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EDITORIALI

Renzi, il divo e Livorno

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Altro che bagno di folla a Livorno: senza la diretta twitter, tv, i lanci, le foto etc la giornata di martedì 22 sarebbe stata un raduno praticamente inavvertito in una delle zone meno frequentate della città. Per il resto Renzi non ha detto nulla, vive solo di cornice spettacolare, ed è inutile fermarsi a qualche battuta da tavolata della domenica. E Nogarin risponde parlando di un reddito di cittadinanza che non esiste

renzi livorno vicinanzaNella giornata di martedì, quando è apparso un tweet del direttore del Tirreno che evidenziava come una spettatrice livornese del comizio di Renzi gli avesse urlato quanto fosse bravo e bello, si sono definiti alcuni passaggi della comunicazione, locale e nazionale, diversi anche rispetto al recente passato. Il tweet di Vicinanza sta nella strategia di rafforzamento, o di mantenimento, della rappresentazione del divismo attorno a Renzi. L’idea è che quanto più forte sia il divismo attorno al presidente del consiglio, tanto più sia colmabile lo spaventoso vuoto politico che lo accompagna.

La stampa locale partecipa quindi a questo gioco di rappresentazione del divismo di Renzi che, da Rolling Stone a “Chi” al Sole 24 ore, accompagna le vicende del presidente del consiglio dalla sua installazione a palazzo Chigi. Nella stampa e nei media locali tutto questo è elaborato con schemi, quelli sì, in armonia con il passato: ampio spazio, acritico e pieno di particolari inutili dal punto di vista informativo utilissimi per il gossip, al divo poi ritagli di notizia, nemmeno poi male, per gli oppositori. E’ un modo di accompagnare il potere, furbo e consolidato. La differenza la fa il contesto comunicativo al quale si partecipa. L’apologia della stampa locale ai presidenti del consiglio di centrosinistra del passato -da Prodi a D’Alema a Letta- non ha mai toccato il divismo se non in modo periferico. Con Renzi si partecipa ad un gioco e a un fenomeno pericolosi, che concorrono al consolidamento di un concentrato di potere già recentemente conosciuto come inquietante nella storia della repubblica: segretario, presidente del consiglio, gestore dei telegiornali (basta vedere i dati dell’osservatorio di Pavia), barzellettiere.

renzi livorno poliziaUn personaggio i cui particolari dell’esistenza privata vengono diffusi sia nei canali dedicati al gossip che in quelli specializzati nelle news, figuriamoci in quelli ibridi tra pettegolezzo e notizia. Una strategia del divismo che ricorda, anche perchè ne è tentativo di copiaincolla, quella berlusconiana. Con qualche significativa differenza: Berlusconi ha spaccato il sistema dell’informazione, specie i giornali che fanno l’agenda politica di tutti giorni, non ha avuto un circuito unificato di produzione di notizie (dal Tg1 a Sky) così coeso. Ci sarebbe da dire che Berlusconi era un divo vero, emerso dalla spazzatura culturale che lo ha incoronato così negli anni ’80, mentre Renzi non rappresenta niente in quanto divo sostanziale. Ma si andrebbe su un’altro piano, qui ci interessa vedere come la stampa locale si adegui, automaticamente, a modelli di decorazione del divismo politico che si presenta sui territori. Modello, quello del divismo politico dei territori, che emerge come risposta, dall’alto, alla crisi della politica locale. Risposta che trova il notabile, antico residuo della cultura liberale postunitaria, come figura, rinnovata, chiave della politica dei territori. Renzi è quel tipo di notabile, che emerge dalla crisi degli apparati politici locali, che fa carriera nazionale e ritorna ogni tanto, in visita, alla radici. La stampa locale non può che ringraziare, entusiasta. Concorrendo a un modello neoautoritario di comunicazione che, ufficialmente, respinge il populismo come la peste. Mentre, in realtà, usa uno degli strumenti chiave del populismo, specie digitale: il divismo di un uomo solo fatto per piacere, alla folla, per acclamazione. Da palazzo Chigi alle terre senza forma punteggiate di capannoni in località Picchianti.

renzi livorno striscioneLa visita di Renzi a Livorno è stata una delle tappe referendarie, compressa tra una tappa piombinese, dove il premier non ha detto niente di concreto sulla permanentemente drammatica vicenda delle acciaierie, e la serata pisana alla Leopolda. Desta una certa impressione le modalità di, come dire, confezionamento della giornata. Qualche centinaio di persone, non sindachiamo nè sul numero nè sulla composizione, dirottate in periferia, sigillate da uno schieramento di polizia degno di un prefiltraggio rigido allo stadio nei giorni delle partite calde. Contatto con la città zero, unico elemento di comunicazione i media locali (mobilitati pure con la diretta tv) e nazionali. I media locali sono qui passati dall'essere il soggetto che rappresenta, in modo politicamente subalterno, gli eventi del territorio a coloro che lo costruiscono in toto. Altro che bagno di folla a Livorno: senza la diretta twitter, tv, i lanci, le foto etc la giornata di martedì 22 sarebbe stata un raduno praticamente inavvertito in una delle zone meno frequentate della città. Considerando che chi fa l’evento, i media, oggi è saldamente in mano al premier si fa presto a capire: si cerca di reiterare una politica sigillata, il cui significato comunicativo, gonfiato per l’audience, è governato da pochi e celebrato dagli operatori della comunicazione.

Quale sia la concezione dei territori di un modo simile di proporre eventi è qualcosa di sperimentato da tempo: il classico non-luogo utile, ogni tanto, per qualche spettacolo politico. Ma utile per il nome, non per lo spazio. Visto che viene usato nelle zone meno frequentate. A differenza dei concerti sbattuti in periferia, invasi per gli eventi estivi, si tratta di zone pensate non perchè la gente possa accedervi ma perché non ci passi nemmeno. O comunque venga blocccata agli accessi, per non creare problemi non tanto di ordine pubblico ma di scaletta dello spettacolo previsto. Perchè a dare colore, significato e audience ci deve pensare la comunicazione. Per il resto Renzi non ha detto nulla, vive solo di cornice spettacolare, ed è inutile fermarsi a qualche battuta da tavolata della domenica. Battuta fatta nella convinzione che sia questo, oggi, il format comunicativo che rende. Va solo notato come la contaminazione, avvenuta da tempo, tra Renzi e Benigni abbia reso il primo un presidente del consiglio che fa battute scontate e il secondo un comico che fa affermazioni politiche banali. Nemmeno uno sciamano avrebbe potuto fare un incanto negativo migliore.

Inoltre renzianamente, l’attuale sindaco di Livorno, chiamato in causa dal presidente del consiglio al Picchianti cerca di rispondere reiterando una cavolata sperando di farla passare per un gioiello. La cavolata è quella di parlare di un reddito di cittadinanza che non esiste, se non come bassa trovata di propaganda dell’amministrazione, proponendolo proprio come oggetto di discussione al presidente del consiglio. Il rischio concreto è che, su questi temi da intrattenimento politico, Nogarin e Renzi si parlino. Livorno avrebbe bisogno di ben altre cose ma, si sa, oggi siamo su un terreno molto lontano dalla politica, dalla trasformazione in positivo della vita sui territori. Siamo su un terreno nel quale l’erosione della vita sociale è un processo ormai naturalizzato. Fino a quanto tutto questo avanspettacolo non esaurisce le batterie e rivela le tinte forti, quelle che sembrano esagerate ma invece sono reali, del panorama che abitiamo.

redazione, 23 novembre 2016

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Livorno, la questione bianca

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Livorno dallaereo 1In pochi giorni, tra la trasmissione di Rai 2 che ha trattato l’occupazione del palazzo Maurogordato e l’iniziativa sulle mutazioni di Livorno alla Goldonetta, emerge un tema ben chiaro da affrontare per i prossimi anni. Quello che, per comodità di esposizione chiamiamo la questione bianca. Che cosa vogliamo dire? Ad occhio stiamo parlando della brutale doppia convergenza nelle dinamiche di crisi sia delle classi medie che di quelle subalterne, entrambe native, del nostro territorio.

La crisi di Livorno, gestita per un ventennio, seria da un decennio, drammatica da un lustro, ha portato ad un vero e proprio spoliamento delle risorse, e persino delle capacità di relazione sociale, dei ceti medi che delle classi subalterne. Il fatto che la crisi sia cosi’ generalizzata -e si rilevi da indicatori molto diversi dall’emigrazione qualificata al tasso di sfratti- comporta una pericolosa erosione della spina dorsale della città. Pericolosa sul piano sociale ed economico. Certo i ceti dirigenti, dagli anni ’90, hanno imparato ad impermeabilizzarsi alle crisi del territorio, per cui quando quest’ultimo cedeva i ceti dirigenti rimanevano in piedi, ma nessun processo, come abbiamo visto nel 2014, esiste per sempre. Tanto meno se la crisi radicale diventa crisi radicale permanente. Chiamiamo il risvolto sociale di questi fenomeni questione bianca. Perchè riguarda i nativi, il grosso della città, bianchi residenti anche da generazioni. Ma la chiamiamo così anche perché l’importazione di categorie di lettura dal mondo angloamericano l’ha resa così.

Un esempio? La lettura automatica di parti significative di società in minorities (neri, arabi, gay, donne, subculture metropolitane etc.) e communities (il risvolto territoriale di queste minorities, a volte letto con romanticismo sociologico). Concezioni da tardi anni 70 della sociologia britannica, gratta gratta. Concezioni che trovavano però un punto cardine: il grosso della società, che faceva perno su una classe media solida e su una classe operaia dei diritti garantiti, teneva nonostante le già forti trasformazioni del decennio pre-Thatcher. Insomma una infrastruttura sociale forte, secondo questa concezione, e le minorities da studiare e integrare. Tutto questo lessico, ampiamente americanizzato prima e italianizzato poi, è stato importato nel nostro paese. Sempre nella presunzione, alla quale non è estranea molta sociologia cattolica, che il grosso della società dovesse farsi carico degli “ultimi” poi anglicizzati in tante categorie multicolore da una sinistra che ha perso il senso storico della distanza dalla chiesa (salvo i gay, indigeribili per le autorità ecclesiastiche romane). Il problema è che, dal punto di vista del carico di responsabilità sociali, il grosso (ceti meti e ceti subalterni) oggi non solo non sa raccogliere questo messaggio ma, soprattutto, non è in grado di sopportare questo peso. E’ a livello di isteria, in termini di psicologia collettiva, e di forte depauperamento risorse, in termini economici. Tanto da rendere difficile una solidarietà sociale, così come pensata in termini di origine cattolica (la società che si fa carico degli ultimi, anglicizzati in minorities nel lessico di sinistra).

Livorno nel corso dei decenni, anche per la pigra natura concertativa dei suoi servizi sociali, ha sempre adottatto questa impostazione, viste anche le ristrutturazioni amministrative che l’hanno attraversata: cattolicesimo degli esclusi e anglicismo delle minorities l’hanno fatta sempre da padrona nell’impostazione delle politiche sociali. Il punto è che, a livello locale come nazionale, si presupponeva che si dovesse intervenire sugli esclusi, o le minorities, e che il grosso della società tenesse. Dopo anni di crisi, il grosso non ha tenuto o, se si preferisce, tiene sempre di meno. Infatti esclusi e inclusi, minorities e bianchi si guardano in cagnesco perché si vedono come concorrenti, in uno spazio di assistenza e di diritti, che è sempre piu’ ristretto.

Oggi infatti la crisi è così forte, nonostante le statistiche fantasiose del presidente del consiglio, che, sui territori, non solo gli esclusi non si sono mai veramente inclusi. Ma anche gli inclusi stanno raggiungendo rapidamente la stessa condizione sociale degli esclusi. Livorno è una rappresentazione plastica di come l’ex infrastruttura sociale di un territorio, bianca, stia rapidamente arrivando al livello delle stesse minorities che dovrebbe aiutare a emancipare. La questione bianca, in questi termini, si poteva intravedere dieci anni fa e diviene palese oggi. Nella crisi più radicale, non solo economica quindi, delle forze politiche municipali non dal dopoguerra ma da sempre. E, viene da dire, la questione bianca l’hanno capita anche i neri. Infatti, chi puo’ fugge, viste le condizioni di Livorno. L’hanno capita tutti meno la sinistra che recita ancora linguaggi, e proposte, anni ’90. Che, inascoltati, non servono a tutelare i neri e trovano la crescente non indifferenza ma ostilità dei bianchi.

E’ evidente che l’amministrazione attuale non ha gli strumenti per affrontare questa crisi. Per due motivi: non li ha ereditati, dal punto di vista economico e cognitivo (basti ricordare la chiusura dei quaderni del SEL livornese, Cosimi style), e non li sa costruire. Altrimenti, avrebbe evitato ai livornesi lo spettacolo di una carta di sostegno alla spesa per poche decine di persone propagandata per reddito di cittadinanza (ricordiamo che, nell’accezione minima, reddito di cittadinanza significa dare possibilita a CHIUNQUE di accedere a livelli di vita che permettano di essere pienamente cittadino). Francamente non preoccupa tanto un assessore, destinato a sparire velocemente, che non è una vera espressione del territorio che, ogni tanto, si lascia andare, quando parla di servizi sociali, a affermazioni che ricordano tanto argomenti alla Le Pen. Preoccupa che alla visita della sindaco leghista di Cascina, comunque ampiamente meno affollata di quella del sindaco di Napoli nella stessa sala, circolino interventi di questo tipo “Mio nonno.. è stato uno degli scissionisti del 1921, ho avuto tre nonni partigiani, da giovane sono stato iscritto alla Fgci”. Il genere lo conosciamo, compreso il fatto che gli scissionisti del ’21, forza dell’epica popolare, stando alla naturale dinamica della moltiplicazione dei racconti, potrebbero essere tranquillamente il doppio della popolazione di Livorno di allora. Sappiamo che, a Livorno, questa formula di presentazione significa legittimare qualcosa. E oggi si prova a legittimare la peste leghista. E’ un problema, risvolto velenoso della questione bianca livornse.

Livorno è stata etnicizzata, rappresentata in termini di etnie quindi pensata come una colonia (e questi processi) secondo una cultura dove concetti amministrativi, cattolici e di sinsitra si toccano. Le politiche coloniali, entrate nel governo dei territori nei mondi anglosassoni praticamente da sempre, servono per dividere la popolazione. E, come accade oggi, la reazione spontanea della popolazione alimenta questo genere di divisioni e di disgregazione sociali. Il suicidio vero’ pero’ sarebbe non vedere la questione sociale livornese nella sua complessità. Dove esclusi e inclusi si somigliano sempre di piu’. E dove i “bianchi”, ex ceto medio ed ex classe operaia non ce la fanno più ad essere sia sé stessi che spina dorsale della città. Oggi tutto questo si esprime in un diffuso senso del disorientamento. Ma la politica non si deve occupare, tanto, dell’oggi quanto di garantire un domani. Anticipando i processi per prevenirli.

Se la guardiano con queste lenti allora deve essere chiaro che Livorno ha una questione bianca gravissima. E, su molta pelle bianca, a Livorno, c’è tatuata la falce col martello. Non dimentichiamolo. Sia per i rischi, perchè la mortificazione dei simboli portati sulla pelle puo’ essere socialmente pericolosa, che per le opportunità. Perché Livorno ha un’identità sociale che tende a riemergere quando si organizza. Tenendo conto di novità e aggiornamenti. Come sempre accade nelle culture che reagiscono.

redazione, 21 novembre 2016

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L'era dei robot. Anche l'Onu lancia l'allarme

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L'apertura del nostro giornale cartaceo di settembre, il numero 118, titolava "L'era dei robot". Ieri anche Il Sole 24 ore ha dedicato un articolo all'allarme lanciato dall'Onu, sulla sostituzione dei lavoratori con macchine, che potrebbe portare a un rimpiazzo del 66% del lavoro umano. Riteniamo fondamentale che i compagni e chi in genere si occupa di politica o di sindacato, spenda un po' di riflessioni sull'argomento. Si sta parlando dell'inevitabile prossimo futuro. Ci sarà solo da adeguarsi mentalmente a questa prospettiva e studiare velocemente contromisure per arrivare preparati a concepire il modello che si prospetta nel prossimo futuro (che è già presente come si vede da questa puntata di Presa Diretta):

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10155306008427627&id=51929902626).

A questo link potete trovare un articolo del giugno 2013 del MIT sul tema.

redazione, 19 novembre 2016

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L'era dei robot

La progressiva sostituzione della manodopera e dell'intelletto umano con la tecnologia (robot ed algoritmi) creerà sempre più disoccupati, creando un cortocircuito fra domanda e offerta di beni e servizi. Il reddito garantito è l'unica via di uscita, oltre a quella di ripensare i sistemi di produzione e di consumo

robot lavoratoriIl capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann pochi mesi fa ha fatto una serie di dichiarazioni che sono un chiaro affresco del presente e del futuro del sistema di produzione capitalistico: “Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone e non verranno rimpiazzate“. Aggiungiamo noi che verranno rimpiazzate dalla tecnologia, in particolare dai robot che fanno ormai lo stesso lavoro, con maggiore velocità e precisione, senza stancarsi e senza protestare e tantomeno scioperare. Aumenteranno semmai i costi di manutenzione, ma anche l'essere umano è soggetto ad assenze e salute cagionevole. Ma il nodo è che il robot costa meno. Ed è proprio questo il punto che Neumann tende a sottolineare: “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10 […]. Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai 5 euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio”. Tutto chiaro e comprensibile. C'è però un problema. Il ciclo del capitalismo si basa su un legame fra produttore (il padrone), lavoratore (colui che riceve il salario) e consumatore (colui che compra i beni prodotti con il proprio salario). Ma l'immissione diffusa di tecnologia e robot rompe questa storica catena e crea un vuoto.

Chi comprerà i beni prodotti dai robot se una larga parte della forza lavoro si ritroverà disoccupata e senza un reddito? Si potrebbe rispondere che se i robot potranno sostituire il lavoro manuale dell'operaio in catena di montaggio oppure la tecnologia sostituire in toto il benzinaio alla pompa di benzina, ci sarà sempre un essere umano a fare la fase di progettazione oppure quella di stoccaggio e distribuzione oltre al fatto che il terziario (servizi e commercio) è in ascesa e compenserà la perdita di manodopera operaia. Purtroppo non è così perchè se è vero che la progettazione, la logistica e il marketing sono tre fasi che sono state molto sviluppate negli ultimi decenni, non bastano a compensare la perdita di posti di lavoro e anche queste sono soggette ad una progressiva tecnologizzazione e informatizzazione da rendere l'utilizzo di personale umano sempre più marginale.

Come è possibile? Lo abbiamo potuto analizzare e dibattere andando alla presentazione del libro del giornalista Riccardo Staglianò “Al posto tuo - Così Web e Robot ci stanno rubando il lavoro” in una iniziativa della libreria Erasmo quest'estate a Livorno. Un dibattito che ha allargato moltissimo il campo della futura disoccupazione tecnologica. Non si è parlato infatti dell'operaio ormai soppiantato dai robot sulle classiche linee di fabbrica, ma di tutta una serie di professioni, compresa quella del giornalista, che saranno soppiantate dal web, algoritmi in grado di scrivere articoli di giornale di senso compiuto (in particolare le analisi sui flussi finanziari), università digitali e robot-medici. Senza considerare il capitolo dei classici Uber, Amazon o Air B&B che se da una parte rappresentano per molti un'opportunità per consumi e servizi a minor costo, dall'altra parte impoveriscono i territori diventando un trasferimento netto di ricchezze dai luoghi dove viviamo e di cui poi possiamo beneficiare indirettamente (attraverso tasse e circolazione di denaro), a paradisi fiscali, megaziende o proprietari immobiliari che di tasse ne pagano meno anche dei pur numerosi evasori locali. Non molti sanno, ad esempio, che il fenomeno AirB&B ha fatto sì che in molte città siano aumentati vertiginosamente gli affitti perché molti proprietari tengono le case vuote a disposizione di turisti o persone di passaggio con cui guadagnano di più e probabilmente evadono meglio. Come ha detto Staglianò: “Con il nostro modo di consumare ci stiamo scavando la fossa da soli”.

Che fare? Non è certo possibile concludere nelle poche battute di un articolo cartaceo un ragionamento di sistema così complesso su sistemi di produzione, redistribuzione e consumo, ma ci è sembrato molto semplice e chiaro un articolo di Giorgio Gattei su Sbilanciamoci.info da titolo “Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti” ed il cui occhiello è comprensibile a tutti noi: “Nell'era della disoccupazione tecnologica, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci”. Ci arriva da un semplice assunto: se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, cioè che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende. È questa la disoccupazione tecnologica. E le parole di Neumann con cui abbiamo iniziato l'articolo ce lo confermano. Il reddito non è dunque niente di rivoluzionario. E’ una misura urgente e necessaria di redistribuzione che favorisce anche il sistema. Per vivere meglio invece servirebbe ripensare il modello di vita e consumi, quello di produzione e la proprietà dei mezzi. Questo sì sarebbe rivoluzionario.

tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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Ultimo aggiornamento Sabato 19 Novembre 2016 15:43

La manovra di bilancio comunale: un compromesso contabile, un rimosso finanziario, una sconfitta nella politica economica

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comune livornoLa presentazione della manovra di bilancio del Comune, in osservazione delle nuove normative sul bilancio degli enti locali, è avvenuta in consiglio comunale nel pomeriggio di martedì. Onestamente, il sindaco è sembrato eccedere in narrazioni alla fratelli Grimm: ha parlato di una manovra che taglia, prepara investimenti e anche assunzioni. Siccome è forte l’ideologia che vuole, magicamente, il taglio della spesa pubblica come momento di recupero di efficienza ci sta anche che un pò d’opinione pubblica ci creda. Il punto è che la materialità dei processi dice altre cose. Diciamo questioni che è meglio affrontare un po’ da vicino. Il sindaco ha anche parlato dell’organizzazione un sistema di welfare che “prende in carico i cittadini al momento del bisogno”. Formula criptica, certo, ma se la spiegazione dell’arcano sta nelle parole dell’assessore Dhimgjini che ha battezzato “reddito di cittadinanza” un assegno a tempo per poche decine di persone (si veda https://www.facebook.com/nogarin.pubblica/videos/1219699728086685/) probabilmente siamo più alla fase degli spot che a quella della idee praticabili.

Sicuramente la discussione del dettaglio della manovra spetta alle forze, e alle persone, in consiglio comunale. C’è una dinamica dei lavori consiliari che non solo va rispettata ma è quella più adatta ad entrare nel dettaglio della manovra. Un paio di temi vanno qui, invece, evidenziati per capire la logica sulla quale ci si sta muovendo.

Il primo è questo: il sindaco ha evidenziato che lo sforzo complessivo dell’amministrazione “permetterà di investire oltre 87 milioni di euro per opere pubbliche in tre anni, di cui 46 milioni solo nel 2017”. Bene, se fossimo renziani diremmo che tutto questo è possibile ma non grazie a qualche particolare magia, grazie piuttosto al pilota automatico innestato dalle disposizioni del governo Renzi per il bilancio degli enti locali del dicembre 2015. Visto che è proprio il nuovo bilancio renziano che permette, per il primo anno, sforamenti del patto di stabilità per poi delineare un più rigido percorso di investimenti nel biennio successivo. La solita logica renziana dei bonus, quei 46 milioni nel primo anno, niente di più. E niente che attivi economie locali. Anzi, con la logica dei costi standard, e della centralizzazione della spesa, si stanno, silenziosamente, deprimendo le economie locali. Ma fino a quando gli stessi soggetti che subiscono i tagli li invocano, forza di quell’LSD chiamato politica spettacolo, in nome della “lotta agli sprechi” sarà difficile entrare in questo problema.

Il secondo tema, dedicato all’ammortamento dei crediti non esigibili, è stato pubblicamente esposto dall’assessore Lemmetti. Sembra un tema esoterico, marziano ma non lo è. Il comune deve, con la normativa attuale, mettere da parte, e non spendere, risorse fino ad arrivare, nel 2019, a coprire l’intera somma dei crediti non esigibili o di dubbia esigibilità. Un modo per scaricare la crisi fiscale, dovuta a anni di crisi economica, sulle prestazioni della macchina amministrativa. In questo senso però il Comune cambia, e non poco, natura. Da erogatore di servizi pubblici diventa, andando a caccia di multe da far pagare, un tentativo locale di stabilizzazione delle fondamenta del grande totem delle politiche pubbliche dell’ultimo quarto di secolo: l’avanzo primario di bilancio. Espressione che tradotta in italiano significa che il cittadino riceve meno servizi di quanto versi in tasse. Anche se ne ha bisogno, o diritto, in termini di sanità, assistenza, formazione.

Chiaramente la responsabilità politica è del governo, specie nel momento in cui toglie autonomia impositiva agli enti locali ma, nel caso di Livorno, non si sono viste nè la resistenza del territorio a queste politiche nè qualcosa di innovativo. E qui bisogna stare attenti ad una cosa: come tutte le manovre di questo tipo i tagli ai servizi sono certi ma, anche, ci si basa su qualcosa di incerto, qualcosa che è incerto come decisivo: il recupero crediti. E, sulle manovre fondate sul recupero crediti si lastricano le vie della dismissione degli enti locali. Infatti solo se si riusciranno a recuperare crediti in sofferenza si libereranno, se non intervengono altre crisi, risorse di bilancio. E l’urgenza del recupero crediti, nel bilancio del comune di Livorno, lo si vede dalla progressione, negli anni, dei crediti in sofferenza delle multe illustrata dallo stesso Lemmetti. In poche parole: quanto più il comune riuscirà a recuperare dai cittadini in crisi tanto più riuscirà a liberare in risorse. L’annunciata messa in campo del sistema di ausilio per il recupero crediti Serpichino (nome da compiaciuta ideologia securitaria) spiega già le politiche dei prossimi anni: una caccia a chi, a parte la percentuale di casi da folklore, è falcidiato dalla crisi, e non è in grado di pagare i crediti, per far quadrare i bilanci del comune, a sua volta, in crisi. Oppure, in alternativa, un bilancio ingessato, a causa degli ammortamenti, dove niente si fa a causa del mancato recupero crediti. L’economia livornese non guadagnerà un centesimo in nessun caso. Ma, statene certi, la carriera politica si misurerà sulla capacità retorica legata al recupero crediti. Qui deve essere chiara una cosa: sacche di evasione esistono, ma non di una profondità, e di una esigibilità, tali da rimettere in sesto il comune.

Quindi, ecco già servito il capro espiatorio per i disservizi dei prossimi anni: il mitico “furbetto”, animale nato sui media locali e nazionali, responsabile per non aver pagato il dovuto, della crisi degli enti. Peccato che, dopo 10 duri anni di crisi, in cui Livorno ha cambiato volto, ci sia qualcosa di strutturale in tutto questo. Ma non diciamolo troppo sennò è accademia. Davvero c’è da rimpiangere gli Stati Uniti dove la parola “crisi”e “fallimento” di un territorio per gli enti locali significano questo e non una serie di espedienti retorici e di capri espiatori, di politiche vessatorie fatte sotto l’etichetta di equità o Equitalia.

La manovra di bilancio è quindi un compromesso contabile, faticosamente raggiunto, tra giunta e dirigenti dell’amministrazione. Un compromesso scivoloso, non solo sul piano dei rapporti tra uffici, ma su quello della stabilizzazione reale del bilancio. Giova però dire che i pilastri della manovra sono gli stessi, che a livello di Anci Toscana, giravano a livello di amministratori Pd a inizio anno. E il problema si fa politico, grosso come un grattacielo, e va ben analizzato.

Lo stesso Nogarin, per capirsi sta nella logica. Nella audizione dell’Anci, congiunta tra le competenti commissioni di camera e senato, Nogarin e Bianco hanno presentato un documento dove si da “valutazione positiva” delle politiche di Renzi sugli enti locali

http://www.enti.it/news-bilancio-legge-di-bilancio-2017-il-documento-anci-552.html

Lo stesso Nogarin ha chiesto, oltre a auspicabili risorse per il turnover, risorse per gli uffici giudiziari. Inutile dire che queste ultime guardano, in sinergia, all’accertamento crediti inesigibili, in una logica non di servizi, esattoriale, di pura sopravvivenza dell’ente.

Insomma, il sindaco è entrato nella logica dell’autoreferenzialità amministrativa non in quella dell’uso dell’amministrazione per la rigenerazione economica. Senza andare troppo a sinistra, non molto tempo fa il sindaco Pd di Camaiore, sul Tirreno non su Battaglia Comunista, ha invece detto la verità. Con queste politiche di bilancio, aggiustamenti compresi, viene meno la funzione di indirizzo degli enti locali, prevista dalla Costituzione, per l’economia territoriale. Bianco (PD) e Nogarin, in sede di rappresentanza Anci, si adeguano di fronte a questioni che toccano la sostanza del collasso dei comuni, e della loro impossibilità a funzionare come servizi e come volano dell’economia locale. E l’intervento, qui riportato da comunicato Anci, di Nogarin è già diverso da quello, di poche settimane fa, dell’assemblea Anci di Bari. Queste, ovviamente, sono cose che il sindaco dovrebbe spiegare sul serio alla città. In una qualche forma un po’ più articolata di un tweet o di un’intervista da ufficio stampa.

Francamente Livorno vuol essere informata, nel dettaglio, di questi audit del sindaco non delle foto con la felpa dedicata al referendum. E qui emerge un problema vero del comportamento del movimento 5 stelle: la piena assenza di trasparenza, nonostante la narrazione dell’apertura della scatoletta di tonno di Grillo. Purtroppo lo diciamo dopo aver constatato la mancanza di approfondimento delle politiche di bilancio partecipato proposte al comune, non certo per pregiudizio. Oppure dopo aver visto che l’argomento, quello si da opinione pubblica non le polemiche sulle multe in divieto di sosta, delle politiche del Comune verso le banche, e viceversa, è tabù come lo era presso il Pd. Anche perchè siamo nell’epoca, forza dei nuovi bilanci comunali, in cui chi controlla una partecipata del comune può controllare un bilancio comunale. Come? Basta capire che una svalutazione, o una rivalutazione, delle quote di una partecipata incide sul bilancio consolidato del comune. Eppure mai come oggi, per orientare le forze in città e aggregare forze economiche, è necessario un quadro pubblico, delle proiezioni, del rapporto tra banche, quote detentute e amministrazione. Anche perché le banche hanno tutta l’intenzione di risolvere parte della loro crisi grazie all’amministrazione pubblica. Il problema finanziario viene quindi puntualmente rimosso dalla scena pubblica locale. In questo senso la continuità con il PD, nonostante i timori di molti poter forti locali, o perlomeno con quel tipo di opacità politica è piuttosto forte.

E qui si viene al terzo punto del problema. La sconfitta nelle politiche economiche, necessarie per la città, implicita nel comportamento di questa giunta. Certo, sarebbe facile, avendo pure ragione, insistere sul fatto che con il costo di assunzioni boomerang come quella della dirigente Maltinti l’amministrazione avrebbe potuto potenziare l’assessorato allo Sviluppo economico e di sistema, elemento poco più che ornamentale dell’epoca Cosimi. Oppure l'assessore all'ambiente Gordiani che dopo essere stato rimosso è tornato a frequentare i circoli del Pd ed è anche finito nel comitato per il sì al referendum. Senza dimenticare Steve Di Gennaro Jobs. Il problema non è solo quello. Non è solo di uffici o dell’annoso problema della amministrazione che vive in autonomia dal Comune. Il problema è legato alle politiche. Il movimento 5 stelle ha vinto le elezioni a Livorno, con l’appoggio decisivo delle sinistre, essendo praticamente digiuno di politiche economiche, nella crisi ecomico più vasta dal dopoguerra. E non ha mai superato questo gap. Divario che non si supera con una logica di ufficio, ma con una politica.

Perché è a Livorno è evidente una cosa: c’è una stagnazione ed una doppia crisi. La stagnazione è del mercato immobiliare come volano dell’economia locale, la doppia crisi è del capitale per le infrastrutture e di quello per l’economia diffusa. Dura da tanto e non finirà tanto presto. In queste condizioni, in una città che ha bisogno di generare comunque ricchezza e servizi, deve aggregare le risorse produttive sparse e fargli fare massa. Facciamo un esempio? Il turismo, invocato come elemento di legittimazione di ogni scelta di tassazione dell’amministrazione da parte del sindaco. Per fare un esempio, non a Orange County ma a Nughedu Santa Vittoria in Sardegna, questa estate è stata organizzata una rete di iniziative di ospitalità diffusa appoggiandosi sulla piattaforma Gnammo. Iniziative riuscite e mirate a risollevare il territorio basandosi sulla classica piattaforma da sharing economy. In quasi tre anni l’attuale amministrazione sul turismo, ha cambiato due assessori (di cui uno ha nientepopodimenoche fatto un manifesto sul turismo e l’altro ha detto, in tutta onestà, che deve ancora studiare) senza neanche sfiorare il problema: l’uso del pubblico per accorpare economie da riversare su piattaforme in grado di generare ricchezza. E stiamo parlando di sport ma vale lo stesso per lo spettacolo, l’ospitalità -saper promuovere Livorno su Airbnb è imporante- la cooperazione economica, ecologia, sanitaria, servizi alla persona, coworking, l’economia dei dati. Non è la bacchetta magica tutto questo ma fa una cosa importante: dispone la macchina pubblica per la rigenerazione di ricchezza e forze produttive, invertendo il declino.

Questo non è stato fatto e sta nella logica di proporre una Maltinti, segnalata tra l’altro da un esponente di una minuscola lista di destra, invece che preservare le risorse per un vero assessorato che sapesse lanciare questo. E’ vero che rispetto all’attuale modo di vivere l’amministrazione, e la città, tutto questo è difficile. Ma è anche vero che, l’abbiamo visto con Darsena Europa e accordo di programma, i tradizionali patti per lo sviluppo, nel migliore dei casi sono elefanti che necessitano di anni per partire. Mentre la città ha bisogno di mobilitazioni più rapide, di prossimità e innovative. Certo, sharing economy, economia della condivisione ed economie territoriali. Nessuno sfugge alle difficolta’, alle contraddizioni di questo modello. Ma se la logica è di sognare l’investitore da fuori, la startup che spacca etc, è roba che non va da nessuna parte o meglio, roba da episodi isolati. Film liberisti che non colgono il problema della rigenerazione diffusa, non solo economica, di un territorio da troppo tempo abbandonato a sé stesso e in persistente declino e invecchiamento demografico. Livorno ha bisogno di mobilitare orizzontalmente intelligenza non manager. O se ha bisogno di manager è perchè questi trasferiscano sapere all’intelligenza collettiva, per rigenerare il territorio. Figuriamoci se i tre manager di Aamps lasceranno un po’ di loro compentenze, per capirsi, ai livornesi.

In questo senso la politica dell’effetto annuncio, la logica delle cerchie, la chiusura degli spazi di connessione con la città praticate di fatto dal movimento 5 stelle non è stata certo balsamica per Livorno. E qui deve essere chiaro la logica della mancata condivisione dei veri problemi della città, non è solo, o tanto, un danno democratico. Ma è anche un danno economico: perchè la conoscenza è potere economico. In questo senso, con queste politiche di bilancio che guardano altrove, la sconfitta di Livorno è nell’assenza di una vera politica economica.

La verità nuda e cruda è un’altra: prima e meglio di Parma, Livorno mette a crisi il modello 5 stelle. Il modello, frutto della superata impostazione di Casaleggio, prevedeva un risultato tutto politicista e un successo tutto amministrativo. Per cui una volta azzeccato il posizionamento nel doppio turno alle amministrative, equità e onestà avrebbero dovuto risanare i comuni e rilanciare i territori. L’assenza di un vero modello economico su questo, e la sottovalutazione della natura perversa della crisi, hanno messo velocemente a nudo la crisi di questa impostazione. Certo, si tratta di un errore dell’impostazione pentastellata ma è un errore che le forze politiche rimaste sul territorio non si possono, per il futuro, permettere di ripetere.

Naturalmente , nel pilota automatico, lanciato da Roma, nel bilancio del comune, ci sono antichi collaudatori Dietro questo bilancio ci sono Tremonti e Monti, per cui centrodestra e centrosinistra hanno poco da criticare. Ma non ci interessano le piume che volano dal pollaio. Interessa la situazione, e il futuro di Livorno. Di fronte di nuove ondate di crisi.

redazione, 16 novembre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Novembre 2016 21:37

Matteo goes populist: l’ora del Trump con casa a Pontassieve

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renzi tricoloriDiversi osservatori l’avevano notato immediatamente, subito dopo l’elezione di Trump, Matteo Renzi ha fatto una conferenza stampa senza le bandiere dell’unione europea. Fino alle presidenziali Usa, le conferenze stampa del presidente del consiglio a palazzo Chigi, oltre ad avere un numero di bandiere quasi pari a quello di una sala di sbandieratori, vedeva un assortimento di drappi nazionali e dell’Unione Europea. Arriva la notte americana e il presidente del consiglio cambia subito set: via le bandiere dell’unione europea, conferenza in maniche di camicia (non più bianca ma con taglio e colore più populist) e abbraccio di tricolori nemmeno la festa della bandiera a Reggio Emilia. Peccato, se proprio dobbiamo analizzare il dettaglio, per il solito Mac in primo piano. Va bene che il presidente del consiglio è un uomo sandwich vivente -dagli spot travestiti da visita ufficiale a Marchionne in poi, però Apple è il marchio antiTrump per eccellenza, dalla location (California), alle idee, alla globalizzazione della forza lavoro, al management.

Ma, si sa, Roma non fu fatta in un giorno e Matteo, che fino al giorno prima mandava gli auguri alla Clinton ed esibiva il book fotografico della visita da Obama, si è messo subito al lavoro. Oltretutto il consigliere della campagna elettorale per il “Si”, John Messina, non solo è obamiano ma è stato responsabile della campagna elettorale 2012 del presidente Usa uscente. Detto questo l’operazione rovesciamento di scenario è partita in tempo reale: agenzie di stampa imboccate hanno diffuso subito la foto di Renzi che, in aereo, parla al telefono con Trump. Foto in bianco e nero per sottolineare la storicità dello scatto. Poi si tratterà di convincere gli italiani che il vero Trump italiano abita a Pontassieve e che il feeling con Obama, e con la Clinton, era solo diplomazia creativa. In così poco tempo, le possibilità di essere preso sul serio sono pochine. Ci vorrebbe un endorsement di “The Donald” in persona ma qui sarebbe volare troppo con la fantasia.

Certo che Renzi qualche carta per essere ascoltato da Trump ce l’ha: è antirigorista e contro le burocrazie di Bruxelles (nella immaginaria accezione che il premier dà di queste espressioni), ha bloccato le sanzioni alla Russia desiderate dalla Germania. Ma, se esagerasse troppo con la sceneggiatura del redento da Trump, si troverebbe con un post-elezioni molto pericoloso. Il conflitto Ue-Usa è già esploso, con Juncker che accusa Trump di conoscere poco il mondo: per Renzi fare troppo il Trump significherebbe trovarsi bloccato da chi, la Ue, dovrebbe permettergli di fare un po’ di deficit per cercare di sopravvivere. Oppure, peggio, supportarlo nella crisi bancaria ormai permanente.

Dopo mesi di obamismo-clintonismo da campagna elettorale che ha raggiunto vette di comicità di tutto rispetto, i clip su yoube su Renzi che fa l’americano si sono moltiplicati in piena ilarità collettiva, la breve stagione del Renzi redento da Trump si annuncia così tanto grottesca quanto breve. Renzi non è un comunicatore è un martellatore. Renzi è Berlusconi, la cui capacità di cambiare prodotto politico in corsa meriterebbe analisi più approfondite di quanto visto ad oggi. Renzi è da televendite. Cioè un qualcuno che sai che resta sempre dietro un bancone, con dei numeri sul fondo del teleschermo. Quando vedi che cambia prodotto troppo presto sai, come qualsiasi casalinga di Voghera, che nella merce che vende qualcosa non va. Resta solo da capire che fine farà la legione di servi, che coincide con il media maistream italiano, che ha materialmente contribuito ad un disastro politico e comunicativo chiamato Matteo Renzi. Oggi, e non per molto, il Trump con casa a Pontassieve.

redazione, 11 novembre 2016

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