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EDITORIALI

Trump, chi altro?

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trumpCominciamo da noi. Possiamo tranquillamente allinearci tra coloro che non sono per niente stupiti della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. A marzo abbiamo infatti pubblicato una lettura che delineava temi che si faranno sentire ampiamente, ed ossessivamente, nelle analisi a freddo sulla vittoria di Trump. (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/trump-quello-spettro-per-le-sinistre-che-arriva-dall-america). E questo non perché indossiamo le vesti dell’oracolo. Piuttosto, abbiamo visto serie lezioni impartite in casa: in tutta la parabola politica di Berlusconi sono disseminate forti armi concettuali per capire cosa è accaduto in Usa. Certo se ci si ferma a parlare degli scandali di Berlusconi e, oggi, di quelli di Trump non si capisce un granché di quello che è accaduto. Se non che è stato eletta una persona scandalosa. Ma, anche qui, quando il popolo vota per lo scandalo, vuol dire che la regola è, in qualche modo, messa in discussione. Si tratta quindi di leggere i significati profondi di quanto è accaduto. E qui una cosa è certa, la sinistra, specie quella ragionevole, oggi non è minimamente in grado di farlo. A caldo, tenendo conto che di Trump parleremo a lungo, fissiamo un paio di punti. Non dettati dal momento ma di quelli di cui c’è bisogno di tener conto, assieme all’analisi linkata, fin da oggi.

IL DISASTRO PLANETARIO DEI SONDAGGI

Ci sono state elezioni Usa in cui i clip televisivi sono stati al centro dell’attenzione. Altre sono state determinate dai dibattiti in diretta. Altre ancora dall’ascesa di youtube e facebook. L’ultima, quella prima dell’elezione di Trump, dall’analisi dei big data e del sentiment elettorale. Questa elezione è stata invece dominata da uno strumento antichissimo, usato dagli anni ‘30: i sondaggi. Bisogna però intendersi su una cosa: il disastro dei sondaggi non è stato quello della mancate previsioni (anche se i principali network americani hanno giurato e spergiurato di avere i numeri “certi” della vittoria della Clinton). Ma quello dell’uso dei sondaggi, a reti globali unificate, per orientare la vittoria della Clinton. Possiamo dire che quest’uso, politico, dei sondaggi ha clamorosamente fallito. Un uso globale visto che il mainstream inglese, francese e tedesco ha sostanzialmente recepito le indicazioni di quello americano. Primato all’agenda setting della Clinton, alle parole d’ordine di “Hillary”, agli scandali di Trump piuttosto che a quelli della Fondazione Clinton, ampia diffusione di panico con notizie fantasiose di possibili attacchi di hacker russi il giorno delle elezioni etc.

Il mainstream globale, con l’arma contundente dei sondaggi alla mano, salvo lodevoli eccezioni, ha spinto politicamente per “Hillary”. Per il panico che si fa voto per un candidato contro un altro. E ha perso. In questo scenario, i media italiani si sono distinti per, diciamo, eccesso di colonizzazione. Per mesi hanno semplicemente scartato, se non nei giorni in cui anche la CNN dubitava di quello che stava facendo, le notizie che potevano far capire una possibile vittoria di Trump. Se si aggiunge il fatto che, nel nostro paese, va in onda ormai Renzi a reti unificate, si capisce quanto da noi l’informazione sia attendibile. Molti in Italia si sono sorpresi della vittoria di Trump. Semplice, erano stati chiusi in un mondo informativo a parte, dove non esistevano che la “vittoria certa” o la “rimonta” della Clinton. In termini più tecnici, da teoria della comunicazione, in questa potenza di fuoco globale, per fare effetto sull’elettore americano, sono fallite le tattiche più elementari.

L’effetto siringa (immettere intensivamente contenuti per far in modo che l’elettorato risponda meccanicamente) e quello dell’opinion leader (identificare dei target di elettori in grado di convincere le cerchie dei propri parenti e conoscenti). Con la potenza comunicativa messa in campo la vittoria della Clinton, in un uso politico dei sondaggi, avrebbe dovuto essere netta. Ma non basta occupare i principali canali planetari per vincere un’elezione esiste anche il mondo reale. Allo stesso tempo, da quest’estate abbiamo seguito sondaggi meno citati. Ad esempio, quel Los Angeles Times, testata californiana di grande importanza che oltretutto ha fatto l’endorsement per la Clinton, da agosto non ha mai pubblicato dei sondaggi diversi da una vittoria di Trump. Ma si tratta di eccezioni: il punto è che sulla Clinton ha scommesso una rete di relazioni globali (mediatica, finanziaria, militare) che ha usato la comunicazione come arma di guerra per imporsi. E ha perso. Ora è il momento della retromarcia. Bloomberg TV, testata televisiva della agenzia omonima di informazione finanziaria, adesso parla di vittoria di Trump come “sbalorditivo colpo di scena” cerca di salvare il senso della propria propaganda a favore della Clinton. Mimando un colpo di scena mentre le previsioni di voto erano, in realtà, diverse. Per dirne una, mentre dagli Usa a Roma, si parlava, di “Hillary in rimonta” nei sondaggi delle ultime ore, degli ultimi tre sondaggi usciti a urne chiuse due davano vincente Trump. Si è preso un gruppo di sondaggi favorevoli alla candidata, li si è pompati su scala globale, e si è trascurato quelli “inutili”. Nella speranza di convincere gli indecisi a votare il favorito, creando un muro di informazione vasto quanto il pianeta. E’ finita in un disastro planetario.

LA GLOBALIZZAZIONE NON E’ MAGGIORITARIA NEGLI USA

Se andiamo ad una prima analisi del voto, in attesa della stabilizzazione dei dati ufficiali, vediamo come, in fondo, il distacco complessivo tra la Clinton e Trump stia tra gli ottanta centesimi di punto e il punto e mezzo.

Eppure questo scarto ci fa affermare che la globalizzazione, il tipo di liberismo di cui la Clinton era portavoce in questa elezione, non ha una base sociale maggioritaria. E proprio negli Usa, il paese piattaforma della globalizzazione liberista. Questo non stupisce per tre motivi: il primo è che la globalizzazione è, per natura, apolide, tende a non avere o non privilegiare basi nazionali. Fino a perdere anche quelle americane. Il secondo è che la reazione agli effetti della globalizzazione, dopo un quarto di secolo di profonde mutazioni nel paese, è più forte rispetto al consenso nei confronti delle politiche “global”. Qui basta vedere la cartina del voto delle presidenziali: nelle città nodo del sistema mondo della globalizzazione (da Los Angeles a Chicago a New York) ha vinto la Clinton. Nell’America profonda, e in quella travolta dalla deindustrializzazione ha vinto Trump. Il resto, l’astensione, non si è sentita in dovere di mobilitarsi per la Clinton nonostante, come abbiamo visto, l’intensiva campagna di panico dei grandi media americani nei confronti di Trump. E’ un dato politicamente serissimo, specie se sommato al recente voto dell’altra piattaforma dalla quale è partita la globalizzazione per come la conosciamo: quello che ha espresso “Brexit” nel proprio giudizio. Il terzo punto, che conosciamo bene dalla storia economica del ‘900, è che è naturale che, dopo una fase di globalizzazione (la nostra non è la prima e non sarà l’ultima) ci siano delle tendenze protezionistiche. Trump, almeno simbolicamente, incarna proprio queste tendenze. Non a caso, quindi ha vinto: è il momento in cui il pendolo della storia oscilla in modo diverso dal recente passato.

Tutto questo porterà ad una ridefinizione dei rapporti più controversi del mondo contemporaneo ovvero quelli Usa-Cina? Sono rapporti che vedono la Cina essere la fabbrica d’America e, allo stesso, tempo con i suoi profitti anche essere il maggior finanziatore del debito americano. Mentre gli Usa esternalizzano produzioni in Cina e i cinesi in Usa, i titoli cinesi di grande valore si quotano a Wall Street (Alibaba). E il tasso di cambio tra la moneta cinese e quella americana è sia il grande elemento di equilibrio, che di possibile grande squilibrio, di questa complessa architettura economica, tecnologica e finanziaria. La battaglia di Trump contro la Cina è datata ben prima della sua candidatura. Vedremo cosa accadrà oggi, che Trump è presidente, che la maggioranza delle camere è repubblicana, e che la globalizzazione non è più socialmente maggioritaria negli Usa. Questo è il punto decisivo per capire i prossimi anni, anche nel riflesso di cosa può accadere in Europa. Ancor di più di quanto accade in medio oriente o in Ucraina o all’euro. Perchè i rapporti Usa-Cina sono la spina dorsale tecnologica, finanziaria, economia del pianeta odierno.Il resto, anche se importante, segue.

Due parole, questione da non trascurare, sulle borse. Adesso è il momento della grande volatilità. Dove tante posizioni di pura speculazione, visto che le elezioni sono anche una grande festa delle scommesse di corto respiro, trovano sfogo. Poi ci saranno le cose serie. Bisognerà capire quanto, e come, Trump sfrutterà questa base maggioritaria anti-globalizzazione, e già gli analisti sono pronti a prezzare quali industrie americane potrebbero essere beneficate da tutto questo. Bisognerà capire quale sarà (se ci sarà) la politica fiscale di Trump. Analisti, di impostazione repubblicana, ad esempio temono che Trump faccia l’errore di Reagan, che fece una forte riduzione fiscale ma, puntando troppo sul complesso militare-industriale come elemento dello sviluppo, elevò il debito pubblico grazie anche alla grande finanziariazzione emergente dell’epoca. E’ vero che Trump punta alla riduzione del complesso militare, per liberare risorse economiche, ma dalle parole della campagna elettorale ai fatti, specie se i problemi sono un universo, c’è differenza. Anche questo tema peserà molto nel comportamento di Wall Street. Ma, soprattutto, peserà la vicenda del mandato di uno dei reali governatori dell’economia mondiale: Janet Yellen. Visto che sono le banche centrali, in concorso, a tenere in piedi la finanza globale. A febbraio 2018 il mandato della Yellen, scade. In campagna elettorale Trump ha detto più volte di volerla licenziare. Vedremo se userà la spinta maggioritaria antiglobalizzazione per farlo, se sarà in grado di fare una politica protezionistica imponendo un proprio governare della Federal Reserve, oppure, più semplicemente, verrà a miti consigli con Wall Street. Da tutto questo ne deriveranno le politiche sociali della presidenza Trump, sicuramente. Un’ultima cosa da evidenziare. In molti, ingegneri e urbanisti, hanno sottolineato come il famoso muro con il Messico, propagandato da Trump durante la campagna elettorale sia una soluzione impraticabile. Oltre 2000 chilometri di muro, anche in tratti inaccessibili del deserto, sono più che altro un’opera dell’immaginazione da propaganda. Come andrà a finire? Semplice, ci sono buone possibilità che Trump continui le poltiche di Obama che, solo a settembre (fonte Financial Times), finanziava con 75 milioni di dollari il governo messicano per potenziare la propria rete di respingimento migranti. Ma questo non diciamolo troppo forte ai liberal di casa nostra convinti che Obama e la Clinton stessero dalla parte dei diritti civili.

Di sicuro la Clinton rappresentava la continuità con la spietata globalizzazione liberale dell’ultimo quarto di secolo. Quella apertasi con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. E così, un altro 9 novembre marca un altra tappa della storia: incerta, inquieta, aperta, piena di pericoli e di possibili tragedie. Ma la storia, come aveva capito qualcuno che ne interpretava la fase rivoluzionaria, non è un pranzo di gala. E, di sicuro, non sarà la platea per il pranzo presidenziale di Hillary Clinton.

redazione, 9 novembre 2016

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La bomba di Basilea e il nuovo rischio Italia, qualunque sia l'esito del referendum...

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basilea 4Prima di parlare della bomba di Basilea, sopravvenuta nel solito, noioso fine settimana elettorale, una impressione. Fa sempre un certo effetto vedere analisti seri, con incarichi istituzionali, in grado di leggere criticamente i problemi, finire per gettarsi sempre, quando l’oggetto da analizzare è di quelli roventi, verso le braccia dello stesso totem: la banca centrale europea. E fa anche un certo effetto che vedere che , inevitabilmente, il soggetto che abbraccia il totem, che oggi ha il volto rettiliano di Mario Draghi, respinga sempre una seria analisi su come i comportamenti di altre banche centrali (quella giapponese o quella americana) non abbiano risolto i problemi che dicevano di voler risolvere. E mica si tratta di bazzecole, Banca del Giappone e Federal Reserve lastricano da anni la strada verso i grandi terremoti finanziari con due buone intenzioni: securizzare il mercato finanziario e rilanciare strutturalmente l’economia.

Se vogliamo dirla tutta, in un impeto di sincerità, Draghi sta ripercorrendo le tracce lasciate dagli altri governatori centrali nelle politiche di immissione di liquidità nel sistema finanziario già cominciate da diversi anni. Draghi sta acquistando obbligazioni pubbliche a rischio assumendosi quindi il rischio in prima persona, trovandosi così a dover speculare sul mercato per difendere le proprie acquisizioni, creando però ulteriori criticità sul mercato finanziario. Ed è il modello di comportamento che si è trovato ad interpretare la banca centrale giapponese. E sta, oltretutto, creando le condizioni per una ripresa che si basi sul contenimento del costo del lavoro, la deflazione tecnologica che erode l’occupazione, il contenimento del salario. E’ il modello Federal Reserve. Tutto mentre, nel frattempo gli analisti idolatri della banca centrale ripetono a capo chino, la posizione che esclude la visione dell’orizzonte, il mantra dei bassi tassi di interesse che, grazie a Draghi, hanno congelato il debito pubblico italiano.

Purtroppo la realtà, questa maliziosa, è disposta in modo diverso. Lo scopriremo presto e a nostre spese, naturalmente. Prima però deve scorrere quello che un analista, bravo e senza il desiderio dell’abbraccio verso totem, ha definito un “diversivo tribale e polarizzante”: il referendum costituzionale. Già perché, comunque vada, in Europa sta accadendo qualcosa che inciderà su tutti gli schieramenti, vincenti o perdenti. Se vincesse il “si” ci sarebbe subito una seria riprova: ovvero che la costituzione eventualmente riformata non sarebbe affatto una polizza di assicurazione contro le fibrillazioni finanziarie e bancarie in Europa (cosa che si tenta di spacciare e fa parte della logica della vera controriforma costituzionale, il pareggio in bilancio). Se vincesse il “no”, ci si accorgerebbe presto che nessuno degli strumenti costituzionali salvati dalla volontà popolare, e il salvataggio va comunque compiuto, sarebbe comunque in grado di difendere il paese. Già, perchè la politica fatta in modo tribale e polarizzante riesce, nonostante l’enorme disinteresse, a coinvolgere e a far costruire schieramenti. Solo che, per come è oggi, la politica rischia davvero di essere solo un gioco di ruolo, specie quando risorse e potere di decisione stanno altrove. Questo perché la strategia delle riforme costituzionali è stata pensata oltre trenta anni fa, quando l’Ue non esisteva e la Bce neanche.

Oggi lo svuotamento della costituzione è avvenuto grazie al peso della governance multilivello europea, le cose si fanno differenti. Primo, il referendum è diventato, più che altro, l’occasione per costruire un solo soggetto centralizzatore di potere e risorse; secondo, fatto non trascurabile, la riforma dovrebbe garantire la compressione della spesa per diritti e servizi delle Regioni. Compressione compatibile con le politiche di bilancio che sono, ancora oggi, stella polare di Berlino. Ma, visto che l’ “Europa” è in grado di far valere le proprie ragioni anche in caso di vittoria del “no”, avendo poteri immensamente superiori rispetto alla lontana stagione di partenza delle riforme istituzionali, una sconfitta di Renzi non sarebbe un dramma nè per la Bce nè l’Ue. Certo, nel caso di una sconfitta del “Si” ulteriori imposizioni all’Italia si renderebbero necessarie. Non essendoci più il paravento di una riforma costituzionale per far passare certe misure di rigore come condivise tra Italia e “Europa”.

Ma parliamo ancora di referendum e da chi, da questo gioco di ruolo, cerca di giocarsi la sopravvivenza. Ed è proprio il Monte dei Paschi di cui stiamo parlando. Il Cda, nella relazione preparata per l’assemblea degli azionisti del 24 novembre ha affermato che c’è indisponibilità, da parte degli investitori istituzionali, “ad assumere importanti decisioni di investimento relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum costituzionale“. In poche parole, MPS è una banca che può essere salvata solo con un intervento pesante del governo Renzi, magari vincente al referendum e disposto a forzare le regole europee. Altrimenti, semplifichiamo, il salvataggio si farà disperato e il bagno di sangue imposto ai risparmiatori di quelli seri. Come si vede lo stato di una banca sistemica, definta tale recentemente anche da Mediobanca, è vicino al dramma. E, aggiungiamo, non è affatto certo che, con la vittoria del “Si”, MPS trovi un sentiero, assieme alle banche italiane, di quelli agevoli.

Insomma, la crisi sistemica della banche italiane, che è qualcosa di più strutturato della crisi di qualche banca sistemica, continua. E con lei i rischi per un paese. Rischi che, dal mondo bancario, si intravedono proprio nel dibattito, completamente nascosto all’opinione pubblica italiana e, nel nostro paese, chiaro solo a isolati gruppi di specialisti: quello su Basilea 4. Eppure sono questi i temi che andrebbero politicizzati, rendendoli centrali. Ci si riferisce alle proposte del comitato di Basilea, che regola la vigilanza bancaria internazionale, sui nuovi requisiti di garanzia del capitale che le banche devono fornire. L’attuale accordo in materia, detto Basilea 3, pur essendo considerato restrittivo da molte banche non è considerato come tale dalle autorità di regolazione. Infatti, il comitato di Basilea sta preparando, su mandato del G20, un nuovo accordo, detto Basilea 4, che dovrebbe essere pronto per la fine dell’anno per entrare in vigore nel 2020. Non è un accordo da poco, e fa capire la gravità della crisi delle banche europee: il “capital core”, la componente primaria di capitale di una banca, se entrasse in vigore Basilea 4, dovrebbe aumentare del 55% di media a livello europeo. Una vera e propria stangata da 900 miliardi di euro, che fa capire che la crisi delle banche a 8 anni da Lehman necessita ancora di interventi drastici. Interventi talmente drastici che lo stesso Bafin tedesco (l’ufficio di sorveglianza della raccolta di credito bancario della repubblica federale) ha giudicato Basilea 4, per bocca del suo maggiore rappresentante, come qualcosa che può mettere a rischio l’esistenza stessa delle banche della Germania.

E l’Italia? La Reuters in lingua italiana ha definito un vero e proprio “tsunami” questo provvedimento, e il suo impatto sul nostro paese, che puo’ avere effetti, sui mercati finanziari, ben prima del 2020. E anche sul finanziamento alle infrastrutture, e quindi all’idea di ripresa economica basata su questo genere di finanziamenti, visto che Basilea 4 renderebbe più stringenti le norme bancarie per il project financing. Certo, a dirla tutta sembra proprio, in questo modo, che il clima sia più favorevole per il settore finanziario ombra, lo shadow banking, che in Europa pare in salute. Visto che le banche, erose da ristrutturazioni tecnologiche e dalla crisi di produzione di valore, sono in una crisi tale da attirare decisioni pesantemente regolatorie. Qui è inutile qui ricordare, nel paese e nell’economia di tutti i giorni, il peso di una crisi bancaria o da una pesante ristrutturazione del settore. Come è inutile ricordare che la prima è permanente, la seconda è nelle cose. Si tratta solo di capire quali sono gli effetti della crisi bancaria e quali sono gli elementi di ristrutturazione che prendono piede. Per capire poi la portata di questi fenomeni nella microfisica della società. Bene, se Basilea 4 vedesse la luce in questa forma, tutta la quotidianità che conosciamo verrebbe profondamente scossa in tempi percepibili: dalla concessione del credito a singoli e famiglie al rapporto tra banche, partite iva, attività commerciali diffuse, imprese.

E non è detto che ci siano, a livello continentale, risorse adeguate per governare il fenomeno. Certo, una delle infrastrutture reali dell’eurozona, la rete bancaria franco-tedesca, è contraria a questa Basilea 4. Allora tutto bene, i gravi problemi sistemici delle banche italiane possono svolgersi senza ulteriori complicazioni continentali perché ci sarà un veto? Oppure, visto che Basilea 3 è stata approvata ma spesso disattesa dalle banche la versione 4 farà la stessa fine? A leggere la Frankfurter Allgemeine si direbbe di no. La Frankfurter ha ospitato infatti un articolo del direttore del Max-Planck-Institut di Bonn dove si dice esplicitamente che le banche tedesche, che stanno facendo lobby con le consorelle europee, stanno sbagliando strada. E porta argomenti per la tesi contraria, che non sono solo di scuola ma si riferiscono al dibattito, diciamo, intertedesco: se si vuole uscire dalla politica di tassi bassi, attualmente praticata dalla Bce, e guadagnare dalla raccolta credito, va approvata Basilea 4. Altrimenti, i capitali troppo sregolati possono trovare sfogo, con una crescita anche lieve dei tassi, in una nuova devastante bolla immobiliare. Con una offerta di credito, e di investimento, sugli immobili in grado di giocare su regole meno stringenti nella regolazione bancaria. Senza Basilea 4, in sostanza, si andrebbe verso Lehman Brothers all’europea.

Guardiamo quindi quali scenari si aprono per il nostro paese quale che sia questo l’esito di questo dibattito intertedesco su Basilea 4. Scenari che fanno capire che le banche europee, comprese quelle italiane, si trovano in una crisi risolta al massimo nelle battute di Renzi nel backstage della Leopolda. Se prevalessero le tesi del Bafin, e di Deutsche Bank, si rischierebbe di gonfiare una bolla immobiliare destinata ad esplodere in Europa. Magari con effetti vecchio stile Lehman all’americana, viste le difficoltà strutturali delle banche europee. Se prevalessero le tesi del Max-Planck-Institute di Bonn i tassi più alti, dettati da una inversione di tendenza Bce significherebbero per l’Italia, e non solo vedi Spagna o Portogallo, un nuovo pesante fardello per il debito pubblico (da finanziare a interessi maggiori), con un’economia anemica e banche comunque sinistrate. E soprattutto un fardello per servizi, sanità, stipendi, assunzioni, investimenti a carattere pubblico, questo deve esser chiaro perche’ è li che si taglia in questi casi.

Basilea è, in qualsiasi direzione esploda, una bomba per l’Italia. Come rappresenta un episodio importante per capire, in un senso o in un altro, come si orienterà la Bce. Perchè Basilea 4 ha tutto il volto di un tentativo, vedremo quanto realistico, delle banche centrali, che presiedono il comitato di Basilea che fa le regole, di riprendere in qualche modo il governo del mondo bancario. Perchè magari Draghi, e la sua politica metà giapponese e metà americana, va benissimo in Italia (ed è comprensibile) ma non trova tutti questi fan in Germania. E oltretutto, e questo rischio c’è, attuare Basilea 4 potrette un mondo ancora più sregolato: quello dello shadow-banking. Un mondo, in crescita dalla Cina all’Europa, che offre servizi bancari senza essere regolato. Una sorta di Uber, di Airbnb delle banche, che ha avuto un ruolo serio nella mitica bolla immobiliare del 2008. E così mentre il Max-Plank di Bonn cerca di regolare le banche per impedire le bolle immobiliari, l’altro soggetto attivo nella creazione di bolle rimane libero.

La politica prima di risvegliarsi dall’illusione di poter decidere qualcosa, in questo scenario dove si decidono davvero i destini di intere società, dovrè ancora attraversare dolori forti. Dolori che si faranno lancinanti tutte le volte che sarà chiaro che la legitttimazione democratica non garantisce niente al mondo di oggi. Tsipras, quello del luglio 2015 non l’automa liberista odierno, che sembra ottimo per una riedizione di Manchurian Candidate, di tutto questo saprebbe raccontarci qualcosa. E ora tutti a sentire l’ultima di Renzi. Che comunque, ad amici e nemici, garantisce un grande spettacolo. Fino a quando lo spettacolo più grosso, quello decisamente più sinistro, si riprende la scena che gli spetta.

redazione, 9 novembre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Novembre 2016 13:27

La scuola di Renzi è un caos totale

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renzi somaroDopo le tante (troppe) bocciature nel concorso, la scuola riparte a regime ridotto. Per gli otto milioni di studenti, classi accorpate, mancanza di personale e orari ridotti. Il ministero emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio.

Anche quest’anno è iniziata la scuola e, al di là della rappresentazione patinata dei servizi del tg1 delle 20 sui nonni che accompagnano i bambini in prima elementare, chiunque metta effettivamente piede in una scuola – alunni, genitori, docenti e personale non docente – si ritrova in mezzo al caos più completo. In moltissime scuole orario ridotto, ricambio di insegnanti, via vai di supplenti. Fioccano le denunce delle famiglie di studenti disabili, che in alcuni casi sono addirittura stati costretti a rimanere a casa per la mancanza di insegnanti di sostegno.

Per molti non addetti ai lavori è spesso difficile capire le ragioni di questo caos ricorrente, e spesso lo è anche per chi nella scuola ci lavora, perché si tratta di un ingarbugliato sistema di punteggi e graduatorie e di una burocrazia bizantina, gestiti da un ministero che emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio. Pochi soldi e pochissima lungimiranza.

Questo settembre però il caos stupisce ancor di più perché arriva dopo una massiccia tornata di assunzioni, le immissioni in ruolo dei precari storici a seguito della sentenza europea che ha condannato l’Italia per l’abuso dei contratti a tempo determinato. E soprattutto arriva dopo un concorso che avrebbe dovuto immettere in ruolo più di 60mila docenti. Un concorso che lo scorso febbraio il premier Renzi e la ministra Giannini avevano presentato come il toccasana contro la “supplentite” e come una nuova procedura selettiva all’avanguardia e all’insegna della qualità. Eppure oggi ci ritroviamo ancora con circa 100mila supplenti previsti per l’anno scolastico 2016/2017.

Per capire come ciò sia stato possibile, è forse bene ripercorrere le tappe di questo concorso, che da molti è stato rinominato a ragione “concorso truffa” e che è solo uno dei tanti emblemi di quale idea della scuola pubblica caratterizzi la sciagurata legge 107, alias Buona Scuola.

Il bando è uscito con il consueto, nostrano, ritardo, cioè a fine febbraio, con prove scritte da svolgersi durante il mese di maggio. È partita dunque una maratona nelle varie regioni, alle quali era affidata tutta la gestione delle procedure, per far partire una macchina organizzativa complicatissima, sia per l’allestimento di una prova computerizzata (conosciamo tutti lo stato delle aule informatiche nelle nostre scuole), sia per il reperimento delle commissioni. Sì, perché il Miur, dopo aver delegato alle scuole gli oneri della logistica, ha preteso anche che i commissari si prestassero ad un lavoro sovrumano (per alcune classi di concorso i candidati erano nell’ordine del migliaio) senza essere esonerati dall’orario normale in classe e per una paga a cottimo di 50 centesimi a compito corretto. Ovvio che nessuna persona sana di mente si prenderebbe una tale responsabilità con una procedura organizzata così in fretta e male, e per di più per pochi spiccioli. Così gli Uffici Scolastici Regionali sono stati costretti a raschiare il fondo del barile, a contattare personalmente i potenziali commissari, addirittura a offrire l’incarico a chi aveva a malapena i requisiti per ottenerlo, magari facendo valere antichi favori o promettendo misere ricompense accessorie in termini di prestigio e piccoli vantaggi lavorativi per chi accettava.

In questo clima già poco promettente, sono cominciate a maggio le prove scritte per i 180mila candidati. Facendo la proporzione tra numero dei candidati e numero dei posti a bando (60mila) si nota già un’anomalia profonda di questa procedura, e cioè l’altissimo numero di posti rispetto ai candidati; in alcune regioni e per determinate classi di concorso, i candidati erano addirittura meno dei posti disponibili. Questo perché il bando prevedeva la partecipazione per i soli abilitati all’insegnamento, cioè coloro che già hanno seguito corsi appositi per l’abilitazione (TFA e PAS), con centinaia di ore di lezioni e tirocini specifici e numerosi esami per ottenere il titolo. Corsi pagati migliaia di euro alle Università, per accedere ai quali, nel caso del TFA, i partecipanti hanno già superato una procedura selettiva nazionale. Dal bando sono stati invece esclusi i neolaureati e tutti coloro che, pur senza abilitazione, insegnano da anni nelle scuole italiane. Perché mettere in moto una procedura concorsuale nazionale, riservandola solo a chi ha già dimostrato di essere preparato nella propria disciplina e idoneo all’insegnamento ottenendo l’abilitazione? E perché non concedere la possibilità di lavorare nella scuola a chi si è appena laureato o a chi nella scuola lavora da precario ormai da anni?

Mettendo un attimo da parte queste domande, torniamo alle prove scritte. Gli aspiranti docenti si sono trovati di fronte a delle richieste impossibili, a partire dai quesiti in lingua straniera, volti ad attestare un livello B2, mai richiesto prima né all’università, né nei percorsi abilitanti (perché un buon insegnante di matematica o una brava maestra di italiano dovrebbero avere tra le loro doti principali quella di saper cogliere le sottigliezze lessicali di un testo giuridico in francese o in inglese?). I quesiti relativi alle singole discipline, poi, richiedevano di svolgere in 15 minuti dei lavori di progettazione didattica a cui qualsiasi insegnante dedica normalmente ore del proprio quotidiano lavoro.

Si è subito parlato di prove fatte apposta per bocciare e infatti a luglio sono cominciati ad uscire i risultati degli scritti, e il risultato è stato un’ecatombe, con percentuali di bocciature che hanno raggiunto talvolta il 90% o addirittura il 100%. Non è ancora possibile fare una stima nazionale, perché in molte regioni le procedure non si sono (ovviamente) ancora concluse, in alcuni casi per l’alto numero dei partecipanti, in altri per il susseguirsi di irregolarità eclatanti, come la convocazione agli orali di persone che mai avevano partecipato allo scritto, la perdita dei codici che consentivano di identificare gli autori dei compiti, lo scambio di codici, la scoperta di manifeste incompatibilità dei commissari ecc.

Si può però già dire che, ad eccezione di qualche regione illuminata, la tendenza generale è stata quella di bocciare il più possibile. Un caso esemplare è il dato (questo nazionale) del concorso per il sostegno: i posti messi a bando erano 5700, in numero quindi già irrisorio rispetto al fabbisogno, se si considera che dei 120mila insegnanti di sostegno in Italia, più di 40mila sono precari. Nonostante questo, a fronte delle numerose bocciature, un migliaio dei posti messi a bando sono rimasti senza vincitori e saranno coperti nuovamente da precari.

Un altro caso emblematico è proprio quello della Toscana, patria di Renzi e Giannini, forse non a caso la regione con il numero più alto di bocciature. Per la classe delle materie letterarie, ad esempio, a fronte di più di 700 posti disponibili e soli 590 aspiranti, i vincitori sono stati 142: significa che più di 500 posti rimarranno vuoti. O meglio, saranno occupati dagli stessi precari che sono stati bocciati al concorso.

A questo palese fallimento, non solo e non tanto dei singoli docenti costretti a questa umiliazione, ma di un’intera procedura concorsuale che doveva “abolire la supplentite”, la Giannini, vergognosamente spalleggiata dai media mainstream, ha risposto attribuendo la responsabilità all’impreparazione dei candidati. “Meglio un somaro a spasso che un somaro in cattedra”, commenta la Repubblica, andando a rinfocolare quel processo di screditamento della scuola pubblica e della figura dell’insegnante che da anni i governi che si sono succeduti stanno portando avanti.

Ma anche un somaro capirebbe che la realtà è molto più banale e cruda. Basta chiedersi a chi giova mantenere precaria una generazione di insegnanti ultraformati e ultratitolati: di certo non giova ai ragazzi e ai docenti, precari e non. Giova, forse, solo a uno stato che vuole una scuola a costo zero, fatta per una larghissima parte da lavoratori stagionali, che prendi e scarichi quando vuoi, a seconda delle esigenze, a cui non paghi la malattia e che l’estate paghi con una miseria di disoccupazione. Questa è la Buona Scuola, quella dove i lavoratori sono ricattabili e si risparmia fregandosene dei diritti delle persone. Come in ogni Buona Azienda.

Imma Cardato

Pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Martedì 08 Novembre 2016 16:54

Spread alto causa no al referendum? Ci può credere giusto l’Unità

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L’Italia è un paese divertente e, allo stesso tempo, scontato. Come lo sono i rumori sul “no” al referendum che provocherebbe un rialzo dello spread tra bond italiani e bund tedeschi in modo tale da allargare il debito pubblico.

angeli noSono di queste ore i primi rumori, di agenzia di stampa e di servizi tv, che suggeriscono, quando non impongono, la lettura di un “no” che favorirebbe la turbolenza dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico, lo sfascio del paese. Rumors divertenti, persino esilaranti, ma sicuramente scontati. Come lo erano dai tempi del referendum scozzese prima, e della Brexit poi: la borsa entra sempre tra gli argomenti del voto. Certo, rispetto ai referendum britannici, c’è quel pizzico di folkore nazional-popolare che rende tutto più divertente. Ad esempio c’è un cortocircuito interessante nella propaganda del “Si”: se i mercati davvero temono una vittoria del “No” allora vuol dire che, nonostante i proclami e i presunti sondaggi bomba, Renzi non riesce davvero a rimontare.

Il debito pubblico renziano. Ma lasciamo perdere le speculazioni e andiamo alla realtà, sempre trascurata in questi casi. Prima di tutto parliamo di debito pubblico. Se aumenta non è grazie al “no” ma grazie a Renzi. A maggio, stime Bankitalia, è stato raggiunto il picco del debito pubblico: 2.241,8 miliardi. Poi si può dire che la creatività contabile renziana ha raggiunto nuovi livelli per cui questo debito, in documenti ufficiali del governo, è stato, come dire, ripensato lllocando alcune passività tra le attività etc. Resta però il dato: in oltre due anni di renzismo reale l’Italia è cresciuta di pochissimo, pochi decimali di Pil e di ancora meno in termini di produttività, ed il debito è aumentato toccando il record in primavera. Lasciamo i Tg e la stampa, e i social media, a impiccarsi sui decimali, ma la sostanza è quella. Imputare la crescita del debito al referendum, e al prevalere dei no, è come sostenere che il terremoto nel centro italia è causato dal crescere del sentiment negativo su Facebook degli abitanti di quelle zone. Anche perché il debito, negli anni più recenti, è stato tenuto a bada dalle politiche di intervento della Bce che hanno provocato un ribasso dei tassi di interesse sui bond italiani. Prima con politiche tipo LTRO, che hanno permesso alle banche italiane di acquistare bond nazionali, poi con il QE, politica che ha permesso l’acquisto diretto di bond italiani da parte della Bce. E’ evidente però che la Bce non può acquistare debiti all’infinito, pena l’esplosione di bolle da asset, il rigonfiarsi eccessivo del bilancio della banca centrale e persino una sua dipendenza dal capitale di rischio. Ecco, nelle difficoltà delle Bce, una delle cause delle fibrillazioni della borsa italiana, fibrillazioni che riguardano anche le banche che questi bond, oltretutto, detengono.

Il nodo BCE. Come si vede il “si” e il “no” con gli spread non c’entrano nulla, se andiamo ad analizzare un po’ piu’ nel profondo, i problemi sono altri: debito pubblico alto nonostante la propaganda renziana, impossibilità di continuare all’infinito le politiche di acquisto dei titoli da parte della Bce (Banca Centrale Europea), crisi delle banche italiane che detengono bond nazionali. Certo, in queste cause strutturali la speculazione e la guerra finanziaria, la capacità di predare risorse liquide da paesi in difficoltà, possono dire la loro. Basta vedere il rapporto, nel 2011, tra vendita di bond italiani da parte di Deutsche Bank, outlook negativo da parte delle agenzie di rating e aumento dello spread (che ha oltrepassato più volte quota 500, oltre cinque punti di interesse sul bond che sono un’enormità).

Bisogna insistere però sul fatto che le previsioni, negative, sui bond italiani sono tutte questioni legate alle politiche della Bce. Ancora in primavera i titoli italiani attiravano l’interesse degli investitori a caccia di rendimento perché rendevano più di quelli dei paesi core dell’eurozona (la curva dei rendimenti italiana non arriverà mai sottozero come era arrivata quella tedesca) e promettevano capital gain (guadagno in conto capitale, originato dalla differenza fra prezzo d'acquisto e prezzo di vendita) notevoli con il restringimento dello spread (che faceva somigliare i bond italiani ai tedeschi rendendoli appetibili sul mercato) . La quantità di Btpin circolazione era destinata a rimanereabbondante nonostante i grandi acquisti della Bce, essendo l’Italia superindebitata. Ed è stato quest’ultimo punto un qualcosa davvero a favoredell’Italia in un mercato internazionale dei bond scosso dal’incertezza. Piu’ debito piu’ certezza che gli investitori, attirati dalla garanzia Bce, intervenissero da ogni parte del globo. La rete di sicurezza coì creata attorno al Btp future, un bond pluridecennale con cedola semestrale, dava inoltre, nella possibilità di vendere bond, una marcia in più all’Italia su Spagna e Portogallo, che hanno i limiti dei piccoli mercati. Insomma: grande debito nazionale, grande mercato dei bond italiani con vantaggi per stato e investitori, finchè la Bce dava sicurezze e soldi, tutto si teneva ampiamente in equilibrio. Almeno fino a metà estate.

Spread e titoli italiani. Arriva poi qualche segnale dai mercati: nei giorni scorsi proprio la “marcia in piu’” del finanziamento dello stato italiano, i Btp future, comincia a fare retromarcia. Milano Finanza titola “brusca ondata ribassista sui Btp future”. E’ il segno che i titoli pubblici italiani, per cause che con il referendum non c’entrano nulla, comiciano ad andare male. Segno serio, durante l’anno di crisi 2011, quello che portò Monti a Palazzo Chigi con Fornero al seguito, proprio i Btp future toccarono picchi speculativi tra luglio e settembre. C’è poi un fattore più tecnico: la Bce per cominciare ad acquistare titoli tedeschi, come da programma di acquisto di Draghi, aveva bisogno di un piccolo rialzo nel rendimento di questi ultimi. Guarda caso, questo rialzo è arrivato e ha spinto, di conseguenza, un pò più in alto gli interessi dei titoli italiani (e spagnoli) aumentando gli spread. Come si vede anche in questo caso Renzi, Brunetta o Grillo non c’entrano nulla. C’entra il comportamento della Banca centrale, vero dominus dell’andamento dei titoli pubblici altro che referendum. C’entrano le necessità di Berlino, di farsi comprare un po’ di debito pubblico da Francoforte (Bce). Anzi, se dobbiamo dirla tutta, in ottica di austerità liberista è più Renzi a preoccupare di altri soggetti dalla parte del “no” (come Monti). Visto che la possibile sconfessione del fiscal compact, minacciata da Renzi e dal suo ministro Calenda, può comportare aumenti dello spread sui mercati.

I fatto internazionali. Ci sono poi fattori internazionali da considerare. Ma non ci riferiamo alle elezioni americane, e nemmeno tanto alla trattativa sulla Brexit, ma a due questioni legate ai tassi di interesse. Se la Federal Reserve aumenta i tassi in dicembre e la Bce riduce, in primavera, i programmi di acquisto titoli è evidente che lo spread tra bond italiano e btp puo’ salire. Fino a creare previsioni seriamente negative per il debito pubblico. A prescindere da cosa accade a dicembre. Perchè sono le politiche monetarie delle banche centrali a fare le politiche di bilancio e a fare le crisi. Oltretutto, siccome le banche centrali non sono onnipotenti è chiaro che, qualche volta, le crisi gli scoppiano pure in mano. Tutto questo, che l’aumento dello spread sia moderato, come oggi, o eccessivo, come cinque anni fa, ha pochissimo a che vedere con il teatrino della politica italiana. Diciamo che, di sicuro, ha a vedere più con equilibri di bilancio del Bce, con la sua esposizione presso imprese e banche, con le ondate speculative. Certo, queste ultime possono manifestarsi con il referendum, come con le elezioni americane. Anche con giochetti banali come accaduto in Gran Bretagna. Quando la notizia falsa della vittoria del Remain ha generato qualche guadagno serio e qualche perdita altrettanto seria. Ma un punto è fermo: che ci sia quindi un rapporto tra “no” e spread sono quindi cose alle quali può credere giusto l’Unità. Oggi ridotta a giornale del tetragono renzismo reale nella cui redazione la propaganda, quella un tanto al chilo, non va certo in astinenza

redazione, 3 novembre 2016

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Occupazione Fortezza Nuova: tutti assolti! Fra 60 giorni le motivazioni

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fortezza pontileVe la ricordate la vicenda della condanna (senza processo, attraverso un decreto penale di condanna) di 22 persone per l'occupazione della Fortezza Nuova (chiusa e abbandonata) che da anni ospitava iniziative, concerti e dibattiti nel periodo a cavallo fra il 25 aprile ed il 1 maggio?

Eravamo rimasti a questo articolo: 100.000 euro di condanne per l'occupazione di Fortezza Nuova

Nel 2013 la Procura di Livorno aveva condannato 20 persone a pagare 5100 euro a testa per aver occupato la Fortezza nel 2010. Un’occupazione ormai riconosciuta da tutta la città e che in questi anni aveva rimesso a disposizione di tutti, anche se per solo qualche giorno, un luogo bellissimo che amministrazioni comunali di quegli anni erano state incapaci a valorizzare nonostante inaugurazioni e promesse.

In quell'articolo ripercorremmo tutta la storia di almeno 15 anni di iniziative e feste all'interno della Fortezza Nuova, sempre più abbandonata e fatiscente fino alla sua chiusura e alle sue successive occupazioni per rimetterla a disposizione di tutti e per festeggiare 25 aprile e 1 maggio.

I 22 condannati con decreto penale e multa (sospesa), nonostante la sospensione della multa fecero ricorso a quel decreto perchè ritenevano di non aver commesso alcun reato, ma anzi di aver pulito, sistemato e rimesso a disposizione un bene che appartiene a tutti. Il giudice una settimana fa ha assolto tutti e 22 perchè non hanno commesso il fatto.

Entro 60 giorni si saprà le motivazioni della sentenza. Intanto sottolineiamo la vittoria processuale e attendiamo di vedere se la Procura di Livorno ricorrerà o meno. Solitamente nei confronti dei movimenti politici e sociali ha sempre avuto un atteggiamento diverso rispetto a quello che ha (o non ha) nei confronti dei potentati della città. Vediamo. Mai dire mai.

Terminiamo con uno stralcio di un comunicato che potete a trovare a questo link

http://archivio.senzasoste.it/index2.php?option=com_content&task=emailform&id=6176&itemid=77

"Andrebbe tenuto di conto che negli ultimi 10 anni la fortezza è stata usata e fatta rivivere soltanto dai movimenti come ad esempio le feste del collettivo spazi sociali e della Federazione Anarchica nel lontano '97, nei tanti primo maggio e 25 aprile festeggiati, nella grande festa dei 5 anni delle Bal del 2004, nelle feste di Liberazione e del Livorno social forum, nelle due stagioni di apertura estiva del bellissimo anfiteatro delle barche e ultimamente nelle tre edizioni della Sagra del Precario organizzate da Csa Godzilla prima e Movimento Antagonista Livornese poi, per finire con l'ultima occupazione dell'Onda studentesca lo scorso autunno dopo il corteo degli 8000. E mai in una di queste occasione è stato possibile usufruirne in maniere legale, ovvero tramite un’autorizzazione formale da parte del Comune"

redazione, 26 ottobre 2016

vedi anche

2007: Seconda Sagra del precario: cinque giorni di dibattito, socialità e lotta in Fortezza Nuova

2009: Fortezza Nuova in abbandono: danneggiata la Sala degli archi

2009: La prepotenza del Pd in Fortezza Nuova

2009: Progetto Fortezza dal Basso, in conferenza stampa tensione con i vigili urbani

2010: Fortezza dal basso 2010 in Fortezza Nuova con al centro l'urbanistica e le speculazioni

2010: Fortezza dal basso 2010: il programma

2011: La Fortezza perduta di Virzì

2011: Fortezza brucia! Due giorni di occupazione per la riapproprazione degli spazi abbandonati

2011: Fortezza Nuova occupata. Inizia Fortezza dal Basso 2011

2013: 100.000 euro di condanne per l'occupazione di Fortezza Nuova

2013: Fortezza Nuova occupata, al posto dell'insegna 'Incipit vita nova' c'è la scritta 'No Tav'

2014: Livorno. Iniziato il processo per l'occupazione della Fortezza Nuova

2016: Fortezza e fragilità

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Ottobre 2016 12:37

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