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Internazionale

L'era dei robot. Anche l'Onu lancia l'allarme

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L'apertura del nostro giornale cartaceo di settembre, il numero 118, titolava "L'era dei robot". Ieri anche Il Sole 24 ore ha dedicato un articolo all'allarme lanciato dall'Onu, sulla sostituzione dei lavoratori con macchine, che potrebbe portare a un rimpiazzo del 66% del lavoro umano. Riteniamo fondamentale che i compagni e chi in genere si occupa di politica o di sindacato, spenda un po' di riflessioni sull'argomento. Si sta parlando dell'inevitabile prossimo futuro. Ci sarà solo da adeguarsi mentalmente a questa prospettiva e studiare velocemente contromisure per arrivare preparati a concepire il modello che si prospetta nel prossimo futuro (che è già presente come si vede da questa puntata di Presa Diretta):

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10155306008427627&id=51929902626).

A questo link potete trovare un articolo del giugno 2013 del MIT sul tema.

redazione, 19 novembre 2016

***

L'era dei robot

La progressiva sostituzione della manodopera e dell'intelletto umano con la tecnologia (robot ed algoritmi) creerà sempre più disoccupati, creando un cortocircuito fra domanda e offerta di beni e servizi. Il reddito garantito è l'unica via di uscita, oltre a quella di ripensare i sistemi di produzione e di consumo

robot lavoratoriIl capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann pochi mesi fa ha fatto una serie di dichiarazioni che sono un chiaro affresco del presente e del futuro del sistema di produzione capitalistico: “Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone e non verranno rimpiazzate“. Aggiungiamo noi che verranno rimpiazzate dalla tecnologia, in particolare dai robot che fanno ormai lo stesso lavoro, con maggiore velocità e precisione, senza stancarsi e senza protestare e tantomeno scioperare. Aumenteranno semmai i costi di manutenzione, ma anche l'essere umano è soggetto ad assenze e salute cagionevole. Ma il nodo è che il robot costa meno. Ed è proprio questo il punto che Neumann tende a sottolineare: “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10 […]. Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai 5 euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio”. Tutto chiaro e comprensibile. C'è però un problema. Il ciclo del capitalismo si basa su un legame fra produttore (il padrone), lavoratore (colui che riceve il salario) e consumatore (colui che compra i beni prodotti con il proprio salario). Ma l'immissione diffusa di tecnologia e robot rompe questa storica catena e crea un vuoto.

Chi comprerà i beni prodotti dai robot se una larga parte della forza lavoro si ritroverà disoccupata e senza un reddito? Si potrebbe rispondere che se i robot potranno sostituire il lavoro manuale dell'operaio in catena di montaggio oppure la tecnologia sostituire in toto il benzinaio alla pompa di benzina, ci sarà sempre un essere umano a fare la fase di progettazione oppure quella di stoccaggio e distribuzione oltre al fatto che il terziario (servizi e commercio) è in ascesa e compenserà la perdita di manodopera operaia. Purtroppo non è così perchè se è vero che la progettazione, la logistica e il marketing sono tre fasi che sono state molto sviluppate negli ultimi decenni, non bastano a compensare la perdita di posti di lavoro e anche queste sono soggette ad una progressiva tecnologizzazione e informatizzazione da rendere l'utilizzo di personale umano sempre più marginale.

Come è possibile? Lo abbiamo potuto analizzare e dibattere andando alla presentazione del libro del giornalista Riccardo Staglianò “Al posto tuo - Così Web e Robot ci stanno rubando il lavoro” in una iniziativa della libreria Erasmo quest'estate a Livorno. Un dibattito che ha allargato moltissimo il campo della futura disoccupazione tecnologica. Non si è parlato infatti dell'operaio ormai soppiantato dai robot sulle classiche linee di fabbrica, ma di tutta una serie di professioni, compresa quella del giornalista, che saranno soppiantate dal web, algoritmi in grado di scrivere articoli di giornale di senso compiuto (in particolare le analisi sui flussi finanziari), università digitali e robot-medici. Senza considerare il capitolo dei classici Uber, Amazon o Air B&B che se da una parte rappresentano per molti un'opportunità per consumi e servizi a minor costo, dall'altra parte impoveriscono i territori diventando un trasferimento netto di ricchezze dai luoghi dove viviamo e di cui poi possiamo beneficiare indirettamente (attraverso tasse e circolazione di denaro), a paradisi fiscali, megaziende o proprietari immobiliari che di tasse ne pagano meno anche dei pur numerosi evasori locali. Non molti sanno, ad esempio, che il fenomeno AirB&B ha fatto sì che in molte città siano aumentati vertiginosamente gli affitti perché molti proprietari tengono le case vuote a disposizione di turisti o persone di passaggio con cui guadagnano di più e probabilmente evadono meglio. Come ha detto Staglianò: “Con il nostro modo di consumare ci stiamo scavando la fossa da soli”.

Che fare? Non è certo possibile concludere nelle poche battute di un articolo cartaceo un ragionamento di sistema così complesso su sistemi di produzione, redistribuzione e consumo, ma ci è sembrato molto semplice e chiaro un articolo di Giorgio Gattei su Sbilanciamoci.info da titolo “Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti” ed il cui occhiello è comprensibile a tutti noi: “Nell'era della disoccupazione tecnologica, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci”. Ci arriva da un semplice assunto: se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, cioè che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende. È questa la disoccupazione tecnologica. E le parole di Neumann con cui abbiamo iniziato l'articolo ce lo confermano. Il reddito non è dunque niente di rivoluzionario. E’ una misura urgente e necessaria di redistribuzione che favorisce anche il sistema. Per vivere meglio invece servirebbe ripensare il modello di vita e consumi, quello di produzione e la proprietà dei mezzi. Questo sì sarebbe rivoluzionario.

tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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Ultimo aggiornamento Sabato 19 Novembre 2016 15:43

Trump, chi altro?

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trumpCominciamo da noi. Possiamo tranquillamente allinearci tra coloro che non sono per niente stupiti della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. A marzo abbiamo infatti pubblicato una lettura che delineava temi che si faranno sentire ampiamente, ed ossessivamente, nelle analisi a freddo sulla vittoria di Trump. (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/trump-quello-spettro-per-le-sinistre-che-arriva-dall-america). E questo non perché indossiamo le vesti dell’oracolo. Piuttosto, abbiamo visto serie lezioni impartite in casa: in tutta la parabola politica di Berlusconi sono disseminate forti armi concettuali per capire cosa è accaduto in Usa. Certo se ci si ferma a parlare degli scandali di Berlusconi e, oggi, di quelli di Trump non si capisce un granché di quello che è accaduto. Se non che è stato eletta una persona scandalosa. Ma, anche qui, quando il popolo vota per lo scandalo, vuol dire che la regola è, in qualche modo, messa in discussione. Si tratta quindi di leggere i significati profondi di quanto è accaduto. E qui una cosa è certa, la sinistra, specie quella ragionevole, oggi non è minimamente in grado di farlo. A caldo, tenendo conto che di Trump parleremo a lungo, fissiamo un paio di punti. Non dettati dal momento ma di quelli di cui c’è bisogno di tener conto, assieme all’analisi linkata, fin da oggi.

IL DISASTRO PLANETARIO DEI SONDAGGI

Ci sono state elezioni Usa in cui i clip televisivi sono stati al centro dell’attenzione. Altre sono state determinate dai dibattiti in diretta. Altre ancora dall’ascesa di youtube e facebook. L’ultima, quella prima dell’elezione di Trump, dall’analisi dei big data e del sentiment elettorale. Questa elezione è stata invece dominata da uno strumento antichissimo, usato dagli anni ‘30: i sondaggi. Bisogna però intendersi su una cosa: il disastro dei sondaggi non è stato quello della mancate previsioni (anche se i principali network americani hanno giurato e spergiurato di avere i numeri “certi” della vittoria della Clinton). Ma quello dell’uso dei sondaggi, a reti globali unificate, per orientare la vittoria della Clinton. Possiamo dire che quest’uso, politico, dei sondaggi ha clamorosamente fallito. Un uso globale visto che il mainstream inglese, francese e tedesco ha sostanzialmente recepito le indicazioni di quello americano. Primato all’agenda setting della Clinton, alle parole d’ordine di “Hillary”, agli scandali di Trump piuttosto che a quelli della Fondazione Clinton, ampia diffusione di panico con notizie fantasiose di possibili attacchi di hacker russi il giorno delle elezioni etc.

Il mainstream globale, con l’arma contundente dei sondaggi alla mano, salvo lodevoli eccezioni, ha spinto politicamente per “Hillary”. Per il panico che si fa voto per un candidato contro un altro. E ha perso. In questo scenario, i media italiani si sono distinti per, diciamo, eccesso di colonizzazione. Per mesi hanno semplicemente scartato, se non nei giorni in cui anche la CNN dubitava di quello che stava facendo, le notizie che potevano far capire una possibile vittoria di Trump. Se si aggiunge il fatto che, nel nostro paese, va in onda ormai Renzi a reti unificate, si capisce quanto da noi l’informazione sia attendibile. Molti in Italia si sono sorpresi della vittoria di Trump. Semplice, erano stati chiusi in un mondo informativo a parte, dove non esistevano che la “vittoria certa” o la “rimonta” della Clinton. In termini più tecnici, da teoria della comunicazione, in questa potenza di fuoco globale, per fare effetto sull’elettore americano, sono fallite le tattiche più elementari.

L’effetto siringa (immettere intensivamente contenuti per far in modo che l’elettorato risponda meccanicamente) e quello dell’opinion leader (identificare dei target di elettori in grado di convincere le cerchie dei propri parenti e conoscenti). Con la potenza comunicativa messa in campo la vittoria della Clinton, in un uso politico dei sondaggi, avrebbe dovuto essere netta. Ma non basta occupare i principali canali planetari per vincere un’elezione esiste anche il mondo reale. Allo stesso tempo, da quest’estate abbiamo seguito sondaggi meno citati. Ad esempio, quel Los Angeles Times, testata californiana di grande importanza che oltretutto ha fatto l’endorsement per la Clinton, da agosto non ha mai pubblicato dei sondaggi diversi da una vittoria di Trump. Ma si tratta di eccezioni: il punto è che sulla Clinton ha scommesso una rete di relazioni globali (mediatica, finanziaria, militare) che ha usato la comunicazione come arma di guerra per imporsi. E ha perso. Ora è il momento della retromarcia. Bloomberg TV, testata televisiva della agenzia omonima di informazione finanziaria, adesso parla di vittoria di Trump come “sbalorditivo colpo di scena” cerca di salvare il senso della propria propaganda a favore della Clinton. Mimando un colpo di scena mentre le previsioni di voto erano, in realtà, diverse. Per dirne una, mentre dagli Usa a Roma, si parlava, di “Hillary in rimonta” nei sondaggi delle ultime ore, degli ultimi tre sondaggi usciti a urne chiuse due davano vincente Trump. Si è preso un gruppo di sondaggi favorevoli alla candidata, li si è pompati su scala globale, e si è trascurato quelli “inutili”. Nella speranza di convincere gli indecisi a votare il favorito, creando un muro di informazione vasto quanto il pianeta. E’ finita in un disastro planetario.

LA GLOBALIZZAZIONE NON E’ MAGGIORITARIA NEGLI USA

Se andiamo ad una prima analisi del voto, in attesa della stabilizzazione dei dati ufficiali, vediamo come, in fondo, il distacco complessivo tra la Clinton e Trump stia tra gli ottanta centesimi di punto e il punto e mezzo.

Eppure questo scarto ci fa affermare che la globalizzazione, il tipo di liberismo di cui la Clinton era portavoce in questa elezione, non ha una base sociale maggioritaria. E proprio negli Usa, il paese piattaforma della globalizzazione liberista. Questo non stupisce per tre motivi: il primo è che la globalizzazione è, per natura, apolide, tende a non avere o non privilegiare basi nazionali. Fino a perdere anche quelle americane. Il secondo è che la reazione agli effetti della globalizzazione, dopo un quarto di secolo di profonde mutazioni nel paese, è più forte rispetto al consenso nei confronti delle politiche “global”. Qui basta vedere la cartina del voto delle presidenziali: nelle città nodo del sistema mondo della globalizzazione (da Los Angeles a Chicago a New York) ha vinto la Clinton. Nell’America profonda, e in quella travolta dalla deindustrializzazione ha vinto Trump. Il resto, l’astensione, non si è sentita in dovere di mobilitarsi per la Clinton nonostante, come abbiamo visto, l’intensiva campagna di panico dei grandi media americani nei confronti di Trump. E’ un dato politicamente serissimo, specie se sommato al recente voto dell’altra piattaforma dalla quale è partita la globalizzazione per come la conosciamo: quello che ha espresso “Brexit” nel proprio giudizio. Il terzo punto, che conosciamo bene dalla storia economica del ‘900, è che è naturale che, dopo una fase di globalizzazione (la nostra non è la prima e non sarà l’ultima) ci siano delle tendenze protezionistiche. Trump, almeno simbolicamente, incarna proprio queste tendenze. Non a caso, quindi ha vinto: è il momento in cui il pendolo della storia oscilla in modo diverso dal recente passato.

Tutto questo porterà ad una ridefinizione dei rapporti più controversi del mondo contemporaneo ovvero quelli Usa-Cina? Sono rapporti che vedono la Cina essere la fabbrica d’America e, allo stesso, tempo con i suoi profitti anche essere il maggior finanziatore del debito americano. Mentre gli Usa esternalizzano produzioni in Cina e i cinesi in Usa, i titoli cinesi di grande valore si quotano a Wall Street (Alibaba). E il tasso di cambio tra la moneta cinese e quella americana è sia il grande elemento di equilibrio, che di possibile grande squilibrio, di questa complessa architettura economica, tecnologica e finanziaria. La battaglia di Trump contro la Cina è datata ben prima della sua candidatura. Vedremo cosa accadrà oggi, che Trump è presidente, che la maggioranza delle camere è repubblicana, e che la globalizzazione non è più socialmente maggioritaria negli Usa. Questo è il punto decisivo per capire i prossimi anni, anche nel riflesso di cosa può accadere in Europa. Ancor di più di quanto accade in medio oriente o in Ucraina o all’euro. Perchè i rapporti Usa-Cina sono la spina dorsale tecnologica, finanziaria, economia del pianeta odierno.Il resto, anche se importante, segue.

Due parole, questione da non trascurare, sulle borse. Adesso è il momento della grande volatilità. Dove tante posizioni di pura speculazione, visto che le elezioni sono anche una grande festa delle scommesse di corto respiro, trovano sfogo. Poi ci saranno le cose serie. Bisognerà capire quanto, e come, Trump sfrutterà questa base maggioritaria anti-globalizzazione, e già gli analisti sono pronti a prezzare quali industrie americane potrebbero essere beneficate da tutto questo. Bisognerà capire quale sarà (se ci sarà) la politica fiscale di Trump. Analisti, di impostazione repubblicana, ad esempio temono che Trump faccia l’errore di Reagan, che fece una forte riduzione fiscale ma, puntando troppo sul complesso militare-industriale come elemento dello sviluppo, elevò il debito pubblico grazie anche alla grande finanziariazzione emergente dell’epoca. E’ vero che Trump punta alla riduzione del complesso militare, per liberare risorse economiche, ma dalle parole della campagna elettorale ai fatti, specie se i problemi sono un universo, c’è differenza. Anche questo tema peserà molto nel comportamento di Wall Street. Ma, soprattutto, peserà la vicenda del mandato di uno dei reali governatori dell’economia mondiale: Janet Yellen. Visto che sono le banche centrali, in concorso, a tenere in piedi la finanza globale. A febbraio 2018 il mandato della Yellen, scade. In campagna elettorale Trump ha detto più volte di volerla licenziare. Vedremo se userà la spinta maggioritaria antiglobalizzazione per farlo, se sarà in grado di fare una politica protezionistica imponendo un proprio governare della Federal Reserve, oppure, più semplicemente, verrà a miti consigli con Wall Street. Da tutto questo ne deriveranno le politiche sociali della presidenza Trump, sicuramente. Un’ultima cosa da evidenziare. In molti, ingegneri e urbanisti, hanno sottolineato come il famoso muro con il Messico, propagandato da Trump durante la campagna elettorale sia una soluzione impraticabile. Oltre 2000 chilometri di muro, anche in tratti inaccessibili del deserto, sono più che altro un’opera dell’immaginazione da propaganda. Come andrà a finire? Semplice, ci sono buone possibilità che Trump continui le poltiche di Obama che, solo a settembre (fonte Financial Times), finanziava con 75 milioni di dollari il governo messicano per potenziare la propria rete di respingimento migranti. Ma questo non diciamolo troppo forte ai liberal di casa nostra convinti che Obama e la Clinton stessero dalla parte dei diritti civili.

Di sicuro la Clinton rappresentava la continuità con la spietata globalizzazione liberale dell’ultimo quarto di secolo. Quella apertasi con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. E così, un altro 9 novembre marca un altra tappa della storia: incerta, inquieta, aperta, piena di pericoli e di possibili tragedie. Ma la storia, come aveva capito qualcuno che ne interpretava la fase rivoluzionaria, non è un pranzo di gala. E, di sicuro, non sarà la platea per il pranzo presidenziale di Hillary Clinton.

redazione, 9 novembre 2016

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Spread alto causa no al referendum? Ci può credere giusto l’Unità

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L’Italia è un paese divertente e, allo stesso tempo, scontato. Come lo sono i rumori sul “no” al referendum che provocherebbe un rialzo dello spread tra bond italiani e bund tedeschi in modo tale da allargare il debito pubblico.

angeli noSono di queste ore i primi rumori, di agenzia di stampa e di servizi tv, che suggeriscono, quando non impongono, la lettura di un “no” che favorirebbe la turbolenza dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico, lo sfascio del paese. Rumors divertenti, persino esilaranti, ma sicuramente scontati. Come lo erano dai tempi del referendum scozzese prima, e della Brexit poi: la borsa entra sempre tra gli argomenti del voto. Certo, rispetto ai referendum britannici, c’è quel pizzico di folkore nazional-popolare che rende tutto più divertente. Ad esempio c’è un cortocircuito interessante nella propaganda del “Si”: se i mercati davvero temono una vittoria del “No” allora vuol dire che, nonostante i proclami e i presunti sondaggi bomba, Renzi non riesce davvero a rimontare.

Il debito pubblico renziano. Ma lasciamo perdere le speculazioni e andiamo alla realtà, sempre trascurata in questi casi. Prima di tutto parliamo di debito pubblico. Se aumenta non è grazie al “no” ma grazie a Renzi. A maggio, stime Bankitalia, è stato raggiunto il picco del debito pubblico: 2.241,8 miliardi. Poi si può dire che la creatività contabile renziana ha raggiunto nuovi livelli per cui questo debito, in documenti ufficiali del governo, è stato, come dire, ripensato lllocando alcune passività tra le attività etc. Resta però il dato: in oltre due anni di renzismo reale l’Italia è cresciuta di pochissimo, pochi decimali di Pil e di ancora meno in termini di produttività, ed il debito è aumentato toccando il record in primavera. Lasciamo i Tg e la stampa, e i social media, a impiccarsi sui decimali, ma la sostanza è quella. Imputare la crescita del debito al referendum, e al prevalere dei no, è come sostenere che il terremoto nel centro italia è causato dal crescere del sentiment negativo su Facebook degli abitanti di quelle zone. Anche perché il debito, negli anni più recenti, è stato tenuto a bada dalle politiche di intervento della Bce che hanno provocato un ribasso dei tassi di interesse sui bond italiani. Prima con politiche tipo LTRO, che hanno permesso alle banche italiane di acquistare bond nazionali, poi con il QE, politica che ha permesso l’acquisto diretto di bond italiani da parte della Bce. E’ evidente però che la Bce non può acquistare debiti all’infinito, pena l’esplosione di bolle da asset, il rigonfiarsi eccessivo del bilancio della banca centrale e persino una sua dipendenza dal capitale di rischio. Ecco, nelle difficoltà delle Bce, una delle cause delle fibrillazioni della borsa italiana, fibrillazioni che riguardano anche le banche che questi bond, oltretutto, detengono.

Il nodo BCE. Come si vede il “si” e il “no” con gli spread non c’entrano nulla, se andiamo ad analizzare un po’ piu’ nel profondo, i problemi sono altri: debito pubblico alto nonostante la propaganda renziana, impossibilità di continuare all’infinito le politiche di acquisto dei titoli da parte della Bce (Banca Centrale Europea), crisi delle banche italiane che detengono bond nazionali. Certo, in queste cause strutturali la speculazione e la guerra finanziaria, la capacità di predare risorse liquide da paesi in difficoltà, possono dire la loro. Basta vedere il rapporto, nel 2011, tra vendita di bond italiani da parte di Deutsche Bank, outlook negativo da parte delle agenzie di rating e aumento dello spread (che ha oltrepassato più volte quota 500, oltre cinque punti di interesse sul bond che sono un’enormità).

Bisogna insistere però sul fatto che le previsioni, negative, sui bond italiani sono tutte questioni legate alle politiche della Bce. Ancora in primavera i titoli italiani attiravano l’interesse degli investitori a caccia di rendimento perché rendevano più di quelli dei paesi core dell’eurozona (la curva dei rendimenti italiana non arriverà mai sottozero come era arrivata quella tedesca) e promettevano capital gain (guadagno in conto capitale, originato dalla differenza fra prezzo d'acquisto e prezzo di vendita) notevoli con il restringimento dello spread (che faceva somigliare i bond italiani ai tedeschi rendendoli appetibili sul mercato) . La quantità di Btpin circolazione era destinata a rimanereabbondante nonostante i grandi acquisti della Bce, essendo l’Italia superindebitata. Ed è stato quest’ultimo punto un qualcosa davvero a favoredell’Italia in un mercato internazionale dei bond scosso dal’incertezza. Piu’ debito piu’ certezza che gli investitori, attirati dalla garanzia Bce, intervenissero da ogni parte del globo. La rete di sicurezza coì creata attorno al Btp future, un bond pluridecennale con cedola semestrale, dava inoltre, nella possibilità di vendere bond, una marcia in più all’Italia su Spagna e Portogallo, che hanno i limiti dei piccoli mercati. Insomma: grande debito nazionale, grande mercato dei bond italiani con vantaggi per stato e investitori, finchè la Bce dava sicurezze e soldi, tutto si teneva ampiamente in equilibrio. Almeno fino a metà estate.

Spread e titoli italiani. Arriva poi qualche segnale dai mercati: nei giorni scorsi proprio la “marcia in piu’” del finanziamento dello stato italiano, i Btp future, comincia a fare retromarcia. Milano Finanza titola “brusca ondata ribassista sui Btp future”. E’ il segno che i titoli pubblici italiani, per cause che con il referendum non c’entrano nulla, comiciano ad andare male. Segno serio, durante l’anno di crisi 2011, quello che portò Monti a Palazzo Chigi con Fornero al seguito, proprio i Btp future toccarono picchi speculativi tra luglio e settembre. C’è poi un fattore più tecnico: la Bce per cominciare ad acquistare titoli tedeschi, come da programma di acquisto di Draghi, aveva bisogno di un piccolo rialzo nel rendimento di questi ultimi. Guarda caso, questo rialzo è arrivato e ha spinto, di conseguenza, un pò più in alto gli interessi dei titoli italiani (e spagnoli) aumentando gli spread. Come si vede anche in questo caso Renzi, Brunetta o Grillo non c’entrano nulla. C’entra il comportamento della Banca centrale, vero dominus dell’andamento dei titoli pubblici altro che referendum. C’entrano le necessità di Berlino, di farsi comprare un po’ di debito pubblico da Francoforte (Bce). Anzi, se dobbiamo dirla tutta, in ottica di austerità liberista è più Renzi a preoccupare di altri soggetti dalla parte del “no” (come Monti). Visto che la possibile sconfessione del fiscal compact, minacciata da Renzi e dal suo ministro Calenda, può comportare aumenti dello spread sui mercati.

I fatto internazionali. Ci sono poi fattori internazionali da considerare. Ma non ci riferiamo alle elezioni americane, e nemmeno tanto alla trattativa sulla Brexit, ma a due questioni legate ai tassi di interesse. Se la Federal Reserve aumenta i tassi in dicembre e la Bce riduce, in primavera, i programmi di acquisto titoli è evidente che lo spread tra bond italiano e btp puo’ salire. Fino a creare previsioni seriamente negative per il debito pubblico. A prescindere da cosa accade a dicembre. Perchè sono le politiche monetarie delle banche centrali a fare le politiche di bilancio e a fare le crisi. Oltretutto, siccome le banche centrali non sono onnipotenti è chiaro che, qualche volta, le crisi gli scoppiano pure in mano. Tutto questo, che l’aumento dello spread sia moderato, come oggi, o eccessivo, come cinque anni fa, ha pochissimo a che vedere con il teatrino della politica italiana. Diciamo che, di sicuro, ha a vedere più con equilibri di bilancio del Bce, con la sua esposizione presso imprese e banche, con le ondate speculative. Certo, queste ultime possono manifestarsi con il referendum, come con le elezioni americane. Anche con giochetti banali come accaduto in Gran Bretagna. Quando la notizia falsa della vittoria del Remain ha generato qualche guadagno serio e qualche perdita altrettanto seria. Ma un punto è fermo: che ci sia quindi un rapporto tra “no” e spread sono quindi cose alle quali può credere giusto l’Unità. Oggi ridotta a giornale del tetragono renzismo reale nella cui redazione la propaganda, quella un tanto al chilo, non va certo in astinenza

redazione, 3 novembre 2016

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Clamoroso: il Financial Times molla Matteo Renzi

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Renzi financial timesAll’inizio furono i buoni uffici di Davide Serra, fondo Algebris e tessera PD, il finanziere che è stato ripagato con un inside trading che ha permesso di guadagnare sul rialzo delle popolari dopo un decreto e sul crollo di Mps dopo una serie di misure interne.

Renzi andava bene sul Financial Times: prometteva di fare la sponda liberista a Cameron, un approdo italiano per i capitali in cerca di affari e di essere un bastione contro l’austerità tedesca (quella che, nella lettura angloamericana della crisi impedisce la proliferazione dei capitali).Insomma, un’Italia dove la città tipo è molto più simile a Manchester che a Pescara. Una apertura di credito, da parte del quotidiano finanziario londinese, di proprietà giapponese, nella speranza di una rottura definitiva con i rigidi assetti di quel blocco di potere che (dalle grandi opere al management bancario, all’amministrazione dello stato, al ceto politico) visto come un’impedimento per un compiuto sbocco della globalizzazione in Italia.

In effetti Matteo, per compiacere quel mondo, di diplomazia ne ha messa tanta. Solo che il renzismo è un veloce movimento di parole, un compulsivo movimento di poteri quanto un immobile movimento politico. Tutta l’innovazione politico-finanziaria si è concretizzata nella richiesta di “flessibilità” a Bruxelles, qualche miliardata di sforamento del deficit per tirare a campare e Cameron, a suo tempo, è stato lasciato solo come uno Tsipras qualsiasi. La polpa che interessa alla City (dalle opere pubbliche, alle partecipate, alla spesa sanitaria) è rimasta o virtuale (vedi la vicenda della spending review) o in mano ai soliti soggetti. Per non parlare delle banche e dei tentativi, che alla City parranno davvero demode’, di mantenere i Patuelli (in oggetto ex segretario del PLI oggi presidente delle banche italiane) o i Profumo al timone degli istituti bancari.

Alla City piace un’Italia spartita tra grossi fondi di investimento non tra reduci di cene con Carrai e la Boschi. Eppure a capodanno 2015, dopo una decina di mesi di avventure del guitto di Rignano, Tony Barber, uno degli editorialisti più importanti del Financial Times tuonava convinto: “Renzi è l’ultima speranza per l’Italia”. Per non parlare del corsivo del Financial Times, sempre di Tony Barber, che campeggia sulle pagine del comitato del Si da luglio: “La salvezza dell’unione monetaria dipende dall’esito del referendum costituzionale italiano”. Insomma, sembrava tutto vero, specie se visto da un’Italia a reti unificate (grave problema democratico minimamente non affrontato) dove parla solo Renzi: da Matteo dipendono i destini dell’Italia e dell’Europa. Nemmeno De Gasperi aveva avuto tanta buona stampa nella City.

Ma, nel mondo finanziario di oggi, la regola è la volatilità e questo vale anche per la politica. Passano infatto solo quattro mesi e il salvatore dell’Italia e dell’Europa viene rappresentato dallo stesso Tony Barber, sempre sul Financial Times, come l’architetto di riforme costituzionali che “sono un ponte verso il nulla”!!! Da non credere se non fosse tutto vero. Barber punta il dito contro l’assetto dell’amministrazione pubblica, visto come simile a un mandarinato (impermeabile quindi alla City), l’apertura a Berlusconi sul ponte di Messina (conferma di un assetto di potere nelle opere pubbliche anch’esso impermeabile alla City) e intravede più rischiosa, per l’Italia, la crisi bancaria che il no al referendum (la verità, seppure rivelata con tardivo interesse). Oggi persino la vittoria di Renzi pare indigesta al quotidiano anglo-giapponese e all’editorialista che, ancora poche settimane fa, incoronava come novello Giovanni Sobieski (il salvatore dell’Europa dai turchi durante l’assedio di Vienna) proprio il presidente del consiglio italiano. Tony Barber, con la disinvoltura di un Alfano qualsiasi, oggi conclude infatti l’editoriale dicendo che una vittoria del “si” sarebbe un qualcosa di folle che salverebbe gli interessi tattici di Renzi e non quelli del paese.

E’ evidente che non c’è più un grosso fondo che crede, dal punto di vista strategico in Renzi, alla vigilia di tante mutazioni in Europa. E ricordiamo, se l’aumento dei tassi della Fed in dicembre avviene (il presidente della Fed di Chicago lo da come certo) e innesca una dinamica di rialzo dei bond italiani ci sarà da ballare parecchio, sul fronte del debito pubblico. Un ballo che, comunque vada, il Financial Times non vorrebbe fare con Matteo Renzi. Alla notizia è stata messa, ovviamente, la sordina. Al contrario se Tony Barber avesse finito di incoronare Renzi avremo visto la scena sulle consuete reti unificate. La saldatura Renzi-Mediaset-Rai non pare preoccupare un granchè. Auguri comunque a tutti loro visto lo scenario.

redazione

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Ottobre 2016 13:23

L'Europa si specchia nell'abisso di Deutsche Bank

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green abyssLa nostra testata si occupa di Deutsche Bank da oltre cinque anni, qui un articolo del luglio 2011 "Ufficiale, la Deutsche Bank scommette per aggravare il debito pubblico italiano che preannunciava il rapporto tra la banca tedesca e l’attacco al debito sovrano del nostro paese, e ha seguito nel tempo diverse sue evoluzioni.

Non ci possiamo certo stupire di quanto sta accadendo, l’ennesimo cedimento del titolo dell’istituto tedesco che manda in flessione le borse europee, piuttosto possiamo registrare il fatto che la vicenda Deutsche Bank ha due tipi di soluzione. Entrambe legate a due fattori sistemici: la crisi delle banche europee, la crisi, più globale, della creazione di valore negli istituti bancari. Significativamente, proprio nelle ore in cui Deutsche Bank perdeva ulteriore quota, andando sotto i dieci euro per azione, l’edizione digitale di Die Welt rimarcava come stesse crecendo in Europa il settore dello shadow banking. Ovvero quel settore finanziario che, facendo servizi bancari (fidejussioni, assicurazioni, mutui, money market funding per limitare l’esposizione al rischio, finanziamento a opere per infrastrutture e diverse attività di rischio come i famigerati repo) toglie spazio al settore bancario tradizionale già eroso dai tassi bassi e dalle evoluzioni tecnologiche del banking. Die Welt segnalava infatti come un fatto ormai ineludibile (del resto negli anni ’90 lo shadow banking “pesava” per 9 trilioni di credito nell’eurozona oggi quasi 25 nonostante la crisi del 2008): è sempre maggiore il peso dell’intermedizione finanziaria che sfugge alle autorità di regolazione continentale. Per questo la crisi di Deutsche Bank, che è stata stimata possedere il 10 per cento dei titoli tossici del pianeta, è ancora più forte.

Crisi delle banche europe, della produzione di valore bancario e concorrenza di nuovi soggetti, oltre alle tecnologie che sono destinata a produrre ulteriori mutazione nel settore, portano istituti come Deutsche Bank sull’orlo della crisi annunciata. Anche se, loro volta le banche dell’Eurozona hanno esposizioni dirette nei confronti settore shadow banking per almeno l’8 per cento dei loro bilanci questo intreccio sembra, per loro, funzionare solo in negativo. Il settore istituzionale decresce e il settore bancario ombra cresce. Lo registravamo già nel 2012: “grande malato di questa crisi è il settore bancario. Il quale lo è sia nella sua cornice nota e istituzionale che nei suoi rapporti con lo shadow banking” (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/sopra-quale-bomba-bancaria-ci-ha-fatto-accomodare-mario-monti).

Da allora, nonostante ulteriori pesanti interventi della Bce, niente è migliorato. E Deutsche Bank, sopravvissuta alla crisi del 2008 con pesanti interventi della Repubblica Federale, ha continuato a produrre effetti negativi nel sistema bancario europeo, in quello finanziario e, in definitiva, in tutta la società continentale viste le severe politiche di bilancio imposte dal suo salvataggio (e pagate, in maniera diversa, da tutti gli stati). E’ presto, naturalmente, per dire se l’ultima oscillazione del titolo, che ha affossato le borse europee, sia in grado di creare choc sistemici. Di sicuro sono vere almento tre cose: 1) in una situazione del genere qualcuno fa un po’ di guerra finanziaria, giocando su ribassi e rialzi, per guadagnare qualcosa (e con l’esplosione del trading automatico e dell’High-Finance Trading questo qualcuno ha armi sofisticate) 2) effettivamente Deutsche Bank è una bomba che potrebbe scappare di mano a chi la detiene 3) la banca potrebbe essere salvata ridimensionandola. Questo vorrebbe dire che la Germania rinuncerebbe al investimenti di rischio? Non scherziamo: una parte considerevole degli asset dello shadow banking, il settore che cresce a detrimento di soggetti come Deutsche Bank, sono locati tra paesi alleati di Berlino (Olanda, Lussemburgo) o direttamente in Germania. Un ridimensionamento di Deutsche Bank rappresenterebbe solo una differenziazione del rischio sistemico. Oltre ad un bel bagno di sangue risparmiatori e imprese, di fatto del continente, contribuendo a contrarre il già esangue Pil europeo.

german deutscheMa veniano a un po’ di fatti. Il primo è che il titolo Deutsche Bank, di importanza sistemica, ha perso il 58 per cento del suo valore da inizio anno (fonte Handelsblatt). E, si badi bene non stiamo parlando di un titolo qualsiasi ma di questo. Si guardi la sproporzione tra il pil tedesco e il volume dell’esposizione in derivati di Deutsche Bank

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E’ comprensibile che le oscillazioni del titolo Deutsche Bank possano far tremare le borse. E anche Berlino, considerando che in Germania Deutsche Bank non è certo la sola, anche se è la più grossa, ad aver prodotto montagne di esposizioni in derivati. In più in questi giorni, un gruppo di hedge fund, fondi di investimenti aggressivi e importanti, ha lasciato Deutsche Bank, e i suoi servizi finanziari, considerandola indebolita e fuori mercato. Si capisce che, a parte le notizie gonfiate per favorire la guerra finanziaria e guadagnare speculando a breve, il problema strutturale esiste e si riverbera in tempo reale nei mercati globali. Due sono le interpretazioni dell’attuale momento (caduta del titolo da inizio anno e fuga di Hedge Fund). La prima è che Deutsche Bank ha maggiori riserve di liquidità che nel 2007, all’epoca del grande scossone sistemico del periodo, che ha una liquidity coverage ratio (liquidità da far intervenire in condizioni di stress finanziario) in linea con quanto richiesto dagli accordi Basilea III per prevenire le crisi sistemiche. Per questo, lo stesso Credit Suisse ritiene sovrastimato l’allarme di questi giorni. Questo non significa che in Germania non si vogliano vedere i problemi di Deutsche Bank: la Süddeutsche Zeitung ha parlato chiaramente di banca che deve diventare meno globale, meno globalmente sistemica, e più tedesca. In una operazione di ridimensionamento, e di salvataggio, che la riporti sotto il controllo tedesco e non in balia dei mercati globali. Operazione difficile, specie in un mondo finanziario dove le stesse banche centrali sono trascinate dai mercati, ma comprensibile.

Poi c’è la seconda interpretazione del fenomeno. Quellla che stima la liquidità di Deutsche Bank di almento 70 miliardi di euro al di sotto delle dichiarazioni ufficiali e che afferma che la liquidity coverage ratio può coprire le situazioni di stress per un mese. Dopo, in una situazione dove il titolo Deutsche Bank ha perso quasi il sessanta per cento di valore in un anno e quindi entro una dimensione permanente di perdite, comincerebbero problemi seri. Ma per chi? Semplice, come ha detto la stessa Goldman Sachs, Deutsche Bank sta al centro dell’intero sistema bancario europeo. Una seria, evenutale crisi tedesca si rovescerebbe su tutto il continente. Tra le stime che vedono una liquidità adatta a superare la crisi e quelle che affermano il contario, si capisce, c’è una bella differenza. In ogni caso cambierà il rapporto tra sistema bancario e shadow banking, e lo stesso ruolo dei bilanci pubblici. Ampiamente sinistrati, con cascate di tagli in tutta Europa, dalla crisi del 2008. Per non parlare della geopolitica: gli Usa che hanno multato di 14 miliardi Deutsche Bank hanno fatto sentire il loro peso polito nella crisi e la stessa Turchia, come ammesso da stampa tedesca mainstream, si sta facendo vedere per dira la sua nel salvataggio di Deutsche Bank.

L’Europa si specchia, in ogni caso, nella crisi di Deutsche Bank come quella di una barocca inutile, cattedrale bancaria e finanziaria. Dove le somme, vertiginose e inimmaginabili, non servono che ad alimentare bolle, depressione economica e tagli ai servizi. E’ un prezzo da pagare alle divinità della moneta, del cui culto il continente non è ancora sazio.

Nella tragedia non manca naturalmente la farsa. Il governo italiano e i suoi, arruolatissimi, opinion-maker attendono buone nuove da Berlino. Ovvero che la crisi di Deutsche Bank permetta, di riflesso sulle misure eventualmente prese dal governo federale, di salvare la compagnia di giro del “management” delle banche italiane con un bell’assegno pagato dai cittadini di questo paese. Non c’è nessuna strategia per il futuro, di un mondo bancario completamente mutato dall’inizio del secolo, nel governo Renzi. Far pagare, proprio in senso materiale, a tutti noi. Al limite un paese, in un’ottica di ristrutturazione e innovazione, ci potrebbe anche stare. Ma l’unica innovazione che conosce il governo Renzi è quella in materia di cazzate da raccontare a reti unificate. Capiremo alle prossime puntate se anche il guitto di Rignano sarà travolto o meno da delle ristrutturazioni che, in un senso o in un altro, non sono, classicamente, questione di “se” ma solo di “quando”.

redazione, 30 settembre 2016

PS. dopo la composizione del nostro articolo, il titolo Deutsche Bank è stato colpito da un deciso rialzo. Un bell'effetto notizia, quello della possibile riduzione della multa a DB da parte del governo americano, che ha già lavorato in altri momenti speculativi. Come durante il referendum Brexit con qualche anticipazione, poi falsa, ma sicuramente "mirata" ad alzare un po' di titoli per qualche ora. Nell'epoca dell'High-Finance Trading, dove si guadagna su oscillazioni di valore dei titoli nell'ordine di qualche millisecondo, qualche ora di rialzi puo' rappresentare una fortuna. Basta non "godersi" poi qualche ora di ribasso. Nel frattempo il problemi strutturali di Deutsche Bank restano tutti. Compreso, come abbiamo già evidenziato nell'articolo, il fatto di essere sotto attacco finanziario.

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 01 Ottobre 2016 16:07

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