tratti di affermazioni false, che possono essere costruite solo sulla malafede o su una clamorosa ignoranza della materia del contendere.

La prima affermazione assurda che s’incontra è la seguente: « il burkini è un capo d’abbigliamento che, come il burqa e il niqab, cela in modo pesante il corpo» ed è assurda perché burqa e niqab non celano solo il corpo, ma anche il volto. Inoltre il burkini è composto da una parte inferiore che ha la foggia dei pantaloni, non già un gonnellone che tocca terra. Una donna in burkini appare invece coperta come una donna in maglietta e pantaloni, ma a capo coperto come chi indossa un’hijab. Incidentalmente, i pantaloni sono generalmente proibiti dalla morale islamica, perché mostrano le forme e, orrore, sono considerati un travestimento ad imitare gli uomini. Tanto che nei paesi dove le autorità religiose riescono ad avere voce in capitolo sull’abbigliamento delle donne, non si vedono donne con i pantaloni. Il burkini è quindi uno strumento d’emancipazione dalla morale islamica più rigorosa, non solo perché consente alle donne musulmane di godere di mari e fiumi sentendosi a proprio agio. Ma Zanardo dice che «il mio discorso non è “intellettuale”, non è teorico. Il mio femminismo è molto pratico. Infatti parlo del burkini dopo averlo provato».

Subito dopo segue un’altra affermazione stentorea quanto evidentemente falsa: «…soprattutto posso dire che indossarlo non è frutto di una libera scelta delle donne». Affermazione smentita dalla realtà, nella quale qualche centinaio di milioni di donne cinesi si veste allo stesso modo, coprendo anche il volto, semplicemente perché in Cina apprezzano l’incarnato chiaro e non vogliono abbronzarsi quando vanno al mare. Una scelta in tutta evidenza liberissima per la quale in Cina spopola quello che è stato chiamato facekini. Questo sì più simile a niqab e al burqa, perché copre anche il volto, anche se non per motivi religiosi.

facekini-spopola-in-cina

Donne cinesi al bagno

Zanardo prosegue dicendo che «parlo del burkini dopo averlo provato» e dalla prova dice di averne ricavato che il burkini è anche pericoloso perché: «Quando esci dall’acqua diventa pesantissimo, e infatti molte si fanno aiutare dagli uomini perché potrebbe esserci il rischio di annegare». Questa è la frase che più fa dubitare del fatto che la prova sia stata esperita realmente, perché il tessuto tecnico con il quale sono confezionati i burkini non s’imbeve d’acqua e perché anche la logica dice che, anche se il modello provato da Zanardo fosse stato confezionato in lana, se il costume diventa pesantissimo fuori dall’acqua a quel punto non c’è alcun rischio d’annegamento. Affermazioni assurde e chiaramente esagerate che servono evidentemente da sostegno di un’opinione che molti altri appigli non ha.

Non va meglio passando a commentare l’ormai famosa immagine della pallavolista egiziana vista alle olimpiadi con addosso un hijab, il velo a coprire il capo, perché anche qui Zanardo infila una balla clamorosa dicendo che a differenza delle colleghe che giocano in mutande: «L’egiziana infatti non ha scelta, l’occidentale potrebbe anche rifiutarsi…». Peccato che la sua compagna di squadra non indossi l’hijab e che le sue colleghe egiziane impegnate in gare di nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato abbiano indossato costumi assolutamente identici a quelli delle colleghe, occidentali e no. «L’egiziana» quindi la scelta ce l’ha eccome. Peccato inoltre che fino a pochi anni fa fosse invece la federazione internazionale della pallavolo a non lasciare alcuna scelta alle atlete: se volevi competere a livello internazionale potevi indossare solo un bikini (con il fianco non più alto di 7 centimetri), anche se faceva freddo e anche ti sentivi a disagio con le telecamere piantate sul culo allo scopo di vendere lo spettacolo ai morti di figa.

Esaurite queste falsissime premesse, Zanardo chiede poi alle donne «arabe»; e poco importa che arabe non siano, come le musulmane che provengono da paesi che arabi non sono; di «avere… rispetto per le nostre lotte, quando vivono in Italia». Una pretesa bizzarra, non solo perché tale rispetto spesso manca anche alle donne italiane, per non parlare degli uomini italiani.

Pretesa che la signora, che «io sono di sinistra, sono femminista e per le frontiere aperte, eppure difendo il diritto delle musulmane di liberarsi delle loro gabbie», vorrebbe veder rinforzata da una bella legge che dica alle donne come si devono vestire in spiaggia: «Come femminista italiana e attivista dei diritti delle donne penso che sia corretto vietare l’uso del burkini». Quindi le gabbie che si scelgono loro, perché in Italia non c’è alcuna autorità che le possa costringere a indossare il burkini, non vanno bene. Ma quelle che sceglie per loro Zanardo invece vanno bene al punto che sarebbe il caso di punirle, se non ci vogliono entrare.

Davvero curioso che una femminista supporti la proposta d’affidare a un governo il decidere come le donne possano o non possano andare vestite in spiaggia. Ancora di più se si pensa che a un eventuale divieto contro il burkini, le donne musulmane potrebbero reagire facendo il bagno vestite con abiti comuni. E lì sarebbe da vedere come le femministe à la Zanardo e il governo censore potrebbero reagire. Vieterebbero di fare il bagno vestite? Consentirebbero la balneazione solo se vestite con costumi da bagno approvati dalla legge? E se una italiana, per niente musulmana, volesse fare il bagno in burkini, che si fa? Glielo vietiamo perché il burkini non ci piace in quanto simbolo di una cultura diversa? E se arrivano le da sempre auspicate torme di turisti cinesi? Gli impediamo di fare il bagno come preferiscono perché che l’abbiamo con i musulmani o perché le femministe à la Zanardo sono convinte che chi fa il bagno troppo coperta offende la nostra cultura, i nostri costumi e le lotte delle nostre sedicenti femministe?

Domande che resteranno senza risposta perché è chiaro che vaneggiamenti del genere, falsi fin dalle premesse sulle quali si fondano, possano promanare solo da una persona che si sente superiore alle «arabe», al punto da voler imporre loro la propria estetica e i propri costumi. Poco importa se “arabe” non sono e se magari siano invece cittadine italiane con gli stessi diritti di Zanardo, primo tra tutti quello di vestirsi come pare loro più giusto. Nella sua battaglia a difesa delle «nostre lotte»Zanardo giunge quindi paradossalmente alle stesse conclusioni di un musulmano integralista, perfettamente allineato nel vietare il burkini alle donne, anche se per motivi diametralmente opposti ai suoi. Tempi tristi ci è dato vivere, la regressione ideale e intellettuale è evidente anche in campo femminista se da «il corpo è mio e me lo gestisco io» siamo arrivati alla pretesa della donna bianca di gestire i corpi di donne non più considerate sorelle, ma poverelle inferiori e sottomesse da educare a botte di divieti e leggi liberticide. L’oppressione si combatte da sempre battendosi per la libertà, non certo invocando divieti che fanno solo la gioia di pretoni islamici integralisti o di razzisti e sessisti come Salvini, per questo sarebbe il caso che questo genere di sedicenti femministe ritrovasse al più presto la diritta via, ora smarrita. Se non ora, quando?

* Avevo scritto erroneamente che Zanardo è anche “animatrice del movimento, «Se non ora Quando», mi scuso con le associate.

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Vergognoso provvedimento giudiziario contro Nicoletta Dosio (No Tav)

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dosio

tratto da http://contropiano.org

Ulteriore ordinanza restrittiva ordinata dalla magistratura torinese nei confronti di Nicoletta Dosio, storica attivista e portavoce del Movimento No Tav, che nelle scorse settimane, insieme ad altri esponenti del movimento che si batte contro la devastazione della Val Susa, aveva deciso di non rispettare l’obbligo di firma impostole. La nuova restrizione dettata prevede l’obbligo di dimora dalle 18 alle 8 del mattino presso la sua abitazione di Bussoleno. 

Nicoletta Dosio ha commentato l’ulteriore giro di vite ai microfoni di Radio Onda D’Urto: “Sono venuti prima delle sette a consegnarmi la decisione del tribunale di Torino ma me l’aspettavo perché non avendo ottemperando mai all’obbligo di firma è chiaro che si sarebbe arrivati prima o poi ad un aggravamento delle condizioni restrittive. Hanno aspettato la fine del “Festival dell’alta felicità” pensando così di far seguire i dolori alla gioia però per me non cambia niente perché ho deciso di non rispettare le nuove misure, l’obbligo di dimora nel comune di Bussoleno con l’ingiunzione di non allontanarsi dall’abitazione di residenza dalle ore 18 alle ore 8 del giorno successivo. Avevo già dichiarato e lo ribadisco che non accetterò alcuna limitazione perché rivendico il diritto alla resistenza e alla lotta che non è solo una diritto ma diventa un dovere quando le leggi sono ingiuste. Sono all’interno di un movimento dignitoso e coraggioso e devo essere degna di questa nostra lotta. Facciano un po’ loro, se aggraveranno ancora le misure restrittive vedremo. Finché avrò gambe per camminare cercherò di fare come sempre la mia vita e di muovermi in questo mondo in cui bisogna pur prendere delle decisioni”.

A Contropiano Nicoletta Dosio ha detto invece: “Non sprecherò certo il tempo che mi resta, mi prendo intero il diritto a resistere e anche ad esistere”.

Di seguito invece l’intervento di solidarietà di Giorgio Cremaschi

*** *** ***

ordinanzadosio

Il giudice di Torino ha emesso contro Nicoletta Dosio, da sempre una delle anime del movimento e del popolo NoTav, un pesante provvedimento di restrizione della libertà personale. A Nicoletta è stato notificato l’obbligo di soggiorno a Bussoleno con il divieto di lasciare il territorio del comune e dalle 18 alle 8 del mattino il domicilio coatto nella propria abitazione. Un provvedimento gravissimo, una rappresaglia per la coraggiosa decisione di Nicoletta di non accettare l’obbligo di firma quotidiana, cui era stata precedentemente sottoposta da un altro scandaloso atto repressivo. Il soggiorno obbligato è un provvedimento che viene dal fascismo e che spesso è stato utilizzato nel passato contro la criminalità mafiosa. Che oggi sia rivolto contro una limpida figura di militante per la democrazia, quale è Nicoletta, la dice lunga sulla portata autoritaria e liberticida che ha assunto la repressione contro il movimento NoTav.

Nicoletta, scrive il giudice, è una “personalità negativa” e la sua vita libera e piena di insegnamenti e solidarietà per tanti va posta sotto sequestro.
Ma negativo, per tutto ciò che c’è di civile e democratico, è solo l’orientamento poliziesco con cui il governo e la magistratura torinese difendono un’opera inutile e devastante e con essa l’occupazione militare di una valle e della sua comunità, che non vuole sottostare allo scempio del territorio e dei soldi pubblici.

Sono dei burocrati repressori, ma sono anche dei furbastri vili, perché per colpire Nicoletta hanno aspettato che si concludesse il Festival dell’Alta Felicità di Venaus , dove con migliaia di giovani molti esponenti della cultura e dello spettacolo avevano espresso il loro sostegno alla lotta del popolo della Valle Susa. Spenti i riflettori, i burocrati repressori hanno dato il via al nuovo giro di vite e alla nuova vendetta contro la libertà di chi lotta.

So che Nicoletta non ne ha bisogno, sia per la sua forza e dirittura morale, superiore in misura imparagonabile a quella di chi la giudica persona negativa. Sia per la stima e l’affetto che la circondano nel popolo NoTav e ovunque si lotti per i diritti e la democrazia. Ma voglio comunque esprimere alla compagna della cui amicizia mi onoro tutta la mia solidarietà e condivisione.
Forza Nicoletta sono, siamo, con te. Ora e sempre No Tav!

Giorgio Cremaschi

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Ceccardi e sessismo: confusione leghista

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Ceccardi difende SalviniVogliamo oggi affrontare un’analisi politica sulle strumentalizzazioni dei fatti e delle parole per fini elettorali. Il tema principale è il sessismo.

Nelle alte sfere, per la maggior parte dei politici, è un argomento molto importante perché attira voti e simpatie. E' un argomento considerato centrale quando si tratta di prendere voti, ma gli stessi che la utilizzano nel politically correct istituzionale, una volta posata la maschera politica, la parità di genere perde ogni riferimento nei comportamenti quotidiani. Diventa quindi inutile stare ad elencare tutti i gesti sessisti avvenuti anche in Parlamento, da parte di uomini politici di ogni schieramento. Diciamo che senza le “quote rosa”, sul cui obbligo per legge potremmo discutere lungamente, la parità di genere nei ruoli politici sarebbe un miraggio. Nonostante questo, ogni volta che accade una violenza sulle donne i politici di turno si precipitano a dare solidarietà e si disperano di fronte ai casi di femminicidio. Per non parlare dei casi in cui uno straniero fa violenza su una donna. In questo caso il maestro della strumentalizzazione è Matteo Salvini. Parliamoci chiaro, in questi casi la solidarietà alle vittime di violenza è giusta e doverosa, anche se i razzisti della Lega dimenticano che il posto “più pericoloso” per le donne sono proprio le mura domestiche e soprattutto le persone conosciute da parte delle quali si stima, avvenga il 75% delle violenze.

Ceccardi ragazzetta 1Tutta questa premessa, perché fa sempre bene ricordare e denunciare il fenomeno, è per parlare del gesto del leader della Lega, Matteo Salvini, che proprio ieri è salito sul palco alla festa della Lega di Soncino, in provincia di Cremona, con una bambola gonfiabile e l’ha presentata come la sosia della Boldrini. Dopo le critiche piovutegli addosso ha rincarato la dose dicendo “non mi scuso, è lei che è razzista con gli italiani”, come se le due cose fossero collegate.

Il gesto di Salvini è un gesto comune del politico che si sente macho, sempre contro la Boldrini (per la quale ci sarebbero da fare enormi critiche politiche senza dover scomodare attacchi beceri e sessisti) e sempre con un atteggiamento ambiguo che poi lasciò spazio a ogni volgarità sessista, si era avventurato Beppe Grillo due anni fa con una triste campagna “cosa faresti con la Boldrini in macchina…”.

Ceccardi ragazzetta 2Salvini ormai pare lanciato verso questo tipo di insulti che lanciano il messaggio di donna oggetto a cui si può fare tutto, salvo poi invocare la castrazione chimica di fronte a episodi concreti come se non ci fosse un legame fra le parole che si usano e l'immaginario che si crea che poi sfocia in gravi fatti di cronaca.

In questo dibattito si è inserita anche la neosindaca di Cascina, Susanna Ceccardi. La giovane sindaca leghista in campagna elettorale si era lamentata più volte su facebook e sulla stampa di aver ricevuto attacchi sessisti dal suo avversario nella corsa a candidato sindaco perché era stata apostrofata con il termine “ragazzetta”. Lungi da noi difendere il Partito Democratico, ma in effetti tra tutte le violenze che si possono denunciare, quella di sessismo per essere apostrofata ragazzetta, ci pare un po’ forzata e strumentale alla campagna elettorale, tuttavia la Ceccardi aveva mostrato di essere sensibile al tema.

Purtroppo e come era scontato la sindaca leghista invece ha fatto marcia indietro per difendere il gesto di Salvini del paragone tra la bambola gonfiabile e la Boldrini, dichiarando: “Non ha offeso le donne ma la Boldrini e io come donna non mi sento offesa perché non mi sento rappresentata da lei”.

Ceccardi ragazzetta 3Ecco, questa è la sensibilità dei politici in Italia, se vieni chiamata “ragazzetta” urli all’accusa di sessismo, se un politico paragona il presidente della Camera a una bambola gonfiabile, non è un’offesa alle donne, ma personale. La ragazzetta è furba ma anche parecchio confusa.

Ora attendiamo il prossimo camion di retorica sul prossimo femminicidio.

redazione 26 Luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 26 Luglio 2016 15:08

Appello per una Giornata Internazionale d’Azione contro il Femminicidio delle donne Yazide

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Appello per una Giornata Internazionale d’Azione contro il Femminicidio delle donne Yazide
 
Il 3 Agosto 2016 segna il secondo anniversario del Femminicidio e Genocidio dell’ISIS contro le donne yazide in Sinjar/Shengal.
Il 3 Agosto 2014 l’ISIS ha attaccato e preso Sinjar, che è la terra storica degli yazidi, una minoranza religiosa curda, la cui antica religione è connessa al Zoroastrismo. L’ISIS ha distrutto i tempi yazidi, ha compiutoesecuzioni contro le persone che resistevano e ha preteso dagli abitanti di scegliere tra giurare fedeltà, o essere uccisi.Durante il massacro dell’ISIS in Sinjar più di 5.000 yazidi sono stati eliminati. Quasi 200.000 persone cono riuscite a fuggire. 50.000 son fuggite verso le montagne di Sinjar, intrappolatesenza cibo, acqua o cure mediche, affrontando la morte per fame e per disidratazione.
Allo stesso tempo all’incirca 5.000 bambini e donne yazide sono state catturati. Sono state prese come bottini di guerra e vendute come schiave sessuali a uomini musulmani o cedute ai comandanti dell’ISIS. Quelle che hanno rifiutato di convertirsi sono state torturate, violentate e poi uccise. I bambini nati nelle prigioni dove le donne erano rinchiuse, sono stati portati via dalle loro madri verso una sorte sconosciuta. Secondo quanto riportato le donne violentate dai soldati dell’ISIS hanno tentato il suicidio lanciandosi dal Monte Sinjar verso la loro morte. Mentre un grande numero di donne è riuscito a scappare o potrebbe esser stato liberato, all’incirca 3.000 donne sono ancora prigioniere dell’ISIS.

Mentre la campagna militare dell’ISIS contro il popolo yezida è spesso descritta come un massacro, mostra tutte le caratteristiche del genocidio. Ma in aggiunta l’ISIS sta portando avanti atti di femminicidio. Rapimenti di donne yazide come bottini di guerra, schiavitù, stupri sistematici, conversioni forzate, non sono solo parte di una guerra sistematica contro le donne, ma di femminicidio.

Il popolo yazida e specialmente le donne in Sinjar hanno risposto agli atti di genocidio e di femminicidio attraverso l’autorganizzazione e l’autodifesa. Oggi i monti di Sinjar rappresentano il centro dell’autorganizzazione attraverso le unità di autodifesa e i consigli del popolo e delle donne, come espressione della loro volontà collettiva.

Ma la minaccia dell’ISIS contro il popolo yezida continua. E ancora innumerevoli donne rimangono nelle mani dell’ISIS. Per la loro liberazione, c’è bisogno di un’azione e di una solidarietànazionale e internazionale.

Anche la Commissione Speciale dell’ONU ha dichiarato nel report rilasciato il 16 Giugno del 2016 che gli episodi successi in Sinjar equivalgono a genocidio e sono un crimine contro l’umanità. Noi continueremo la nostra lotta finché i responsabili non siano trovati e finché non paghino per i loro crimini.

Per questo chiamiamo ad una Giornata Internazionale d’Azione contro il Femminicidio e Genocidio nella ricorrenza del secondo anniversario della campagna militare dell’ISIS contro il popolo Yazida in Sinjar il 3 Agosto 2016, in spazi pubblici e specialmente di fronte a rappresentanze dell’ONU. Perché chiediamo che l’ONU riconosca il femminicidio perpetuatodall’ISIS in Sinjar. Membri del Movimento delle donne curde organizzeranno un minuto di silenzio e azioni di protesta in diverse parti del Kurdistan e dell’Europa in quella data.

Vi chiediamo di unirvi a noi e di alzare la voce per la ricerca diverità per le donne yazide con vostre azioni che potrebbero differenziarsi.

14 Luglio 2016,
Consiglio delle donne Yazide di Shengal

Sostenitori:
Kurdistan Iraqeno/Sud Kurdistan
Kurdish Women’s Relation Organisation (REPAK)
Kurdistan Free Women’s Organisation (RJAK)
Rassan Organization for Defending Woman Rights
Social Development Organisation
Sazan Women and Human Rights Reunion Organisation
Saya Organisation Strives Against Violence and Gender Discrimination
Work Institute for the Development of Democracy (WID)
Kurdistan Women’s Alliance
Women’s Union of Kurdistan – Zhinan
Zhindrusty Organisation to Obtain Better Health Services for Women
Rojava/Kurdistan occidentale
Star Congress
Free Women’s Foundation
Women’s Commission
Sara Association to End Violence Against Women
Democratic Union Party (PYD) Women’s Branch
Syria Kurdish Left Party Women’s Branch
Syria Kurdish Democratic Left Party Women’s Branch
Kurdistan Communist Party Women’s Branch
Kurdistan Liberal Union Women’s Branch
Syria Kurdistan Democratic Party Women’s Branch
Kurdistan Green Party Women’s Branch
Free National Party Women’s Branch
Nord Kurdistan/KurdistanTurco
Struggle Platform for Women Forcefully Seized
Free Women’s Congress (KJA)
Democratic Regions Party (DBP) Women’s Council
Democratic Society Congress (DTK) Women’s Council
Selis Women’s Association
Ceren Women’s Association
Rainbow Women’s Association
Kurdistan iraniano/ Kurdistan orientale
Doğu Kürdistan Özgür Kadınlar Topluluğu (KJAR)
Europa
Umbrella Organisation of Yazidi Women’s Councils in Germany
Yazidi Youth Union
Central Council of Yazidi Associations
Ceni Kurdish Women’s Peace Office
Hevi Education and Integration Association
Yazidi Kevnas Association
Kahniya Sîpî Association
Union of Students from Kurdistan (YXK)
Union of Female Students from Kurdistan (JXK)
Kurdish Peace House Bielefeld
Democratic Allawi Federation (FEDA)
Democratic Union Bielefeld
Socialist Women’s Union (SKB)
Kurdish Women’s Movement in Europe (TJKE)
Femmes Solidaires
Turchia
People’s Democratic Congress (HDK) Women’s Council
People’s Democratic Party (HDP) Women’s Council
Socialist Women’s Councils (SKM)
Women’s Freedom Council (KÖM)
Foundation for Solidarity with Women (KADAV)
Cipro
Association for Migrant Rights (MHD)
Feminist Atelier (FEMA)
Free Women’s Academy (ÖKA)

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