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CORPI E POTERE

La democrazia non serve più, si governa con la polizia

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tratto da http://contropiano.org

Tanti segnali, tutti pessimi. A metterli in fila ci vuole ormai un’enciclopedia, perché si va dalla modifica governativa della Costituzione allo svuotamento radicale delle garanzie (a tutti i livelli e in tutti i campi, dal penale alla sanità), dall’impossibilità accertata di introdurre nel codice penale il reato di tortura all’altrettanto accertata impossibilità di apporre un numero identificativo (non un nome!) sulle divise di poliziotti e carabinieri.

Tra questi segnali, nei giorni scorsi, l’”avviso orale” rivolto dalla polizia romana a un dirigente sindacale “notato” in diverse… iniziative sindacali! Sarebbe una provocazione semplice, se non fosse avvenuta utilizzando i poteri di un decreto antimafia; come se la libera associazione dei lavoratori per contrattare collettivamente fosse equiparabile – in un delirio giuridico da secoli bui – a un’associazione di natura affaristico-criminale.

Qualcuno può aver fatto spallucce davanti a questo “fatto minore” (“l’iniziativa solitaria e intempestiva di un commissario o di un qeustore, mettete un buon avvocato e facciamola finita…”), ma l’assuefazione all’obbedienza si realizza appunto come una successione quotidiana di fatti minori, nessuno di per sé tale da costringere a prendere una posizione netta, a schierarsi o indignarsi. Un po’ come avviene nell’addestramento di un cane, giorno dopo giorno, una punizione lì, un bocconcino là…

Senza neanche scomodare casi clamorosi ormai ben noti ai nostri lettori, come gli omicidi di “fermati” o arrestati per futili motivi, vi proponiamo qui una testimonianza pubblicata ieri sul per nulla sovversivo magazine Internazionale, dove una scrittrice si imbatte per caso in una delle tante scene di intimidazione che vedono come protagonisti poliziotti (e militari, ormai una presenza fissa nelle stazioni e nelle metro) e immigrati.

Il racconto è paradigmatico perché naturalmente la scrittrice non porta addosso nessuna delle stigmate sociali che saltano agli occhi di un poliziotto (look trasandato, colore della pelle un po’ strano, abiti sdruciti o sporchi, ecc); è una persona che parla ovviamente un ottimo italiano (diciamo molto migliore di quello di qualsiasi agente o funzionario di polizia) e che, anche per la professione praticata, viene normalmente inquadrata nella upper class. Anche se ovviamente non tutti gli scrittori sono benestanti, anzi…

Un piccolo fatto quotidiano, una stonatura nello storytelling governativo. Una prassi che chiunque di noi conosce bene. E che sta diventando procedura normale, seriale, di routine. La democrazia formale si va svuotando in questo modo, silenziosamente.

Non dite poi che non ve ne eravate resi conto, che non potevate capire, ecc. E’ già avvenuto quasi un secolo fa. Di nuovo ci sono solo le tecnologie, non il senso politico.

***

Vi racconto la brutta aria che tira a Milano

Violetta Bellocchio, scrittrice

Verso la metà di aprile sono stata fermata dalla polizia in una stazione di Milano. È stata una decisione precisa, personale. Loro stavano lavorando e io gli ho fatto una domanda.

Milano Rogoredo è una stazione molto frequentata da pendolari e studenti, alla periferia sud della città, che spesso scelgo come punto di partenza e di arrivo: ci passa la linea 3 della metropolitana, poche fermate e sei in centro. Comodo. C’è un’edicola, un bar. Dall’altro lato dei binari, i palazzi di Sky.

Il mio treno parte alle cinque. Ho appena fatto il biglietto all’automatico. Alle mie spalle, un poliziotto sta parlando a un uomo. Non puoi stare qui senza biglietto, gli dice, è vietato. Stai aspettando qualcuno? Stai partendo? No? Allora te ne devi andare. L’uomo ha la pelle scura, un cappello con la visiera, una tuta da ginnastica, pulita. Parla poco, a voce bassa. Non riesco a capire se le sue risposte sono evasive o se non conosce bene l’italiano. Il poliziotto alza la voce. Vattene, vattene. Al suo fianco ci sono due militari in tuta mimetica. Lui indica un punto del soffitto, dice, lì sopra ci sono le telecamere, sparisci. L’uomo si allontana, se ne va.

Io mi guardo intorno. La stazione è affollata, il tabellone annuncia una ventina di treni nella prossima ora. Mi avvicino al poliziotto – mantenendo una certa distanza: tra me e lui ci sarà un metro – e gli chiedo cos’è successo.

Buongiorno, dico, posso chiedervi cos’è successo? Cos’aveva fatto quel ragazzo?
Il poliziotto mi dice, lei chi è. (Me lo dice, secco, non è una domanda).
Sono… italiana?, dico.
Il poliziotto mi guarda, zitto. Mi sta valutando. Mi faccia vedere i documenti, dice.

Sto attenta a tenere le mani fuori dalle tasche, dopo che ho aperto e chiuso la borsetta. Lui prende la mia carta d’identità, la scruta, guarda più volte il documento e la mia faccia. Ci sono davvero le telecamere?, chiedo. Vengo spesso in questa stazione, mi piacerebbe saperlo. Lui mi restituisce la carta d’identità.

Signora, vuole venire con noi?, mi chiede.
No, dico.
È tutto molto lento. Loro mi squadrano, io resto ferma.
Signora, non è una domanda retorica.
Devo prendere il treno, dico.
Non glielo facciamo perdere, dice il poliziotto.

Io ho detto “no” perché il mio documento è già stato controllato, e perché non voglio seguire tre uomini sconosciuti e armati in un posto non meglio precisato. Ma quali alternative ho, adesso? Cosa potrei fare: scappare, gridare? Non mi viene nemmeno in mente.

Tra l’ingresso della stazione, con il tabellone degli orari, e l’ufficio della polizia ferroviaria ci sono una ventina di metri. Cammino accanto a tre uomini in divisa. So che uscirò da quella stanza dopo un po’ di tempo. So che tutto sarà sgradevole, in una maniera che non mi è familiare. Penso che non andrà così male perché sono le quattro di pomeriggio. È ancora giorno, c’è luce. Il poliziotto mi chiede che lavoro faccio.

La scrittrice, dico.
Ah, si vede.
Da cosa?, chiedo.
Lei fa molte domande.

L’ufficio è una stanza piccola e senza finestre. La porta dà sul binario 1. Mi fanno stare in piedi davanti a loro. Il poliziotto si mette dietro una scrivania – non ricordo se c’è un vetro tra me e lui, ma credo di no – e comincia a trafficare con il mio documento. Sulla scrivania c’è un computer, forse lui sta controllando i miei dati. Comunque non mi dice cosa sta facendo. I due militari osservano la scena, leggermente in disparte. Non aprono bocca. È il poliziotto il capo. È lui che parla. “Viene spesso a Milano? Dove sta andando? Perché è qui oggi?”.

Tra una domanda e l’altra, silenzio. Io rispondo in maniera troppo dettagliata. Me ne rendo conto mentre parlo, ma voglio fargli capire che so cosa sta succedendo. Conosco la teoria, se non la pratica. “Vengo spesso a Milano a trovare la mia famiglia, i miei genitori sono residenti qui. Prendo spesso il treno delle 17 che parte da Rogoredo. Questa stazione mi piace più di Milano Centrale, qui mi sento più sicura”. Porto un cappotto nero, un cappello, prima ha piovuto, sulle spalle ho uno zainetto con il portatile, le cuffie, il caricabatterie, ho una borsetta con le chiavi di casa. Conto i miei privilegi.

La mia pelle, in Italia, viene considerata bianca: parlo italiano come prima lingua, viaggio con un documento rinnovato lo scorso autunno, sono sobria, sono maggiorenne, ho un regolare biglietto del treno, e anche se nella foto sulla carta d’identità sbarro gli occhi e non sorrido – mi manca solo un quotidiano rivolto all’obiettivo – somiglio alla persona davanti a loro. Non ho niente da nascondere.

Non chiedo il nome, o un numero di riconoscimento, a questi uomini. I militari sono altissimi, forti, grandi il doppio di me. Sono armati. Forse tutti e tre. Non ho guardato bene. Non sono capace, a un’occhiata, così, di riconoscere un’arma da fuoco carica.

Una volta finita la verifica al computer, il poliziotto comincia lentamente a scrivere il mio nome e il mio indirizzo su un foglio. Non riesco a leggere bene, a distanza, ma vedo comparire i miei dati – il mio nome, il mio indirizzo – subito sotto un nome maschile, italiano, e un anno di nascita, 1985. Penso che questa stessa identica cosa oggi è successa anche a un ragazzo. Il poliziotto continua a scrivere. Va molto piano. Gli chiedo cosa sta facendo.

Il poliziotto mi guarda e dice, lei è molto curiosa, vero.
Sì, molto.

Sono costretta a stare in piedi da tre estranei che mi chiamano “signora” e mi dicono che faccio molte domande, in una stanza senza finestre, dove non arriva nessun rumore dall’esterno, mentre loro si segnano il mio nome e il mio indirizzo di casa.

Dopo dieci minuti mi lasciano andare. Posso andare a prendere il treno. Arrivo perfino al binario con un po’ di anticipo. Ci sono due uomini, italiani. Dico cos’è appena successo. Uno mi chiede, ma adesso? Allora ti ho visto, eri tu? Un quarto d’ora fa? Ho pensato che eri straniera e avevi chiesto un’informazione. No, gli dico, mi hanno fermato. Che merde, dice lui. L’altro scuote la testa. Succede spesso, in questa stazione? È legale? Nessuno sa niente.

Lo chiedo al controllore, a bordo del treno: lui dice che può capitare, che si è trovato anche lui in una situazione piuttosto tesa; la polizia ferroviaria, dice, reagisce male quando si sente interrotta o contestata nell’esercizio delle proprie funzioni. Io dico che non ho interrotto niente, ho solo fatto una domanda. Mando un messaggio a un amico giornalista. Lui dice che è tutto legale, ma che è stato comunque un abuso di potere, che in certi ambienti c’è troppo testosterone e una gran voglia di appoggiare il cazzo sul tavolo. Vuole sapere se sto bene, mi dice di stare attenta alla polizia ferroviaria, in futuro.

L’ultima volta che sono stata fermata avevo diciott’anni e stavo partendo per una vacanza in Danimarca. L’accusa era di aver fumato marijuana in una sala d’attesa dell’aeroporto di Linate. Mentre aspettavamo, io e i miei amici, in una stanzetta senza finestre, con due guardie di finanza che aprivano la sigaretta di A., per ispezionarne il contenuto (niente da segnalare: solo tabacco), ero spaventata e allegra. Ero molto piccola, viaggiavo con due ragazzi maschi. Non avevo niente da nascondere.

Durante il viaggio mi sforzo di non pensarci. Sto tornando a casa mia, a 300 chilometri di distanza, in una piccola città dove la stazione non ospita un ufficio della Polfer, e dove, al limite, posso sempre andare dai carabinieri. Arrivo a casa, faccio la doccia e vado a dormire.

Sono una privilegiata

Nei giorni dopo vado avanti. Lavoro. Però ci penso. Io ho solo fatto una domanda. Ho chiesto cosa stava succedendo. Non ho interrotto un arresto o una perquisizione. Mi ritrovo a rivivere l’episodio come farebbe una ragazzina: mi hanno fatto brutto; mi hanno trattato male, ma non mi hanno messo le mani addosso. Il mio nome, il mio indirizzo, la mia data di nascita, sono scritti in una piccola stanza senza finestre nella stazione di Milano Rogoredo. “Lei è molto curiosa, vero”. Erano armati? Com’erano vestiti? Li riconoscerei, se li vedessi in fotografia? Ricordo la voce del poliziotto; uno dei militari aveva gli occhi azzurri, sembrava molto giovane. A un certo punto ho pensato che potevo essere sua madre.

Sono una privilegiata, penso.

Priorità, penso: mentre le forze dell’ordine facevano brutto a me, per dieci o quindici minuti, cosa succedeva nel resto della stazione? Non ho visto altri poliziotti o militari in giro: chi si stava occupando del bene comune?

Conto i miei privilegi, di nuovo: non mi hanno violentato, non mi hanno picchiato, non sono stata arrestata, non dovrebbe esserci un procedimento penale a mio carico.

Priorità: se è successo a me, in pieno giorno, cosa può succedere a qualcun altro? Come viene trattata una persona che non viene considerata bianca, non parla un italiano perfetto, non sembra del tutto lucida, o padrona di sé, qualunque sia la ragione?

La tentazione, per un po’, è alleggerire. La storia è piccola, non ha conseguenze. Nelle settimane successive non ricevo visite – o telefonate – dai rappresentanti locali delle forze dell’ordine. Mi hanno lasciato andare. Gli è bastato depositare un avviso nell’aria: “Signora, fatti i cazzi tuoi”.

Milano Rogoredo è una stazione tranquilla e ben illuminata. Come Milano Porta Garibaldi. Alcune persone, tra cui me, preferiscono andare lì a prendere il treno, dopo quello che è stato raccontato come “il grande recupero della Stazione Centrale di Milano”: un’operazione per cui oggi, come a Roma Termini, ci sono i gate, e l’accesso ai binari è consentito solo a chi mostra un biglietto.

Trasformando tutto il resto della Stazione Centrale in una lunga, ininterrotta sequenza di Snowpiercer, per cui appena si scende dalla metropolitana si comincia a correre a testa bassa con le braccia strette ai fianchi, dai cazzo, verso la terra promessa dei binari (potrebbe interessarvi che i binari non sono diventati comunque un posto sicuro: la gente con il biglietto si urla vaffanculo, si spintona). La tentazione è alleggerire, appunto. Dare un titolo alla storia. Trappola di cristallo, Fuga di mezzanotte. Distretto 13. Signora, vuole venire con noi.

Il problema è che io, anche volendo, i cazzi miei non me li posso fare. A parte che non voglio: è proprio che non posso. Viaggio molto spesso da sola, e la sicurezza, per me, non è un’idea o una promessa elettorale. È questione di sapere dove ci si trova e come regolarsi. Sai dove stai andando? Se qualcuno ti segue, sai cosa fare? L’importanza dell’autocontrollo, del chiedere aiuto, del non sottovalutare un pericolo. Fare domande è importante. Tenere gli occhi bene aperti, non lasciarsi prendere dal panico ma non correre rischi inutili. Più ci si isola, più è facile mettersi nei guai. Di questo, le forze dell’ordine sono consapevoli.

Negli ultimi tempi, a Milano, come altrove, tira una brutta aria. Alcuni tratti del passato recente – il disprezzo verso chiunque non sia ricco e alla moda, l’insistenza con cui si ammirano i forti, il privato, e l’incapacità di credere che esistano stili di vita diversi dal proprio – sono stati portati avanti in maniera non prevista.

Faccio solo un esempio, il più recente: nelle stazioni e sui mezzi pubblici della città molte persone chiedono cibo. Attraversano i vagoni della metropolitana spiegando che non hanno una casa, e chiedono non i soldi per comprare da mangiare, ma proprio il cibo. A maggio, sulla linea 3, una ragazza molto giovane offre a un mendicante una confezione di plastica – forse un’insalata – spiegando che la scatola è stata sballottata nello zaino, ma il pasto dovrebbe essere ancora buono. Un uomo adulto, seduto di fronte a me, assiste alla scena, e rivolge alla ragazzina uno sguardo di odio. Che schifo, vergognati. La prima volta che vedo una cosa simile penso di aver incrociato un matto. Poi succede di nuovo. Allora capisco che è quello il nuovo normale in città: l’odio verso chi chiede cibo e acqua, ma soprattutto l’odio verso chi offre cibo e acqua.

La carogna specifica e particolare di Milano – la rimozione di tutto quanto stonasse con la narrazione di una pseudocapitale europea, operosa e all’avanguardia – è uscita allo scoperto, è diventata visibile e materiale. Ed è cambiata. È diventata, per certi versi, una forma di militanza attiva.

“La Madonna che angoscia”, penso, tutte le volte. “Meno male che tra un po’ me ne vado”. Io non abito qui. In fondo qui ci sono soltanto la mia famiglia, il mio medico, la mia agenzia, i miei vecchi amici, le redazioni di alcuni giornali per cui scrivo. Posso farne a meno.

Ho raccontato la storia, a voce, soltanto dopo un breve viaggio in un altro paese: ho preso il treno in stazioni dove non circolavano uomini armati, dove nessuno mi ha chiesto o imposto di seguirlo, pur essendo, io, all’estero, una donna di pelle non bianca, una straniera, che parla inglese ma non la lingua del posto.

E comunque c’è il lieto fine, perché non solo io sono uscita da quella stanza senza finestre del cazzo, ma subito prima di essere rilasciata, quando la catena di umiliazioni poteva considerarsi chiusa, mentre il poliziotto mi stava allungando la carta d’identità e diceva “bene signora lei può” , io mi sono mossa troppo in fretta e dalla tasca del cappotto mi è scivolato fuori il cellulare, che è volato a terra spaccandosi in due, e ha fatto un rumore pazzesco, come uno scoppio. Ho alzato le mani sopra la testa e le ho tenute sollevate e ho ripetuto “non ho fatto niente, è caduto il telefono”, e almeno uno dei due militari stava facendo uno sforzo immane per non mettersi a ridere. Proprio come me. È per quello che mi ricordo di lui, aveva gli occhi azzurri.

10 luglio 2016

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Salvini e la bufala dei profughi alle terme

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disinformazione-populista-profughi-terme-bormio-sito

tratto da http://www.debunking.it

Il 28 giugno 2016 il sito “Il Populista” pubblica un articolo dal titolo “Bormio: clandestini in vacanza alle terme“, diventato virale grazie alla condivisione dello stesso nella pagina Facebook di Matteo Salvini (suo condirettore) che riporta il seguente messaggio:

salvini-profughi-terme-bormio

E dopo le lezioni di sci invernali, adesso per i “profughi” arrivano le terme. Tutto regolare..

L’articolo delle 12:39 de “Il Populista” riporta quanto segue:

Mentre molti lavoratori faticavano sotto il sole o al caldo dentro un capannone, alcuni dei clandestini ospitati all’Hotel Stella di Bormio se la stavano godendo nel famoso centro termale della località turistica valtellinese. Come dimostrano le foto pubblicate da uno di loro, It’z Wesley Jahbless, sul proprio profilo Facebook, ieri i richiedenti asilo erano a mollo nell’acqua termale, e si scattavano foto e selfie con i loro smartphone a bordo piscina, sdraiati sul lettino a prendere il sole o all’interno della struttura indossando un asciugamano bianco. Turisti alla faccia nostra, che in questo modo fanno sapere agli amici rimasti nei paesi d’origine che partendo per l’Italia si ottiene un trattamento da nababbi, quindi avanti che c’è posto (anche alle terme)!

Alcune delle foto vennero pubblicate nell’account Facebook di uno dei ragazzi, Wesley Jahbless, il 27 giugno 2016. Turisti alla faccia nostra? “Il Populista” non si ferma di certo qui, pubblicando alle 13:1 un ulteriore articolo:

Presunti profughi o turisti termali a spese del contribuente? C’è chi alle terme non c’è mai entrato anche per motivi economici. Trascorrere una giornata immersi nelle acque calde e rilassanti è esperienza consigliabile, ma non esattamente alla portata di chi vive un periodo di ristrettezze economiche.Succede invece che a un gruppo di clandestini, richiedenti asilo provenienti dall’Africa sub-sahariana e alloggiati in Valtellina, sia stato offerto l’ingresso alle Terme di Bormio. Forse, chissà, si tratta di un piano per meglio integrare gli ospiti nella comunità locale, per illustrare loro bellezze, eccellenze, potenzialità del turismo valtellinese. Servizi a pagamento per tutti. Gratis per questi ragazzi. Difficile credere che abbiano potuto pagare di tasca loro. Il biglietto in bassa stagione costa 21 euro, nei weekend 26. E se sono legittimati a comportarsi come turisti, allora nemmeno è necessaria la discrezione. Così un presunto profugo, nelle vesti di villeggiante, ha postato su facebook le foto della giornata, mentre prende il sole e se la spassa nelle acque benefiche insieme agli amici. Nuove frontiere dell’integrazione nelle regioni alpine, dopo le lezioni di sci offerte ai clandestini in Sud Tirolo.

L’articolo riporta anche un’intervista a Renato Fuchs, presidente di Bormio Terme. L’intervistatore ha cercato in qualche modo ulteriore polemica, ma si è trovato di fronte a delle risposte che probabilmente non si aspettava:

Il Populista: Se non sono entrati gratis, chi ha pagato il biglietto?
Renato Fuchs: Non mi interessa chi l’abbia fatto. Quando arriva un cliente paga ed entra, poi deve rispettare le leggi e le regole interne. Se non lo fa viene allontanato.

Il Populista: Quindi davvero non sa chi ha pagato?
Renato Fuchs: No, ma anche se lo sapessi non glielo direi. Noi controlliamo che i soldi siano veri e falsi o che l’eventuale bonus d’ingresso sia vero o falso, le nostre indagini finiscono lì. E se anche decidessimo di dare un omaggio sarebbe un problema nostro, ma non è questo il caso.

Il Populista: Non capisce il senso della polemica?
Renato Fuchs: Le persone hanno il diritto di criticare il servizio, se trovano bagni sporchi o terra in piscina, ma se trovano gente che non gli piace io non posso farci nulla. Se qualcuno pensa che queste persone possano avere malattie tipo scabbia o altro, allora dico che i bianchi potrebbero avere i funghi sotto i piedi. Ma nessuno si è mai lamentato.

A questo punto la domanda è: chi ha pagato o come hanno pagato l’accesso alle terme i ragazzi nelle foto?

Una delle polemiche mosse sempre all’interno del primo articolo de “Il Populista” è quella del coordinatore del Movimento Giovani Padani della Valtellina, Tiziano Fistolera, che cita un’iniziativa locale che permetterebbe ai richiedenti asilo di lavorare e guadagnare una piccola somma attraverso dei voucher, pratica da lui contestata:

I clandestini alloggiati a Bormio all’Albergo Stella si propongono tramite volantini per lavoretti in casa, in cambio di un pagamento a voucher togliendo così il lavoro a piccoli artigiani o giovani, e visto che il vitto e alloggio lo paghiamo noi lavorando, impiegano i loro soldi alle terme di Bormio: è una vergogna!

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Il volantino dell’iniziativa contestata dal giovane leghista

Lo stesso Fistolera, dalla sua pagina Facebook, aveva diffuso le foto dei tre ragazzi il 27 giugno.

Passiamo ora al fact checking, attività completamente ignorata da “Il Populista” e dallo stesso Matteo Salvini tramite la sua pagina Facebook.

Dopo aver analizzato il post di Wesley, quello contenente le foto del presunto scandalo, ho notato il commento di Stefano Morcelli, un ragazzo di Bormio amico del giovane nigeriano.

Il post di Wesley e il commento di Stefano
Il post di Wesley e il commento di Stefano

Visitando il profilo di Stefano noto un suo post di sfogo riguardo la vicenda. A quel punto decido di contattarlo e vengo a conoscenza di elementi interessanti. Nell’articolo de “Il Populista” si parla di “presunti profughi”, hanno controllato? Chiedo a Stefano se si tratta veramente di un “profugo”:

David: Wesley è un profugo?

Stefano: Wesley è un ragazzo nigeriano richiedente asilo ospitato dal centro di accoglienza di Bormio da 1 anno che recentemente ha ricevuto la protezione internazionale per la durata di 2 anni.

A quel punto, visto la disponibilità, veniamo al nocciolo della questione:

David: Perfetto. Lui e gli altri ragazzi sono andati la con soldi guadagnati con i voucher?

Stefano: No, lui e gli altri ragazzi sono entrati grazie ad alcuni buoni omaggio vinti a dicembre in un concorso per la realizzazione di presepi.

Per chi non avesse letto il post di Wesley, egli ringrazia Dio (notate che nella foto uno dei ragazzi porta al collo una croce cristiana), e la storia del concorso per la realizzazione di presepi non mi stupirebbe. Facendo una breve ricerca trovo riscontro nel racconto di Stefano nel sito Altarezianews.it:

Bormio-presepi2016premi

Categoria adulti:
1° classificato: Aspettando i Magi di Simonetta Zanoli
2° classificato: Al presepi rustic della famiglia Rinaldi-Pedrini
3° classificato: Amore e pace dei ragazzi stranieri richiedenti asilo politico
4° classificato: Un semplice presepe per un semplice Natale di Camilla Peretti e Michela Vitalini

Foto Comune di Bormio

Un ulteriore riscontro lo trovo nel sito Laprovinciadisondrio.it:

Un ottimo riscontro per il concorso di presepi indetto dal museo civico di Bormio, un’iniziativa che ha suscitato molto interesse sia tra i partecipanti sia tra i numerosi visitatori che, durante le festività, hanno votato il lavoro preferito. Sabato pomeriggio la stua granda di palazzo De Simoni ha ospitato la cerimonia di premiazione dei lavori realizzati che hanno contribuito a valorizzare ulteriormente le tradizioni legate al Natale e, nel contempo, ad ampliare l’offerta museale. Tra i presepi premiati “Amore e pace”, lavoro realizzato dai ragazzi stranieri richiedenti asilo politico ospitati da qualche mese nell’albergo “Stella” di Bormio. Le foto e il resoconto della premiazione su La Provincia di Sondrio in edicola lunedì 11 gennaio.

In merito ai voucher? Che problemi ci sarebbero se i tre ragazzi presenti alle terme avessero pagato l’entrata dopo aver svolto onestamente un lavoro? Un lavoro che, attraverso l’iniziativa locale, viene pagato da chi decide di affidare lavori di manovalanza a questi ragazzi, lavoro che potrebbero dare eventualmente ad altri, italiani o meno, ma la decisione è loro e soltanto loro. Ci si lamenta tanto che i richiedenti asilo “non fanno un ca**o da mattina a sera”, ma quando questi danno la loro disponibilità non va bene lo stesso, l’importante è far polemica e senza verificare che, in questo caso, si trattava di un premio vinto in un concorso legato alla religione cristiana.

28 giugno 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2016 11:15

V: un voto per vendetta. Perché le periferie cominciano a fare paura

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Roma_periferie

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Le periferie cominciano a fare paura alle classi dominanti. Fatte le dovute proporzioni, i risultati del voto nelle periferie di Roma e Torino hanno mandato un segnale di allarme ben leggibile nell’editoriale del Corriere della Sera romano del 18 giugno. Di fronte alla riduzione del Pd a partito dei quartieri ricchi, centrali, gentrificati, e al massiccio voto al M5S nelle periferie, l’editorialista Paolo Conti scrive che “sarebbe spaventoso se lo schema, nel caso delle rispettive vittorie, spingesse i due candidati ad accontentare le diverse basi elettorali”.

Insomma dopo anni di distrazione, rimozione, quasi una teologia dell’esclusione in nome del dogma liberista (“se sei povero o disoccupato è solo colpa tua che non sfrutti le opportunità che ti si presentano”) o, diversamente, di narrazione tossica sulla dimensione illegale e criminale ben presente nelle periferie – mettendo sullo stesso piano l’occupazione delle case e la malavita-, l’editorialista del Corriere della Sera scrive parole preoccupatissime sul fatto che, una volta che questo mondo rimosso si è preso la rivincita, occorre impedire che pesi proporzionalmente nella distribuzione delle risorse della città. Solo adesso si preoccupa della necessità di “amministrare la Capitale, tutta, risolvendo quanto più possibile i problemi dei romani, nessuno escluso… Impensabile salvare solo il centro o solo le periferie”. Un discorso quasi di buon senso ma colpevolmente tardivo e strumentale. E’ come il ricordare il rispetto delle regole del gioco solo quando si sta perdendo la partita dopo averne abusato ampiamente mentre si vinceva.

Ma la paura delle periferie va ben oltre la preoccupazione di una espressione elettorale in qualche modo “vendicativa” verso le classi dominanti. Dicevamo preliminarmente che vanno fatte le dovute proporzioni. Infatti la preoccupazione era nata già nel 2005 con la rivolta delle banlieue francesi, liquidate come “canaglia” da Sarkozy, affrontate solo sul piano del rafforzamento degli apparati coercitivi e con la riduzione degli strumenti di intervento sociale in nome del taglio della spesa pubblica. Perché mai spendere soldi del bilancio per quelle canaglie delle banlieue? Dieci anni dopo il fantasma delle periferie si è ripresentato come incubo attraverso i lupi solitari arruolati e scatenati a Parigi e Bruxelles dall’Isis. Figli delle banlieue, nati qui, cresciuti qui, tagliati fuori qui, messi in carcere qui, eppure proprio qui trasformatisi in miliziani capaci di seminare e tenere in scacco due grandi e significative metropoli/capitali europee.

La preoccupazione per le periferie è leggibile nel recente numero speciale della rivista italiana di geopolitica Limes ad esse specificatamente dedicato. Da un lato assistiamo al processo di inurbamento di enormi masse di contadini che vi si trasferiscono dalle campagne nei paesi in via di sviluppo (dalla Cina all’India, dal Messico al Brasile), dall’altro vediamo la concentrazione ed emarginazione naturale di quella “capacità produttiva in eccesso” che in questo caso coincide con persone in carne ed ossa. Il “capitale umano” lo chiamano oggi, il “capitale variabile” lo definiva Marx, arruolandone però quote consistenti nell’esercito salariale di riserva (leggi disoccupati, precari, working poor) oggi cresciuto a dismisura sia con la disoccupazione strutturale e tecnologica sia con i bassi salari e la precarietà estesa, diffusa, dominante e pervasiva di tutto il mercato del lavoro.

Ammucchiare le persone nelle periferie, soprattutto quelle persone e quei luoghi non decisivi per la massima valorizzazione dei capitali investiti (e nelle metropoli i capitali investiti stanno crescendo sia per l’eccesso di liquidità finanziaria sia perché ogni margine di valorizzazione va sfruttato fino al midollo), trasforma le periferie metropolitane in magazzini di forza lavoro disponibile (come direbbe Engels). Ma dopo aver disgregato la forza lavoro per indebolirla, hanno commesso l’inevitabile errore di concentrarla di nuovo, stavolta non più nelle fabbriche ma in territori allucinanti e allucinati, lontani dalle città vetrina. Con la marginalizzazione urbana e l’aumento degli strumenti coercitivi – magari con meno poliziotti per strada e più telecamere, proprio per privilegiare la funzione punitiva piuttosto che quella preventiva -, le classi dominanti avevano ritenuto di aver destrutturato abbastanza bene le metropoli dopo aver destrutturato le strutture produttive e i servizi strategici. Come sottolinea la stessa Limes, questo sogno si sta infrangendo.

E allora, sempre facendo le dovute proporzioni, se in Francia e in Belgio l’incubo delle periferie ha avuto prima le caratteristiche delle rivolte urbane e poi quello delle cellule islamiche, in Italia – molto più moderatamente – ha avuto le caratteristiche di “un voto per vendetta”. Per gli appassionati di Corrado Guzzanti possiamo dire che quella di Roma e Torino è stata la rivincita del mondo del comico trash Bizio Capoccetti contro il mondo ricco, stucchevole, intellettuale, politicamente corretto, insopportabile e spocchioso del prof. Bambea.  Questa tanto attesa rottura tra il “Mondo di sotto” e il “Mondo di sopra” (quello “di mezzo” è stato per ora depotenziato), è stata una sorta di resa dei conti dovuta, anche se ancora spuria. C’è ancora tantissimo da fare e lavorare affinchè la rabbia popolare maturi e consolidi una visione verticale dell’inimicizia e dell’antagonismo (verso “i ricchi”)  e respinga quella orizzontale (la guerra tra poveri) che è sempre quella più semplice da innescare, raccontare e gestire.

La ripresa dell’analisi, dell’intervento e del conflitto organizzato nelle e dalle periferie urbane, si deve ricomporre con il conflitto sindacale nei luoghi di lavoro e con quello sociale in tutta la sua ampiezza. Ma per fare questo è decisiva una visione “politica” cioè una visione complessiva delle contraddizioni e del nemico contro cui organizzarsi per affermare i propri interessi. L’Unione Europea ad esempio, ha questa valenza di identificazione come nemico comune, una rottura di questa gabbia avrebbe una forte capacità ricompositiva. Già il solo sostituire la parola “interessi” a quella ormai depotenziata di “diritti” sarebbe un salto di qualità per farsi capire dai settori popolari. Riconoscere i propri interessi e riconoscerli come dimensione collettiva è uno snodo ineludibile per seminare nuovamente identità di classe dentro la nostra gente. E da dove ricominciare se non lì dove il nemico ha commesso l’errore di concentrarla, dunque le aree metropolitane e le loro periferie?

Insomma, per ora è stato solo un voto, ma tanto è bastato per suscitare un allarme “tra i ricchi”.  Un voto è di per sè a tempo, aleatorio, mutevole, ma è anche un test: indica una percezione e una rottura che prima non si era manifestata. E’ la rappresentazione di una composizione sociale e una identità spurie. Ma si tratta di materia prima preziosa da trasformare in conflitto e coscienza di classe. I comunisti e i rivoluzionari devono decidere se sporcarsi le mani e praticare la scuola della strada (migliorando al tempo stesso la visione generale) o abbandonarsi ad una residualità certificata ormai come estranea dal blocco sociale antagonista oggi possibile.

24 giugno 2016

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Ciao Sekine che questa terra possa esserti lieve

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Sekine Traore. 27 anni. Maliano. Poche informazioni che non restituiscono niente di una vita intera, ma che possono già aiutare a ricostruire come Sekine sia finito a lavorare a Rosarno, come sia arrivato in Italia e che cosa abbia dovuto affrontare per raggiungere quest’Europa. Sekine Traore. Sekine Traore. Ripeto il nome decine di volte, perché mi sembra di conoscerlo già, ma sulle prime non riesco a capire. Sekine Traore, 27 anni, maliano. Sekine! Io Sekine l’ho conosciuto. Io e tanti altri che lavorano nell’accoglienza in questa città. Mantengo la speranza per un po’, sperando in un caso di omonimia, d’altronde Traore è un cognome diffusissimo tra i maliani, ma alla fine una foto su internet mi conferma quello che speravo non fosse vero. Sekine Traore ha vissuto a Roma prima di andare in Calabria, in un centro di accoglienza per senza fissa dimora dove è stato accolto e dove ha ricevuto assistenza e aiuto per poco meno di un anno. Un centro in cui è finito dopo essere uscito dai percorsi di accoglienza destinati ai richiedenti asilo come lui, percorsi il più delle volte insufficienti a dare dignità ed autonomia, spesso incapaci di affrontare con mezzi adeguati i traumi che molti si portano dietro. E una volta che si esce da lì il cammino sembra essere segnato: la strada, gli insediamenti informali ai margini delle città o i ghetti delle campagne meridionali dove la criminalità organizzata o gli imprenditori agricoli capitalizzano al meglio le politiche escludenti nei confronti dei migranti. Il percorso di Sekine è stato proprio questo ma si è interrotto brutalmente davanti ad un carabiniere che non ha saputo fare altro, davanti ad un ragazzo di 27 anni, probabilmente impaurito e scosso, con in mano un coltello di cucina e nient’altro, che premere il grilletto.

L’unica forma di Stato che Sekine ha trovato a Rosarno lo ha assassinato.

Era un ragazzo come tanti Sekine, come i migliaia che lasciano l’Africa per scappare dalle guerre, dalle persecuzioni o semplicemente dalla fame e dalla miseria che l’Occidente ha gentilmente lasciato loro in eredità dopo secoli di colonialismo e rapina. Un ragazzo come tanti che affrontano un viaggio interminabile e pericolosissimo che quando non uccide lascia ferite invisibili che cambiano per sempre la vita di queste persone. Traumi che sorgono in una delle tante tappe di queste rotte infinite, che sia il deserto, la prigione a cielo aperto che da anni è la Libia o il cimitero di acqua che ormai è diventato il Mediterraneo. Ferite che piegano per sempre e che lasciano segni indelebili che avrebbero bisogno di cure e percorsi specifici che raramente trovano.

Ma oggi, mentre corriamo il rischio concreto che Schengen crolli su se stessa, mentre in Grecia migliaia di persone sono intrappolate senza poter decidere autonomamente della loro vita, sembra proprio che le politiche sull’immigrazione di questa Unione Europea e degli Stati membri, abbiano un solo obiettivo: non esclusivamente impedire a migliaia di persone di essere accolte dignitosamente, ma sfiancare quelle che arrivano e trasformarle in corpi docili e ricattabili, non senza diritti, ma senza il diritto ad averne. La Fortezza in cui siamo arroccati, fatta di razzismo istituzionale e xenofobia dilagante, di sfruttamento e schiavismo e di tanti che hanno speculato e continuano a farlo su queste tragedia, non può che avere questo obiettivo.

La storia di Sekine ci parla di questo ed è per lui che dobbiamo gridare a gran voce che i morti nel Mediterraneo hanno dei mandanti con nomi e cognomi che siedono nelle istituzioni europee e nei governi nazionali; che lo sfruttamento nella campagne italiane, dove tanti rifugiati e migranti sono costretti ad accettare paghe vergognose, è possibile grazie a precise leggi e all’assenza totale di controlli da parte dello Stato; che è ora di dire basta ad un’accoglienza emergenziale e concentrazionaria che annulla i diritti e la dignità dei singoli e impedisce la costruzione di reali percorsi di autonomia e sostegno; che è ora di piantarla con una gestione securitaria ed allarmistica del fenomeno migratorio che dà ogni giorno linfa vitale alla xenofobia e al razzismo. Lo dobbiamo fare per Sekine e per le migliaia di persone che perdono la vita nel tentativo di forzare la muraglia che i governi hanno innalzato tra noi e loro. Ma lo dobbiamo fare anche per noi, per quella generazione europea che ha gli stessi anni di Sekine, le stesse speranze e la stessa voglia di dignità che ogni giorno viene calpestata da un’austerità che rende anche noi sempre più precari e insicuri. Lo dobbiamo fare per impedire che l’Europa diventi patria dello sfruttamento e del razzismo e per rivendicare, invece, l’apertura delle frontiere, la solidarietà, l’accoglienza dignitosa.

Lo dobbiamo fare perché Sekine potremmo essere tutti noi.

Ciao Sekine, che questa terra che ha spezzato i tuoi sogni, che ti ha emarginato, sfruttato e infine ucciso, possa esserti lieve.

16 giugno 2106

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Cento euro alla cannabis: presentata una banconota per sensibilizzare sulla legalizzazione

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Stamani, durante una conferenza stampa in Consiglio Regionale, i due Consiglieri Regionali Tommaso Fattori e Paolo Sarti e l’esponente di Sinistra Italiana Mauro Romanelli hanno presentato una banconota da cento euro con sopra stampata una foglia di marijuana e alcune semplici notizie, per sensibilizzare sulla necessità di approvare in tempi rapidi un testo di legge in materia, a partire dai vari testi depositati sin Parlamento e sui quali è iniziata la discussione in queste settimane nelle Commissioni.

“La banconota, molto divertente dal punto di vista grafico, serve per ricordare che la legalizzazione della cannabis potrebbe portare rilevanti entrate fiscali per lo Stato – diverse università le hanno stimate da 6 a 8,5 miliardi di euro annui – da utilizzare per politiche di prevenzione e di welfare” – dichiarano Fattori, Sarti e Romanelli.

“Oltre a questo, vi sarebbero effetti importanti sul contrasto alla criminalità, sottraendole un vasto e fecondo mercato, tanto è vero che è la stessa Direzione Nazionale Antimafia, nell’ultimo rapporto al Parlamento, a sollecitarne perlomeno la depenalizzazione in un quadro europeo”.

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“Guardando ad altri Paesi con esperienze recenti – pensiamo al Colorado, dove anche il Governatore, che era contrario, ma che obbedì all’esito di un referendum popolare, ha recentemente ammesso gli assoluti benefici della legalizzazione – riteniamo che ormai anche in Italia sia giunto il momento di procedere, e per questo abbiamo presentato una mozione in Consiglio (qui di seguito), che speriamo sia approvata da tutte le forze, perché davvero oggi nessuno dovrebbe sottrarsi a questa scelta di civiltà” – terminano i tre.

MOZIONE – Legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati.

Sì Toscana a Sinistra e Sinistra Italiana

14 giugno 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Giugno 2016 21:03

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