Thursday, Dec 13th

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

CORPI E POTERE

Roma. Un femminicidio da fascista, non per caso

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

femminicidio roma

tratto da Contropiano

Una donna uccisa in un bar, a Corcolle, Roma, periferia così lontana dalla capitale che quasi non sembra Roma. Assunta Finizio, 50 anni, aveva cacciato di casa l’uomo, Augusto Nuccetelli, mercoledì scorso, dopo aver scoperto un tradimento.

Come racconta l’agenzia Ansa, matrice di ogni articolo che uscirà su questo “episodio di cronaca nera”, si tratterebbe “soltanto” di un uxoricidio come tanti, fruto di una mente malata che non accettava una separazione dopo una convivenza.

Non voleva rassegnarsi alla fine della relazione. Non aveva alcuna intenzione di interrompere quel rapporto come invece voleva lei, così l’ha seguita nel bar e l’ha freddata con quattro colpi di pistola, davanti agli occhi increduli di clienti e passanti, ancora sotto shock. E’ quanto successo questa sera alla periferia est di Roma, in via di Lunghezza, all’interno di un bar tabacchi che si è poi affollato d agenti della Squadra Mobile e della Scientifica al lavoro per ricostruire con esattezza quanto avvenuto. Secondo le prime informazioni, l’uomo, un 51enne italiano con piccoli precedenti, avrebbe seguito la convivente, coetanea ed italiana anche lei, all’interno del bar. Lì avrebbe estratto la pistola esplodendo quattro colpi raggiungendo la compagna alla mano, all’addome e al petto.

L’omicida, stando alle testimonianze di chi si trovava sul posto, avrebbe poi tentato la fuga sbarazzandosi dell’arma in una stradina limitrofa. Passanti e clienti, però, hanno allertato immediatamente la polizia che è intervenuta fermando l’uomo e portandolo in questura dove avrebbe ammesso le proprie responsabilità. Secondo quanto si apprende, la coppia abitava in zona. La donna era una cliente abituale del bar. Stando alle testimonianze di chi li conosceva, i due erano spesso protagonisti di litigi. I clienti del bar ed i passanti che in quel momento si trovavano in zona sono ancora sotto shock, terrorizzati da quell’uomo e da quella pistola estratta davanti a tutti. Il suono dei colpi esplosi risuona ancora nelle loro orecchie, mentre il cadavere della donna giace a terra in un lago di sangue, ennesima vittima della furia di un assassino.

Quel che le agenzie non riportano, invece, ve lo raccontiamo noi, dalla viva voce degli abitanti del posto:

In questo video, esattamente al minuto 8:30, trovate l’ìassassino che parla di convivenza, integrazione, rispetto e giustizia, intervistato da Piazza Pulita, in un reportage di Salvatore Gulisano da Corcolle. L’occasione era stata fornita da una montatura organizzata: una aggressione – mai verficatasi – ai danni di una autista dell’Atac, donna, da parte di presunti “immigrati”. I fascisti si erano subito lanciati sulla vicenda e scatenando tentati pogrom, che avevano quindi spinto alcune troupe televisive a cercare di documentare “la sensazione di invasione causata dall’emergenza immigrati che si trasforma in odio e reazioni violente…”
C’è anche un’interessante descrizione dei molti tatuaggi fascisti, esibito con orgoglio e strafottenza.

Una piccola notazione politica aggiuntiva: il futuro assassino, grazie alle sue evidenti doti intellettuali, era stato poi candidato in circoscrizione col Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo.
Buona visione.
AddThis Social Bookmark Button

Sicurezza, arriva il Daspo cittadino

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

daspo1tratto da Il Sole 24 ore

Un «Daspo cittadino» per allontanare chiunque commetta reati contro la sicurezza nelle città. Una serie di regole più severe sul degrado urbano, la vivibilità dei centri, il decoro nelle strade. Con una stretta, in particolare, contro gli ambulanti che vendono prodotti contraffatti. Sono soprattutto immigrati.

Matteo Renzi, in un’intervista ieri al Resto del Carlino, ha detto che «a maggio il governo interverrà con una legge sulla sicurezza nelle città». A scanso di equivoci, ha precisato: non si tratta «certo di militarizzare» i centri abitati.

L’annuncio del presidente del Consiglio riguarda un testo ben noto agli addetti ai lavori, elaborato a lungo dai tecnici del ministero dell’Interno di concerto con il dicastero della Giustizia. Il disegno di legge cosiddetto sulla «sicurezza urbana» è stato trasmesso da tempo al Dagl, il dipartimento Affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi guidato da Antonella Manzione. Renzi, ora, dà il segnale di via libera. Non è escluso che l’impianto originale sia aggiornato. Certo è che il testo, una volta approvato da Palazzo Chigi, va a toccare in teoria la vita quotidiana di ogni città medio-grande.

Il valore politico del provvedimento è testimoniato, per esempio, da una riunione svoltasi il 5 marzo 2015 al Viminale tra tutti i vertici del ministero, compreso il ministro Angelino Alfano, con il numero uno dell’Associazione nazionale comuni d’Italia, Piero Fassino. I contenuti (www.interno.it) li indicò proprio il ministro dopo l’incontro con l’Anci: «La priorità è fare, delle nostre città, città più sicure» ma anche «garantire ai cittadini la percezione della sicurezza». Davanti a fenomeni come «i writer, i parcheggiatori abusivi, contraffazione e abusivismo commerciale, racket dell’accattonaggio» Alfano disse che «si intende individuare altre fattispecie di reato». Previsti anche più poteri ai sindaci attraverso le loro ordinanze.

La bozza del disegno di legge - sempre che non si trasformi in un decreto legge: ipotesi complessa, però - è stata definita dai tecnici di Alfano e contiene una formulazione suggestiva: il «Daspo cittadino». Il divieto cioè di soggiorno nei luoghi dove il soggetto ha ricevuto le contestazioni di violazione delle norme. Nel mirino del provvedimento ci sono, per esempio, gli ambulanti - soprattutto immigrati - che vendono merce contraffatta. Ma anche negozianti di “croste” e quadri da quattro soldi in luoghi di particolare valore artistico. In analogia con il «Daspo» calcistico - il divieto di accedere alle manifestazioni sportive disposto dal questore contro chi ha commesso violenze e altri illeciti prima, durante e dopo le partite - il «Daspo cittadino» dovrebbe costituire un deterrente più generale: nel caso della vendita di merce contraffatta, per esempio, violare la disposizione del questore tornando nelle zone di quel commercio illegale trasforma una violazione amministrativa in un reato.

Nelle bozze, poi, erano state ipotizzate una serie di aggravanti su furti e rapine. E norme più severe se le violenze e i danneggiamenti sono commessi durante una manifestazione pubblica. Per controbilanciare questa indicazione era stato inserito il codice identificativo per gli agenti in attività di ordine pubblico. Tema molto delicato per il dipartimento di Ps, guidato da Alessandro Pansa, e tutto il sistema delle forze dell’ordine. A maggio si vedrà se anche queste disposizioni entreranno nel testo finale.

 

n.d.r. Come potete vedere dai link qui sotto, come redazione di Senza Soste, sono anni che diciamo che il DASPO sarebbe stato allargato a eventi non collegati con fatti sportivi e che lo stadio era solo un esperimento per allargarne l'uso.

Questo un nostro articolo del 2010 con una previsione per il 2014:

10 settembre 2014. Entra in vigore la tessera del manifestante

Renzi si eccita con il Daspo

Dopo Livorno anche a Pisa: se manifesti in piazza prendi la diffida allo stadio

 

 

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Aprile 2016 14:31

Caso Uva, assolti con formula piena i sei carabinieri e i due poliziotti

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Secondo il senatore Pd Luigi Manconi - presidente della Commissione diritti umani del parlamento - si tratta di «una iniqua conclusione di un processo iniquo. Un processo condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre, fino all’altro ieri, dal pubblico ministero Agostino Abate»

Tutti assolti. Con formula piena. Il processo per la morte di Giuseppe Uva è finito così, dopo quattro ore di camera di consiglio, con i sei carabinieri e due poliziotti accusati di abuso d’autorità, abbandono d’incapace, arresto illegale e omicidio preterintenzionale ad abbracciarsi, e i parenti di Giuseppe attoniti, increduli, impreparati a una cosa del genere, malgrado le avvisaglie ci fossero tutte da un po’. Un solo grido è risuonato dopo la lettura della sentenza: «Maledetti».

«Si tratta di un’assoluzione annunciata – commentano a caldo quelli di Acad, l’Associazione contro gli abusi in divisa –, noi continueremo comunque a sostenere la lotta di Lucia per la verità e la giustizia».

Il processo è durato quasi due anni, tra interminabili udienze testimoniali, decine di perizie, e un’indagine rimasta aperta sette anni, con tanto di cambio in procura e guerra aperta tra il pm Agostino Abate e gli avvocati di Lucia Uva, la sorella della vittima.

Alla fine, per i giudici del Tribunale di Varese, le prove a carico degli imputati sono state giudicate molto scarse. Una conclusione alla quale erano arrivati prima i procuratori Abate e Felice Isnardi, che avevano chiesto l’assoluzione ma erano stati respinti dal gup che aveva poi ordinato il processo in Corte d’assise. Qui anche la pm Daniela Borgonovo era arrivata alla stessa conclusione: assolvere tutti perché «non ci sono prove di comportamenti illegali». E così è stato.

La storia rimane così senza una conclusione, la sentenza parla da sé, e va bene, ma di spiegazioni sulle cause della morte di Giuseppe Uva non ce n’è manco una.

I fatti: la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, l’uomo – 43 anni, di professione operaio – venne fermato ubriaco per strada mentre insieme all’amico Alberto Biggiogero stava spostando alcune transenne in mezzo alla strada. Portato in caserma, non si sa bene cosa sia successo fino al suo arrivo in ospedale, dove Giuseppe sarebbe morto nel giro di qualche ora. L’unica spiegazione ufficiale, a questo punto, parla di una crisi di nervi da parte di Uva in caserma, seguito poi da un Tso e dal ricovero in ospedale.
Biggiogero, interpellato più volte come testimone, ha raccontato di aver sentito Giuseppe urlare, ma le sue parole non sono risultate credibili alle orecchie dei giudici. La sua versione dei fatti è stata giudicata contraddittoria, parziale e, soprattutto, non ha giocato a suo favore il fatto di essere stato sotto l’effetto di stupefacenti e alcol, quella notte.

L’avvocato delle divise, Luigi Di Pardo, dal canto suo ha descritto Giuseppe come «un clochard sporco e puzzolente» che «viveva di espedienti» dopo essere stato «abbandonato dai suoi familiari che ora sono in cerca di un risarcimento». Il «clochard sporco e puzzolente», secondo il legale, non poteva essere l’amante della moglie di uno degli agenti che lo arrestarono quella notte. Questo particolare della storia è stato tra i più dibattuti durante il processo: per la famiglia di Giuseppe si trattava del movente delle botte prese in caserma, mentre per la difesa era soltanto una calunnia bella e buona.

Lucia Uva pure è finita spesso e volentieri al centro del mirino dell’avvocato Di Pardo: accusata di aver «manipolato come un burattino» Biggiogero, avrebbe fatto parte addirittura di una «task force di bugiardi per costruire un castello accusatorio che si è rivelato inconsistente».

Secondo il senatore Pd Luigi Manconi – presidente della Commissione diritti umani del parlamento – si tratta di «una iniqua conclusione di un processo iniquo. Un processo condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre, fino all’altro ieri, dal pubblico ministero Agostino Abate».

16 aprile 2016

AddThis Social Bookmark Button

Il caso mondiale di Riace, il paese felice dei migranti

E-mail
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

riace%2002.jpg

tratto da http://traterraecielo.it

Perché in un Paese che spende miliardi in consulenze e respingimenti nessuno si è mai degnato di chiedere un parere all’unico che sembra aver risolto il problema degli immigrati? Quando Mimmo Lucano, detto U Curdu, ne divenne sindaco, Riace era un paesino della Locride abitato da quattrocento anziani a cui avevano tolto tutto, persino i Bronzi. Ma un giorno sbarcò un veliero di curdi e il sindaco ebbe l’idea di ospitarli nelle case abbandonate del centro. Dopo 15 anni, oggi Riace si ritrova duemila residenti, un quarto dei quali sono stranieri che hanno riaperto le botteghe artigiane di tessuti e ceramiche. Un modello di integrazione studiato in tutto il mondo e che gli è valso il riconoscimento di unico italiano presente nell’elenco Fortune delle personalità che stanno cambiando il pianeta, insieme ai vari Bergoglio, Merkel, Bono degli U2.

Forse perché ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi da essere illeggibile per i connazionali. Il laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni o derubricato come curiosa bizzarria anziché come esperimento amministrativo da portare a esempio.

riace%2004.jpg

Nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre ne sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace più di 800. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi. Chi c'era lo ricorda bene: ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza. Furono allestite scuole e ospedali, furono aperte le porte delle case di un borgo medievale semiabbandonato, Badolato, che da allora è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.

A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu un sentimento opposto di quello che si respira oggi nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia.

Nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi.

riace%2001.jpg

L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto. Dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e poi quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti - all’inizio i migranti la facevano con gli asini tra i vicoli del borgo -, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe dormiente sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano. Primo: i migranti non sono una maledizione ma una risorsa. Secondo: alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina. Terzo: i 32 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante non vanno usati in modo assistenziale e parassitario, ma va investito per creare un posto di lavoro.

A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina: sono donne, uomini, bambini che hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’invasione dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare.

12 febbraio 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 16 Aprile 2016 12:35

Aborto, Consiglio d’Europa: “In Italia troppe difficoltà per le donne. Medici non obiettori discriminati”

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Aborto, Consiglio d’Europa: “In Italia troppe difficoltà per le donne. Medici non obiettori discriminati”

L'organizzazione europea accogliendo un ricorso della Cgil ha stabilito che il nostro Paese viola il diritto alla salute nonostante quanto previsto in tema di interruzione volontaria di gravidanza. Camusso: "Sentenza importante, l'applicazione della legge non può restare soltanto sulla carta". Ministro Lorenzin: "Sono dati vecchi, molto stupita". Il sindacato: "Falso"

tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Il diritto delle donne ad abortire in Italia non è garantito e i medici non obiettori sono discriminati. Il Consiglio d’Europa ha accolto un ricorso della Cgil per la mancata applicazione della norma sull’interruzione volontaria di gravidanza e stabilito che nel nostro Paese le pazienti continuano a incontrare “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi, nonostante quanto previsto dalla Legge 194. La sentenza ha inoltre stabilito che l’Italia discrimina medici e personale sanitario che non hanno optato per l’obiezione di coscienza. E sostiene che questi sono vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. E’ la seconda volta che il comitato arriva alla conclusione che l’Italia non sta rispettando quanto stabilito dalla legge 194.

Secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin la sentenza si sarebbe basata su dati vecchi e non aggiornati. Una posizione smentita dalla stessa Cgil. “Non ho approfondito ma sono molto stupita”, ha commentato Lorenzin, “dalle prime cose che ho letto mi sembra si rifacciano a dati vecchi del 2013″. Per Lorenzin non c’è violazione del diritto alla salute: “Assolutamente no. Alcune aziende pubbliche hanno qualche problema di criticità dovuto a questioni di organizzazione, ma siamo nella norma”. Ma il sindacato della Cgil ha subito puntualizzato: “I dati sono aggiornati alla pubblica udienza che si è tenuta davanti alla Corte europea dei Diritti dell’uomo a Strasburgo il 7 settembre 2015 e non sono mai stati smentiti dal ministero della Salute e dal Governo italiano”. La stessa segretaria ha espresso la sua soddisfazione per il risultato: “Si tratta di una sentenza importante perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata”. Il riconoscimento di queste violazioni secondo la Cgil è una “vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia”.

Link: Leggi la sentenza

11 aprile 2016

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 6 di 171

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito