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CORPI E POTERE

1 marzo 2016: dalla parte dei migranti, un primo passo verso lo sciopero sociale transnazionale

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Report di una giornata di iniziative e di azioni coordinate in tutta Europa.

Report 1M

tratto da http://www.connessioniprecarie.org

Il senso di qualcosa di nuovo, a partire dalle lotte dei migranti

Il primo marzo 2016 si sono mobilitate oltre 20 città in otto paesi europei, per la giornata di azioni indetta dalla Transnational Social Strike Platform. Diverse manifestazioni, azioni, picchetti e assemblee sono stati organizzati per mostrare concretamente la possibilità di superare le gerarchie e le divisioni unendosi contro i confini e la precarizzazione. La potenza del primo marzo non sta tanto nei numeri, quanto nell’aver reso chiaro che il processo verso lo sciopero transnazionale non può che cominciare politicamente dai migranti, che in questi mesi stanno sfidando la costituzione europea sui confini – a Idomeni come a Calais, sulla via dei Balcani come al confine italo-austriaco, a Lampedusa come in Danimarca, sui posti di lavoro e nella società, dove stanno trasformando una volta per tutte la composizione del lavoro vivo. Proprio per questo, partire dal lavoro migrante non può significare solo mostrare solidarietà, ma impegnarsi in una lotta comune. Contro il governo della mobilità e il regime europeo della crisi, il primo marzo ci ha mostrato la possibilità di superare le divisioni, chiedendo insieme un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, un salario minimo, welfare e reddito di base europei. Questo è il motivo che ha spinto molti che non facevano ancora parte del processo dello sciopero transnazionale a prendere parte alla giornata di azioni del primo marzo.

Una giornata variegata, da Monaco a Roma, da Edinburgo a Varsavia

Nel corso della giornata, numerose azioni e manifestazioni hanno avuto come bersaglio le varie facce del governo della mobilità, che colpisce tanto i migranti esterni quanto quelli interni in modi diversi: con le recinzioni e i tagli al welfare, con le leggi sul diritto d’asilo e la minaccia di espulsione, con i tagli ai salari, con la creazione di zone economiche speciali e con le politiche di austerity. Le strade di Monaco sono state occupate da migranti bulgari in lotta per il diritto alla casa e per i diritti fondamentali. Gran parte dei manifestanti dormono per strada. Eppure, lavorano nell’edilizia o per agenzie di pulizia, spesso senza documenti, spesso senza nemmeno essere pagati. La città crede che la loro condizione sia colpa loro, secondo i ben noti argomenti del razzismo istituzionale: pur essendo cittadini europei, vengono loro quotidianamente negati i diritti fondamentali. A Berlino una manifestazione degli strikers, cui hanno preso parte attivisti di Blockupy, sindacalisti, migranti interni e studenti, ha occupato le strade della «città dei mini-jobs e della precarietà», fermandosi dinanzi ai luoghi simbolo dello sfruttamento: il cosiddetto «centro commerciale della vergogna» in cui migranti rumeni hanno lavorato senza essere pagati, gli uffici universitari e il Ministero delle Finanze. A Poznan è stato organizzato un sit-in di fronte ad Adecco, una delle principali agenzie interinali che assumono per Amazon, dopo una presa di posizione comune di operai  tedeschi e polacchi di Amazon contro le condizioni di lavoro nei magazzini e a favore di un maggior coordinamento delle lotte attraverso i confini. Le agenzie interinali trattano i lavoratori come merci da comprare e gettare via quando non servono più. Nel caso dei migranti, inoltre, tali agenzie non solo hanno il potere di assumere e licenziare, ma anche quello di amministrare i permessi di soggiorno e gli alloggi. Durante il sit-in si è levata la voce di lavoratori e lavoratrici contro l’abuso dei contratti interinali e le esternalizzazioni, soprattutto in settori come l’arte e la cultura, l’istruzione, l’edilizia, il lavoro sui ponteggi, i servizi di pulizia, ecc. A Edinburgo, la marcia di solidarietà con i migranti si è fermata di fronte agli uffici di Amazon per gridare che «precari non significa sottomessi!». Anche a Francoforte i lavoratori di Amazon hanno preso parte al corteo che si è fermato di fronte alla filiale locale di Adecco, in solidarietà ai compagni polacchi. La protesta e l’assemblea che ne è seguita ha visto la partecipazione di rifugiati e lavoratori migranti, sindacati di base e disoccupati, insieme per unire ciò che i confini e lo sfruttamento cercano di dividere.  A Varsavia una processione di «San Precario» ha portato la testimonianza di migranti, precarie e lavoratori impoveriti davanti al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; a Parigi e a Dresda sono stati distribuiti volantini sulla necessità organizzarsi sindacalmente e scioperare a livello transnazionale. In Italia, più di mille persone sono scese in piazza: a Bologna migranti, rifugiati, precarie e operai hanno urlato con forza che il lavoro precario e migrante in tutte le sue forme – nei luoghi di lavoro, nelle case, negli ospedali, nei campi – fa parte dello stesso sistema di sfruttamento. A Roma davanti agli uffici immigrazione e nelle strade, i migranti e i precari dell’accoglienza hanno detto forte e chiaro che è fondamentale unire le lotte per ottenere un cambiamento radicale e costruire uno sciopero potente. Il giorno prima, a Foggia, i braccianti migranti hanno reclamato la fine delle condizioni di schiavitù in cui sono costretti a lavorare, a causa dell’avidità dei loro padroni e denunciato il silenzio delle istituzioni come una delle tante facce del razzismo istituzionale. A Padova è stato organizzato un sit-in davanti all’ufficio immigrazione per protestare contro le malepratiche relative ai permesso di soggiorno e umanitari, al grido di «incrociamo le lotte, apriamo i confini!». A Cesena i migranti impiegati dalla ditta logistica «Artoni» hanno mostrato tutta la loro opposizione agli attacchi ai salari e alla libertà di associazione sindacale che hanno subito negli ultimi mesi. A Mantova, Benevento, Rimini, Napoli, Brescia ed Empoli ci sono state numerose altre azioni su lavoro migrante, rifugiati e precarietà. A Leiden, Lesbo e Ljubljana alcuni gruppi hanno risposto all’ultimo minuto alla call del primo marzo organizzando azioni contro i confine e la precarizzazione. Mentre a Vienna si discuteva in un’assemblea pubblica della «Giungla di Calais», a Stoccolma alcuni attivisti portavano le parole d’ordine dello sciopero sociale transnazionale dentro un magazzino Ikea, esprimendo la necessità di organizzarsi contro le catene transnazionali dello sfruttamento.

Una lunga strada verso lo sciopero sociale transnazionale

Il primo marzo i migranti hanno mostrato chiaramente che non sono una questione marginale: sono al centro della scena europea. La loro voce è riecheggiata da molti luoghi in Europa insieme alle voci di molti altre, precari, studentesse, operai e disoccupati. La ricchezza di questa giornata non fa che rafforzare la nostra convinzione che non ci sia altro modo di combattere i confini che ci dividono che quello di costruire connessioni inedite e sperimentare nuove forme di lotta a livello transnazionale. L’esigenza di trasformare i nostri discorsi e le nostre pratiche è ciò che vogliamo conservare come insegnamento dall’esperimento di questo primo marzo.

Ovviamente, sappiamo che lo sciopero sociale transnazionale ha ancora una lunga strada da percorrere. Sappiamo che, per costruire le condizioni di possibilità di un potente sciopero transnazionale, dobbiamo superare i confini tra vecchie e nuove forme di organizzazione, innanzitutto attraverso la definizione di rivendicazioni comuni che valgano per differenti condizioni di lavoro e paesi. La tempesta dei migranti, il disordine che stanno producendo in un già instabile mercato del lavoro, mette a dura prova le forme tradizionali di attivismo sociale e di lotta nei luoghi di lavoro. Mentre cerchiamo di approfondire ed estendere questo disordine causato dai migranti in tutta Europa, volgendolo a favore di migranti, precarie e operai, vogliamo continuare nella sfida di organizzare l’inorganizzabile, di trasformare lo sciopero transnazionale in realtà. Sappiamo bene che il diritto di sciopero e di associazione è sotto attacco in molti paesi d’Europa. Sappiamo altrettanto bene che ci sono molti modi per scioperare contro il governo della mobilità e lo sfruttamento oggi: lo sciopero contro la natura gerarchica del controllo dei confini a Idomeni è un esempio potente di come lo sciopero possa fuoriuscire dai luoghi di lavoro. Sappiamo anche che l’assalto dei migranti contro i confini interni ed esterni dell’Europa è oggi la più significativa forma di sciopero contro il nuovo ordine europeo. Sappiamo, infine, che dobbiamo sfidare le divisioni fra un diritto a scioperare formale e uno materiale: oltre a protestare contro l’attacco ai sindacati e al diritto di sciopero, lo sciopero sociale transnazionale deve porsi l’obiettivo di non restare proprietà di pochi, ma di opporsi a qualsiasi genere di divisioni tra i lavoratori.

Verso la costruzione di una grande assemblea dello sciopero sociale transnazionale

Quello di cui abbiamo bisogno è una guida pratica verso lo sciopero sociale transnazionale che sia capace di affrontare le attuali trasformazioni del lavoro. Vogliamo costruirla insieme ai migranti, ai rifugiati, alle precarie e agli operai, ad attivisti e sindacalisti. Dopo il primo marzo, sappiamo che il processo dello sciopero sociale transnazionale può aprire nuove e inedite possibilità e connessioni, a partire dalle nostre lotte locali. Porteremo la prospettiva e le rivendicazioni dello sciopero sociale transnazionale nelle nostre iniziative quotidiane, sosterremo la crescita di nuove collaborazioni attorno a questo progetto comune e favoriremo la comunicazione transnazionale. Crediamo, inoltre, che lo sciopero sociale transnazionale sia una possibilità concreta per tutti i gruppi e i collettivi che vogliono cambiare quest’Europa. Chiamiamo a unirsi a noi nella costruzione di un meeting largo e aperto chiunque voglia contribuire con le proprie forze a opporsi allo stato presente dell’Europa. Dopo la prima assemblea a Poznan e l’esperimento del primo marzo, il prossimo meeting vuole fare un ulteriore passo avanti per la costruzione di un «noi» collettivo che possa guidarci verso uno sciopero sociale transnazionale. Vogliamo realizzare questo meeting coinvolgendo tutti coloro che hanno partecipato al primo marzo, tutti quelli che hanno guardato a questa giornata di azioni scoprendo per la prima volta il processo verso lo sciopero sociale transnazionale, tutti quelli che stanno cercando percorsi nuovi per unire e rafforzare le nostre lotte.

Non abbiamo né un’identità né un passato da difendere, solo un processo aperto per assaltare il presente.

Transnational Social Strike Platform

marzo 2016

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Nanni Balestrini: "Caro Nichi Vendola, con il piccolo Tobia fai trionfare la logica capitalistica..."

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Vendola miglioretratto da http://old.contropiano.org

Ogni tanto anche nei giornali mainstream ci si sente soffocare. Il marciume in cui il giornalista medio è costretto a mettere le mani è talmente nauseabondo che viene la necessità di respirare un po' d'aria fresca. Non è per nulla strano che quest'aria arrivi da lontano, addiritura dagli anni '60 e '70. E il fatto che dopo sia stato prodotto poco di lungimirante e significativo - sul piano intellettuale, della comprensione e crtitica del presente - dovrebbe preoccupare le nuove generazioni molto più di quanto non possa far inorgoglire quelle più vecchie. e quali hanno certamente perso, ma - come si dice - "ci hanno provato". Le nuove, se non si inerpicano almeno su queste non possenti spalle, non avranno neanche quella magrissima consolazione.

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Nanni Balestrini - Nicola Mirenzi (L'Huffington Post)

Nanni Balestrini per prima cosa ricorda: “Nell’antichità, gli esseri umani che si compravano e si vendevano erano gli schiavi, individui che non avevano né identità né libertà. Oggi gli schiavi offerti sul mercato sono i bambini”.

Scrittore, poeta, saggista, pittore, Balestrini è stato insieme a Umberto Eco uno dei fondatori del Gruppo 63, la macchina che ha impiantato nella letteratura italiana l’avanguardia. In politica, è stato un militante nella sinistra extraparlamentare degli anni settanta su cui ha scritto romanzi (“Gli invisibili”, “Vogliamo tutto”, “La violenza illustrata” – tutti ripubblicati da DeriveApprodi) e saggi (“L’orda d’oro”, insieme a Primo Moroni).

Non si può dire che sia un tradizionalista. Eppure, la scelta di Nichi Vendola di avere un figlio da una madre che ha partorito per lui alimenta i suoi dubbi: “I commenti fatti su questa vicenda – dice all’Huffington Post, che l’ha incontrato nel suo studio a Roma, tra i quadri e la scrivania su cui lavora – sono di due tipi. Da una parte ci sono quelli maschili, secondo cui l’uomo ha il diritto a una discendenza. Dall’altra quelli femminili, che dicono: la donna è libera di vendere il proprio corpo, prostituirsi e anche affittare il proprio utero. Nessuno prende in considerazione i diritti della persona più interessata a questa scelta: il figlio. Che viene considerato alla stregua di un oggetto, come un cagnolino nato da una madre e poi regalato, non un soggetto che ha dei diritti sin dal terzo mese dal concepimento».

Anche la donna, però, ha diritto di disporre del proprio corpo.

Ma la madre non è proprietaria del bambino che partorisce. Anche quando affitta il suo utero, il bimbo non è suo, non è qualcosa di cui può disporre. Alcuni dicono: “È come vendere un rene”. Ma il bambino non è un organo interno. È altro da te. Non puoi nemmeno dire che vuoi fare un figlio e poi regalarlo a un altro, per generosità, perché il bambino non è nemmeno un pacco dono. Provi a immaginare quando diventerà grande, un bambino così, e andrà in giro a dire che è stato comprato e venduto. Che ferita si ritroverà?

È contro questa pratica?

A me non piace l’idea dell’utero in affitto. Credo, però, che il non regolarla giuridicamente renda tutto molto più confuso. Serve una normativa che metta in primo piano i diritti del nascituro, spingendo le persone ad adottare i bambini già nati, orfani, che non hanno una famiglia. Non è entusiasmante ricorrere a questi mezzi per avere un figlio. Quest’idea di volersi creare un bimbo su misura, sceglierselo come lo si vuole, diventa un atto di egoismo. Non voglio dire che non sia legittimo desiderare di avere un figlio. E ci tengo a specificare che secondo me Nichi Vendola lo alleverà nel migliore dei modi possibili. Ma non è questo il punto. Il punto è che la logica capitalistica, l’idea che tutto si possa comprare e vendere sul mercato non solo è penetrata negli aspetti più intimi della nostra vita, ma ormai ci domina. E non a caso questa storia si svolge in America, il paese in cui tutto ha un prezzo, anche la vita di un bimbo.

Lei appartiene a una generazione politica – quella degli anni settanta – che è stata sconfitta. Che cos’è oggi, per lei, la politica?

La politica è stata completamente trasformata. Le lotte collettive sono finite. Se guardo la realtà, avverto la necessità che la generazione dei giovani precari si organizzi, si rivolti: ma mi rendo conto che è difficilissimo. Gli operai stavano tutti insieme in un luogo fisico, la fabbrica. I precari dove stanno? Ognuno ha il suo luogo di lavoro. Non c’è un luogo di aggregazione. Come si possono unire?

L’esperienza del Gruppo 63 è stata anche attraversata dalla questione generazionale. Vi opponevate a quelli più vecchi di voi per rinnovare la letteratura. Su un altro piano, dovrebbe accadere la stessa cosa oggi? 

La mia generazione, come ha detto Umberto Eco, aveva dietro cinquanta milioni di morti. Di fronte a noi abbiamo trovato il campo libero. Molti hanno avuto la cattedra universitaria a trent’anni, oggi non ce l’hanno neanche a sessanta. Entravamo nella Rai. Facevano le case editrici. Questa generazione si trova di fronte a una situazione bloccata. Ma i giochi non sono mai fatti. Lo scontro frontale è sempre utile. Però bisogna costruirlo, organizzarlo, inventarsi un modo per farlo durare.

Vede qualcuno che può farlo? Per esempio, il Movimento Cinque stelle: la su base sociale, in gran parte, è costituita da giovani.

È un movimento interessante, ma vuoto politicamente. La protesta, se non è organizzata, non porta a niente. A maggior ragione, se è fatta con un personale politico mediocre e incapace. Se hai più del venti per cento e ti riduci a far vedere in televisione che urli in parlamento, senza avere una teoria politica né una strategia, tutto finisce lì.

E la sinistra?

Non ne parliamo: lì ci sono solo macerie.

Le sottopongo un parallelo: voi del Gruppo ’63 spingete per il cambio generazionale con la letteratura d’avanguardia. Renzi con la sua politica di rottamazione. Vede una similitudine?

Ogni presa del potere – seppur la nostra sia stata minima e non duratura – è determinata e favorita da situazioni storiche. Noi avevamo davanti a noi l’Italia che cambiava, la necessità d’inventare una lingua per rappresentare una nuova società, mandando a quel paese quelli più vecchi di noi. Nel caso di Matteo Renzi il passaggio storico è diverso. E bisogna tornare all fine degli anni settanta per decifrarlo. Allora, ci sono state due generazioni (quella del ’68 e del ’77) che non sono state solo sconfitte, ma sono state decimate: trentamila persone passate per le carceri, i suicidi, il dilagare dell’eroina. Bisogna ricordare che la parte migliore di quella generazione stava nel movimento, non nei partiti politici. Voglio dire: le persone più preparate, i migliori teorici della politica. In quei movimenti, c’era una classe dirigente che è stata completamente distrutta dalla repressione, dalla disperazione della sconfitta, dalla droga. Dall’altra parte, il massimo che il partito comunista è riuscito a esprimere sono stati D’Alema e Veltroni: non proprio due geni. Ecco dove inizia il declino della classe politica italiana. Che ha favorito l’ascesi di Renzi, il quale sostanzialmente si è trovato di fronte la strada spianata. Perché, diciamoci la verità, la rottamazione non è stata poi così complicata. Chi aveva contro? Il povero Bersani? L’hanno definito un parroco di campagna. Io non voglio arrivare a tanto. Ma, insomma, non mi sembra nemmeno lui una grande figura politica.

Il suo romanzo sugli ultrà, I furiosi, è stato adattato in un’opera teatrale che è in giro per l’Italia. Com’è cambiato il tifo calcistico?

Negli anni ottanta mi avevano affascinato quei tifosi che parlavano delle loro trasferte in maniera mitica. Celebravano il senso della comunità. Si sentivano parte di qualcosa. Oggi, però, il tifo è diventato un luogo di manifestazione dell’estremismo fascista. Colpa della quantità enorme di denaro che ha cominciato a circolare. Che ha trasformato anche il tifo in una lotta per il potere. Il potere di determinare la fortuna di un giocatore, l’indirizzo della squadra, influenzando la società. La tifoseria che io ho rappresentato, probabilmente, esiste ancora da qualche parte. Ma anche nel calcio è cambiato tutto.

7 marzo 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 27 Marzo 2016 15:02

La maternità per altri

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di Daniela Danna* - tratto da http://www.danieladanna.it

Il dibattito in atto a proposito di maternità per altri è tutto scombinato, a cominciare dal nome. Si parla di maternità surrogata o “GPA” che sta per gestazione per altri. Questi nomi sono ingannevoli, perché non c’è in gioco una “surrogata” della madre. Ci sono genitori biologici e genitori sociali, che possono o non possono coincidere. Non si tratta poi di “gestazione” per altri ma di vera e propria maternità, perché la donna che rimane incinta o nel cui utero viene impiantato un embrione lo crescerà per nove mesi con la sua carne e il suo sangue, nel suo corpo che lo partorirà. E un/a neonata/o nulla sa dei propri geni, ma solo del corpo che lo/a ha nutrito nella sua graduale acquisizione di consapevolezza: ne riconoscerà la voce, il battito cardiaco e le altre qualità del corpo che può percepire.

Come nei casi di adozione quindi parliamo da una parte di madre naturale (nel mio libro Contract Children uso la parola inglese che significa “madre di nascita”) e dall’altra di genitori sociali, che si occupano del/la bambina/o dopo la nascita e che possono anche loro esserne i genitori biologici, se sono all’origine dei gameti.

Dove ha origine la confusione? Nel fatto che ci sono molte forme di questa pratica, che essenzialmente consiste nella promessa che una donna fa a una coppia o a un/a singolo/a di portare a termine una gravidanza rinunciando successivamente a riconoscere il/la neonata/o. Quale posizione occupano i partecipanti a questa pratica? Dipende. Dipende dal loro atteggiamento reciproco, ma dipende anche dalle leggi, dalla validità o meno di un contratto che gli avvocati hanno chiamato “di surrogazione”, dalla possibilità legale di fare ricorso alla fecondazione in vitro – infatti la maternità per altri non è affatto una tecnica di riproduzione assistita, ma una relazione tra una donna che porta a termine una gravidanza e coloro a favore dei quali si è impegnata moralmente a farlo. E le motivazioni sono diverse a seconda di come la legge configura la scelta e la relazione.

In Italia questo è possibile con una promessa, un accordo informale, attraverso il quale la donna può non riconoscere il/la bambina/o mentre il padre biologico lo riconoscerà. Non è possibile fare ricorso a medici che pratichino la fecondazione in vitro, per cui la madre di nascita deve rimanere incinta con l’autoinseminazione o con un rapporto sessuale. Questa forma di maternità per altri non può essere impedita, è già legale, non prevede obblighi ma dà facoltà.

In California i gameti (l’ovulo e lo sperma) possono essere comprati, la madre messa sotto contratto, e coloro che hanno intenzione di diventare genitori sono riconosciuti dalla legge come tali nel momento in cui comprano tutte queste cose (in California, ma la madre di nascita potrebbe invece andare a partorire in un altro stato).

In India – dove peraltro il governo ha intenzione di impedire agli stranieri di accedere a questa pratica – non ci sono leggi ma solo “linee guida” dell’Ordine dei medici, che non vengono rispettate. La spaventosa disuguaglianza tra i poveri dell’India e (persino!) la classe medio-bassa dei paesi occidentali fa sì che il caso tipico sia che la donna venga tenuta in una clinica sotto osservazione per tutta la gravidanza, abortisca a comando quando gli embrioni che attecchiscono sono “in sovrannumero” rispetto all’ordinazione, partorisca con un cesareo e non veda nemmeno il/la neonata/o, oltre a non poter comunicare direttamente con i committenti del bambino se non parlano la sua lingua, mentre firma carte in inglese che tolgono ogni responsabilità alla clinica, persino nel caso della sua morte. La motivazione è il guadagno per la vendita del/la neonato/a: a questo arriva il capitalismo dopo aver promesso di liberarci dalla schiavitù.

È normale che ci siano reazioni forti, ed è normale che – data la varietà di pratiche che la maternità per altri accomuna – ognuno “parta da sé” per generalizzare il giudizio, che a mio parere deve rimanere articolato. E nelle posizioni “a partire da sé” dei movimenti assistiamo a due fenomeni contrapposti: il movimento LGBT ha una malattia infantile, mentre quello femminista ne ha una senile. Nel primo caso, gli uomini gay (alcuni) sono talmente esaltati dalla possibilità di avere figli in modo facile, semplicemente pagando, che non riflettono abbastanza sulle cause e conseguenze di questa pratica, e Famiglie Arcobaleno rivendica l’introduzione dei contratti in Italia per risparmiarsi anche la fatica di andare all’estero. Da parte femminista, per stanchezza nel pensiero, Senonoraquando-Libere invoca una proibizione legale senza se e senza ma che cancella l’esperienza di quelle donne che hanno portato a termine gravidanze per altri dichiarandosi pienamente soddisfatte e felici dell’aiuto che hanno prestato. (E mentre scrivo Senonoraquando-factory se ne dissocia per la drasticità della posizione espressa e per le conseguenze di questo dibattito sul riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso.)

Da parte mia accetto questa possibilità, ma non accetto che tale soddisfazione sia quella che si prova per aver compiuto un lavoro onesto ed appagante, ricevendo giustamente del denaro per la propria bellissima opera. A qualunque titolo dato, pure se lo chiamiamo “rimborso”, quel denaro significa la compravendita di un essere umano, che non va ammessa nemmeno per il più alto dei fini.

E quindi parliamo di noi, gay e lesbiche – pur con la nostra irriducibile differenza biologica che impedisce paragoni perfettamente calzanti tra madre e padre biologica/o. Le cose nuove sono esposte a errori. Le lesbiche (alcune) sono state anche loro entusiaste della tecnica della procreazione assistita, arrivando all’inizio in qualche caso addirittura a dire ai figli che il padre era morto. Ora questo non succede più. Oggi i gay sono esposti alla tentazione di cancellare la madre, di usarla come un contenitore per ottenere il prodotto desiderato. Riflettiamo bene anche su questo.

Il modo giusto di rispondere a chi dice che i gay si vogliono comprare i bambini è chiedere perché non scandalizzi che siano stati finora in stragrandissima maggioranza gli etero a comprarli.

I bambini che già ci sono è doveroso accoglierli, e le adozioni come secondo genitore devono sanare le situazioni di non coincidenza della famiglia in cui sono cresciuti con la famiglia registrata all’anagrafe. Ma possiamo ora, credo, anche arrivare a capire che non si possono imporre obblighi alle donne che generosamente vogliono aiutare coppie che non possono procreare, che i bambini che partoriscono sono innanzitutto loro (soprattutto dal punto di vista del/la neonata/o!).

Se proprio non vogliamo accettare di non poter dare la vita con i nostri atti d’amore (cosa che per me rappresenta un vantaggio e non un limite, in un mondo minacciato dall’espansione del sistema capitalistico!) e desideriamo mettere al mondo altri consumatori del pianeta, possiamo certo chiedere a una donna di farci questa promessa, ma con umiltà, accettando l’incertezza perché è lei l’unica ad avere una relazione primaria con il/la bambina/o che si forma dentro di lei, una relazione che è giusto che possa continuare se lei lo vuole. Una relazione che non è etico voler interrompere offrendo denaro né creando un obbligo legale attraverso un contratto. Siamo stati a lungo soggetti oppressi: usciamone senza diventare soggetti dispotici.

10 febbraio 2016

* Daniela Danna è ricercatrice in Sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna sui temi della globalizzazione e del rapporto tra economia e società. È autrice di diversi lavori, soprattutto sui temi dell’omosessualità (“Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne”, 1994; “Matrimonio omosessuale”, 1997; Io ho una bella figlia… le madri lesbiche raccontano”, 1998; “Crescere in famiglie omogenitoriali”, insieme a Chiara Cavina), delle politiche sulla prostituzione (“Donne di mondo. Commercio del sesso e controllo statale”, 2004; “Che cos'è la prostituzione? Le quattro visioni del commercio del sesso”, 2004; “Prostituzione e vita pubblica in quattro capitali europee”, 2006), della violenza contro le donne (“Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale”, 2007). Alcuni lavori o estratti da suoi lavori sono accessibili sul sito www.danieladanna.it.

vedi anche

L’appello internazionale contro la maternità surrogata

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Marzo 2016 21:15

Scarcerato Arnaldo Otegi, libero il ‘Mandela basco’

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Scarcerato Arnaldo Otegi, libero il ‘Mandela basco’

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Arnaldo Otegi non è più, da qualche ora, il prigioniero numero 8719600510, la matricola al quale è intestato su facebook un popolare gruppo di solidarietà più volte chiuso dal social media e ogni volta riaperto.

Stamattina alle 8.54 in punto lo storico dirigente della sinistra patriottica basca è uscito dal carcere di Logroño, piccola comunità autonoma confinante con quella basca, dove ha trascorso buona parte della sua prigionia. A riceverlo centinaia di persone, attivisti, rappresentanti politici, intellettuali, artisti, familiari, amici. E tanti giornalisti. Dopo sei anni e mezzo si conclude così la carcerazione per quello che in molti, e a ragione, hanno definito il ‘Mandela basco’. Nonostante da leader del partito Batasuna, messo fuori legge dallo Stato Spagnolo, Otegi fosse stato il principale artefice della svolta pacifista della sinistra indipendentista – a sua volta premessa per la fine della lotta armata da parte dell’ETA – le istituzioni politiche e giudiziarie di Madrid decisero di chiuderlo in una cella con una sentenza esemplare, sfruttando una legislazione d’emergenza che tuttora considera gravi crimini comportamenti che altrove rappresentano una normale prerogativa per un leader politico. 

Neanche in occasione della sua liberazione gli ambienti spagnoli più reazionari hanno rinunciato alla loro vendicativa aggressività, chiedendo che l’atto di benvenuto organizzato fuori dalla prigione fosse proibito dalle autorità in quanto configurabile come ‘incitamento al terrorismo’. Una richiesta che, questa volta, la magistratura non ha potuto accogliere, lasciando a bocca asciutta i fascisti e i nazionalisti spagnoli di varia specie.
E così accanto alle ikurriñe, le bandiere basche, nel gelo del mattino sventolavano bandiere catalane e andaluse, quelle gialle con l'aquila nera della Navarra e altre ancora… Dopo aver dato e ricevuto centinaia di abbracci, Otegi ha improvvisato un veloce comizio dall’imponente palco montato per l’occasione da Sortu. “Dicono che in Spagna non ci sono prigionieri politici. Basterebbe vedere la quantità di telecamere presenti qui per smentire questa bugia”, ha affermato beffardo, ricordando che fu imprigionato perché “scommetteva sulla pace” ed ha ringraziato la militanza indipendentista per aver tenuto fede agli impegni “nonostante le provocazioni”. "Siamo entrati in carcere da indipendentisti e da socialisti - ha urlato - e indipendentisti e socialisti usciamo di prigione oggi".

Negli ultimi anni il parlatorio del carcere di Logroño è stato una meta di pellegrinaggio non solo per gli avvocati, i familiari, gli amici e i dirigenti della sinistra abertzale, ma anche per esponenti di varie forze politiche dello Stato Spagnolo e di tutto il mondo, di giuristi e mediatori internazionali, di giornalisti. Anche se Sortu, il partito erede di Batasuna, al congresso di fondazione prese atto dell’impossibilità per Otegi e gli altri leader incarcerati di mantenere la direzione e designò quindi nuovi dirigenti e portavoce, l’opinione di Arnaldo è sempre stata una priorità per tutto il movimento abertzale. Il cui popolo oggi ha accolto Otegi con entusiasmo e speranza, confidando che il carisma, la simpatia, la popolarità del rispettato leader possano imprimere una inversione di rotta a un innegabile processo di indebolimento che dalla fine della lotta armata ha ridotto l’influenza della sinistra basca, un tempo potente motore sociale e politico. 

In risposta a chi lo pressava per sapere se accetterà la candidatura a lehendakari – cioè a governatore della Comunità Autonoma Basca – Arnaldo ha risposto maliziosamente parafrasando un antico e fortunato slogan della sinistra indipendentista negli anni ’70 e ’80, quando le organizzazioni popolari basche erano impegnate in uno scontro frontale con lo Stato e le istituzioni nate dall’autoriforma del franchismo che di fatto lasciarono tutto com’era, seppur adottando una nuova veste più moderna e in linea con le necessità della Nato e dell’UE. “Il miglior lehendakari è il popolo” ha detto Otegi, modificando lo storico “Il miglior sindaco è il popolo”. Ma da mesi ormai il conto alla rovescia in vista della sua liberazione era partito non solo tra i militanti e i simpatizzanti della sinistra abertzale, ma anche negli stati maggiori di tutte le forze politiche basche: la candidatura di Otegi alla guida di un fronte indipendentista e di sinistra alle prossime elezioni autonomiche potrebbe creare non pochi problemi sia al Partito nazionalista basco – la principale forza politica, liberalcristiana e regionalista – sia alla sezione locale di Podemos, che negli ultimi due anni ha fatto incetta di voti indipendentisti attraendo i consensi di vasti settori alla ricerca di un movimento in grado di dare una spallata al sistema, a partire dalla critica alle istituzioni, alla corruzione e all’austerità. In molti si sono rivolti altrove, percependo la sinistra indipendentista come una forza politica "tra le altre e come le altre", avvertendo un progressivo venir meno di qualla alterità ideologica, programmatica e organizzativa che da sempre ha contraddistinto il movimento popolare basco e la sua rappresentanza politica. La speranza è che Otegi, fautore della svolta pacifista ma animato da una cultura e da un’identità politica fortemente radicate nella tradizione operaia e combattiva del movimento indipendentista, possa tornare a mobilitare, a riattivizzare settori sociali e politici rimasti finora al margine.

Se Otegi punterà o meno alla lehendakaritza si capirà entro i prossimi giorni. Dopo il primo piccolo bagno di folla di stamattina è atteso nel pomeriggio nel suo paese natale, Elgoibar. E già sabato, nel velodromo di Donostia, potrà tornare ad arringare le folle come nei tempi d’oro, quelli che sono costati il carcere a lui e a centinaia di militanti e dirigenti politici e sindacali. Tra questi l’ex segretario generale del sindacato indipendentista Lab, uno dei maggiori della scena basca, che continua a scontare una pena inflitta anche in quel caso a partire da reati di pura opinione ed arrestato il 16 ottobre del 2009, lo stesso giorno di Otegi, con l’accusa di aver ricostituito Batasuna, sciolta d’autorità da Madrid in quanto ritenuta ‘emanazione dell’Eta in campo politico-istituzionale’. L’accusa si tramutò, al termine di un processo farsa, in una condanna a 10 anni di carcere tanto per Otegi che per Rafa Diez, accusati di appartenere all’ETA “col grado di dirigenti”.  Una pena poi ridotta a sei anni e mezzo nel 2012 dal Tribunale Supremo.

Se Otegi diventerà o meno presidente della Comunità Autonoma Basca allo stato è difficile dirlo. Nel caso, sarebbe l’ennesimo ‘terrorista’ a diventare acclamato e riconosciuto leader politico e istituzionale, proprio come Nelson Mandela (tenuto conto delle debite differenze). Di sicuro c'è che per la maggior parte dei 400 prigionieri politici baschi la pena da scontare rimane lunga, lunghissima. 

1 marzo 2016

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Abolizione universale dell’utero in affitto: parte dalla Francia il movimento

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Il Parlamento francese ha dedicato una giornata di studio all’utero in affitto. È nata la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata.

Un passaggio solenne a coronamento dell’impegno di lunga data dei progressisti e del femminismo francesi, capofila la “storica” Sylviane Agacinski, a cui si sono unite però anche le associazioni cattoliche per la famiglia. Tutti insieme contro la pratica dell’utero in affitto, o Gpa, la gestazione per altri, o maternità surrogata.

Nelle tre ore di dibattito al Parlamento francese hanno preso la parola intellettuali, studiose ed economiste. È stato raccontato, con documenti e testimonianze, che l’utero in affitto non è – nella stragrande maggioranza dei casi – un dono o un’espressione di solidarietà, ma una sopraffazione nei confronti delle donne più povere.

Hanno fatto sensazione in particolare i racconti della situazione in India dove, così come in Thailandia, migliaia di donne sono diventate oggetto di un crescente “sistema di produzione biotecnologica di bambini”, come l’ha definita in apertura la filosofa femminista francese Sylviane Agacinski, vera anima dell’operazione, moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin. L’autrice di Corps en miettes (“Corpi sbriciolati”, Flammarion) ha accusato i giornali che “si sono smarriti volendo vedere un presunto progresso. Si parla della felicità delle coppie che vogliono un bambino a ogni costo, al punto che si è radicata l’idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Nonostante questa propaganda, si comincia a comprendere, grazie a numerosi documentari, la violenza che rappresenta, per le donne, l’ingresso della maternità su questo mercato”.

Il Parlamento francese.

I tre raggruppamenti che hanno dato vita all’iniziativa francese sono il Cadac (Collettivo diritti delle donne), il Clf (Coordinamento Lesbiche francese) e il Corp (Collettivo Rispetto della Persona) capitanato per l’appunto da Agacinski. È giunta in Europa per partecipare alla campagna anche Jennifer Lahl, la leader americana fondatrice del Center for bioethics and culture network, divenuta con i suoi documentari e le sue petizioni un punto di riferimento globale della battaglia civile. Dall’Italia è partita anche una delegazione di Se non ora quando – Libere, l’organizzazione che ha promosso una raccolta firme di sostegno alla petizione internazionale del cui drappello fanno parte Francesca Izzo, Francesca Marinaro, Ilenia De Bernardis, Sara Ventroni, Antonella Crescenti.

Non serve regolamentare il settore, si è detto, ma abolirlo ovunque

Violenza, schiavitù, mercato neocoloniale sono state le immagini più evocate. La lotta alla maternità surrogata ha a che fare con la lotta alla prostituzione, perché in ambedue si vendono corpi di donna. Dunque, una delle prime sfide è combattere la visione edulcorata della maternità surrogata, forse anche a partire dal nome: maternità evoca qualcosa di bello e positivo: forse meglio il più crudo “utero in affitto”.

Cosa dice la carta francese contro l’utero in affitto

È significativo che in prima linea contro l’utero in affitto ora ci sia proprio la Francia, patria dei diritti dell’uomo, dove in questi mesi si è vissuta una polemica simile a quella italiana sui matrimoni gay. La nuova Carta francese stigmatizza l’utero in affitto come “pratica sociale realizzata da imprese che si occupano di riproduzione umana, in un sistema organizzato di produzione che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie… Il corpo delle donne è richiesto come risorsa a vantaggio dell’industria e dei mercati della riproduzione… La maternità surrogata fa del bambino un prodotto con valore di scambio, in modo che la distinzione tra persona e cosa viene annullata”. La carta si conclude con la richiesta “di opporsi fermamente a tutte le forme di legalizzazione della maternità surrogata sul piano nazionale e internazionale» per pervenire a «una convenzione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata”.

In chiusura, parlamentari non solo francesi hanno firmato la “Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata”, già disponibile in 7 lingue (italiano compreso) sul sito dell’associazione Corp, dove può essere sottoscritta online.

3 febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 20 Febbraio 2016 18:36

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