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Spiagge bianche e Solvay: il servizio di Terranostra

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spiagge_bianche_solvayLink: La videointervista a Maurizio Marchi e le immagini della spiaggia

L’Italia che non balla in cartolina. Rosignano in provincia di Livorno: cielo, suolo, sottosuolo e mare inquinato per oltre un secolo dalla Solvay. In questo angolo della Toscana, alle famigerate “spiagge bianche” da Rosignano Marittima a Vado – è possibile tuffarsi in un limpido mare al mercurio. La gente accorre a frotte in un’area non balneabile: i cartelli stradali indicano proprio “spiagge bianche”. Non si può perdere la rotta, ma la bussola. Sembrano i Caraibi, ma l’acqua nasconde insidie letali. Eppure nel raggio di chilometri non s’intravede un solo divieto. Anzi con denaro pubblico è sorto un lido balneare. Alla Solvay sono stati elergiti 30 milioni di euro (pubblici) per bonifiche inesistenti. La magistratura è pregata di attivarsi e verificare. Comune, provincia e regione sanno qualcosa di questo grave inghippo affaristico sulla pelle degli abituali frequentatori? Forse, per non farsi mancare proprio nulla, i politicanti da strapazzo al potere autorizzano – sempre in zona – un rigassificatore in mare e perfino un inceneritore di rifiuti sulla terraferma. E poi il ministero di Grazia e Giustizia nega alla Procura della Repubblica  livornese il denaro pubblico per recuperare all’isola d’Elba un container di rifiuti pericolosi affondato l’anno scorso su un fondale di 120 metri.

A Priolo, provincia di Siracusa puoi nuotare tra i metalli pesanti dal cristallino chiarore. Vero ministro per l’ambiente Prestigiacomo? Una gita in barca nel lago Maggiore e tocca infilare i remi nel ddt. E se passando dal golfo di Genova per caso vi trovaste a Cogoleto, allora non lasciatevi sfuggire un bicchiere d’acqua al cromo esavalente, quello scaricato dalla Stoppani nelle falde acquifere. Il bilancio ambientale è un mix disarmante di cifre ed elementi chimici che affrescano il disastro. Dati ufficiali alla mano: in Italia calpestiamo quotidianamente 200 mila ettari avvelenati, solo a tastare la superficie. 10 milioni di cittadini sopravvivono in aree fortemente inquinate.

Se guardiamo all’atmosfera, almeno per il monossido di carbonio, il record di Taranto è praticamente imbattibile: l’Ilva del pregiudicato padrone Riva produce il 70 per cento delle emissioni nazionali e il 10 per cento di quelle europee. Record europeo quanto a produzione di diossine (cancerogene e bioaccumulabili). Vero governatore Vendola? Volessimo scavare invece, toccherebbe rimuovere una montagna da venti milioni di metri cubi contaminati da amianto, arsenico, sali sodici, mercurio, fanghi, oli esausti e tanto altro ancora. Salta agli occhi una “arretratezza normativa” che non permette di applicare un principio elementare: il “chi inquina, paga”. Vedi l’Enel a Brindisi. Non è così presidente Vendola?

A proposito un’altra mancata bonifica investe la micidiale fabbrica bellica Saibi (segretamente al lavoro per conto di Israele) – incidenti a parte in fase produttiva – della Montedison a Margherita di Savoia, ceduta per un euro al comune, ora amministrato dalla bambola berlusconiana Carlucci. Addirittura nel cuore delle saline più grandi d’Europa, la Sorgenia del “progressista” Carlo De Benedetti (& figli), vuole a tutti costi, ovvero calpestando leggi e buon senso, costruire un rigassificatore “off shore”. In loco sono stati stanziati dalla regione Puglia, anni fa, quasi 7 milioni di euro per un intervento fantasma. Esatto Nichi Vendola? Le bonifiche tardano a venire, ipotecando il futuro delle giovani generazioni. C’è chi deposita per mare, terra e aria una valanga di veleni e poi riesce anche a farla franca. La beffa: pagano gli ignari contribuenti e i silenti cittadini in termini di  salute e di vita persa inesorabilmente. Come se non bastasse i programmi di risanamento in materia sono fermi quasi dappertutto o non sono mai decollati. I poli industriali di Piombino e Livorno, due tra i 50 siti più a rischio, hanno invaso il sottosuolo con cadmio, scorie di fonderia, sali di rifusione di alluminio, melme acide e pesticidi: c’è un programma nazionale per bonificare queste aree, o meglio ci sarebbe: dal 1998 gli interventi sono azzerati. Non va meglio a Taranto e Piombino, dove le acciaierie sono in netto ritardo sulla riduzione degli agenti atmosferici nell’atmosfera. A Crotone la cosiddetta ripulitura è stata affidata alle Ecoge dei Mamone (vedi anche l’appalto alla centrale nucleare di Caorso intercorso con la Sogin), noti alle Direzione investigativa antimafia ligure dal 2002.  Insomma, la ndrangheta infonde sicurezza a furore di piombo.

A Priolo invece incombe la tecnologia obsoleta della Syndial, il petrolchimico siciliano che per anni – almeno fino al 2001 – ha rovesciato mercurio in mare. Già nel 2003 la Corte dei Conti aveva denunciato il grave ritardo nelle bonifiche. Un ritardo che è già drammatico: sette milioni di metri cubi contaminati soltanto nella laguna di Venezia; un milione e mezzo nelle 110 discariche non controllate di Frosinone; 300 in Abruzzo, tra i fiumi Saline e Alento. L’elenco è chilometrico: Casal Monferrato conta 74 mila dei 154 mila ettari inquinanti in Italia. E ancora: Brindisi, Porto Marghera, Bagnoli, Manfredonia. E poi ancora Falconara – massacrata impunemente dall’Api – ad un tiro di schioppo da Ancona, dove i boiardi di Stato intendono costruire un mastodontico rigassificatore. I danni si riversano dall’ambiente ai suoi abitanti: sarcomi dei tessuti molli a Mantova, per chi abita intorno all’inceneritore dell’ex Enichem; malformazioni congenite tra Augusta, Priolo e Melilli; mesotelioma pleurico a Biancavilla, oppure a Bari nei rioni che circondano la vecchia fabbrica d’amianto Fibronit (non ancora bonificata, nonostante i titoloni altisonanti dei giornali amici e compagni). Giusto Nicola Vendola e Michele Emiliano?

Solo per bonificare il Lazio che conta 270 siti inquinati (compresa dell’inceneritore sequestrato a Colleferro), servono 150 milioni di euro. La vera emergenza è quella dei rifiuti tossici. Le holding criminali – in fondo istituzioni dello Stato che fatturano il 20 per cento del Pil – non demordono, si tratta di un fenomeno che riguarda l’intero Stivale e ha assunto dimensioni transnazionali. L’Italia dei veleni non si arresta e non si risana, almeno per il momento.

tratto da www.italiaterranostra.it

agosto 2010

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