Wednesday, Jan 24th

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

CORPI E POTERE

Per una critica del “cervellone in fuga”

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Appunti sui percorsi centrifughi del lavoro culturale migrante da un punto di vista working class. Per smontare la retorica euforica della “fuga dei cervelli” in opposizione all’etichettatura che varrebbe solo per gli emigrati del Terzo Mondo.

La negritudine comincia dall’Ombrone
Luciano Bianciardi

Alberto Prunetti - tratto da http://www.lavoroculturale.org

A partire dal nuovo millennio si è diffusa una narrativa del precariato che ha raccontato le difficoltà esistenziali di una classe di lavoratori forse troppo generosamente definiti cognitivi. Era una narrativa che enfatizzava il disorientamento esistenziale di una nuova generazione di lavoratori, perlopiù definiti come “lavoratori precari”, ovvero lavoratori con contratti a breve termine, pochissime tutele, alta ricattabilità, bassa copertura sanitaria e pensionistica. Questa retorica tendeva a definire i precari come giovani, laureati, abituati a fare “lavoretti”. Era in parte fumo negli occhi. Negli anni si è visto che quei lavoratori non erano solo giovani e che i lavoretti erano diventati il lavoro di una vita. La questione generazionale, ormai, non c’entrava più nulla.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

La narrativa del precariato descrive i figli del ceto medio in veloce fase di precarizzazione. Racconta anche la fine del mito dell’ascesa sociale per i figli della classe operaia, un mito diffuso negli anni del boom economico. A ragione, queste retoriche denunciano alcune banalità di base: che i figli sono più poveri dei genitori, o che i lavoratori sono working poors che non riescono a comprarsi casa o a mettere su famiglia. Spesso il lavoro di questi precari non è altro che una ricerca del lavoro: là dove c’è il lavoro, si va; quando non si lavora, non si è disoccupati ma si lavora a cercare un lavoro (ad esempio, nella progettazione o nella ricerca di borse internazionali). Ne consegue una tendenza a vivere e a lavorare soggiornando temporaneamente in città sempre diverse, spesso in nazioni diverse, alla ricerca di una borsa universitaria, un contratto di docenza di 39 ore da spalmare su tre mesi, un tirocinio semiretribuito, un voucher e così via. Se vogliamo, questa condizione esistenziale è l’esempio di come il miraggio della flessibilità e del postmodernismo si sia trasmutato in un incubo. È l’eterno ritorno del Capitale alle condizioni di lavoro che nel dopoguerra l’estensione della produttività e delle lotte operaie sembravano aver destinato al dustbin della storia: il cottimo, il lavoro nero legalizzato, i lavori non retribuiti.

Uno dei punti di debolezza di questa narrazione (non faccio volutamente nomi di autori e di titoli, cercateveli da voi) è la difficoltà a storicizzare. Storicizzare significa creare una cornice storica di relazioni in cui si comprende la genealogia di un evento. Se non storicizzo, il precariato è un evento che da un giorno all’altro cade sulle spalle del povero lavoratore precario come una meteora, incomprensibilmente. Se storicizzo, esso assume un senso: si inscrive nel corso delle relazioni tra capitale e forza lavoro, laddove il boom economico, la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, la sconfitta dei movimenti dopo il ‘78, il riflusso degli anni Ottanta, il tentativo di divisione della classe operaia con la “cetomedizzazione” degli anni Novanta… tutto questo converge a dare un significato comprensibile al precariato, che diventa leggibile e interpretabile nella trama delle trasformazioni economiche e sociali della nostra società.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

La “fuga dei cervelli” è una delle “narrazioni tossiche” sulle emigrazioni dei giovani italiani (emigrazioni “italiane” che ormai superano gli arrivi dei migranti stranieri nello stivale, creando un saldo demografico negativo che si associa a un invecchiamento della popolazione residente). È una narrazione tranquillizzante e compiacente, alternativa a quella più disforica dei “bamboccioni”, che è stata subito stigmatizzata. “Bamboccione” era chi rimaneva, “cervello in fuga” chi partiva. Il cervello in fuga è in realtà una grossolana rappresentazione caricaturale: la caricatura enfatizza un elemento, in questo caso “il cervello”, per dare l’idea di un’emigrazione nobile di lavoratori cognitivi, da opporre agli emigrati stranieri (perlopiù definiti disperati o poveracci, se non criminali o terroristi). In realtà può anche capitare che la casa del genitore sia il punto di ritorno del cervello in fuga da un periodo di lavoro all’estero. Si può essere quindi allo stesso tempo “cervelli in fuga” e “bamboccioni”. O nulla di tutto questo, respingendo le etichette al mittente, o parodiandole con l’accrescitivo “cervellone”, come sto facendo adesso io, o cercando definizioni e forme d’essere più dinamiche e relazionali, più dense e conflittuali.

Tra le etichette semplificatorie del giornalismo, che cerca di affrontare in chiave generazionale un fenomeno che andrebbe inquadrato con gli strumenti dell’economia politica, c’è quella della cosiddetta “generazione erasmus”, termine-ombrello usato indistintamente per il caso Regeni (un ricercatore già laureato, torturato e ucciso in Egitto), la morte di Valeria Solesin durante i recenti attentati di Parigi e quella di un gruppo di studentesse in un recente incidente stradale in Spagna. Si tratta di una facile scorciatoia emotiva che non spiega ovviamente nulla dei fenomeni a cui si applica. La realtà è più complessa.

Da sempre l’economia spinge l’umanità a processi di sedentarizzazione e/o di traslocazione, in rapporto alle proprie esigenze di manodopera. Quando non è la guerra, è in genere il lavoro (o meglio: l’estrazione di forza lavoro) il principio che governa la mobilità dei flussi migratori. Questi spostamenti talvolta si scontrano con esigenze personali, sentimentali, familiari. Non è insomma tutto oro quel che luccica sotto la metafora del viaggio esistenziale perpetuo. E il lavoro culturale non è poi così diverso dal lavoro tout court. Nel conto bisogna inserire percorsi emotivi, estrattivismo, auto-sfruttamento, basse retribuzioni, difficoltà a distinguere tra le sovrapposizioni dei tempi del lavoro culturale (spesso domestico) e i tempi della vita familiare e relazionale. Tutto questo per dire che le formulette sintetiche non servono a nulla se non a fare confusione e che si rende necessaria una visione d’insieme per descrivere i processi di migrazione del lavoro culturale, le pratiche di sfruttamento, l’intrecciarsi di problematiche attorno a nessi di estrazione sociale e di provenienza geografica di questi lavoratori. Che poi sono lavoratori culturali che spesso vengono costretti dal basso reddito a fare anche lavori non culturali. Insomma, i confini sono tenui. Quel che rimane per assodata è la dipendenza dal salario e l’incapacità dei lavoratori a fare rete, a connettersi, a sentirsi classe, a tutelare collettivamente i propri interessi di parte.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

Sullo sfondo si agitano poi i processi di globalizzazione e di localizzazione, spesso isterici, e le pratiche di deterritorializzazione e riterritorializzazione. La stessa globalizzazione che ci spinge a giro per il pianeta, permettendo di apprendere lingue e conoscere culture diverse, produce al suo interno una spinta livellatrice verso l’esterno e una spinta autoritaria verso l’interno. La globalizzazione sta creando come effetto di rimbalzo nuovi nazionalismi e fascio-leghismi: mentre appiattisce le differenze tra Buenos Aires e Mumbai alimenta il culto delle radici e l’invenzione delle tradizioni. Per opporsi al livellamento, non bisogna costruirsi un io-corazza che si fa scudo di un’ideologia farlocca dell’autoctonismo (vedi i fascioleghismi). Bisogna concepirsi con uno sguardo d’insieme, sulla lunga distanza, inventando un nuovo internazionalismo dei subalterni, lottando contro i nuovi colonialismi, estendendo la solidarietà e le prassi di costruzione di nuovi percorsi di liberazione.

Dopo tutto questo, perché parlare ancora di Luciano Bianciardi? L’autore de Il lavoro culturale anticipa il lavoratore cognitivo dei nostri giorni, sulla carta e nella biografia. Anche perché i traduttori sono stati i primi, nel mondo dell’editoria, a essere esternalizzati. Il loro destino, via via che il neocapitalismo si è trasformato, terziarizzato, informatizzato e ristrutturato in rete, è stato seguito da una classe ingente di lavoratori. Quindi arriviamo a Bianciardi perché l’autore de La vita agra ci insegna a raccontare e storicizzare. A tessere fili. A legare relazioni di solidarietà di classe. Ti dice: quando sei a Bombay, cerca di parlare con gli operai indiani. Cerca i risciò wallah, i lavoratori delle cooperative che portano il cibo alla stazione di Churchgate, i contadini costretti all’emigrazione coatta. Come faceva lui, che a Milano aveva in cuore i minatori di Ribolla e ne cercava il volto tra gli operai di Sesto San Giovanni. Quando vai in Inghilterra, i tuoi alleati siano i nuovi operai, la nuova classe di proletari di un’industria di servizi terzializzati. Gli inglesi hanno un termine perfetto: working class, che noi traduciamo come classe operaia.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

Ma quel termine è più significativo, ha un campo di denotazione più ampio del suo omologo italiano. Gli operai di oggi non lavorano solo nell’industria pesante o sempre meno, come ci insegnano il declino di città industriali come Taranto o Piombino. La nuova working class inglese è costituita da cleaner e da kitchen assistant. Tra di loro ci sono anche i lavoratori stranieri, molti dei quali laureati in fuga da università che non hanno offerto loro alcuna chance, spesso costretti a integrare le misere borse di studio con qualche ora da interinali, finendo a pulire gli ospedali o a servire un caffè da Starbucks o preparare una pizza da Pizza Hut. Fare il pizzaiolo in Inghilterra non ha niente a che vedere con lo pseudo-artigianato gastronomico 2.0 decantato da Farinetti e soci (e anche qui ci sarebbe tanto da smontare e discutere). È roba da nastro trasportatore, da operaio-massa di un tempo: devi assemblare delle unità congelate su una teglia (una base di pasta decongelata e spianata da una macchina), spalmare sulla pasta un cucchiaio di passata cinese, aggiungere della mozzarella italiana di dubbia qualità già tritata e congelata, qualche slice di prosciutto cotto olandese e un pezzo di ananas indiano messo in lattina a Shangai. Così fai una pizza inglese. Poi ti compri un tabloid che ti parla male dei lavoratori stranieri e dell’Europa ma non te ne accorgi perché leggi solo la pagina 3, da buon inglese.

Ecco, Luciano Bianciardi ci spinge a pensare il lavoro culturale come parte di un conflitto tra capitale e classe operaia. Dove la classe operaia di oggi è una working class che spesso lavora nei servizi e fa anche un lavoro culturale. Mentre il neocapitalismo è stato globalizzato e finanzializzato, ma sembra sempre più in cattiva salute. Bianciardi con le sue opere ci invita a raccontare quel conflitto con parole nuove, andando oltre le metafore logore del giornalismo banalizzante. Tipo quella dei “cervelli in fuga”.

In chiusura di questo contributo, allego 5 piccoli consigli preparatori a un soggiorno di lavoro/emigrazione/fuga:

_Calca il suolo delle periferie delle metropoli, che sono i luoghi per cui vale oggi quello che Luciano Bianciardi diceva un tempo delle province, ovvero che è qui che i fenomeni di trasformazione sociale si colgono in maniera più lampante.

_Chiediti perché gli europei sono definiti “ex patriate” e i migranti del cosiddetto terzo mondo vengono etichettati come “emigrati”, “poveracci in fuga dalla miseria”, etc etc. Non definirti “expatriate”, non considerarti in “diaspora” fino a quando qualcuno attorno a te stigmatizza i migranti. Siamo tutti parte di un esodo in corso nel divenire della specie umana. Non abboccare a chi divide tra erasmus vs migranti; locals vs foraigners; primo vs terzo mondo.

_Leggi la realtà e il viaggio con uno sguardo obliquo. Passa dalle porte strette (lo so, è un po’ evangelico), diffida dalle scorciatoie. Dopo aver preso una scorciatoia ad alta velocità, chiediti cosa ti stai perdendo rispetto al cammino irto di una passeggiata nel lungovalle.

_Entra nei panni degli altri ma conserva un po’ scetticismo libertario. Fai esercizio di relativismo eppure diffida dagli eccessi di culture, il culturalismo estremo è una nuova variante di razzismo.

_Frequenta le subculture popolari, qualsiasi sia la tua latitudine. L’internazionalismo working class è l’unica globalizzazione che non fa vittime ma scopre compagni di strada, dalle Ande a Oxford, da Grosseto all’Himalaya.

Infine, tieni a mente che viaggiare lavorando (e lo studio è una forma di lavoro) è una delle forme di osservazione partecipante più forte, è il sogno di ogni antropologo. Il viaggio di puro intrattenimento è un’esperienza che si diluisce nel tempo. Viaggiare per piacere distrae e diverte. Al contrario, il viaggio di lavoro trasforma le coscienze.

[Prunetti discuterà questo intervento sulle traiettorie del lavoro culturale sabato 2 aprile alle 17,30 a Follonica nella Pinacoteca Comunale in Piazza del Popolo, nel contesto della mostra Milano ’64 che espone le foto di Ferruccio Malandrini sulla Milano del boom economico e della “vita agra”]

1 aprile 2016

AddThis Social Bookmark Button

Firenze. Processo contro il movimento e manifestazione il 9 aprile

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

cpa repressione

Sul processo al movimento fiorentino, a pochi giorni dal corteo del 9 aprile a Firenze..


Lunedì 21 marzo il PM Coletta ha avanzato le richieste di condanna nel Processo contro il movimento fiorentino: le lotte politiche e sociali, studentesche, le mobilitazioni antifasciste e antirazziste, la solidarietà, i cortei e i presidi organizzate a Firenze dal 2009 al 2011 hanno, per l’accusa, un prezzo di 71 anni e 9 mesi di carcere.
La costruzione dell’inchiesta ruota attorno all’applicazione del reato di associazione a delinquere, utile alla criminalizzazione stessa delle lotte ed a una gestione politica di Procura e Digos, mentre le misure cautelari del 4 maggio e 13 giugno 2011 assumono un significato determinante proprio all’interno di quella gestione politica.
Le misure cautelari vengono imposte, richieste dal PM e giudicate necessarie dal GIP, per tre ragioni: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. La loro applicazione quindi non si basa sull’analisi di fatti specifici bensì sul giudizio politico e sociale della persona che il giudice si trova di fronte: conta “chi sei”, la tua appartenenza politica, il tuo lavoro, i tuoi rapporti, sia politici che personali.
La misura cautelare quindi è un dispositivo punitivo che anticipa la condanna, principalmente strumento appunto di coercizione preventiva, utile alla controparte per cercare sin da subito di esercitare pressione sugli indagati, arrivando agli interrogatori di garanzia in uno stato di privazione o restringimento di libertà in cui può essere sicuramente più facile che qualcuno scelga strade individuali, di differenziazione o dissociazione.
Nel caso del Processo contro il movimento fiorentino va sottolineato come su 86 compagn* indagat* , con a carico 35 misure cautelari, tutti i compagni interrogati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e tutti gli 86 sono arrivati a processo con rito ordinario, rifiutando patteggiamenti e riti abbreviati.
E’ necessario, come sempre, affrontare questa inchiesta e questo processo individuando il contesto e le strategie repressive che vi stanno dietro, la cornice all’interno della quale la strategia repressiva si articola, gli elementi e gli attori che ne determinano lo sviluppo, il suo rapporto dialettico con le fasi politiche ed economiche.
La cornice all’interno della quale si riadegua la strategia repressiva è quella della Fortezza Europea, della competizione interimperialista e della guerra, di cui i nostri territori rappresentano il fronte interno, da anni investito da tutte quelle misure che stati e governi reputano necessarie per il controllo sociale. E’ proprio all’interno di questo abbiamo il continuo inasprimento della legislazione antirepressiva e antiter che negli ultimi 30 anni ha caratterizzato l’Italia, dove l’accentramento dei poteri (esecutivizzazione) e la generalizzazione del controllo si è accompagnato con la specializzazione della repressione.
L’emergenza, già ben oliata nel ciclo di lotte degli anni ‘70/80, è stata leva di consenso attraverso il quale si sono legittimati tutti i passaggi che hanno segnato questa continua ristrutturazione: il 41 bis, i reati associativi, le leggi “antimmigrazione”, i CIE e i provvedimenti extragiudiziali, le leggi “antistadio”, la militarizzazione dei territori colpiti da calamità naturali e di quelli ritenuti di “interesse strategico” (muos, tav, discariche…), la progressiva erosione di agibilità e libertà in cambio di “sicurezza”.
Lo stato e gli apparati repressivi hanno avuto la forza e la capacità di reclutare e cooptare all’interno delle proprie file anche nuovi soggetti fino a quel momento estranei a compiti di controllo poliziesco: stiamo parlando dei controllori sugli autobus, degli stewards allo stadio, del personale medico addetto al TSO, di alcune tipologie di lavoratori coinvolti nella gestione dei CIE, i presidi e il corpo docente nelle scuole dopo l’approvazione della Buona Scuola.
A questo livello repressivo corrisponde però anche altro. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un numero di controlli e perquisizioni antidroga all’interno delle strutture scolastiche sempre crescente accompagnate da lezioni e incontri in cui a salire in cattedra erano direttamente agenti di polizia con il compito di istruire gli studenti alla “cultura della legalità”, che ben lungi dall’essere superpartes, rappresenta la legalità dalla classe dominante.
Questa è la lente che dobbiamo usare anche per andare oltre la superficie di leggi come il Jobs Act che in realtà agiscono proprio sul piano del controllo e della repressione, dotando il padronato di tutti gli strumenti necessari per agire, in modo preventivo, contro ogni tentativo di organizzazione dei lavoratori che esca da un livello di compatibilità con le esigenze produttive.
Alla luce di questo ragionamento, così come sul piano internazionale lottiamo contro la guerra, sui luoghi di lavoro e sul territorio cerchiamo di agire nello scontro tra capitale e lavoro, crediamo sia imprescindibile non lasciare sguarnito il fronte repressione considerando la solidarietà come un elemento fondamentale della lotta stessa.
Lottare contro la repressione significa analizzare e approfondire il modo in cui si muovono gli apparati repressivi, individuando complici e responsabili di questa strategia compreso il governo in carica e in questo il Partito Democratico e il governo Renzi.
Lottare contro la repressione significa comprendere i meccanismi su cui essa fa leva per metterci a tacere e isolarci, innescare divisioni e percorsi de-solidaristici. Per questo è importante gettare lo sguardo all’interno delle mura carcerarie perché i livelli di divisione e differenziazione che oggi caratterizzano il sistema carcerario sono i medesimi che la controparte ripropone al di fuori.
Bisogna comprendere come i carcere sia emblema e punta emergente della repressione stesa e di un sistema diviso in classi.
Dove la controparte cerca di isolare, dividere e differenziare per noi il compito è quello di riallacciare legami e rapporti. Questo lo vediamo nelle carceri ma anche nella quotidianità dei quartieri popolari o sui posti di lavoro, dove un lungo percorso di spoliticizzazione e disimpegno di massa sta dando i suoi frutti amari nella crescita di sentimenti egoistici, razzisti e xenofobi, complici delle politiche reazionarie e guerrafondaie.
Si tratta di un meccanismo simile a quello utilizzato durante il periodo fascista dove lo Stato d’eccezione e di guerra era apertamente dichiarato. Lo Stato d’eccezione e di guerra si sono evoluti e trasformati fino ad arrivare noi: lo abbiamo visto nelle fasi storiche in cui si è alzato il livello dello scontro di classe e lo vediamo chiaramente ora che la guerra arriva a colpire all’interno dei confini della Unione Europea.
La solidarietà è quindi essa stessa uno strumento e una pratica di lotta. La solidarietà dev’essere una pratica capace di tenere insieme un ragionamento complessivo per sapere contrapporsi alla strategia repressiva, altrimenti corriamo il rischio di relegarla ai soli benefit, importanti ma non sufficienti, e esprimerla solo nei confronti dei propri affini e delle pratiche che riconosciamo come nostre.
La solidarietà invece, partendo dal carcere e al di fuori di esso deve tenere insieme tutti i soggetti colpiti dalla repressione: dai prigionieri politici fino ai cosiddetti comuni, lavoratori, studenti, immigrati, proletari e così via…
Questa è la tensione che porteremo in strada il 9 aprile a Firenze, rilanciando l’invito ad unirsi allo spezzone che aprirà il corteo dietro lo striscione “SOLIDARIETÀ PER CHI LOTTA, SOLIDARIETÀ AGLI 86!”
… e ora tutti in piazza!
Le compagne e i compagni del CPA Firenze Sud

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Marzo 2016 18:51

Database genetico e trojan per il controllo totale

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

tratto da www.contropiano.org

Difendere la libertà con tutti i mezzi, anche eliminando la libertà. È questa, ridotta all’essenziale, la reazione del potere europeo agli attenti di Bruxelles e alla minaccia – la certezza, dice anche il più banale buon senso – di un aumento di attentati man mano che la macchina bellicista va a colire altri paesi del Medio Oriente e del Nordafrica (la Libia è lì lì, se solo fossero stati trovati complici locali giusti).

Il governo ha dato ieri il via libera al regolamento per la costituzione di un immenso database genetico in mano alle forze di polizia. Si tratta di una banca dati destinata a raccogliere, dicono al ministro dell’interno, i profili genetici di tutti i condannati. Se così fosse, si tratterebbe di una banca dati inutile rispetto al fine dichiarato (la “lotta al terrorismo”), peraltro estremamente indeterminato. Se comprendesse davvero, infatti, soltanto il Dna dei “condannati” per qualche reato sarebbe uno strumento utilizzabile unicamente per verificare la “recidiva”, ossia la commissione di un nuovo reato da parte della stessa platea di persone. Buono per ladri e rapinatori, dunque, e tutta una serie di figure che hanno nella ripetizione dello stesso comportamento un tratto caratteristico.

Le cronache parigine e belghe ci hanno in effetti posto davanti a diverse tipologie di jihadisti, alcuni dei quali con un passato da piccoli delinquenti metropolitani. Ma non se ne può certo trarre una regola generale applicabile, ossia che solo gli extralegali di piccolo o grande cabotaggio siano suscettibili di trasformarsi in stragisti.

Quindi lo scopo di questa immensa biblioteca non può essere quello dichiarato. E la tipologia degli schedati sarà certamente più vasta, comprendendo tutti i “fermati” (il prelievo di capelli non sarebbe certo complicato), per qualsiasi ragione. In primo luogo, per dimensione, tutti gli immigrati e i profughi che arrivano in questo paese, e a seguire soprattutto i protagonisti delle manifestazioni d’opposizione sociale e politica.

Non è un sospetto, ma una certezza. In buona parte confermata dallo stesso ministro Alfano: «Si tratta di uno strumento di formidabile potenza dal punto di vista informatico. Insieme al ministro Andrea Orlando, abbiamo realizzato un passo in avanti che ha pochi precedenti in Europa e che consentirà l’archiviazione di dati, dal punto di vista scientifico e del Dna, che saranno importantissimi sia nella lotta al terrorismo che nella lotta criminalità organizzata e nel contrasto all’immigrazione irregolare».

“Terroristi” (e come si fa a sapere chi lo è prima che agisca come tale?), criminali e migranti. Tutti insieme nella stessa lista di sospettati a prescindere. Senza forse neppure l’esatta consapevolezza di aver dato vita a una mostruosità, lo stesso ministro si è lasciato scappare che si tratta, appunto, di una misura che «ha pochi precedenti in Europa». Ci deve essere un motivo, se “ha pochi precedenti”. Ma basta non dirlo, vero?

Ma non è l’unica misura partorita dalle fervide menti della security italiana e dell’Unione Europea, reduci da un veloce consiglio straordinario dei ministri di Interno e Giustizia europei, in cui i Ventotto si sono impegnati su un maggiore scambio di informazioni e hanno esortato il Parlamento europeo a dare un via libera rapido a una banca dati dei passeggeri aeree.

Una circolare del capo della polizia, Alessandro Pansa, prevede l’attivazione di «mirati e frequenti posti di blocco», nonché «l’intensificazione dei controlli su strade e autostrade, soprattutto in prossimità di caselli, barriere e snodi stradali maggiormente congestionati». Come ha rilevato tutti gli esperti di tecniche militari (anche gli attentati lo sono, se non ci si ferma alla giaculatoria), si tratta di “messe in scena” della sicurezza che servono più a intimorire la popolazione che non a impedire azioni stragiste.

Per una più articolata demistificazione di questa “reazione securitaria” consigliamo la lettura dell’articolo di Simon Jenkins, apparso nei giorni scorsi su The Guardian: http://www.theguardian.com/commentisfree/2016/mar/24/scariest-brussels-reactoin-paranoid-politicians-isis-atrocity-belgium.

Perché “la libertà non emerge mai dal nido di un cobra”. E qualsiasi strumento il potere costruisce, servirà a proteggere il potere, contro la popolazione che pretende di controllare. A nient’altro.

26 marzo 2016

***

Paranoie? Non sembra proprio. Basta leggere questo altro articolo, apparso stamattina sul confindustriale IlSole24Ore, per rendersi conto che il “controllo totale” è l’unica vera ossessione del potere. Il quale sta usando some sempre un momento di crisi – in questo caso gli attacchi dell’Isis – per dotarsi degli strumenti più avanzati di spionaggio. Interno.

Il primo paragrafo ci sembra già sufficiente….

Intercettazioni, apertura sui «Trojan»

di Donatella Stasio

La notizia è di quelle che fanno illuminare il viso degli investigatori, soprattutto all’indomani degli attentati terroristici di Bruxelles: si è incrinato il muro alzato dalla Cassazione un anno fa contro il «Trojan horse», il virus informatico autoinstallante attivato su computer, smartphone, tablet, che può “intercettare” ogni forma di comunicazione (whatsapp, skype, telegram, facebook, instagram, oltre e-mail ed sms) ma anche videoregistrare l’indagato ovunque vada, con valore di prova a prescindere dalla preventiva individuazione dei luoghi in cui effettuare l’intercettazione. Il muro era stato alzato il 26 maggio dell’anno scorso con la sentenza n. 27100, che aveva escluso, appunto, la possibilità di usare come prova queste “intercettazioni ambientali” anche nei procedimenti di criminalità organizzata, perché troppo invasive della riservatezza. Ma quindici giorni fa – il 10 marzo – la VI sezione penale della Corte non si è allineata a quell’altolà, ritenendolo troppo restrittivo, e, preso atto del contrasto insanabile, ha chiesto l’intervento delle Sezioni unite. In vista del quale sono stati poi congelati altri analoghi processi.

Dunque, si apre un varco all’uso di uno strumento che ha un’enorme invasività della sfera privata ma anche un’enorme efficacia nella prevenzione e repressione della criminalità. In particolare, il terrorismo di matrice jihadista ha dimostrato di saper sfruttare ogni piega delle tecnologie più avanzate per pianificare attentati, costruire reti di supporto, fare proselitismo. Le comunicazioni telefoniche sono diventate residuali mentre si moltiplicano quelle in rete o ambientali. Perciò per magistrati, polizia e intelligence è grave bloccare o limitare il valore probatorio di queste captazioni.

L’assegnazione alle Sezioni unite spetta al primo presidente della Cassazione Gianni Canzio, che la valuterà nei prossimi giorni, non appena sarà depositata l’ordinanza della VI sezione con la relativa richiesta. Ma il suo via libera dovrebbe essere scontato, tanto più dopo la strage di Bruxelles e la “chiamata alle armi” dell’Europa, che impone anche all’Italia – per quanto ben attrezzata – di aggiornare e affinare una serie di strumenti investigativi, a cominciare dalle intercettazioni, compatibilmente con il rispetto delle garanzie.

I tempi di decisione delle sezioni unite non saranno immediati (si parla di maggio-giugno) e la sentenza non è scontata. Ma questa prima “apertura” della VI sezione, tanto più se confermata a sezioni unite, potrebbe fare anche da apripista a un eventuale intervento legislativo sul contestato Trojan, superando gli ostacoli che si frapposero alla sua introduzione con il decreto legge antiterrorismo, un anno fa: allora il governo provò a modificare, senza successo, l’articolo 266 bis del Codice di procedura penale con una norma che consentiva le intercettazioni «anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico». «Troppo invasivo» fu la risposta del Parlamento e anche del Garante della privacy.

Stiamo infatti parlando di un virus informatico che viene installato (per esempio con una e-mail o con un sms) in un pc, in uno smartphone o in un tablet e che oltre a clonare il computer è in grado di effettuare – con attivazione da remoto – registrazioni e videoriprese tra presenti. Ovunque. Proprio a causa di questa ubiquità dell’“intercettazione”, a maggio 2015 la Cassazione parlò di violazione dell’articolo 15 della Costituzione, sulla tutela della libertà e segretezza delle comunicazioni.

In sostanza, il cellulare (ormai un’appendice di chi lo possiede) si trasforma in registratore e videocamera, e il virus è capace di controllare tutti gli spostamenti e le comunicazioni del “bersaglio”, ovunque vada. Secondo la sentenza del 2015, questo tipo di registrazioni configura un’intercettazione ambientale che, per essere legittimamente autorizzata, presuppone che il giudice individui i luoghi in cui dovrà essere effettuata. Quanto alla telecamera, la Corte disse che l’attivazione da remoto va fatta in modo da escludere videoregistrazioni nei luoghi di «privata dimora», pena la loro illiceità e, quindi, inutilizzabilità. Insomma, una barriera, persino nelle indagini su criminalità organizzata e terrorismo, sebbene per questa tipologia di reati esista il cosiddetto “doppio binario” (paletti meno rigidi rispetto ai reati comuni).

A un processo di mafia si riferisce anche la diversa decisione della Corte del 10 marzo scorso. In quell’udienza, l’Avvocato generale Nello Rossi ha messo in discussione l’interpretazione del 2015 là dove colloca il Trojan nella “categoria” delle “intercettazioni ambientali” mentre avrebbe dovuto dare rilievo al fatto che la legge parla solo di intercettazioni «tra presenti», senza alcun riferimento ai luoghi, salvo il caso dell’articolo 614 Cp, ovvero i luoghi di «privata dimora», dove l’intercettazione è consentita solo se lì si stia svolgendo un’attività criminosa (limite peraltro non previsto per la criminalità organizzata). Pertanto, secondo Rossi, poiché l’intercettazione “tra presenti” non richiede l’indicazione preventiva dei luoghi, quella effettuata mediante virus intrusivo su smartphone o tablet può ben essere autorizzata sia per la generalità dei luoghi sia per il domicilio del portatore dell’apparecchio. Il collegio della VI sezione (presidente Domenico Carcano, relatore Giorgio Fidelbo) ha probabilmente condiviso quest’impostazione (i motivi si conosceranno con il deposito dell’ordinanza), ovvero la possibilità di usare il Trojan, con valore probatorio, senza indicazione preventiva dei luoghi. Ora la parola passa alle sezioni unite.

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 27 Marzo 2016 14:50

Firenze. Maxi processo all'Onda: richiesti 71 anni di carcere

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
Maxi-processo all’Onda: richiesti 71 anni di carcere
tratto da firenzedalbasso.org -

A cinque anni di distanza dai fatti contestati, si avvia alla conclusione il maxi-processo agli studenti del movimento dell’Onda e, più in generale, a chi tra il 2009 e il 2011 si è reso protagonista delle lotte sociali in città. Settantuno anni di carcere distribuiti tra settanta imputati. Confermata l’accusa di associazione a delinque su sette imputati, alla base dell’inchiesta che nel 2011 aveva già prodotto l’applicazione di 35 misure cautelari utilizzate dalla procura per attaccare e intimidire le lotte che si producevano in città.
Intanto i movimenti si preparano a scendere in piazza il 9 Aprile con una manifestazione che metterà al centro la legittimità delle lotte e la solidarietà a chi si trova sotto processo.

Riportiamo di seguito il comunicato del Movimento di lotta per la casa e Iniziativa Antagonista Metropolitana:

Una possibilità a cui non rinunceremo.

Più di settant’anni di carcere e più di trecentomila euro di risarcimento per settanta tra gli 86 imputati: questa la richiesta di PM e parti civili avanzata nell’aula bunker del tribunale di Firenze. Si avvicina così alla sentenza il maxi-processo che a Firenze mette sotto accusa le lotte che si sono svolte in città tra il 2008 e il 2011. Il PM ha avanzato la richiesta di condanna per il reato di “associazione a delinquere” per tutti e 7 i compagni imputati per questo reato. Per loro le richieste vanno dai 2 anni e 7 mesi ai 2 anni e mezzo. Confermata anche l’assurda imputazione di “attentato ai diritti politici” per il danneggiamento a una vetrina del PDL. A cinque anni di distanza, viene quindi confermata la volontà della Procura di utilizzare l’accusa di “associazione a delinque” come dispositivo di normalizzazione e disciplinamento delle lotte.
Al centro dell’inchiesta ci sono le iniziative di lotta messa in campo dalle migliaia di studenti che animarono il movimento dell’Onda: blocchi del traffico, occupazioni dei binari ferroviari, la contestazione alla “onorevole” Santanchè, occupazioni di scuole e università e una miriade di cortei “non autorizzati”. Insomma, quel ricco e determinato patrimonio di pratiche che una larga composizione giovanile, durante quel movimento, scelse come forme di opposizione alla cosiddetta riforma Gelmini, all’aziendalizzazione dell’istruzione pubblica e all’involuzione autoritaria e meritocratica della formazione superiore. Ma non solo: dentro quel movimento trovò il suo spazio di espressione anche il rifiuto di una generazione a pagare i costi della crisi economica. “Noi la crisi non la paghiamo”, si ripeteva… Agli inizi della crisi era già chiaro dentro quel movimento che le politiche di austerità avrebbero significato ulteriore impoverimento e aumento della precarietà. Ora sotto processo c’è la radicalità di quelle lotte, ma è evidente come – prima con gli arresti preventivi e oggi con le condanne – si voglia attaccare, più in generale, la possibilità stessa di lottare fuori dai recinti della compatibilità.
Una possibilità a cui non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare. Qualcuno di noi c’era, qualcuno no, ma questo poco importa. Esiste un filo rosso che lega le lotte di ieri e quelle di oggi. E’ la convinzione che non ci sia possibilità di riscatto e trasformazione se non passando per la contrapposizione e le pratiche di conflitto. La stessa convinzione che vive nelle lotte per la casa, il reddito e la dignità.
Non vogliamo restare a guardare mentre la Magistratura attacca i movimenti sociali e la stessa libertà di movimento. A Padova come a Firenze, l’accusa di associazione a delinquere rende la cifra dell’isteria repressiva con cui si vuole cercare di zittire i dissensi e arrestare le lotte. E’ evidente che le lotte e i movimenti che dal basso lanciano la propria sfida ai governi della crisi e dell’austerità continuano a rappresentare un vero e proprio bastone tra le ruote al progetto renziano di un governo della società senza opposizioni e conflitti. E non è un caso che all’epoca dei fatti contestati Renzi fosse sindaco della città.
Collettivi e gruppi di compagni finiscono sotto processo, ma bisogna leggere nelle iniziative repressive l’obiettivo di arginare l’articolazione sociale dei conflitti e attaccare la medietà dei comportamenti antagonisti. Il 9 Aprile dobbiamo scendere in piazza per respingere l’accusa di “associazione a delinquere”, manifestare la solidarietà a tutti i compagni sotto processo, ma soprattutto rivendicare collettivamente la legittimità delle lotte che, oggi come ieri, ci vedono schierati dalla parte giusta della barricata.

Nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nei luoghi dello sfruttamento:
Siamo tutti colpevoli di lottare. Giù le mani da chi lotta!

Manifestazione sabato 9 Aprile ore 15.30 piazza Sata Maria Novella.

Iniziativa Antagonista Metropolitana
Movimento di lotta per la Casa Firenze

AddThis Social Bookmark Button

6 miliardi a Erdogan per deportare i profughi. La Ue è un fango da cui si deve uscire

E-mail
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 
RIFUGIATI-1024x681

Giorgio Cremaschi - tratto da http://contropiano.org

I tromboni europeisti che difendono l’euro, la BCE, i tagli allo stato sociale e le politiche di austerità hanno sempre spiegato che sacrifici e miserie erano il prezzo da pagare per fare parte della superiore civiltà europea. Di quale materia sia fatta questa civiltà lo si vede con l’accordo unanime dei governi della Unione Europea con quello turco di Erdogan. Il massacratore dei curdi, colui che fa chiudere i giornali e che è accusato di essere tra i responsabili del Califfato, riceverà 6 miliardi di euro per riprendersi profughi e migranti. Quei profughi che fuggono in Europa dalle stragi compiute da eserciti ed armi voluti e pagati dall’Europa stessa e dagli Stati Uniti. L’Unione Europea e la NATO esportano la guerra, ma rifiutiamo di importare le sue vittime, proprio loro che hanno fatto del libero mercato una divinità, un dio che così si dimostra tanto falso e imbroglione quanto feroce.
Con questo infame accordo avremo la più grande deportazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. E siccome questa Europa non rinuncia mai al delirio burocratico che accompagna le sue decisioni, decine di migliaia di persone finiranno nelle terre di nessuno, in quei moderni lager chiamati hotspot, in attesa di essere catalogate come deportati ufficiali. Perché come ai tempi del nazismo tutto deve essere registrato.
Erdogan ha affermato che non accetta lezioni di democrazia e civiltà da una Europa che affonda i migranti nel fango. Ecco l’Unione Europea è riuscita a far dire una cosa vera anche al capo del governo turco. Che ha anche ottenuto di aprire le trattative per l’entrata del suo paese nella UE. L’uomo giusto per il posto giusto.
E non si venga a dire che queste decisioni vengono prese come male minore dai governi liberal-socialisti e democristiani, per evitare le vittorie dei partiti xenofobi. È una storia che l’Europa ha già vissuto, quando i suoi governi cosiddetti democratici patteggiavano col fascismo per evitarne l’ascesa.
Alla fine le sole cose che ancora uniscono questa Europa incivile sono l’euro e le politiche di austerità, l’ingiustizia sociale e la conseguente guerra ai poveri e ai migranti.
Basta, bisogna uscire dal fango. Rompere l’Unione Europea è oggi la precondizione per riavere democrazia, solidarietà e eguaglianza sociale, e per potersi definire europei senza doversene vergognare.

***

I punti dell’accordo secondo l’agenzia Associated Press:

i punti chiave dell’accordo raggiunto oggi tra Ue e Turchia per frenare un flusso senza precedenti di migranti verso l’Europa in cambio di concessioni per Ankara.

– Il rientro dei migranti. E’ il punto centrale dell’intesa. “Tutti i migranti irregolari che dal 20 marzo 2016 attraversano l’Egeo dalla Turchia alle isole greche saranno riportati in Turchia”. Questo riguarda sia i rifugiati che fuggono guerre e persecuzioni sia i migranti economici e vale qualunque sia il paese d’origine del migranti. Dal 20 marzo, domenica, funzionari turchi saranno inviati nelle isole greche e funzionari greci in Turchia.

Il testo dell’intesa dice che si tratta di una “misura temporanea e straordinaria, necessaria per porre fine alle sofferenze umane e ripristinare l’ordine pubblico”. Per rispettare il diritto internazionale, i migranti saranno “registrati senza indugi e le richieste di asilo saranno esaminate individualmente dalle autorità greche”. Coloro che non si faranno registrare e coloro le cui richieste saranno respinte torneranno indietro. L’agenzia Onu per i rifugiati assisterà i ritorni, in base a una clausola aggiunta ieri sera. Tutti i costi saranno coperti dalla Ue.

L’Unione inoltre “accetta l’impegno della Turchia che i migranti tornati in Turchia verranno protetti in base agli standard internazionali”.

– Uno per uno. Per ciascun rifugiato siriano che torna in Turchia dalle isole greche un altro siriano verrà trasferito dalla Turchia alla Ue. L’idea è di ridurre gli incentivi per i rifugiati siriani ad affidarsi agli scafisti, dando loro buone chances di essere trasferiti direttamente dai campi profughi turchi. Donne e bambini avranno la precedenza, in base ai “criteri di vulnerabilità dell’Onu”. Priorità anche a coloro che non sono già stati deportati dalla Grecia. La Ue metterà a disposizione i 18mila posti già concordati, oltre ai 54mila del piano di “relocation” dei rifugiati da Italia e Grecia, che non è mai decollato. Se il numero si avvicinerà a 72mila lo schema verrà “rivisto”, se supererà la cifra sarà “interrotto”.

– Visti. La Ue è d’accordo ad anticipare l’abolizione dei visti per i cittadini turchi che si recano nell’area Schengen a giugno 2016 “posto che tutti i benchmark siano stati realizzati”. Nella pratica è quasi impossibile per la Turchia soddisfare le 72 richieste avanzate da Bruxelles, specialmente in tempi brevi.

– Più aiuti. La Ue ha concordato di accelerare il pagamento di tre miliardi di euro in aiuti per i rifugiati in Turchia, già decisi al vertice di novembre. Inoltre è d’accordo a mobilitare “fino a un massimo di altri tre miliardi entro fine 2018”, ma solo dopo che i primi tre miliardi saranno spesi.

– Nuovi capitoli. La Ue e la Turchia hanno concordato di aprire entro luglio un nuovo capitoli negoziali per l’adesione di Ankara all’Unione, in stallo da tempo. La preparazione di altri capitoli proseguirà “a ritmo accelerato”. Ma, con riferimento a Cipro, che da lungo blocca le procedure di adesione per le tensioni con la Turchia, la preparazione avverrà “senza pregiudizio alle posizioni degli Stati membri nel rispetto delle norme in vigore”.

19 marzo 2016

vedi anche

Uno scambio miserabile

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 19 Marzo 2016 16:53

Pagina 7 di 171

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito