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EDITORIALI

Ap…profitti ospedalieri: danni, costi e storture del project financing

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Pubblichiamo l'articolo di apertura del Senza Soste cartaceo n.117 attualmente in distribuzione. Lo facciamo a seguito delle polemiche riapertesi sulla questione nuovo ospedale, project financing e corruzione in seguito all'arresto di Saverio Guerrato, imprenditore edile a capo dell'azienda che avrebbe vinto la preselezione per la costruzione del nuovo ospedale di Livorno. Come abbiamo detto più volte, noi non facciamo cronaca e non partiamo dalla cronaca per spiegare i sistemi e le scelte politiche. Certo, le grandi opere in Italia sono sempre state sinonimo di corruzione e criminalità organizzata, basta vedere il Tav ad esempio, ma un'opera deve essere innazitutto combattuta o sostenuta per la propria utilità/inutilità pubblica, la propria convenienza/non convenienza nel rapprto fra costi e benefici e per il proprio impatto su salute e ambiente. Proprio per questo nel giorno delle polemiche sulla corruzione legata al nuovo ospedale, noi rilanciamo con questo articolo che Daniele Rovai, autore nel 2013 del libro-inchiesta “La nuova sanità toscana – I 4 nuovi ospedali toscani e la legge truffa del project financing" che ci racconta di tutti i danni, i cambiamenti, i costi e le storture che gli ospedali toscani in project financing hanno portato. Buona lettura. redazione, 5 agosto 2016

vedi anche

Opere, servizi e soldi pubblici in mano alle cordate di potere e alla corruzione. Ma Il Tirreno cerca di sminuire

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Ap…profitti ospedalieri

La Regione Toscana continua a spingere per la costruzione di un nuovo ospedale a Livorno e nega i finanziamenti per la ristrutturazione di quello di viale Alfieri. Ma nei nuovi ospedali costruiti con il project financing non tutto sembra andare per il verso giusto: come a Lucca, dove vengono pagati al concessionario 72.000 pasti all’anno a fronte dei 49.700 necessari

salute euroNel 2003 la Regione Toscana decide di realizzare 4 nuovi ospedali. Da qualche anno, partendo da uno studio dell’oncologo Umberto Veronesi (nel 2000 ministro della Salute), l’idea del sistema di accoglienza ospedaliera è radicalmente cambiata. Fine dell’ospedale come unico momento di cura (sia che si tratti di un mal di pancia o di un’operazione al cuore), valorizzazione del territorio con strutture alternative che si occupino delle malattie croniche e realizzazione di strutture ospedaliere che trattano solo le patologie acute e non croniche, ospedali all’avanguardia tecnologica dove si sta il tempo necessario per risolvere il problema, per poi essere trasferiti per la convalescenza su strutture periferiche.

Ospedali per acuti, questa la loro definizione. Fine dei reparti come li conosciamo, fine del primario che controlla il suo reparto. Adesso ci sono i settings e un tutor si prende cura del paziente, chiamando il consulente (dottore, primario) più adatto a fornire una diagnosi. Infermieri con maggiori responsabilità ed esperti in più discipline. Fine della specializzazione. Sale operatorie multifunzionali dove operare. Intorno all’ospedale, nel territorio, strutture per la cura e la prevenzione, le cosiddette Cds (Case Della Salute) e strutture per la lungodegenza. Una rivoluzione copernicana, per capirci. Oggi che gli ospedali sono stati costruiti e sono entrati in funzione ormai da due anni, non è ancora andata a regime né la sanità del III millennio concepita dalla mente del professor Veronesi, né tanto meno la riforma sanitaria voluta nel 2005 dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che prevedeva lo sviluppo della sanità sul territorio per dare un senso alla costruzione dei nuovi ospedali. Al contrario sono aumentati i problemi.

Nuovi ospedali con meno posti letto. Totale mancanza delle strutture territoriali, con conseguente ingolfamento dei Pronto Soccorso, con pazienti che stazionano sulle barelle per giorni, oppure pazienti sistemati nei letti di chirurgia per la mancanza di posti letto in medicina, con conseguente rinvio di operazioni. Quindi lunghe liste di attesa per esami ed interventi, sebbene nei nuovi ospedali ci siano ben 14 sale operatorie.

Il caos ed un emergenza continua. Di innovativo ci sono stati tagli al personale, blocco del turn over e tagli dei servizi territoriali con chiusure e accorpamenti dei distretti.

Il progetto dei 4 nuovi ospedali, cantierizzato nel 2010 e concluso a fine 2015 con l’apertura del nosocomio di Massa e Carrara (il primo ad aprire a luglio 2013 è stato quello di Pistoia, seguito a settembre 2013 da quello di Prato e a metà 2015 da quello di Lucca), è stato realizzato usando la finanza di progetto. Si tratta di una tipologia di contratto che prevede la completa gestione dell’opera, dal progetto iniziale, alla costruzione, alla gestione, da parte di un costruttore privato denominato concessionario. Nel codice degli appalti pubblici, la cosiddetta Legge Merloni, il concessionario realizza l’opera finanziandola interamente. Il concedente, la pubblica amministrazione, in cambio concede al costruttore di gestire per un determinato periodo di tempo (massimo 20 anni) la struttura cosi da ottenere un ricavo. È chiaro che con la concessione si possono costruire infrastrutture che producono reddito (parcheggi, teatri, ponti, ecc.), le cosiddette opere calde. Grazie all’introduzione nel codice degli appalti pubblici della formula della Finanza di Progetto come variante della Concessione, il costruttore-concessionario ha delle facilitazioni. Deve finanziare l’opera in parte anche se gestirà tutto il progetto. Potrà scegliere direttamente le ditte con cui collaborare alla costruzione dell’infrastruttura. Deve farsi prestare i soldi per finanziare l’opera da una banca che non potrà, però, rifarsi sui beni del costruttore nel caso il costruttore non sia in grado di rendere il prestito.

Si può costruire in Finanza di Progetto anche opere che non generano reddito, dette opere fredde, come una scuola, un ospedale, utilizzando comunque la formula della Concessione. Sarà cura della pubblica amministrazione (nel caso dei 4 ospedali le 4 Asl di riferimento) stipulare un contratto dove, a fronte di un canone annuo riconosciuto al concessionario, questi fornisce tutti i servizi che servono a tener aperta e mandare avanti la struttura, così da rientrare del finanziamento. Nel caso dei 4 ospedali il concessionario fornisce i servizi di mensa, lavanderia, portierato, Cup, pulizia, manutenzione, per fare degli esempi. Inoltre gli è stato permesso di poter usufruire di alcuni spazi dei nuovi ospedali per realizzare strutture commerciali, ovvero non solo bar ed edicole, ma anche pizzerie al taglio, parrucchieri, parafarmacie, sportelli bancari. Ambienti commerciali da cui generare ulteriore reddito.

Il costo di costruzione dei 4 nuovi ospedali è stato di circa 270 milioni, che sono arrivati a 534 milioni di euro con gli arredamenti e l’acquisto di nuove attrezzature. Il contributo del pubblico è stato di circa 397 milioni, mentre il contributo del costruttore di circa 85 milioni. La gara licenziata dalla Regione Toscana nel 2003 prevedeva un esborso del costruttore del 25% del costo di costruzione. Il contratto per la gestione dei servizi non sanitari per i 4 nuovi ospedali, calcolato nel 2007 in circa 54 milioni di euro annui per 19 anni, porterà nelle casse del concessionario circa 1 miliardo e 140 milioni di euro.

Oggi si può affermare che la gestione dei servizi sanitari di questi nuovi ospedali costa di più che in quelli ormai chiusi. Dai dati licenziati dalle Asl di riferimento si certifica come siano aumentati i costi di manutenzione (+ 26%), la manutenzione degli impianti tecnologici (+55%), la gestione delle pulizie (+9%) e come ci siano dei costi nuovi, come il trasporto automatizzato (422.000 euro l’anno) o la sterilizzazione dei ferri chirurgici che è passata dai 100.000 euro della gestione interna al 1.000.000 di euro con l’esternalizzazione del servizio. Clamoroso cosa scrive l’Asl di Lucca riguardo ai pasti per il personale. Il business plan del costruttore ha previsto per quell’ospedale la produzione di 72.000 pasti all’anno. Peccato che i pasti necessari siano soltanto 49.700, come scrive la Asl, e che quindi se tale differenza negativa sarà mantenuta si renderà necessario trovare il modo di utilizzare i pasti in eccedenza, considerato il fatto che comunque il numero minimo di 72.000 dovrà essere pagato.

Degno di nota riportare cosa ha scritto il Sole 24 Ore ad aprile 2014 riguardo alla costruzione in Finanza di Progetto di alcuni ospedali costruiti in Veneto. Si prende l’esempio del nuovo ospedale di Santorso nell’Alto Vicentino. Grazie alla documentazione raccolta da un’associazione di abitanti di Schio è dimostrato come al concessionario, Summano Sanità, siano stati riconosciuti per 24 anni interessi tra il 19 ed il 20% per il canone di disponibilità del nuovo ospedale, la gestione degli spazi pubblicitari e i parcheggi. E addirittura del 22% per il noleggio di attrezzature sanitarie. In pratica il concessionario ha praticato prezzi fuori mercato producendo una gestione che assicura introiti garantiti con guadagni importanti. Un sistema sanitario che non funziona. Ospedali più piccoli ma che di gestione costano più di quelli vecchi.

Li avranno almeno costruiti bene? Non sembrerebbe. A metà 2014 - sono gia operativi i nosocomi di Pistoia e Prato - un solerte funzionario della Asl di Lucca licenzia una delibera dove si chiede l’intervento di un azienda specializzata nel collaudo di strutture ospedaliere, la H.C. Consulting. Il motivo è che essendo i 4 nuovi ospedali identici, il funzionario vuole essere sicuro di non ritrovarsi con i problemi dei due già aperti. La delibera finisce nelle mani di un consigliere comunale che la rende pubblica. Si scopre così che sia a Pistoia che a Prato si sono riscontrati: 1) non conformità delle pressioni aeree nei locali di isolamento del reparto di malattie infettive sia per l’assenza di tenuta delle porte delle zone filtro sia per la carente sigillatura delle pareti divisorie tra le stanze di degenza; 2) criticità di tenuta delle zone filtro anche nelle stanze di degenza destinate all’isolamento respiratorio dei pazienti in reparti diversi dalle malattie infettive (rianimazione, pediatria, ostetricia, terapia intensiva neonatale); 3) riscontro di impropria immissione di aria esterna non proveniente dall’impianto di ventilazione specifico nelle sale operatorie, con conseguente contaminazione particellare; 4) riscontro di malfunzionamento dei sensori di rilevamento delle pressioni aeree nelle sale operatorie; 5) riscontro di non rispondenza ai requisiti di legge dell’acqua destinata al consumo umano distribuita dalla rete idrica ospedaliera.

Con l’apertura a inizio 2015 del quarto ospedale, quello di Massa e Carrara, il progetto è completo. In quasi due anni di esercizio di quelli di Prato, Pistoia e Lucca, ci sono stati problemi su problemi. Da piccole cose, come la spesa di 30.000 euro a Pistoia per l’installazione di 4 lame d’aria all’ingresso principale perché il sistema di entrata-uscita a doppie porte non funzionava, alla constatazione che l’eliporto del nuovo ospedale di Lucca non è funzionale, causa la vicinanza con alcune abitazioni che vedrebbero volar via il tetto delle loro case dalle turbolenza provocate dalle pale dell’elicottero Pegaso.

Daniele Rovai

articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.117

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Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Agosto 2016 16:10

Potenza delle locandine: dai falsi stupri alle case requisite

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tirreno nazione locandineDue giorni fa locandine a caratteri cubitali sullo stupro di una donna ad opera di 3 uomini stranieri alla stazione di Livorno. Oggi, che è stato accertato da ospedale e polizia che non ci fu violenza e la storia era inventata, soffiando sul fuoco del razzismo che sta dilagando in Italia, sulla locandina nemmeno l'ombra di una smentita. Sono scelte politiche ed editoriali chiare. Le locandine sono uno strumento potente che modella e indirizza la percezione delle migliaia di persone che poi il giornale nemmeno lo leggono o si informano solo con esse.

In compenso inizia la campagna terroristica sulla delibera del Consiglio Comunale sulla possibilità di requisire immobili (anche) privati sfitti in caso di emergenza sfratti. Una misura che a leggere i giornali e le reazioni pare essere stata inventata a Livorno tre giorni fa e che i cittadini rischiano di vedersi portare via le case da un giorno all'altro. Invece è una misura su cui sindaci e prefetti dibattono da anni e riguarderebbe solo casi particolari di immobili o appartamenti sfitti da tempo e proprietà di singoli o società che ne detengono molti, tenendoli sfitti anche per ragioni di mercato. Si tratta infatti di una misura presentata dal consigliere Cannito e votata da maggioranza 5 Stelle, ex 5 Stelle e BL. Non si tratta di abolizione della proprietà privata o del fatto che le guardie rosse entreranno nelle case per distribuirle al popolo. Per vedere che Livorno non è l'ombelico del mondo consigliamo la lettura di questo articolo di Liberazione del 2006 che spiega le misure sulle requisizioni che al tempo erano proposte in molte regioni italiane e a Roma. E racconta dell'esperienza fiorentina di La Pira già nel lontano 1951.

http://www.brianzapopolare.it/sezioni/societa/20060202_requisire_terza_casa.htm

redazione, 31 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 31 Luglio 2016 18:25

Piombino, cronache degli accordi di programma: Issad Rebrab invischiato nei Panama Papers

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rossi rebrabChi ricorda il recente, “magico” autunno-inverno 2014-2015? Era il periodo della reindustrializzazione. Un fenomeno che, soprattutto sulle pagine dei giornali, veniva magnificato come la panacea di tutti i mali che si sarebbe diffusa con la spontaneità della fioritura lungo la costa di Livorno e provincia. Era il periodo dei profeti, come l’attuale segretario del Pd Bacci, che, ricordiamo, sul Tirreno disse: “Vedremo forme di impresa mai viste”. Era il periodo dei milioni pronti a piovere su Livorno, con la stampa locale che usava toni da lotteria (vinta) di Capodanno. Stime, giornalistiche, dai settecento milioni al miliardo e trecento pronti a diluviare sulla sola Livorno. Eppoi un accordo di programma e uno di crisi complessa su Piombino che avrebbero portato le tute blu a ripopolare la, fino ad adesso, cittadella ex-operaia.

Come sappiamo, e come molti immaginavano allora, molto era dovuto alla allora imminente campagna elettorale. Il governatore della Toscana cercava, come poi ha ottenuto, la riconferma con l’immagine della reindustrializzazione, della pianificazione, dei tavoli di concertazione. Un pò film anni ’60 (pianificazione), un po’ anni ’90 (concertazione) un pò di incerta collocazione (la reindustrializzazione) viste le mutazioni sia dell’economia che della finanza globali. A elezione terminata, lo slittamento sui bandi per Darsena Europa a Livorno, la scorsa estate è stata il primo segnale. A noi è arrivato anche il segnale, meno rumoroso ma strategicamente significativo delle difficoltà sullo scavalco ferroviario che rischia di saltare per mancanza di soldi. Poi Invitalia, l’agenzia di attrazione fondi per l’accordo di programma, mette le sue fiches su Livorno: pochi soldi e neanche subito. Chiari sintomi delle difficoltà dell’accordo di programma su Livorno.

E Piombino, che poi è stata indicata come la best practice, la matrice dell’accordo di programma su Livorno? Il porto, dalle fonti che abbiamo, si è dato un profilo che potrebbe essere di sviluppo. Il punto dolente è la questione della reindustrializzazione della ex Lucchini. Processo che ha visto firmato un accordo tra enti locali e l’algerina Cevital nell’autunno 2014. Accordo che però, ad un certo punto, si è davvero fermato. Mentre agli operai dell’ex Lucchini è pure accaduto che sono andati vicini a vedersi bloccare i tfr come garanzia per i danni ambientali dovuti dalla stessa Lucchini. Nel corso dei mesi abbiamo informato su diverse difficoltà del gruppo Cevital, dai conflitti con il governo centrale, al sequestro dei fondi, alle difficoltà dovute alla crisi della moneta algerina, a quelle del mercato dei capitali. Fino a quelle dovute ad un periodo di autoesilio all’estero, in Brasile, del patron di Cevital, Rebrab. Questo mentre in Toscana queste stesse notizie filtravano in ritardo, o con difficoltà, sempre ammortizzate da spiegazioni istituzionali. E senza mai collegare, ci mancherebbe, le difficoltà di Livorno con quelle di Piombino. Eppure i protagonisti sono gli stessi: dal delegato di Enrico Rossi, al segretario della Cgil e altri personaggi dello stesso sindacato. Quale è quindi la novità piombinese di questi giorni?

Eccola qua: Le Monde parla di come Issad Rebrab è rimasto coinvolto nello scandalo di fondi neri, e società offshore, detto Panama Papers. Secondo il quotidiano francese si tratta di una storia che, per Issad Rebrab, è cominciata nel 1992

http://www.lemonde.fr/afrique/article/2016/07/26/algerie-les-dessous-de-l-ascension-fulgurante-de-l-industriel-issad-rebrab_4974802_3212.html

Se fosse sfuggita la portata dei Panama Papers, il più grande archivio di fondi neri e società offhsore della storia dell’investigazione finanziaria, la voce wikipedia in italiano rappresenta una utile lettura di partenza

https://it.wikipedia.org/wiki/Panama_Papers

In Italiano la notizia di Rebrab invischiato nei Panama Papers la troviamo qui, su questo lancio di Agenzianova (“Anche Rebrab coinvolto nello scandalo Panama Papers”)

http://www.agenzianova.com/a/579758cfadcb35.46987321/1395205/2016-07-26/algeria-le-monde-anche-rebrab-patron-di-cevital-coinvolto-nello-scandalo-panama-papers

Nel lancio di Agenzianova si riporta anche di siti algerini dove il coinvolgimento di Rebrab nei Panama Papers è stato, dopo aver diffuso la notizia, prontamente cancellato. Ci si chiede, e lo fanno anche i diversi esponenti sindacali, se Cevital possa tenere fede ai patti sottoscritti nell’autunno 2014. Certo i tempi magici della stagione autunno-inverno 2014-15 sono finiti. Cevital non solo ha avuto conflitti con il governo centrale, subito un sequestro dei fondi per investimenti all’estero, vista la crisi del monopolio dello zucchero in Algeria, vissute le difficoltà dovute alla crisi della moneta algerina, ma si trova a vivere anche lo stop, imposto dal governo, all’aquisto di due media algerini.

Certo, chi ha raccontato di reindustrializzazione che fioriva a questo punto dovrebbe chiarire molte cose. Non solo se Cevital è in grado di onorare gli accordi su Piombino. Ma se esiste un piano B. E andrebbe anche fatto il punto su una questione: di due patti per la reindustrializzazione, tra Livorno e Piombino, non ce n’è uno che sembri vicino a imboccare una strada di decollo. Certo c’è la crisi ma queste dovrebbero essere le risposte alla crisi. Il gatto si morde la coda.

redazione, 28 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Luglio 2016 15:29

Invitalia tra mito e realtà. Tutti i dubbi sull'impatto dell'accordo di programma su Livorno

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Il 25 luglio è il giorno della riunione della cabina di regia, a Livorno, sull'accordo di programma, sottoscritto da tutti gli enti territoriali, che riguarda il rilancio dell'area costiera livornese. La giornata sarà anche occasione di valutazione delle 71 manifestazioni di interesse a investire sull'area costiera, raccolte da Invitalia. Ecco un nostro servizio su cosa sta realmente accadendo, e cosa si sta giocando sul serio, attorno a quelle 71 manifestazioni di interesse. In modo da chiarire davvero cosa sia Invitalia, tra mito giornalistico, e realtà dei fatti.

invitalia 2

Invitalia, inutile, illegittima, dannosa per Livorno?

Dall'autunno del 2014 ci siamo occupati di Invitalia,

http://archivio.senzasoste.it/locale/spil-e-invitalia-la-forma-disastrosa-dell-accumulazione-del-pd-livornese-di-ieri-e-quella-di-domani

http://archivio.senzasoste.it/locale/livorno-area-di-crisi-complessa-ecco-cosa-comporta?jjj=1444659944583

nell'ambito degli accordi tra amministrazione comunale e regionale per il superamento della crisi occupazionale e industriale, segnalando due questioni nodali. La prima è che Invitalia, grazie anche ad una legislazione costruita su misura, si avviava a candidarsi come principale collettore di fondi di investimento produttivo sul territorio, indirizzando il suo sviluppo. La seconda che Invitalia si avviava a sostituire istituti territoriali di reindustrializzazione come Spil che comunque, nel tempo, da società per l'industrializzazione del porto aveva già vissuto una mutazione come collettore di immobili ed aree pubbliche. In poche parole Livorno non ha una propria istituzione per lo sviluppo economico, tarata per esigenze e soggetti locali, e l'unico soggetto che, opportunamente trasformato, poteva assumere questo ruolo (la Porto 2000) è stato avviato verso la privatizzazione (per adesso nel binario morto ma è altra vicenda). Oltretutto, con la riforma Delrio, la cui entrata in vigore fa comunque parte dei misteri buffi di questo paese, il peso delle parti sociali nel parlamentino delle Autorità Portuali verrebbe cancellato. Davvero c'è da chiedersi chi, e come, sul territorio assume un ruolo, di tutela dell'interesse pubblico, di indirizzo economico.

Ma Invitalia, società controllata dal Ministero per lo Sviluppo Economico, è adatta per questo ruolo di player per lo sviluppo del territorio dettato dagli accordi di programma? La prima cosa da chiedersi però è se il territorio sa rapportarsi, in modo forte, con Invitalia. Ovviamente, se consideriamo l'oggi, niente di tutto questo. Dopo l'approvazione in consiglio comunale nell'autunno 2014, all'unanimità e alla bersagliera, delle procedure per gli accordi di programma e crisi complessa su Livorno, che prevedevano Invitalia come agenzia che concretizzava gli accordi presi, si è proceduto, come direbbero gli inglesi, as usual. Ovvero con una rete di interessi consolidati, quelli reduci dai tavoli di concertazione di una volta (le solite associazioni datoriali, sindacali etc.), che si è interessata, nei tavoli di trattativa “per Livorno”, soprattutto ad allocare le possibili risorse disponibili per i propri associati. E fin qui, ad esser cinici, se la concertazione sui nomi dei soggetti ai quali allocare le risorse fosse propedeutica ad un decollo economico del territorio si potrebbe anche far finta di nulla. Come vedremo, purtroppo, non è così. Oltretutto, la qualità dei soggetti reduci dagli antichi tavoli di concertazione (Cgil,Cisl,Uil, Confindustria, CNA etc.) è pessima con linguaggi e modelli di società, e di territorio, vecchi di almeno un quarto di secolo. Un ulteriore problema per un territorio che attraversa una crisi che ne mette in discussione la stessa esistenza. Ma se le forze “sociali”, non sembrano esser state in grado di sbattere i pugni sul tavolo delle trattative dell'accordo di programma dove c'è Invitalia, il consiglio comunale ha vissuto in un mondo tutto suo. Che dire della sessione persa, per rieleggere un presidente del consiglio che poi era già legittimo nonostante le contestazioni? Se le forze politiche, invece, si fossero concentrare sull'economia, e sugli accordi di sviluppo, ci si sarebbe concentrati su Invitalia indirizzando su questa vicenda. E della vicenda della legittimità dell'elezione di quattro consiglieri comunali? E' finita in una bolla di sapone ma ha occupato spazio e tempo al consiglio. Se questo spazio e questo tempo fossero stati occupati per interrogare su come Invitalia istruiva gli investimenti su Livorno, sarebbe stato qualcosa di estremamente più utile. Insomma, l'insufficienza del comportamento della città di fronte all'evoluzione degli accordi di programma, che pure riguarderebbero il suo futuro, è davanti agli occhi di tutti. Anche senza avere una visione corale dei processi economici, quella dove tutto il territorio dovrebbe partecipare ad ogni singolo atto di un accordo di programma in un gigantesco town-meeting, si comprende come nel disinteresse generale non si va da nessuna parte.

Ma Invitalia quali territori ha fatto decollare nel corso degli anni della sua esistenza? Qui bisogna ricordare che Invitalia, per un po', ha fatto fatica a scrollarsi di dosso il fatto di essere la rietichettatura di Sviluppo Italia. Ovvero dell'agenzia del Ministero dello Sviluppo Economico che fu definita dallo stesso Corriere della sera come “Sviluppo parenti”. Del resto che le istituzioni, in Italia, servano come strumento, sia corporativo che neotribale, di accumulazione di ricchezza e potere delle cerchie parentali è un problema storico. Spesso trattato come male necessario o comunque naturale. Ancora nel 2012, Invitalia mostrava grosse difficoltà nel dimostrare il proprio ruolo positivo nello sviluppo reale del paese. Come vediamo da questo link, Invitalia aveva l'abitudine di mettere, nel proprio bilancio di lavoro, progetti ereditati e di dubbia fattibilità e progetti non più finanziabili a causa delle restrizioni di bilancio http://www.linkiesta.it/it/article/2012/11/29/sviluppo-italia-nome-nuovo-ma-disastri-vecchi/10597/

E qui, come sappiamo, Livorno ha una bellissima stampa locale che si è spesa contro il riciclo dei rifiuti, e a favore dell'incenerimento, con inchieste accorate e non ha mai speso un secondo per capire se Invitalia, che un impatto su Livorno serio nel bene e nel male lo avrà, avesse davvero gli strumenti, le competenze, la struttura, il management per intervenire sui nostri territori. Mica per altro, magari per stimolare santa Cgil, ci spingiamo così a destra nella riflessione, a pretendere management all'altezza della situazione di Livorno.

Invitalia ha un raggio di azione, dagli accordi di crisi a cultura e turismo, piuttosto vasto. E' servita anche per commissariare i sindacati e i dipendenti per il piano di indirizzo del ministero dei beni culturali (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/05/turismo-per-nuovo-piano-nazionale-il-ministero-chiama-invitalia-e-sborsa-15-milioni-personale-protesta-esautorati/2519980/) oltre che per la gestione dei siti archeologici di Pompei. Curiosamente, nonostante l'impegno grosso di Invitalia nel settore cultura e turismo, nell'accordo per Livorno il turismo ha fruttato solo il 5,5% (dati della stessa Invitalia) delle manifestazioni di interesse in investimenti. Ma, se andiamo al settore industriale il paradigma delle difficoltà dell'approccio Invitalia si chiama Termini Imerese. Senza soffermarsi sul fatto che, di Invitalia, il Fatto quotidiano ne ha fatto letteratura con apposita rubrica (http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/invitalia/) ricordiamo che, a parte il fallimento del locale interporto, i problemi a Termini sono tutti sul nodo degli accordi istituzionali per la reindustrializzazione dell'ex Fiat. Infatti siamo passati dalle indiscrezioni fatte circolare da Invitalia e griffate Repubblica del 2010 , sull'interesse Toyota per Termini Imerese

http://www.repubblica.it/economia/2010/10/13/news/fiat_anche_toyota_tra_le_offerte_per_lo_stabilimento_di_termini_imerese-8015773/,

ad una realtà, del 2016, di difficoltà del collocamento dei lavoratori, quelli dello stabilimento Fiat chiuso da anni, nel nuovo progetto dell'auto ibrida

http://www.agi.it/regioni/sicilia/2016/07/01/news/blutec_l_ibrida_non_ingrana_a_termini_imerese_nuove_proteste-907232/

Non stiamo quindi parlando di fenomeni della reindustrializzazione, per capirsi.

Su notizie di collocazione di parenti, stipendi esagerati, sprechi noi non diciamo niente. Andiamo alla sostanza. E' adatto questo modello Invitalia (agenzia nazionale del Mise, che entra in complessi e instabili tavoli d'accordo per anni) a rilanciare territori come quello livornese? La velocità di esecuzione e di risoluzione delle crisi, come quella di Termini, pone dei forti dubbi in materia. Poi, vedere le carte su Livorno per farsi un'idea. Evitiamo quindi di parlare di formazione e correlati, per andare alla questione che è dirimente per valutare il tutto: quali e quanti posti di lavoro sono previsti dalle manifestazioni di interesse, a investire su Livorno, portate a Invitalia secondo l'accordo di programma approvato a Livorno nell'autunno 2014.

Andiamo quindi ad una analisi delle manifestazione di interesse, ovvero l'interesse delle imprese ad investire sul nostro territorio ricevuto da Invitalia che passerà poi al setaccio della fattibilità del progetto secondo criteri stabiliti dalla stessa agenzia. Andiamo ai dati macro, forniti dalla stessa Invitalia a giugno. Invitalia ha ricevuto 71 manifestazioni di interesse a investire nella nostra area per un complesso di circa 293 milioni. Molto poco per far ripartire un'economia e invertire un declino. Se poi andiamo a vedere i dati territoriali vediamo che circa 70 milioni, di interesse NON di investimenti progettati SI BADI BENE, sarebbero destinati a Livorno, il resto a Collesalvetti e Rosignano. Figuriamoci se scivoliamo nelle proteste di campanile ma ci soffermiamo su un dato: ben lungi dall'essere ciò che stata propagandata, Invitalia, NONOSTANTE LA PROPAGANDA E IL RUOLO ASSEGNATO PER LEGGE, è niente più che uno strumento per portare qualche decina di milioni a Livorno. Non è lo strumento istituzionale di pieno sviluppo che ci vuole per il territorio. Livorno ha bisogno di ben altro. Basti dire che in Ricerca & Sviluppo, i posti di lavoro a Livorno previsti dalle manifestazioni di interesse pervenute a Invitalia, sono solo sei. Presumibilmente a tempo determinato perché l'investimento possibile è per una cifra di 150.000 euro che è un decimo di un medio-piccolo progetto europeo attirabile dal territorio. E con maggiori chance di replicabilità. Su circa 70 milioni di manifestazione di interesse a investire in siti produttivi a Livorno Invitalia censisce circa 790 posti di lavoro. Ora, mettiamo che questi investimenti vengano tutti confermati. Di questi 790 circa posti di lavoro quanti sono a tempo indeterminato, quali a tempo determinato, quale è il previsto ciclo di vita di questi impieghi? E poi quanto aggiungono e quanto tolgono questi posti di lavoro al complesso dell'economia livornese?

Nella carte ufficiali di Invitalia, e pensiamo di averlo letto tutte quelle disponibili, non c'è niente di tutto questo. Non c'è uno studio sulle dinamiche di sinergia con l'economia livornese, neanche con il tipo di indotto che questi investimenti andrebbero a creare. Meno che mai sulla chiusura, o meno, della forbice tra economia locale e portuale. Ma è normale: chi ha visto il territorio giusto su Google Map non può che fare così. Non entriamo poi nel ginepraio dei fondi sbloccabili o meno tramite il tavolo dell'accordo di programma, dove è presente Invitalia. Il punto è che se i numeri, e i metodi di lavoro, si confermano questi, la montagna ha partorito il topolino. Oltretutto non c'è una parola sul modello di sviluppo che ne esce: ci sono dei numeri ottimi per le conferenze stampa. Ma di quelle dove si fa finta che cinque milioni siano cinque miliardi. Numeri infatti, lo ribadiamo, anche se confermati sono davvero scarsi per rilanciare un territorio. Oltretutto Invitalia chiama le manifestazioni di interesse “potenzialità offerte dal territorio” come se Livorno non valesse che una settantina di milioni di possibili investimenti. Di sicuro è così, ma per chi al massimo ha preso un caffè in piazza Grande in vita sua. Siamo quindi molto lontani da quanto promesso dalla retorica, approvata alla bersagliera in consiglio comunale, degli “accordi su Livorno”, officiata dalla stampa locale.

Nel presentare il proprio PRRI, il piano di investimenti possibili previsto nelle aree degli accordi di programma e di crisi, per corredare le potenzialità degli investimenti Invitalia correda una serie di schede. E anche qui, onestamente, Invitalia non è il massimo. Mette, come scontate, opere come la Darsena Europa che incontrano grosse complessità e tempi lunghi di finanziabilità e uno scavalco ferroviario, strategico per il porto di Livorno, sul quale i dubbi sull'effettivo finanziamento sono già emersi a livello ufficiale. Non c'è quindi un polso sul futuro, una differenziazione di scenari economici, indispensabile per le scelte politiche. Diciamo che i documenti di Invitalia mancano pienamente della complessità e del dettaglio necessari per rassicurare sul fatto che le manifestazioni di interesse su Livorno arrivino davvero a buon fine. Oltretutto per presentare territorio e progetti Invitalia correda una scheda su una rete universitaria di area, a sostegno dello sviluppo che potrebbe essere stata compilata da un laureando della triennale. Il paragone con le schede progettuali presentate dagli istituti di governance degli altri paesi, dove i progetti marciano e gli incroci tra potenzialità dei sistemi territoriali sono molto complessi, è impietoso. Il punto è che il PRRI (piano di riqualificazione e riqualificazione industriale) di Invitalia nonostante le cifre non epocali, avrà il suo impatto. Cambiando il tessuto delle relazioni industriali e istituzionali del territorio. Se si vuole un esempio di tutto questo: 'undici luglio viene recapitata a comuni ed enti interessati, tra cui autorità portuale e camera di commercio, la bozza di PRRI di Invitalia. Con la richiesta di inviare osservazioni in soli QUATTRO giorni. Impossibile da farsi, ovviamente, soprattutto con quel dettaglio e quella modalità corale necessari per un atto che incide sulle relazioni industriali e sociali, e i rapporti di forza, sul territorio. Ecco il modello di relazioni industriale di Invitalia: una email alla quale è impossibile rispondere. E qui si apre ad un'altra questione nella quale le orecchie devono essere tenute ben aperte. La legittimità dell'operato di Invitalia.

In sempre più numerose occasioni i giornalisti si sono focalizzati su lavoro che sta facendo Invitalia nell'ambito dell'Accordo di Programma, ma nessuno si è soffermato a chiarire come mai il comunque delicato compito di formulazione del Piano di Riconversione e Riqualificazione industriale venga affidato a una società per azioni direttamente dal MISE e come mai sia questo l'unico soggetto che acquisisce e tratta tutte le informazioni e le analisi sulle quali si strutturerà il PRRI. Già perché Invitalia a Livorno invia dei numeri scarni, tabelle generiche, mentre i dati veri se li tiene. Negando al territorio le informazioni necessarie su sé stesso.

Ma è bene anche soffermarsi sulle certezze giuridiche dell'incarico a Invitalia. E chiarire subito che siamo in presenza di un modello di incarico diretto operante in forza di disposizione di legge. Ai sensi dell'art. 27 del D.L. 22 giugno 2012 n. 83 e del D.M. 31 gennaio 2013. E così, in questa cornice giuridica, il MISE si avvale dell'Agenzia Nazionale per l'Attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa S.p.a (INVITALIA) per la definizione e l'attuazione degli interventi del progetto di riconversione e riqualificazione industriale. Questa è la scatola formale dei progetti di conversione, che viene affidata per legge a Invitalia. Ma, affidata la scatola, non è detto che a Invitalia debbano essere affidati anche i giocattoli. E qui ci sono serie lacune, che vanno chiarite dal punto i vista giuridico: NON C’E UN atto specifico di affidamento ad Invitalia delle singole istruttorie (dal modello di sviluppo alla ricerca investimento nei singoli settori) di cui si occupa. Oltretutto non c'è un capitolato tecnico del MISE che fissi requisiti per quell'incarico, quello che riguarda i giocattoli ovvero le singole istruttorie. Insomma Invitalia non ha criteri che selezionino la richiesta di investimenti. In questo ruolo, poi NON C’E’ un'offerta tecnica di Invitalia che sia stata valutata in comparazione con altre. In poche parole, e contano, a Invitalia siccome è stata affidata la scatola (il piano di reindustrializzazione) per legge allora, di conseguenza, sono stati affidati anche i giocattoli da contenere (scelta di investitori etc.). Ma non era affatto scontato che Invitalia avesse i requisiti per scegliere i giocattoli. Questione serissima e non solo formale ma anche concreta vista poi, guarda caso, la genericità delle schede e dei piani presentati da Invitalia. Questo sicuramente va tenuto presente e accuratamente valutato perché è stato dato un incarico consistente a Invitalia senza che, per esempio attraverso una procedura di valutazione di un'offerta tecnica, siano stati anche valutati i criteri in base ai quali doveva essere impostato il suo lavoro. Insomma: è stato affidato un lavoro senza criterio, scatola si ma chiusa. Oltretutto, come invece deve accadere nei progetti di programmazione economica, nessuno ha fissato criteri su come trattare la consistenza della massa critica di dati e analisi economiche sulle quali si da l'impostazione del PRRI. Se si legge questo fatto unitamente alla circostanza che non è stata individuata, dal PRRI di Invitalia, una specifica "vocazione" dell'area livornese, possiamo davvero dire che siamo a metà tra la lesione della legittimità di un processo e la piena improvvisazione. Nel PRRI non è stato previsto dal MISE, né tanto meno elaborato da Invitalia, un indirizzo politico preciso in ordine agli ambiti di intervento di riqualificazione industriale. Significa che Invitalia ha praticamente una delega in bianco senza vincoli dal MISE. E che ha esercitato questa delega, oltrepassando questioni di legittimità tecnica e formale senza OLTRETUTTO riuscire a individuare una vocazione reale, permanente per Livorno. Non solo POCHI SOLDI , virtuali, raccolti nella manifestazione di interesse “per Livorno” ma anche attirati secondo criteri CONFUSI entro un processo la cui legittimità è da dimostrare o comunque da chiarire seriamente. Se poi per passare dai progetti all'azione ci si mette, e male, sei anni come a Termini..ci siamo già capiti: tempo e soldi buttati via.

Oltretutto, nonostante le ricerche fatte intraprendere, in modo professionale, non è stato possibile trovare la reale composizione delle quote azionarie di Invitalia. Segno, anch'esso, di opacità attorno a questa agenzia. Ma anche nel caso in cui Invitalia fosse tutta partecipata dal Mise e se si fosse voluto configurare un affidamento in house (diretto, senza gara) di tutto il pacchetto PRRI in ogni caso, sarebbe stato obbligatorio, PER LEGGE, esplicitare attraverso procedure e rapporti contrattuali (o convenzionali) le condizioni di adempimento dello stesso PRRI. Di tutto questo non abbiamo traccia e, non a caso, il PRRI si presenta alle istituzioni territoriali in modo generico e con pochi soldi. Siccome l'accordo di programma marca un precedente nelle relazioni industriali a Livorno, non sarebbe male se il consiglio comunale, invece di occuparsi delle multe prese in divieto di sosta dai consiglieri come accaduto, entrasse nel mondo reale ovvero in questa vicenda. Livorno, su documenti formali che possono marcare il futuro delle sue relazioni industriali viene trattata così come una discarica giuridico-politica. In buona parte perché il governo tratta i territori come colonie, ma in parte anche perché forze politiche si comportano, salvo lodevoli eccezioni, da colonizzati. SI TRATTA PERO' DI QUESTIONI CHE VANNO CHIARITE IN CONSIGLIO COMUNALE E REGIONALE. Uno scatto di reni è necessario: visto anche che, da quanto ci risulta, oltretutto con il PRRI verranno assegnati, da Invitalia, dieci milioni provenienti dal governo.

Infine, e di fronte a tanti interrogativi, NON è neanche dato sapere, visto che non è rintracciabile in nessun documento formale al momento accessibile, l'entità del compenso delle prestazioni di Invitalia. La trasparenza avrebbe suggerito esattamente il contrario, anche per calcolare il rapporto costi (Invitalia)-benefici (Livorno). E farlo vedere a tutti i livornesi. Insomma Invitalia: fanno cosa vogliono e non si sa neanche quanto prendono. E neanche, probabilmente sanno di cosa parlano: Invitalia, come notavamo, nelle sue schede ha fatto un'analisi economica molto schematica del territorio, con carattere prevalentemente descrittivo, senza neanche procedere a una qualche rilevazione dati specifica su Livorno (sic). E si parla di qualcosa che abbiamo cercato nei documenti ufficiali e che non si trovano nella documentazione inviata a Camera di Commercio, comuni, regione, autorità portuale. Siccome ad oggi non esistono dati economici specifici, tarati all'area di crisi livornese, anche Invitalia si sta avvalendo degli studi Irpet che però sono calibrati su bacini più ampi della sola area di crisi e quindi, per molti aspetti, non sono propriamente rappresentativi delle peculiarità di Livorno. Eppure, sulla base di questi metodi approssimativi, con procedure di una legittimità ancora da dimostrare si è provveduto ad attirare le manifestazioni di interesse con il PRRI. Sulla base degli esiti di questa call per la manifestazione di interesse, verrà così impostata, da Invitalia, una bozza di piano di riconversione industriale che dovrà essere sottoposta agli enti firmatari dell'accordo di programma che la dovranno approvare e sottoscrivere. Dopo questa fase partiranno bandi per finanziare le imprese che intendono investire su Livorno. C'è davvero da chiedersi cosa si possa cambiare in tutto questo. Invitalia si muove a tentoni, con pochi fondi ma determina le relazioni industriali sul territorio. E in questo vuoto di legittimità, oltre che di prospettiva, quando Invitalia dovrà distribuire 10 milioni a Livorno, secondo accordo di programma, in questa dinamica chi potrà controllare chi? Ad oggi sicuramente i territori sono spogliati di poteri di controllo e di intervento. Poi Invitalia, come abbiamo visto, ha rendicontato gli esiti della call, per la manifestazione di interesse agli enti territoriali solo attraverso la predisposizione di un report con dati già aggregati dai quali è piuttosto difficile fare un analisi anche solo sul piano politico. Specie, come è accaduto, quando si chiedono pareri in quattro giorni per passare poi alla procedura successiva.

La declinazione del PRRI, la sua traduzione in fatti però sarà decisiva per stabilire quali imprese avranno finanziamenti e in questo l'unica a vedere tutte le carte PER DECIDERE SARA' Invitalia e, forse, il Mise. I comuni non hanno avuto a oggi l'elenco delle proposte di investimento pervenute, dei progetti presentati, da chi e su che aree. Una decisione che, comunque, faciliterà la reindustrializzazione di alcune aree e non altre. Una decisione che sarà presa da Invitalia sulla testa dei livornesi. Semplicemente, una volta decisi interventi e finanziamenti i comuni dovranno dire “grazie”. Senza uno straccio di studio che dimostri se li' e in quel modo i finanziamenti vanno bene. Senza una reale contrattazione con il territorio che non sia quella di qualche segreteria sindacale, sempre più isolata dal mondo con idee di economia di un quarto di secolo fa, o di sempre più bollite associazioni datoriali.

E la stampa locale? In passato si è MOLTO più interessata alla vicenda delle multe per divieto di sosta dell'ingegner Marzovilla, ex consulente di Aamps, che che a tutta questa vicenda. Non ci stupiamo visto che sulle vicende importanti la stampa locale fa da ufficio stampa dell'accordo di turno non analisi dei costi-benefici per un territorio. Ma non importa. Quello che è conta qui è la capacità di battere un colpo, su questa vicenda, da parte delle forze politiche e sociali realmente interessate a far uscire Livorno dalle sabbie mobili in cui si trova. Invitalia pone interrogativi su quanto sia illegittima, visti i problemi formali di affidamento presenti nello stesso PRRI, inutile, viste le cifre non proprio da svolta che porterebbe a Livorno, dannosa vista l'assenza di una reale visione di sviluppo, certificata dai propri documenti ufficiali. In ogni caso, se le cose rimangono così, Invitalia deciderà comunque sulla testa dei livornesi. Poi ci penserebbero i soliti noti a far apparire il tutto come l'ennesima grande pioggia di milioni che porta la prosperità a decine di migliaia di livornesi.

redazione, 24 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 24 Luglio 2016 19:07

Wuerzburg e Monaco, tappa tedesca e adolescenziale della guerra senza limiti

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monaco germania attaccoDopo Dacca, Nizza e Ankara, e il preludio di Wuerzburg, la guerra senza limiti fa tappa a Monaco di Baviera. Nel capoluogo di una regione tra le più ricche del pianeta, disseminata di grandi esperienze industriali, di industrie postmoderne (lo sport legato al branding della Adidas), di poli tecnologici, di green economy, di gastronomia tradizionale. La guerra senza limiti, come abbiamo detto nelle precedenti tappe, segue i canoni di un testo di due colonnelli cinesi, Unrestricted Warfare: ogni campo della vita umana diventa un ordigno, in un contesto dove la guerra guerreggiata è meno decisiva per le sorti di un conflitto, basta che ci sia un qualcosa di bellico in corso. E qualcosa di bellico, la guerra che ne contiene altre (non è una novità nella storia umana), è il conflitto che si combatte per la ridefinizione di risorse e potere nel triangolo che va nel triangolo ha come vertici la Libia, il nord dell'Iraq e lo Yemen. Una vasta porzione di mondo capace, nei suoi conflitti, di risucchiare una porzione di mondo ancora più grande. Risucchiando sottosistemi sociali, paesi, vicende che neanche si conoscono.

Monaco è così una tappa di questo conflitto. Già ma come? Perché?

Come sempre partendo dall'analisi dell'ordigno si arriva al tipo di conflitto che si sta giocando. L'ordigno in questo caso è di quelli che si sono già dimostrati esplosivi e adattabili a pericolose innovazioni: la psiche adolescenziale. Nel caso di Wuerzburg quella di un diciassettenne, proveniente dall'Agfhanistan quindi cresciuto tra inenarrabili situazioni di stress psicologico. Le stesse che fanno saltare il cervello ai soldati americani al ritorno a casa e che, nel suo caso, sono esplose, come capita in questi casi, al momento in cui si è trovato in una situazione pacifica. In un simile contesto contatto tra il disordine psichico e la propaganda Isis, che parla secondo il linguaggio dei videogiochi, avviene in modo naturale. Non c'è bisogno di affiliazione o arruolamento dopo la propaganda. Bastano la citazione di Isis, la bandiera trovata in casa del diciassettenne di Wuerzburg e si può parlare, nemmeno a sproposito, di attentato. E' quello che è avvenuto dopo che il diciassettenne afgano si è lanciato, ascia alla mano, contro dei passeggeri delle ferrovie locali della zona di Wuerzuburg.

A quel punto ci pensano i media globali a diffondere le immagini e quell'effetto panico, provocato dall'esplosione della psiche del diciassettenne, che serve come strumento di pressione sull'opinione pubblica per influenzare decisioni e comportamenti politici. Di tutto questo è consapevole Isis: basta vedere l'appello, via social media, ai lupi solitari, per colpire alle olimpiadi in Brasile. La bomba psichica è uno degli ordigni della guerra senza limiti. Gli adolescenti rappresentano, potenzialmente, una tipologia di questa bomba. Imprevedibile, efficace, inafferrabile perché non si attiva sul legami politici, organizzativi, e quindi rintracciabili. Si scatena invece nel silenzio del feed-back psicologico che avviene propaganda e portatore di gravi squilibri. La bomba psichica adolescenziale diviene così attentato, poi bomba dell'informazione. E' così che si usano i prodotti della vita umana, grazie all'informazione, nella guerra senza limiti. Dove l'imprevedibilità dei comportamenti umani, disseminata da un rapporto non tracciabile tra psiche e propaganda, produce risultati bellici efficaci.

E a Monaco, dalle informazioni disponibili al momento, abbiamo visto in atto un'altra bomba psichica di tipo adolescenziale. E' riconducibile a ciò che viene chiamato terrorismo, la cui prova sta nel feed-back avvenuto tra mente e propaganda, oppure è un altro tipo di caso? Per poter entrare compiutamente negli effetti bellici della guerra senza limiti, la strage di Monaco avrebbe dovuto essere coronata dal ritrovamento di una bandiera dell'Isis, di una copia del Corano, di messaggi sui social, di qualsiasi cosa riconducibile ai processi di "radicalizzazione" islamica. Invece niente di tutto questo. Ci fermiamo all'essenziale: un diciottenne, il cui nome è diverso rispetto a quanto pubblicato dalla stampa italiana, già in cura per depressione, con in casa informazioni e testi sugli omicidi di massa. Qui il feed-back non è stato tra psiche e Jihad ma tra il flusso di informazioni sull'omicidio di massa e le enormi fratture psicologiche di questo ragazzo. Eppure, non appena si è diffusa la notizia della strage di Monaco, la bomba dell'informazione che genera panico globale, strumento bellico della guerra senza limiti, era già esplosa. Questo, per fare un esempio, non era accaduto durante la strade di Columbine (Usa) dell'aprile del 1999. Nessuno si era sognato di cercare, nell'immediato, un legame tra la guerra balcanica che, in quel momento, stavano conducendo gli Stati Uniti e la strage in una scuola americana. Oggi, invece, ci sono volute ore di panico mediale globale per realizzare che non c'era legame tra Monaco le innumerevoli guerre che si giocano in Medio Oriente. E alcuni effetti della guerra senza limiti sono scattati lo stesso: dallo stato di emergenza sul campo, oltre che a quello mediale, alla consegna della significazione degli eventi agli analisti militari.

La questione adolescenziale, tanto più importante in un continente di precari quale è l'Europa, torna così grazie all'esplosione della psiche di qualche ragazzo. A causa della Jihad e del desiderio, profondo ma non islamizzato, di provocare stragi. E' un ritorno che avviene in un paese, la Germania, che, più di altri in Europa, vede l'adolescente, seguito, valutato, immesso in percorsi che si pretendono di valorizzazione. Ed è lo stesso paese che ci fa scoprire che la psiche adolescenziale è un ordigno, tra i tanti possibili, utilizzabili nella guerra senza limiti. Nel 2012, quando ad Erfurt un giovane di 29 anni uccise sedici persone in meno di venti minuti, la Germania capì di somigliare agli Usa più di quanto potesse ammettere. Oggi, con la strage di Monaco, sta comprendendo di essere più vicina alla guerra asimmetrica che c'è tra Medio Oriente e Europa ben oltre di quanto possano ammetterlo, o spiegarlo, i fatti reali.

redazione, 23 luglio 2016

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