Monday, May 22nd

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

EDITORIALI

NO: la sconfitta nella guerra di successione italiana di Matteo, sovrano di Pontassieve

E-mail
Valutazione attuale: / 9
ScarsoOttimo 

renzi re soleLuigi XIV, il celeberrimo Re Sole, oltre ad aver visto nascere quello che poi sarebbe stato lo stato moderno, ha conosciuto bene la differenza che è forte, in politica, tra sforzo e risultato. E’ infatti noto lo sforzo che Luigi XIV impose alla Francia, durante le guerre di successione spagnola, per portare il regno ad una posizione di egemonia nel continente e sistemare i propri equilibri interni. Andò come sanno gli storici: la Francia perse guerra e risorse, ponendo le condizioni per una lunga crisi che si risolse con la rivoluzione e la ghigliottina per un altro Luigi, il sedicesimo. Il re Sole, sempre utile esempio in politica, serve quindi per capire la differenza tra sforzo, nell’uso dei mezzi, e risultato raggiunto. E, mettendo tra parentesi l’assestamento delle percentuali di voto (comunque molto negative per Renzi), questa lezione avrebbe dovuto forse essere metabolizzata prima dal sovrano di Pontassieve. Sicuramente prima di avventurarsi in un referendum senza nè capo nè coda.

Perchè è evidente che un partito che, nei migliori momenti, ha almeno il 60% dell’elettorato contro, perdendo nei territori quasi tutti i ballottaggi significativi, imboccare la strada di un referedum costituzionale è un suicidio strategico. Come è evidente, e la storia politica insegna, che le vittorie possono accecare. Per Renzi la vittoria che acceca è stata quella del maggio 2014: lì ha pensato di poter chiudere la partita ultradecennale delle riforme costituzionali, la sua guerra di successione spagnola, ripetendo lo schema comunicativo, per lui magico, di quei giorni. Solo che allora c’erano condizioni irripetibili: un uomo immagine nuovo, con un bonus diventato un mantra (i famosi 80 euro) e quindi voti a valanga. Dopo oltre due anni, di un governo logorato dalla crisi del paese, il moltiplicare la comunicazione dei bonus esigibili in caso di vittoria ha fatto solo montare la rabbia per offerte che sapevano di truffa. Se nel 2014 il bonus rappresentava una novità, nel 2016 non è stato altro che una trovata pubblicitaria proposta ad un elettorato stanco, impaurito dalla crisi e nauseato. Tanta è stata la reazione negativa che la piattaforma dei media dominanti, schierati secondo le esigenze di marketing di Renzi salvo lodevoli eccezioni, non ha fatto che alimentare la sconfitta del segretario del PD. Basta dire che se si fosse votato due mesi fa, invece di posticipare il voto per far partire una campagna mediale ossessiva e invadente, Renzi avrebbe perso, stando ai sondaggi, con uno scarto ben minore della sconfitta che sta prendendo forma.

Cosa accadrà nei prossimi giorni? Dichiarazioni live di Renzi a parte, gli scenari sono tanti e li racconteremo tutti. Di sicuro Renzi ha perso, hanno perso i media disposti in modo orwelliano. Sono due buone notizie. Per adesso è giusto fermarsi a queste. Domani è un’altro giorno, avrebbe detto Rossella O’Hara in Via col vento. Non lo è o meglio non è sarà bel giorno, per il sovrano di Pontassieve. Esprimendo tutta la nostra solidarietà con la ridente cittadina della provincia di Firenze, che ha la sfortuna di ospitare una delle persone più gonfie d’Europa, fermiamoci un attimo alla terza buona notizia. Il piacere per la sconfitta di Renzi. Piacere tutto politico per aver visto un conclamato falsificatore di notizie, controllante tra l’altro i principali media, cadere di schianto. Perchè per vincere le grandi battaglie, come quella di Rocroi della guerra dei 30 anni (per fermarsi alla storia francese), ci vogliono tre requisiti: abilità tattica, profilo strategico e rispetto dei soldati.

Renzi è solo la parodia di questi requisiti, è inadatto per un paese che cambia. Prima ci saluta e meglio è per tutti

redazione, 5 dicembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Acqua pubblica? Il Pd e Iren vogliono metterla in borsa

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Quale futuro per l’acqua? L’offerta di consolidamento di Iren in Asa ed il nuovo presidente

asa soldiMartedì 6 si riunisce l’assemblea dei soci di Asa. All’ordine del giorno c’è la presentazione del nuovo consiglio di gestione, con la new entry del prof Guerrini (foto in basso)(docente di economia aziendale e management presso l’Università di Verona e voluto dai 5 stelle) al posto di Del Nista (storico uomo Pd e Monte dei Paschi), e la discussione delle linee programmatiche strategiche per il futuro della società. E’ un'assemblea ordinaria e non possono essere prese decisioni importanti come il cambio di statuto, ma sicuramente farà capire verso quale direzione andrà l’azienda.

Sul tavolo da mesi c’è la proposta di Iren di consolidamento verso Asa, cioè la possibilità che la società pubblico-privata che gestisce l'acqua possa entrare nel megabilancio Iren spa, società pubblico-privata quotata in borsa. Tutto parte da un nuovo piano industriale o forse sarebbe più corretto dire un piano finanziario. Dei fantomatici 85 milioni di investimenti che il socio privato presterebbe ad Asa, 15 servono per scalare l’azienda ed avere la maggioranza azionaria e gli altri 70 sono buoni fruttiferi da restituire gravando sulle bollette. Un passaggio importante che alcuni sindaci PD, meglio dire renziani, stanno appoggiando con forza. Secondo l’articolo 2359 del codice civile sono considerate società controllate: le società in cui un'altra società dispone la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria o dispone di voti sufficienti per esercitare un influenza dominante. Si scrive consolidamento significa privatizzazione della gestione dell’acqua. Perchè nella sostanza i privati oltre ad avere già in mano la gestione dell'azienda (2 membri del consiglio di gesione su 3 sono di nomina privata) avrebbero anche l'ultima parola sul bilancio.

guerriniE l’acqua pubblica? Tutti ne sono alfieri, in tanti parlano a sproposito, tra demagogia e supporto dei media locali, ma di fatto stiamo per vendere le quote della più grande azienda partecipata del territorio livornese, mettendole in mano ad una società quotata in borsa che persegue dividendi e gli interessi dei propri azionisti sul mercato. Nella proposta di Iren ci sono cambiamenti significativi nella governance di Asa, di fatto già in mano del partner privato dal 2004 con la maggioranza del consiglio di gestione. Le modifiche dello statuto prevedono: l’introduzione della dizione direzione e coordinamento di ASA da parte del Partner Industriale; l’approvazione del bilancio di esercizio; la distribuzione degli utili; un consiglio di sorveglianza a maggioranza privata; il presidente di nomina pubblica perde il diritto di veto sull’approvazione e modifica del piano strategico; l’eliminazione della nomina pubblica del Direttore Generale; l’innalzamento degli importi per l’apertura di linee di credito, costituzione acquisto e cessione di diritti reali o personali di godimento su beni immobili passa da un importo di 2 a 5 milioni; e per finire l’apertura di linee di credito o il rilascio di garanzie, sotto qualsiasi forma, per un importo che da 2 passa a 7,5 milioni. Si scrive consolidamento significa privatizzazione della gestione dell’acqua.

In tutti questi litigi, c'è in gioco anche la gara del gas, l'altro ramo gestito da Asa, oramai prossima. Secondo anche i 5 stelle sarebbe un'opportunità per crescere e non privatizzare un ulteriore servizio quello della distribuzione del gas nell’Atem di Livorno. Per Asa sarebbe un occasione importante al fine di aumentare utili e campo d’azione. Su questo punto i vari sindaci sono d’accordo ma il problema rimane partecipare e vincere la gara e soprattutto capire come finanziarla, visto il pesante prestito che Asa ha già con il Monte dei Paschi. Il partner industriale privato sembrerebbe disposto ad prestare le risorse solo se verranno accettate tutte le modifiche che propone nel ramo acqua. Un bel ricatto.

Oltre a tutti questi discorsi poi c’è un azienda che ha bisogno di essere risanata, di un percorso di efficientamento e di realizzare alcune opere infrastrutturali fondamentali come lo spostamento di una prima parte del depuratore del Rivellino ed il dissalatore dell’Elba. Ma ora c'è in gioco l'assetto futuro di Asa e quindi delle decisioni sulla gestione dell'acqua. Iren ragiona copme una società quotata in borsa ed il primo suo obiettivo è la soddisfazione degli azionisti, non certo quella dei cittadini che comunque garantiscono entrate sicure con le bollette, con le quali pagano anche gli investimenti (anzi, a volte li pagano e non vengono fatti ma l'azienda incassa ugualmente).

Iren ha fatto un accordo con il sindaco di Collesalvetti e segretario del Pd Lorenzo Bacci. E con tutti i sindaci in quota Pd. Dall'altra parte i sindaci di Livorno (5 stelle), Volterra (lista civica) e Suvereto (sinistra). Nel mezzo il nuovo presidente di Asa Guerrini che dovrà fare da garante alle diverse posizioni. Vedremo come andrà a finire, sicuramente quando leggiamo il segretario del Pd Bacci che dice che lui è per l'acqua pubblica ci viene soprattutto da ridere. 

Di seguito un paio di articoli sui problemini di Iren.

http://www.reggiosera.it/2016/10/indagine-a-bari-una-casa-mette-nei-guai-lad-di-iren-bianco/21452/

http://www.corriere.it/economia/16_ottobre_15/acquedottogate-puglia-iren-conferma-fiducia-bianco-0466448c-92e0-11e6-aedf-4afd1bcdf31b.shtml

redazione, 3 dicembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Prodi: ritorno di una mortadella con marchio Goldman Sachs e altri racconti referendari

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

prodi mortadellaScrivere di Prodi è prima di tutto un problema di disagio morale. E’ ormai quasi scomparsa la memoria del disastro della Kater-I-Rades, che provocò circa 100 morti, frutto della sciagurata politica italiana di contenimento dei barconi albanesi. Politica operata dal governo Prodi, nel tentativo maldestro di fermare una marea umana, allora in fuga dall’Albania, dopo la crisi delle finanziarie del paese delle aquile. In primavera saranno passati vent’anni esatti dalla strage, già ampiamente rimossa nel decennale (che vedeva Prodi, ironia della sorte, di nuovo presidente del consiglio).

Eppure, quando riemerge il nome di Prodi, il disagio di questo ricordo appare di nuovo. Il problema è che il popolare “mortadella”, soprannome nato durante le strategie di accreditamento di Prodi come personaggio per famiglie nel periodo del primo confronto con Berlusconi, è stato persino etichettato come qualcosa di compatibile a sinistra. Non solo, grazie al disastro politico a sinistra contemporaneo all’ascesa di Berlusconi, Prodi della sinistra istituzionale, e di quella “radicale”, è stato il leader riconosciuto. Leader di una coalizione, quella contro Berlusconi, che pur operando in un sottinteso antifascista, quello che voleva le destre berlusconiane come anticamera di un piu’ robusto rischio autoritario, dell’antifascismo non aveva nessuno dei vantaggi. Ad esempio, ne citiamo uno, era assente quella tutela dei beni pubblici, e dei servizi sociali, nonchè delle politiche a tutela della libertà di espressione e del salario, tipiche di ogni accordo antifascista. Fu invece presente un processo di privatizzazioni, a partire dal 1996, che poco, per non dire nulla, aveva a che vedere con la costituzione antifascista (che prevede il primato del pubblico nell’intervento economico). Ma il pittoresco politicismo dei Bertinotti, e le necessità di posizionamento di tanto ceto politico, riuscirono nel miracolo di rendere appetibile a sinistra il governo Prodi. La stessa persona che, commissario di una Ue allineata con il FMI, fu di nuovo scelta da tanta sinistra noglobal, quella che a Genova contestava quelle stesse istituzioni, come leader della colizione del 2006.

E fu così che Prodi, protagonista in prima persona dello smantellamento dei beni pubblici nell’industria, nell’innovazione e nella ricerca, già come presidente dell’Iri, divenne il frontman di molta sinistra per tutto un decennio. Come è andato a finire questo (interessato) equivoco lo sappiamo: fine della sinistra istituzionale post ’89 e pensionamento politico di Prodi. Con una coda velenosa, la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica dopo anni di binario politicamente morto, che ha aggiunto quella corona di spine necessaria nella descrizione del martirio politico di una sconfitta. Già perché Prodi, ottimo nelle relazioni politiche tanto da farsi nominare due volte leader di una coalizione e commissario Ue, politicamente parlando le ha perse tutte. Tanto da farsi disarcionare, una volta al comando, dalla sua stessa coalizione. Per non parlare dello sputtanamento finale con la candidatura a presidente della Repubblica. Capita a un ceto politico convinto di saper giocare sulla scacchiera giusta per imporre comando e privatizzazioni. Dal punto di vista di una politica istituzionale cinica e opportunista: passi per le privatizzazioni, alla fine anche la sinistra si adegua, ma non per il comando. Quello richiede altre doti. Prodi, pur riconosciuto da tutti come una tigre nelle stanze del potere, ha sempre mancato degli strumenti essenziali per essere un capobastone anche in politica, oltre che nel mondo accademico: una macchina di voti propria, e organizzata, un dispostivo dei media popolare. E, ça va sans dire, una strategia politica che non sia semplicemente provare a mettere d’accordo una rete fatta di finanza amica, banche e rami alti dell’amministrazione dello stato.

Oggi Prodi riemerge con una, sotto sotto, rancorosa dichiarazione di voto. Come mai? Evidentemente tutto questo somiglia molto all’ultima occasione per rientrare nei giochi politici. O comunque nei giochi che contano. Insomma, un ex presidente del consiglio, commissario Ue, ambasciatore delle politiche di impresa del mondo, già advisor di Goldman Sachs che cerca collocazione. Già, perchè il rapporto con Goldman Sachs, da parte di Prodi, non è episodico. Non solo per il ruolo di advisor ricoperto da Prodi. Affonda negli anni ’80 e ’90, in affari che Prodi ha fatto fare a Goldman, che ad esempio fece da player finanziario alla privatizzazione della Bertolli. Affonda, ovviamente, nella consulenza di Prodi a Goldman tra il ’90 e il ’93. Non molto prima di essere abbracciato da Bertinottiinsomma (e viene davvero da ridere a pensare a tutta la vicenda). Inutile andare a cercare gli uomini Goldman dentro i governi Prodi, piuttosto c’è da chiedersi una cosa, seguendo questa pista. Goldman Sachs si è già piazzata nel NO, con Mario Monti, e dispone la propria rete di relazioni nello schieramento del SI, via Romano Prodi?

Del resto già durante l’estate circolava un rapporto sull’Italia di Goldman Sachs che si schierava a favore del Si e di Renzi. Non certo per le conseguenze sostanzialmente nulle nel caso dei titoli di Stato grazie al quantitative easing della Bce. Ma proprio per gli effetti molto pesanti su MontePaschi e sul sistema bancario. Si badi bene, effetti per Goldman, che si vede incapace stare, finanziariamente parlando, nelle conseguenze di un crollo di MPS e delle banche italiane senza Renzi. Comunque vada quindi Prodi, tornato in campo, potrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo in una situazione del genere, quella capacità di mediazione, in caso di crisi, sulla vicenda bancaria. Una capacità di mediazione che faccia comodo a Goldman Sachs e a Renzi. E c’è un dettaglio da non trascurare. Le previsioni di aumento dell’inflazione e dei bond Usa, se confermate, finiranno per alzare i tassi anche in Europa. Allargando il debito pubblico italiano. E quindi, di conseguenza, estendendo il mercato delle obbligazioni. Ecco un altro buon motivo perchè Goldman Sachs resti dove vuol restare: accanto al presidente del consiglio. Dove il debito pubblico si allarga, pardon il mercato obbligazionario c’è Goldman Sachs.

Senza entrare nel complottismo, che è veleno cognitivo, non ci vuole molto a capire che una banca d’affari deve provare a differenziare l’investimento: se Prodi non andrà bene in un campo, magari si proverà con Monti in un altro. Ora è il momento della roulette del voto. Uno dei più sinistri di sempre. Con una campagna elettorale a reti unificate, ossessiva da parte di un uomo solo. Resta da capire se il conglomerato media, confindustria, sindacati (intervenuti con preaccordi sui contratti opportuni in termini di propaganda renziana) visibilmente in accordo col presidente del consiglio saprà reggere alle conseguenze del dopo 4 dicembre. Ma domani, si sa, è un altro giorno per tutti.

redazione, 2 dicembre 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 03 Dicembre 2016 04:20

Vota no, arriveranno le locuste, la borsa crollerà e le banche falliranno

E-mail
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

magotelmaIl segno meno della Borsa di Milano e, ancor più, del titolo Monte dei Paschi non ci coglie certo di sprovvista. Tantomeno la propaganda, prevedibile come una mossa dell’antico giocatore della Roma Andrade (detto “er moviola” non a caso), sul “se voti No a referendum falliscono tutte le banche”. Già il referendum scozzese e quello greco sono stati occasione, da parte di quelle entità che vengono chiamati “i mercati”, non sono di esprimere un’opinione ma anche di fare un po’ di soldi. E’ poi toccato alla Brexit e alle elezioni americane. Adesso è il turno del referendum di Renzi. La democrazia contemporanea è infatti un’occasione di prezzare un po’ di azioni e di obbligazioni, da parte degli attori finanziari globali, durante un periodo di transizione e di indecisione. Ci sarà chi ci guadagnerà e chi ci perderà, naturalmente, ma tra chi ci guadagna non ci saranno di certo le popolazioni. Non a caso all’indomani del referendum sulla Brexit, e degli scossoni di borsa che l’avevano accompagnato, avevamo scritto “la democrazia è ridotta ad essere un momento della necessaria creazione di volatilità per la speculazione finanziaria. Un rapporto tra democrazia e creazione di valore che non va affatto sottovalutato e che non è episodico ma, invece, fa parte della catena di creazione di valore dell’industria finanziaria” (Senza Soste, Brexit chi ha paura di un referendum? http://archivio.senzasoste.it/internazionale/brexit-chi-ha-paura-di-un-referendum-ecco-gli-scenari ).

Ma come funziona questa catena di creazione del valore? Semplice, esattamente al contrario di quello che dicono pubblicamente gli analisti quando affermano: “il mercato ha bisogno di certezze”. A queste frasi ci può credere un Pisapia, grande amico di Deutsche Bank quando era sindaco di Milano, o Grillo quando cerca, da un palco improvvisato come il suo discorso, di rassicurare gli investitori sul futuro dell’Italia. Il mercato, per fare soldi, oggi ha bisogno di incertezza. Ad esempio perché le obbligazioni rendono molto meno che in passato, e quindi ciò che per i grandi investitori era la certezza, ovvero un guadagno assicurato sugli interessi legati alle obbligazioni, va a scemare. Per far soldi, visto che la certezza non rende, il mercato ha bisogno quindi di incertezza. E i referendum, le elezioni in generale possono essere una bella situazione di incertezza, in uno scenario dove le istituzioni, messe proprio a incertezza dall’esito dalle elezioni, rappresentano comunque un significativo volano di investimento. La Gran Bretagna, con la maggior piazza borsistica d’Europa, si spiegava, in questo senso, da sola mentre l’Italia, terzo-quarto mercato obbligazionario al mondo, si spiega anche con il suo ruolo negli equilibri complessivi dell’eurozona. A quel punto in una situazione di incertezza, chi disinveste, o punta contro qualche titolo, ha un comportamento amplificato nei grandi media globali. E un giudizio degli analisti che comunque rafforza l’importanza dell’operazione di disinvestimento, o di scommessa, alla vigilia di una elezione o di un referendum. I risultati, per chi crea valore sulle elezioni democratiche, sono grosso modo tre: un grosso guadagno da posizioni ribassiste, scommettendo contro un titolo o una serie di titoli; un grosso guadagno acquistando, a tempo debito, assicurazioni contro il titolo che sta scendendo; un acquisto di titoli a prezzo scontato, causa crisi, che poi risaliranno dopo la fase di incertezza. Lo abbiamo detto in termini discalici per esser chiari: il valore, nella finanza di oggi, si fa più con l’incertezza, con la volatilità. Se l’incertezza è alta, chi si sa muovere guadagna, grosso modo, attraverso questi sentieri. Questo anche per rovesciare il luogo comune che vuole una politica inefficiente e una società pigra alla base delle crisi finanziarie perché “puniti dai mercati” (una metafora originaria della società disciplinare che ha poco contatto con la realtà).

Il referendum italiano non poteva mancare entro questo schema di produzione di valore, che distrugge beni pubblici e risparmio come altra faccia della medaglia. L’avevamo indicato a settembre in “Ambasciatori americani, agenzie di rating e referendum italiani: la nuova normalità” (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/ambasciatori-americani-agenzie-di-rating-e-referendum-italiani-la-nuova-normalita) dove segnalavamo: “Alle borse non interessa tanto il risultato di un referendum ma saper capire la volatilità dei mercati per estrarre valore”. Già perchè dire, in questa situazione, chi è il candidato delle borse, quello per il quale le piazze finanziarie festeggeranno il 5 dicembre, è un esercizio ideologico. Lo stesso Renzi, dal Financial Times che è il principale quotidiano finanziario del mondo, adottato e mollato (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/clamoroso-il-financial-times-molla-matteo-renzi). Per poi essere di nuovo ripreso alla vigilia del referendum (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/11/27/ft-con-il-no-a-referendum-otto-banche-a-rischio-fallimento_4fcee06e-1ab0-4d25-9db2-20cd30322df3.html ).

Queste posizioni giornalistiche non si spiegano solo sul piano delle differenti firme, e delle differenti diplomazie che fanno diverso effetto in una redazione, presenti in un giornale prestigioso. Ma anche sulla necessità, ed è un ruolo tipico della stampa finanziaria, di dare fiato, o meno, a posizioni di disinvestimento o di acquisione di posizioni assicurative contro un rischio paese. Per cui, il Financial Times si è dedicato a coprire, alternativamente, le posizioni del “Si” e del “No”. E, come si capisce, è un comportamento che guarda alla produzione di valore durante un periodo di incertezza non al risultato di un referendum. Se guardiamo poi a testate come il New York Times, che ha fatto analisi cliniche ma anche ha dato spazio a chi vorrebbe lasciare l’Italia in caso di vittoria del No, o dell’Economist, che si è detto per il No ma oggi è anche espressione della famiglia Agnelli non certo nemica di Renzi, vediamo come esistano posizioni differenziate. Proprio perché, specie nel referendum del 4 dicembre, l’importante è seguire il denaro che si crea nella volatilità di borsa dovuta all’incertezza, processo di messa a valore della democrazia deliberativa, piuttosto che prendere davvero parte ad un voto. Poi, con una seria analisi degli spostamenti di capitale legati al referendum, si avrebbero un sacco di risposte interessanti. Nel frattempo ecco l’immancabile Bloomberg che, sull’Italia, fa uscire un articolo sul ribasso dei titoli bancari, e sulla crisi dei bond sovrani italiani, causa referendum.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-11-28/energy-producers-drag-europe-stocks-lower-after-weekly-advance

Un articolo che spinge chi può movimentare denaro, dal piccolissimo trader al grande fondo pensioni aggressivo alla ricerca disperata di redditività, verso tre direzioni: scommettere contro i titoli bancari italiani, per guadagnare dalla scommessa, acquistare a basso costo titoli bancari oggi per vederli salire domani, scommettere su un rialzo dei tassi di interesse dei bond italiani domani (causa crisi o rialzo tassi federal reserve). Occhi anche ad un aspetto. Quella che Bloomberg chiama crisi di liquidità presente sui mercati. Cosa vuol dire? Altro non è che l’incapacità di poter vendere un’obbligazione per la mancanza di compratori: la causa principale della crisi di liquidità risiede oggi nei tassi di remunerazione negativi o pari a zero, in certi casi anche per le scadenze fino a sette anni, non compensando così nemmeno il tempo in cui si decide di restare investiti. E se la certezza è questa oggi, ben venga l’incertezza nei mercati. Permette, a chi si sa muovere, di predare ricchezza. Prezzando i referendumo o le elezioni. Trasformando la democrazia in occasione di creazione di valore.

Che dire quindi del titolo del Financial Times sul fallimento di MPS, e di altre sette banche, in caso di vittoria del no?

Semplice, più che sul piano della notizia siamo su quello dello spettacolo fatto per la creazione di valore. Quello spettacolo che muove i comportamenti delle borse in modo da generare volatilità. Perché MPS è appesa ad un filo. Ma il referendum, nonostante la stessa MPS attenda il voto come un elemento di chiarificazione politica, con la situazione del monte dei Paschi c’entra poco. Casomai la banca di Siena deve avere un referente politico certo, comunque vada il referendum. Ma il punto qui non è solo che un titolo che perde, come ha fatto MPS, il 99% del valore in dieci anni non può, eventualmente, addossare la responsabilità del naufragio finale ad una consultazione referendaria. Sta, guardando all’oggi, piuttosto nel fatto, che il piano di “salvataggio” di MPS, che prevede un sacrificio economico dei possessori di obbligazioni e un forte investitore esterno (entrambi non proprio all’orizzonte), mostra più problemi di quanti ne sembra risolvere. Speculare in questa situazione prima di una data politicamente incerta, con ribassi degni del ’29, è un gioco da ragazzi. Tanto più che i giochi veri si faranno dopo il referendum, calendario crisi MPS alla mano. Se si guarda alle norme sul bail-in bancario poi, si vedrà come la presenza di un governo legittimato, aggiungiamo purtroppo, possa essere anche irrilevante in caso di precipitazione della crisi. Ma intanto si è fatto un favore a Renzi, a chi specula sui titoli bancari e posta qualche anticipazione su chi farà la voce grossa quando il gioco MPS si farà serio.

Altra questione importante che col voto non ha niente a che vedere ma che mina la situazione delle banche: diversi analisti sostengono come sia vicina, a livello di autorità bancarie sovranazionali, una revisione dei modelli interni di credito delle banche che porterebbe a nuovi buchi di capitale negli istituti di credito italiani; poi c’è l’imminente adozione del principio contabile Ifrs 9, che introduce nuovi modelli statistici di previsione delle perdite su crediti,ed è, anch’essa, sfavorevole alle banche italiane. E tutto ciò rischia di produrre una ulteriore stretta creditizia, in un momento in cui le banche sono il settore meno appetibile per gli investitori globali in genere. Confezioniamo la questione dentro la scatola referendum, mediatizzando così la crisi delle banche, e si avranno effetti in borsa. E sono quelli che contano, a prescindere dal risultato. Con chi vince poi, si farà capire chi comanda.

Ecco come l’Italia, Renzi potrebbe andarne orgoglioso, è entrata nell’uso della democrazia come occasione di produzione di valore. Un nuovo modo di interpretare la speculazione, probabilmente. D’altronde stiamo parlando di un fenomeno, la speculazione, che uno storico broker ha definito “vecchia come le colline”. Ed è un fenomeno vecchio che, dopo aver investito su ogni bene, non poteva non toccare la democrazia. D’altronde basta sapere di cosa stiamo parlando. Jesse Livermore che riuscì ad arricchirsi con il drammatico crack del 1907, quello che dette vita alla Federal Reserve e fu tra le cause della prima guerra mondiale, facendo milioni con il crollo del ’29, aveva una chiara stella polare: “non trasformare mai il capitale speculativo in capitale di investimento”. Oggi il capitale speculativo si muove entro i flussi di notizie globali. L’opinionismo renziano fa di tutto per alimentare l’equivoco che si tratti di capitale di investimento, pronto a scappare dall’Italia se vince il No. Del resto, dove c’è Renzi c’è un tasso così alto di alterazione della realtà che, altrimenti, se fosse inquinamento saremmo tutti morti. Così, a reti unificate, il no viene annunciato come un qualcosa che sta tra l’invasione delle locuste e il fallimento delle banche, i crollo della borsa. Fossimo il mago Otelma, una certa invidia per tutto questo spettacolo la proveremo. Perché, statene certi, almeno a reti unificate, Renzi dirà di averci indovinato. Comunque vada.

redazione, 28 novembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Darsena Europa: un altro rinvio? La Regione vuole vederci chiaro (in ritardo)

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

darsena europa tirrenoSul Tirreno di sabato è uscita, non certo in prima pagina, la notizia che la Regione Toscana sta mettendo in discussione il percorso di Project Financing della Darsena Europa. Un problema da niente, viste le reazioni pari a zero che ha scaturito questa notizia. Questo non ci sorprende visto che tutte le opinioni che un anno fa valutavano l'operazione mediatico-elettorale della Darsena Europa come difficilmente realizzabile in quei termini presentati e il dossier D'Apollonia-Ocean Shipping incompleto rispetto ad alcune analisi sui traffici, sono state sempre volutamente ignorate. Anzi, L'Autorità Portuale arrivò addirittura fare un comunicato contro i "gufi" quando riuscì a farsi dare un mutuo dalla BEI (Banca Europea degli investimenti) che NON riguardava la Darsena Europa.

http://archivio.senzasoste.it/locale/la-bei-e-i-sassolini-di-gallanti

Noi nel febbraio 2015 una domanda seria l'avevamo fatta "Ma chi farebbe il project financing di un progetto pubblico che richiede, tra l’altro, un leverage factor di una sua componente di 1 a 15? Auguri, ci viene da dire".

http://archivio.senzasoste.it/locale/darsena-europa-esiste-davvero-la-pioggia-di-milioni-del-piano-juncker

Quanto all'impaludamento del piano Juncker, che già partiva come riduzione dei fondi per i trasporti e per i porti, bastava leggere un po' di stampa internazionale per accorgersene.

Insomma, sabato scorso si è scoperto che la Regione ci vuole vedere chiaro in quel bando che rischia di essere ancora una volta rimandato. E pensare che su quel bando è un anno e mezzo che si coltiva le aspettative di una città che nel 2017 si troverà ad affrontare la fine di centinaia di ammortizzatori sociali senza che in questo anno e mezzo si sia sentito nemmeno l'odore e l'effetto della pioggia di milioni che doveva risolvere tutto. E naturalmente il governo, questo drammatico 2017 che ci aspetta ha pensato bene di affrontarlo con una misera elemosina di tre mesi aggiuntivi di mobilità, naspi e cassa integrazione per coloro a cui sono scaduti nel 2016, rimangiandosi addirittura l'altra elemosina dei 500 euro una tantum per tutto il 2017 a chi rimaneva senza niente.

D'altra parte, come avevamo ribadito più volte, nessuno studio ha dimostrato che con il raddoppio del canale di Suez le meganavi avrebbero avuto vantaggio a passare per il Mar Tirreno. O meglio, nessuno studio ha dimostrato che una Darsena Europa di quella dimensione e di quel costo avrebbe generato traffici e ricavi per rendere remunerativi i 300 milioni che si chiedono al privato.

Che il porto abbia bisogno di infrastrutture e fondali è chiaro visto dove sta andando il mondo dello shipping, ma ogni opera deve avere un costo e una dimensione che abbiano un senso ed un mercato. Chi un anno fa azzardò a dire questa cosa fu tacciato di essere un gufo, proprio da coloro che ora rischiano di rimandare per l'ennesima volta il bando. La Regione si è svegliata ora? Pensare che Rossi voleva megadarsena e megafondali anche di fronte ai dubbi dell'Autorità Portuale stessa. Ma si sa, produrre discorsi da campagna elettorale e sogni non costa niente. Il problema è che si perde tempo e questa città tempo non ne ha più.

redazione, 27 novembre 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 27 Novembre 2016 16:32

Pagina 1 di 230

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito