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EDITORIALI

Un giorno Spinelli, l’altro Orbán: gli scivolosi travestimenti dello Zelig di Palazzo Chigi

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renzi gattopardoSi possono dire tante cose dell’attuale presidente del consiglio ma almeno una va sottolineata con onestà: ha un quadro della drammaticità della situazione del paese, e della precarietà su cui poggia il suo potere apparentemente saldo, più lucido di quello delle forze politiche che lo contrastano.

Già perché il Renzi che fa il Viktor Orbàn, pronto, a parole, a far saltare l’ “Europa” sul fiscal compact non è un personaggio inventato per motivi referendari ed elettorali. E’ un presidente del consiglio che ha ben presente di fronte a sè un ordigno reale. Quello della possibile riattivazione del fiscal compact, sospeso a partire dal gennaio 2015, a causa delle difficoltà dell’eurozona ad applicarlo.

Poi c’è il Renzi che fa l’Altiero Spinelli, porta Hollande e la Merkel a Ventotene, in pellegrinaggio ai luoghi in cui sarebbe stata pensata l’Europa di oggi, e che, durante le trattative a latere del pellegrinaggio, chiede discretamente di poter sforare qualche decimale di deficit pubblico. Per tenere assieme la legge di stabilità in vista dell’ordalia referendaria del 4 dicembre.

Entrambi i Renzi sono veri bisogna vedere perché lo sono. Come sono veri i Renzi della politica estera. Quello che va a Washington per l’endorsement di Obama (contro “l’austerità”, in funzione antitedesca e pro deficit-spending) e quello che blocca le sanzioni a Mosca in sede Ue proprio nel momento in cui le contraddizioni Usa-Russia sono acute. Anche qui Renzi fa sia lo Spinelli che il Viktor Orbàn: quello che vuole stemperare le crisi con gli altri paesi europei (la Russia) e quello che tratta con tutti, in funzione di contenimento della Germania, centralizzando bilancio dello stato e rappresentanza dei grandi affari all’estero.

Per non parlare della versione Cavour del presidente del consiglio: ai viaggi fuoriporta in giubbotto militare (Libano, Afghanistan) di Renzi ha corrisposto, quando i mezzi hanno supportato un minimo le ambizioni, un silenzioso, extraparlamentare, posizionamento di truppe in Libia, Iraq e confine turco-siriano. Anche qui il personaggio è lo stesso: un pò prigioniero delle relazioni internazionali, e dei mezzi reali di un paese in crisi, un pò desideroso di smarcarsi da tutti per giocare partite in solitario, sulla scacchiera delle geopolitica, per garantirsi la propria sopravvivenza politica. E’ evidente che su quest’ultimo aspetto, quello geopolitico, bisogna aspettare la scelta del sovrano dal parte degli Usa. Che vinca la Clinton o Trump il significato, nel collocamento geopolitico Usa nelle aree di interesse italiano, non è lo stesso. Renzi, con la visita a Obama, si è naturalmente posizionato sull’attenti nei confronti con la Clinton. Ma il rifiuto di sanzioni più dure verso Mosca ha il significato, oltre che di protezione delle aziende interessate a mantenere un rapporto solido con la Russia, anche di qualche fiche messa sul tavolo per una eventuale vittoria di Trump (ci sono sondaggi che danno la Clinton vincente in doppia cifra ma anche quelli che danno pareggio o Trump vincente, meglio non esagerare in zelo clintoniano).

In attesa che si sblocchi la situazione Usa i movimenti da osservare nello Zelig di palazzo Chigi riguardano la manovra di bilancio e il futuro prossimo dell’economia. Quello che non piace a Francoforte, Berlino e Bruxelles in Renzi è questo: il governo italiano ha mantenuto il rigore di bilancio ma al limite e, allo stesso tempo, ha fatto spesa improduttiva (dagli 80 euro ai bonus ai diciottenni, visti come il fumo negli occhi a Bruxelles etc.) per garantirsi consenso elettorale. Nelle tre capitali europee si desiderava altro: tagli strutturali, spending review di tipo hard, privatizzazioni a ondata. In modo che le grandi aziende europee potessero fare la spesa in Italia. Il tipo di capitalismo rappresentato da Renzi, il nocciolo duro di ciò che è rimasto nel paese dopo dieci anni di crisi, la vede in maniera diversa (non a caso Confindustria ha benedetto due manovre di fila di Renzi e Marchionne, seppur non si capisca più a quale paese appartenga, parla solo bene di chi gli ha permesso di far ripartire la produzione auto). Compreso quel settore più quotato alla borsa di milano: il (sinistrato) compesso banche-servizi finanziari-assicurazioni. Lo Zelig renziano deve tener conto di questi interessi come di quelli europei. Non solo, oggi, non è facile ma è anche praticamente irrealizzabile. Ma a palazzo Chigi non manca l’inventiva.

Inoltre Renzi ha capito benissimo che le piazze finanziarie non sposano il referendum e il Si come il remain al referendum scozzese o inglese. Il Financial Times, un tempo entusiasta del guitto di Rignano, ha detto chiaramente che in caso di vittoria del “Si” non cambia nulla. Quello che la City, ovunque si ridislochi dopo il referendum sulla Brexit, vuole non è tanto una riforma costituzionale. Ma una amministrazione dello stato in grado di vendere all’incanto tutto quanto desiderato dai mercati. Possono stupire certi atteggiamenti da parte della stessa testata o, persino, dello stesso giornalista. Al netto del fatto che sui mercati, e nelle persone, tutto cambia veloce va tenuto conto di una cosa. Gli analisti dei mercati finanzari sanno leggere meglio le riforme istituzionali di qualche anno fa. Sanno come funziona un paese e, a differenza della politica, sanno cosa vogliono.

Renzi, o chi per lui, una cosa però la sa: quadro di integrazione economica e di alleanza nel quale si è immessa l’Italia a partire dalla fine della guerra fredda è traballante. Non ha un modello nè di relazioni internazioni o di economia che sia originale rispetto a quanto si vede. Semplicemente si posiziona sia per sopravvivere che per rappresentare quanti più interessi possibile. Una vera tecnica della sopravvivenza politica che però può fare i conti, e sbattere la faccia, con problemi seri. Sia su fiscal compact che su banche. E se, dal prossimo anno dovesse attivare il fiscal compact, che di per sé porta un carico di tagli pari al doppio di depressione del Pil di una manovra Monti (il quale perse quasi il tre per cento di Pil in dodici mesi tra il tripudio del centrosinistra che se lo portò come alleato alle elezioni), Renzi non potrebbe sopravvivere politicamente. Non tanto per le pressioni della piazza ma per la sfiducia di chi detiene ricchezza. Certo, il renzismo reale è l’arte dello Zelig, solo travestimenti veloci senza prospettiva, profondità, strategia. Del resto chi si fa un nome, come con la Leopolda, importando miti un pò a giro per il mondo altro non puo’ fare.

Sun Tzu nel celeberrimo l’arte della guerra scriveva: “La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile”. Renzi, per non sbagliare mette in scena tutte queste qualità senza distinzione. Per questo vive di un solo paradosso: quello del travestimento fine a sé stesso. Ma questo modo di fare si chiama vivere di sola tattica. E quando i problemi che emergono sono così complessi vivere di sola tattica non allunga la vita politica. Al massimo allunga le sofferenze.

redazione, 25 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 25 Ottobre 2016 09:07

Ex albergo Atleti e profughi: una gestione da monitorare

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ex Atleti migrantiDomattina (lunedì) i consiglieri (regionali e comunali) dei 5 Stelle visiteranno l'ex albergo Atleti, oggetto di una lunga polemica questa estate perché dopo il fallimento e l'abbandono è diventato un centro per ospitare 80 profughi.

Una polemica nata dalla raccolta firme di cittadini del quartiere, che sull'onda di tutti gli stereotipi e luoghi comuni sui profughi ha contestato questa decisione. Certo, che ci sia un corto circuito e una logica sbagliata nella gestione dei profughi è sotto gli occhi di tutti. Servirebbero strutture più piccole e piccoli nuclei che poi effettivamente vengono seguiti con quei famosi 35 euro al giorno che Ue e Italia garantiscono e che dovrebbero comprendere oltre al vitto e all'alloggio anche una serie di servizi come mediatori culturali, psicologi e corsi di italiano. È inutile dire che non tutti coloro che gestiscono questi centri spendono i soldi come previsto dai bandi. Anzi, molti hanno come primo obiettivo quello di ammassare gente nelle strutture, dare due pasti spendendo il meno possibile e poi abbandonare tutti a loro stessi, creando a quel punto una vera frattura fra città e profughi ospitati.

Inoltre è ormai sotto gli occhi di tutti che le Prefetture calano queste situazioni dall'alto, scavalcando anche i Comuni. Ma soprattutto le Prefetture sono le prime che spesso non controllano che i gestori facciano quello che è previsto dal bando che hanno vinto, e così si creano situazioni come al Sant'Anna nel quartiere Venezia, dove la società romana che gestiva la struttura ammassava oltre 100 profughi, non pagava le bollette e non dava nemmeno i 2,50 euro giornalieri agli ospiti. Incassavano e basta. Fino a quando i profughi sono rimasti senza acqua e sono partite proteste ed un blocco stradale. Naturalmente l'attenzione di media e commentatori web si è riversata sulla protesta dei profughi, il bersaglio più semplice. Non certo sul sistema fallimentare e di profitti che avevano creato quella situazione.

Ecco qui la storia del Sant'Anna, la protesta dei profughi e la gestione di InOpera

Link: Livorno capitale?

Link: L'accoglienza ai rifugiati nel paese di Totò

Così come per il Sant'Anna, anche per l'ex albergo Atleti di via dei Pensieri (quartiere Ardenza a pochi metri dallo stadio), i solerti cittadini dopo aver raccolto le firme e riportato un po' di luoghi comuni sulla pericolosità dei profughi, si sono completamente disinteressati di approfondire sulla gestione di quella struttura. Guardare sempre in basso è molto più semplice e spesso si pestano anche meno piedi scomodi... Tra laltro all'ex Atleti sono stati trasferiti una trentina di coloro che erano ammassati al Sant'Anna.

Noi abbiamo cercato di dare un'occhiata alla storia di chi ora si trova a gestire questa struttura.

L'ex albergo Atleti sarà gestito dalla Cg Srl di Campiglia, costituitasi a febbraio 2016 e che fa capo a due soci, tra cui Cesare Merciai, che a Suvereto gestisce un ex agriturismo di sua proprietà che accoglie 42 profughi. Proprio quella struttura è stata al centro di molte polemiche per le accuse dirette alla gestione da parte del sindaco di Suvereto Giuliano Parodi.

Questa è la prima denuncia di Giuliano Parodi sul Tirreno Piombinmo-Elba del 19 luglio 2015: Il sindaco Parodi denuncia “gravi inadempienze” e scrive al Prefetto: «Non fanno niente di quanto pattuito, deve essere rivisto l’accordo»:

http://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2015/07/19/news/la-xenia-non-e-in-grado-di-gestire-i-profughi-1.11803621

Qui è la seconda denuncia sul Tirreno Piombinmo-Elba del 15 maggio 2016: Parodi denuncia: «Così la Vivalda è una polveriera»:

http://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2016/05/15/news/parodi-denuncia-cosi-la-vivalda-e-una-polveriera-1.13480847

"A gestire il progetto di accoglienza adesso c’è la “Gestione immobili” di Cesare Merciai, subentrata dal primo aprile alla “Xenia ospitalità” che Merciai aveva messo su con Mauro Andreini, il presidente".

"Il prefetto Tiziana Costantino era intervenuto a verificare lo svolgimento delle attività». “Gravi inadempienze” relative alla convenzione stipulata con la prefettura quelle all’epoca denunciate, tra cui un organigramma (cambiato più volte) senza alcuna qualifica per l’assistenza ai migranti (mediatore culturale, insegnante d’italiano, supporto psicologico etc), poca trasparenza nella rendicontazione e mancanza di attività e integrazione"

Del duo Merciai-Andreini (ora divisosi) ne parlava nel 2015 anche la Tribuna di Treviso:

http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2015/08/22/news/da-napoli-a-treviso-per-gestire-i-centri-1.11970412

Perché proprio Treviso? Perché a Treviso Marco Merciai (figlio di Cesare) e Andreini si sono ritrovati a gestire una caserma con 400 profughi che ha sollevato molte polemiche e verso cui è stato più volte puntato il dito sul bando e sulla gestione:

http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2015/08/25/news/ex-serena-il-business-dell-accoglienza-1.11984834

http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2015/08/22/news/merciai-non-siamo-tenuti-a-dare-informazioni-1.11970396

In particolare emergono accuse di gestione al risparmio, di troppo pochi operatori e poco qualificati:

http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2015/08/28/news/profughi-cercansi-assistenti-xenia-arruola-alla-serena-1.12003335

Pochi mesi fa invece, una delegazione di politici di maggioranza e minoranza hanno constatato come la situazione fosse migliorata e la gestione si fosse assestata su spese di gestione più congrue alle necessità dei profughi, di chi ci lavora e di cosa prevedeva il bando:

http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2016/05/13/news/caserma-serena-profughi-trattati-bene-1.13470150

Antonella Tocchetto (Pd) parla di «buona gestione degli ospiti; di «28 etnie diverse»; di «corsi di formazione, con laboratori di falegnameria e cucito», ed esalta anche il risvolto occupazionale: «Sono state assunto 50 persona a tempo indeterminato: 14 mensilità a 1100 euro al mese».

Cosa vogliamo quindi denunciare con questo articolo? Non certo la gestione dell'ex Atleti, di cui al momento sappiamo poco o nulla. Vogliamo denunciare il fatto che la gestione profughi fatta in tali strutture e con nuclei troppo grandi di persone, porta automaticamente con sé il fatto che siano società legate al business immobiliare a gestire questi centri con l'obiettivo di monetizzare strutture di proprietà o investimenti per poi lasciare in secondo piano la gestione quotidiana dei profughi. Non è un caso che a Livorno (ma anche altrove come testimoniato dalla situazione che si era venuta a creare a Treviso) il caos e la malagestione siano scoppiati in quella struttura gestita da una grande società romana, staccata dal territorio e già al centro di indagini e scandali a Roma. Non vorremmo che anche l'ex albergo Atleti diventasse un altro Sant'Anna. Per questo invece di assecondare le paure e le strumentalizzazioni di chi grida solo contro "l'uomo nero", servirebbe prima di tutto indagare, monitorare e verificare che queste strutture siano gestite bene, rispettando i dettami del bando e spendendo i soldi in servizi e attività. Per il bene dei profughi e della città che in questo modo vedrebbe un ritorno concreto rispetto alla disponibilità di ospitalità che ha dato.

Ci auguriamo che la visita che domani faranno i consiglieri vada in questo senso.

Foto tratta da http://www.pisorno.it

redazione, 23 ottobre 2016

***

Sopralluogo e Conferenza stampa M5S

"PROFUGHI IN EX ALBERGO ATLETI" Livorno - Via dei Pensieri, 50 ore 9-10

Firenze 21 ottobre 2016. Il Movimento 5 Stelle effettuerà lunedì 24 un sopralluogo all’ex albergo Atleti di Livorno, sede di un centro profughi. Saranno presenti il consigliere regionale capogruppo M5S, Enrico Cantone, e i consiglieri comunali Marco Galigani e Giovanni Fuoti.

“L’accoglienza diffusa è un modello che funziona su piccoli gruppi di migranti, distribuiti sul territorio. Meglio ancora se nati in coordinamento con il Comune ospitante che può favorire l’incontro tra queste persone e la comunità locale. Questo albergo ha i volumi per ospitare 80 persone, una distorsione del modello. Abbiamo promesso questa ispezione ai circa 600 cittadini del Comitato e la svolgeremo per rispettare la loro domanda di trasparenza su questo nuovo uso della struttura Atleti” commenta Cantone.

Programma

-          Ore 9, sopralluogo

-          Ore 10, conferenza stampa in loco

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Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Ottobre 2016 22:24

Stay Renzi, be foolish and visit Obama: inclinazioni pericolose una volta superato il muro del ridicolo

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renzi obamaNon siamo i primi, e neanche saremo gli ultimi, a ricordare che ci sono democrazie che finiscono in tragedia ed altre che finiscono in farsa. L’importante è individuare quale farsa è quella giusta, quella che, con il suo particolare svolgersi, sta esaurendo un regime democratico. E cambiare percezione: l’avvento del fascismo, così come ci è stato consegnato dalla storia del ‘900, è sempre un tema drammatico che sfocia nel tragico. Dall’avvento di Mussolini a quello di Hitler fino al colpo di stato dei colonnelli in Grecia e a quello di Pinochet. Epiloghi tragici che rappresentano efficacemente il volto oscuro, assetato di sangue del potere come principale, se non esclusiva, espressione di un regime autoritario.

Qui il dittatore se è ridicolo lo è a causa della satira non per via della percezione quotidiana. Oggi il fascismo rischia di far tornare qualcuna delle sue caratteristiche con lo scivolamento nel potere autoritario di farsa in farsa, di episodio grottesco in episodio grottesco. Episodi dove non è la forza materiale ad essere usata: è lo spettacolo grossolano ad essere impiegato come oggetto contundente per scardinare diritti. Episodi dove non c’è il confino, o il carcere, ma dove magari c’è tutta la libertà di Google di aspirare i nostri dati personali o di evadere il fisco pagando condoni light. Del resto il fascismo è stato spesso, nel ‘900, una metamorfosi delle democrazie: dalla monarchia costituzionale e parlamentare italiana alla repubblica di Weimar. Oggi il fascismo, quando c’è, sta dentro l’evoluzione di un prodotto delle democrazie: la comunicazione politica. Nelle esigenze di un premier di coprire tutte le piattaforme mediali, di togliere spazio alla concorrenza che vuol erodere spazio nei palinsesti, di inventare quella parola che funziona come killer application che azzera le invenzioni degli uffici stampa dei concorrenti di partito, dell’opposizione.

Certo la farsa è il linguaggio universale di questa renziana egemonia quantitativa nella copertura mediale a reti unificate. Renzi che imita Steve Jobs al Sant’ Anna di Pisa, sostituendo i “folli” del discorso originale con un “arroganti” che è l’unico atto di autenticità del premier da quando fa discorsi in politica, ricorda i dittatori africani che imitavano grossolanamente le vestigia del potere occidentale. Loro straziavano la complessa antropologia del potere da cui provenivano, Renzi strazia, invece, le nostre orecchie. Certo, copiare il discorso di Steve Jobs togliendo la parola più visionaria, sostituendola con “arroganti”, rivela la cifra antropologica del potere renziano: nel tentativo grossolano di stupire con una provocazione si manifesta l’originaria ed ineliminabile matrice del bullo di paese. Perchè il renzismo non ha visioni, se non acquistate all’estero o riciclate da un patriottismo da operetta, ma solo un minore e sgraziato desiderio di imporsi che tracima in ogni istante.

Siccome il cerimoniale, quello che vuole imporre linguaggi ormai logori da un lustro, non era certo finito allora Renzi è volato da Obama. Trasformando il presidente (uscente) degli Stati Uniti in un docile testimonial della campagna per il “Si”. Quando si dice che lo spettacolo della sovranità limitata, gli Usa che cercano ufficialmente di orientare il voto in Italia è roba da piena guerra fredda, rovesciato nella cerimonia di investitura di un uomo solo. Spettacolo grottesco, come il presepe dei personaggi renziani a corredo della cerimonia (la moglie, Benigni, Cantone, l’atleta paralimpica), privo di originalità quanto non privo di pericoli. Per la democrazia, perchè campagne promozionali del genere, eredità del berlusconismo più monotono, una volta occupati anche gli interstizi della comunicazione tendono a non avere una seconda fase. Quella del ritiro dagli spazi occupati. Se un critico d’arte, come è accaduto, non va in onda, fino al 4 dicembre, sul Caravaggio perché si è schierato per il no, e potrebbe essere inconsapevolmente testimonial contro Renzi, questo non è un problema contingente è un problema per la democrazia. Perchè tutti i personaggi del presepe del Si debordano tranquillamente sullo schermo. E i grandi media sono importanti, la politica non deve confinarsi su Facebook: determinano chi ha potere o no nelle istituzioni. Oppure quanto sono squilibrati o meno i poteri, quelli che producono consenso.

La propaganda di Renzi è ossessiva perché quantitativa, tende a occupare ogni spazio piuttosto che a preoccuparsi di costruire le condizioni del colpo di genio. D’altronde il responsabile della propaganda di Renzi non è, fortunatamente, Joseph Goebbels ma Filippo Sensi un medianaccio dell’occupazione degli spazi della comunicazione politica. Ma gli effetti di tutte queste suggestioni di provincia (Steve Jobs, l’America, Obama) che si fanno comunicazione politica istituzionale sono molto pericolosi. Non tanto per il riferimento culturale, Steve Jobs è la negazione autoritaria del libertarismo tecnologico-visionario in cui si è formato, non ci aspettiamo di queste finezze da Renzi. Obama è in declino di audience da anni e non ci aspettiamo di queste valutazioni, il principale sembra avere troppa voglia di America, dallo staff di Renzi. Il pericolo sta nel combinato di poteri che comporta questa ossessiva occupazione degli spazi. Il mainstream, giornali e televisione, dipanano le loro notizie secondo i ritmi del dibattito politico legati alle apparizioni del presidente del consiglio.

La televisione, nello specifico, si presenta come una sorta di Renzi multicanale, salvo rare eccezioni, dove il messaggio del premier appare differenziato per target non certo per motivi di pluralismo politico. L’agenda politica del premier non è strutturata per dare centralità alle istituzioni deliberative, e tanto meno alla società reale, ma alle esigenze di propaganda. Ed ecco la dieta comunicativa: visita, con applausi, a inaugurazione, a occasione culturale, discorso ispirato da qualche parte in Italia poi incontro con un leader mondiale. E poi via si ricomincia da capo: stavolta è toccato a Obama la volta scorsa alla Merkel e a Hollande imbarcati su una nave militare al largo di Ventotene. Per uno spettacolo outdoor inutile per la politica estera ma utilissimo per la propaganda. In quest’ottica c’è anche la forte propaganda indiretta. Come per l’epoca della fine del berlusconismo, quando uscì un devastante Barbarossa con il cameo della partecipazione di Bossi, la fiction o il cinema italiano vengono in soccorso di chi presumono essere il vincitore. Ed ecco che ti spunta la fiction sui Medici. E, guarda caso, il premier si presenta, in pieno lancio della fiction sui Medici, agli stati generali della lingua italiana a Firenze.

Coincidenze? No. I Renzi studios lavorano per la propaganda diretta e quella indiretta. Per Renzi e per i Medici. Poi sui social media la gente si può anche sfogare. Tanto la maggior parte della assunzione di notizie e di immaginario, in un paese a forte invecchiamento demografico, avviene ancora oggi sui media tradizionali. Certo, il rigetto per tutta questa propaganda senza qualità è certificato dal ritardo di Renzi nei sondaggi rispetto al No. Ma, bisogna ricordare, che gli indecisi sono tanti. E che, di solito, se votano lo fanno per chi percepiscono essere cambiamento. Meglio se, oltre al cambiamento, anche rassicurazione. Scatta, in questo caso, qualcosa che li fa uscire dal guscio. Qui abbiamo lo spettacolo, mettiamo tra parentesi la qualità, sul cambiamento (Jobs, Obama) promosso in prima persona dal premier e quello indiretto sulla forza della tradizione (Medici). Vediamo se scatta di nuovo la fascinazione, quella che Renzi cerca, di quelle che fanno dimenticare l’aumento certificato INPS dei licenziamenti. Abbiamo dei dubbi ma tutto può accadere.

Per la comunicazione televisiva, reti pubbliche e buona parte di quelli private, è poi vietato ricordare figuracce del premier, contestazioni, voci fuori dal coro. Un continuo cinegiornale di altri tempi, quelli in cui le riprese erano core business dell’Istituto Luce, con il linguaggio 2.0, l’approccio multipiattaforma, il tocco crossmediale nei lanci di Twitter, le battute da liceali un pò spenti che non sanno come essere originali. Inoltre esiste un canale all news, 24 ore su 24, Rainews, completamente strutturato secondo le esigenze comunicative del premier: dai servizi ai banner che rendono notizia la lettura del mondo della propaganda renziana. Insomma un’occupazione del quinto potere monotona quanto pericolosa.

Quando il quarto potere, la stampa, nella maggior parte o fa parte del mainstream renziano, che manda osservazioni ai direttori di giornale via Whatsup, o sta attento a non debordare nelle critiche e nel dibattito sul referendum costituzionale questa occupazione del quinto potere e questa egemonia sul quarto, frutto delle esigenze di comunicazione politica, va sommata a cosa accade agli altri tre una volta completato il mosaico. Se vincesse il Si basta immaginare l’attuale assetto televisivo, al quale Mediaset ha già dato ampi cenni di gradimento, quello della stampa, governabile anche con i contributi pubblici, sommato ad un governo di nuovo centralizzato che detta legge su budget regionali, trasporti (la si legga la riforma Delrio...), energia, comunicazione e grandi opere. Per non parlare di ricerca, scuola, università e cultura. Settori poveri quanto militarizzati dalla propaganda renziana. Un parlamento non solo di nominati, da chi comanda su tv ed egemonizza la stampa, ma con una maggioranza spropositata rispetto al reale numero dei voti ottenuti. E quindi un vero, rigido governo della minoranza, con i mezzi per continuare ad esserlo.

C’è maggiore spazio, nella riforma renziana, per I referendum? Vero, ma i referendum, come abbiamo visto per quelli sulle trivelle, si orientano con i blackout comunicativi. O, come per quello sulla costituzione, con le tempeste di propaganda quando il quorum non determina il risultato. Un vero problema della democrazia, ovunque, è la parità di accesso alle piattaforme mediali. Una riforma centralistica, solo in parte neoreferendaria, come quella renziana salda così i due poteri della comunicazione ed i tre dello stato in un prodotto di destra. Dove la minoranza, al netto della retorica, ha gli strumenti e le risorse per incidere nella società, privatizzando il privatizzabile, e il resto fa i post su Facebook (dove gli influencer di Renzi sono presenti). Inoltre ciò che appare come una forma referendaria, democrazia dal basso è uno strumento favorito dal renzismo reale. Ci riferiamo alle primarie che, in questa accezione renziana, sono un trasferimento secco del potere dal basso verso l’alto. Un plebiscito.

Renzi che imita, con sprezzo del ridicolo, Steve Jobs per evocare un carisma che non avrebbe nemmeno alla sedicesima reincarnazione, non deve solo far sorridere. Renzi che, come il piccolo imprenditore di provincia si compra, moglie e amici al seguito, il favore dell’amico americano non è solo patetico. E non deve rassicurare il fatto che un elemento essenziale dell’essere dittatore, il carisma, Renzi non ho ha o, al massimo,lo esercita su qualche gruppo sociale di sprovveduti. Sono i processi che si sono aperti -con la crisi della democrazia matura accelerata dal crack finanziario mai finito dal 2008- che portano ad una sedimentazione di autoritarismi, mediali, politici, costituzionali. Inutile negarlo, il rischio di un prodotto simile al fascismo c’è, rivestito in forma democratica genere Croazia di Franjo Tudman, e non va sottovalutato. Perchè se ne vedono le venature nel “progetto” comunicativo. Specie se gli elementi di questa sedimentazione, dalla comunicazione alla costituzione “riformata”, fanno sistema. Magari sistema santificato da una qualche emergenza che richiede pochi fronzoli e decisioni dall’altro (e dalle banche alle guerre in corso ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta). E se gli uomini del regime avrebbero le facce pallide di Lotti e Orfini questo non deve rassicurare. Ogni nuovo assetto politico ha le proprie particolarità e le proprie perversioni. Per questo il 4 dicembre è meglio che questa compagnia di giro sia costretta a ritrovare la strada di casa. Perchè le esigenze di “comunicazione” del premier hanno già costruito di per sé un dispositivo mediale, diciamo, troppo sistemico. Persino Bottai, personaggio che va comunque tenuto lontano da ogni rivalutazione, su Critica fascista espresse preoccupazione per l’identificazione tra propaganda e cultura. L’allegro staff comunicativo di Renzi non ha di queste preoccupazioni, usa tutto l’utilizzabile in modo spregiudicato. E ha costruito qualcosa di pericoloso, che si annida all’interno della scatola rivestita dalla confezione della “democrazia che decide”, “che funziona” e “che taglia le poltrone”. Dalla neutralizzazione di questo dispositivo passa sicuramente un pò di salute per questo paese.

Fonte foto

http://foto.ilgazzettino.it/photogallery_img/MED/34/67/2033467_Obama_Renzi_Casa_Bianca_-_1.jpg

Per Senza Soste, nique la police

18 ottobre 2016

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Sulla guerra tra bande attorno alla nomina del nuovo presidente della Autorità Portuale

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Ecco la nostra seconda puntata dedicata al tema della portualità che cambia in ambito territoriale, scritta sul rincorrersi degli eventi, in questo caso la nomina del nuovo presidente della Autorità portuale. In questo caso non ci interessano i retroscena, nel senso del borsino di chi sale o scende sul piano del potere personale, quanto piuttosto le mutazioni di scenario. Le nomine, in questo senso, sono sempre un’occasione per capire cosa cambia. (redazione, 17 ottobre 2016)

Link: la prima puntata "Domino nel porto e risiko nel mondo: una situazione che Livorno deve conoscere"

1. Contesti

porto livorno altoLo scorso fine settimana sulla Handelsblatt, che è il più importante quotidiano economico-finanziario tedesco, era presente un editoriale sul futuro della cantieristica navale tedesca. Inutile dire che cosa accade in Germania determina quello che accade in Europa ma, forse, è meglio ribadirlo a Livorno, dove si è apprezzata molto l’analisi di Sergio Bologna sul gigantismo navale ma, allo stesso tempo, si è un po' perso il filo rosso delle sue riflessioni che portano direttamente in Germania. Bene, la Handelsblatt, ha detto chiaramente che il futuro della cantieristica tedesca è in buone mani se queste sono caratterizzate da un capitalismo familiare, dinastico. Il puro rovesciamento di quanto sostenuto più a sud, a casa nostra, dove l’adeguamento alla globalizzazione, l’economia che non ha sedi o persone fisiche di riferimento e tantomeno radicamento familiare, ha rappresentato la spada fiammeggiante da brandire contro ogni critico dei processi in corso.

Il ragionamento della Handelsblatt è comprensibile secondo una logica di sistema: se si inseguono le bolle finanziarie, le esigenze dei fondi di investimento, i trend del mercato imposti dalle borse, l’industria navale tedesca non resiste. Una imprenditoria familiare è potenzialmente in grado, avendo un senso della temporalità dinastico che guarda oltre il presente, di non liquidare sé stessa magari per darsi alla finanza o inseguire le mode del momento per poi fallire. Certo, aggiungiamo noi, ci vuole un sistema bancario e finanziario adatto per sostenere questo modello economico dove la proprietà rimane, sostanzialmente sempre la stessa. E ci vuole anche, aggiungiamo, un ripensamento del modello tedesco di finanza. L’eventuale ristrutturazione di Deutsche Bank, specie se la sua filiale americana chiuderà i rapporti con la finanza di rischio, potrà dirci molto in proposito. Ricordiamo che poche settimane fa Die Welt celebrava con queste parole “siamo dalla parte dei vincitori della globalizzazione”, e l’industria navale e portuale fa parte di questa vittoria, analizzando l’ultimo quarto di secolo. Ingredienti per esserlo? Capacità di previsione, integrazione tra ministeri, amminstrazione, bacini di sapere prima ancora che tra istituzioni e imprese. Tutto quello che l’Italia ha smantellato. In nome della globalizzazione, ci mancherebbe.

Nel frattempo la riforma dei porti, quella italiana, è arrivata a maturazione. O meglio, la riforma della governance portuale con la pubblicizzazione, a fine agosto, del dlgs 169 nella Gazzetta ufficiale su Riorganizzazione e razionalizzazione della disciplina concernente le Autorità Portuali. Come è noto, ed abbiamo anticipato più volte, la riforma della governance portuale è un’operazione di accentramento ministeriale dei poteri di governo degli scali e di svuotamento dei comitati portuali. E’ forse meno noto, o comunque meno accentuato dalle cronache se si occupano solo di romanzi delle nomine, che questa riorganizzazione della governance dei porti è solo parte di un progetto più vasto. Quello che si chiama Piano strategico della portualità e della logistica. A parte il nome roboante, piuttosto comico, il piano contiene sostanza. In poche parole i fondi disponibili, per le banchine e la logistica, passeranno, una volta ultimato il piano strategico, da chi governa il piano che dovrà anche sovrintendere alla regolazione della concorrenza tra scali. In poche parole potrà, se vorrà, venire incontro ad osservazioni, come quelle della Corte dei Conti Europea, che rischiano di bloccare (in termini di mercato) la darsena Europa in nome della troppa concorrenza tra scali simili. Si capisce che l’idea di logistica, da parte del ministero e della sua amministrazione è tutta regolata dall’accentramento di risorse e decisioni in ambito politico e delle poche risorse direttamente disponibili.

Il punto è che i processi logistici riescono ad essere incisivi se abbastanza flessibili da incoraggiare innovazioni tecnologiche, di processo organizzativo, e decisioni rapide e complesse. La riforma Delrio, una volta a regime, nascerà vecchia. Tutta tesa a controllare le risorse a disposizione dal centro, nella logica della riforma renziana del titolo V della costituzione, ma incapace di favorire le innovazioni in grado di produrre valore. Il contrario del modello tedesco prima accennato che non è il paradiso, ad esempio favorito bolle finanziarie di notevoli dimensioni, ma che ha saputo affrontare la globalizzazione. Un elemento, quello delle criticità della Delrio, che va metabolizzato a livello territoriale. Per capire quali innovazioni proporre dal basso.

Il contesto è un pò sfuggito alla stampa locale tutta concentrata sulla pratica medievale delle nomine. Come se la notizia della nomina esaurisse, nella notifica pubblica del potere personale assunto da un personaggio, il senso della notizia. Pensiamo esattamente il contario: la nomina apre un contesto, molto più ampio della constatazione di un potere personale (vero o fittizio che sia)

2. Nomine

Veniamo, appunto alle nomine. In questo contesto, ripensamento della cantieristica nel continente causa bolle finanziarie e riforma italiana della governance portuale (temi apparentemente lontani ma inevitabilmente destinati a toccarsi) ecco la nomina per la nuova presidenza della Autorità Portuale. L’analisi delle cordate e dei giochi in campo aiuta a capire quale scenario si gioca sullo scalo livornese. E lo scenario è quello, da tempo, classico. Le nomine, e i passaggi di potere politico che comportano, non sono tanto occasioni di innovazione, e di allargamento dell’occupazione, ma piuttosto di concorrenza tra soggetti economici sul lavoro esistente. E’ uno scenario di cui, su Senza Soste, parliamo sostanzialmente da sempre.

Si tratta anche di uno scenario che oggi subisce una radicalizzazione di fronte

a) alle previsioni di rallentamento dei traffici globali

b) agli effetti delle bolle finanziarie e della restrizione del credito per le infrastrutture

c) alla novità di una riforma che toglie potere, e quindi risorse, alle autonomie locali costringendo il territorio a mediazioni più faticose per ottenere qualcosa

Una volta entrati in questo contesto allora ha senso fare nomi.

A noi, ad esempio, risulta un forte dualismo, per la nomina della presidenza della Autorità Portuale tra Becce e Rossi. Del resto, non abbiamo fatto che raccogliere conferme rispetto ad un articolo di un mese fa dove si sosteneva che il Pd toscano aveva aperto il fuoco di fila, neanche a torto, nei confronti di Becce perché troppo vicino a Negri (la cui posizione di liquidatore di circa la metà di Tdt finirà per cambiarne senso e presenza nel porto) e nei confronti di Rossi, troppo vicino a Msc. Stiamo parlando della nuova Autorità Portuale, quella oggi Livorno-Piombino emersa giocoforza con la riforma Delrio, con minore potere locale entro il nuovo quadro normativo.

Cosa è sembrato cambiare in un mese? Politicamente, e non è solo il caso del PD, la logica della lotta fra bande sembra aver preso il sopravvento su quella di regolazione complessiva del mese precedente. E così Lotti, il facente funzioni di Renzi, ha sponsorizato Rossi, l’avvocato Msc, mentre Delrio, con l’aiuto del potente funzionario genovese Merlo, ha sponsorizzato Becce. Quest'ultimo, in un senso o in altro, nel caso di nomina pur lasciando il Terminal Darsena Toscana, dove Negri avrebbe raggiunto l’accordo con un fondo di investimento che muta gli equilbri del porto, si porterebbe dietro il peso di questo acccordo. Come si vede, il mercato e le riforme, parole utili per la propaganda sui giornali, portano con sè lo scontro per il controllo del porto altro che equilbri più avanzati. Tutte le fonti da noi interpellate ci hanno detto che, per entrambi i nomi si tratta di una scelta squilibrata che favorisce una o l’altra cordata, quella di Becce sostanzialmente legata a Grimaldi e quella di Rossi a MSC (alleata nell'affare Porto 2000 con Onorato-Moby). E questo, oltre ai noti problemi strutturali del porto, va a impattare su uno scontro, nazionale, che tocca anche le nostre banchine: quello Onorato-Grimaldi. Scontro che, dal punto di vista delle preferenze renziane, sembrerebbe essere risolto a favore di Grimaldi http://www.trasportoeuropa.it/index.php/home/archvio/14-marittimo/15051-renzi-accontenta-piu-grimaldi-nel-cabotaggio-

Ma l’altro punto, essenziale, è che il vincitore della presidenza della Autorità Portuale si trova ad far parte di una cordata commerciale che è decisiva alla vigilia di due gare storiche indette a Livorno. Se il ministero accentra potere e risorse è infatti pur sempre in piedi il bando della privatizzazione della Porto 2000 e quella sulla Darsena Europa. Il conflitto di interessi, in questo intreccio di proprietà e di scontri sulle banchine, su due bandi strategici per il futuro della città è palese nei candidati da noi nominati. Tanto più che la vicenda Darsena Europa è di fronte a difficoltà strutturali, sui finanziamenti, che emergono da sempre. In questo scenario nomine sensibili a precise esigenze aziendali rischiano solo di favorire interessi di cordata non lo sviluppo sistemico del porto e del territorio circostante. E in un momento in cui la riforma cerca di imporre poteri dall’alto.

Certo, il PD con candidature come Guerrieri, già presidente AP Piombino e Elba, avrebbe dato segnali maggiormente legati ad uno sviluppo sistemico del porto piuttosto che interni ad una logica di lotta tra bande. Ma la crisi è fatta per favorire questo genere di lotta, non lo si dimentichi. Lotta abbastanza feroce da far indietreggiare il Rossi Presidente della Regione che appare piuttosto defilato in questa vicenda. Anche il Movimento 5 Stelle, a nostro avviso, si è fatto risucchiare da questa situazione. All’epoca della presentazione della Darsena Europa a Bruxelles, poco più di un anno fa, la consigliera regionale grillina non trovò di meglio da dire che la Darsena apriva la Toscana all’invasione di merci cinesi (sic). E il gruppo regionale, da quello che leggiamo, sulla portualità non brilla per analisi, modelli alternativi, produzione scientifica ma si caratterizza per i comunicati polemici contro il Pd. Troppo poco quando a Livorno già si governa. E troppo poco anche per il gruppo consiliare ed il sindaco che oscillano tra l’immobilismo e le polemiche inutili con Provinciali, di cui tuttavia non abbiamo mancato di sottolineare la faccia tosta sulla questione sms

Per concludere, nomine a parte, il punto è imparare qualcosa dai tedeschi. Che, come abbiamo visto, cercano di tradurre alcune vocazioni tradizionali, in questo caso, nella cantieristica, con i nuovi scenari. Il modello neosabaudo di Del Rio aiuta i nuovi scenari? Ne dubitiamo. Intanto a Livorno scorrono gli scontri e le nomine.

redazione, 17 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Ottobre 2016 22:28

Livorno, banche e potere politico. Un'analisi alla luce degli ultimi fatti

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livorno via cairoliNella crisi generalizzata del sistema bancario, una di quelle che non si risolveranno nè a breve nè facilmente, la situazione livornese non pare affatto chiara alle forze politiche locali. Per il centrosinistra la rete del potere bancario è sempre stata uno di quei segreti da custodire gelosamente, nella bocca degli addetti ai lavori.

Il muro di informazioni su questo tema ha sempre separato chi era convinto di detenere il potere reale dal resto della città. Ed è stata talmente diffusa l’omertà su questi temi tanto che, non molto tempo fa, in seguito ad una intervista a scopo scientifico (lontana da temi scottanti e fatta con ricercatori non livornesi) un passato esponente della politica livornese è arrivato a negare qualsiasi legame tra politica e banche in città. Anche su fatti di un quarto di secolo fa. Quando si dice la gelosia di certe informazioni e di certi ruoli.

Non è un caso, quindi, che la Fondazione Livorno abbia recentemente nominato, a luglio, Riccardo Vitti come presidente. Un nome in continuità con l’establishment politico-finanziario del recente passato, compresa la gestione di Spil del famoso parcheggio da 26 milioni che ha silurato la funzionalità della partecipata e sinistrato le casse pubbliche. E’ proprio questo sistema, che pensa di essere ancora classe dirigente e di cui Vitti è oggettivamente espressione, che fa pensare, a molti, che a Livorno presto anche il potere formale, espresso materialmente e simbolicamente in palazzo Civico, tornerà nelle mani di sempre.

Nel frattempo registriamo due fatti e una tendenza di cambiamento. Per intendersi, complessivamente, su una cosa: le reti di potere politico-bancario a Livorno contano, sono potere di governance reale. Ma, è questo l’aspetto che troppi sottovalutano, le ristrutturazioni delle banche incideranno, e sul serio, negli assetti di potere come li conosciamo.

Andiamo, brevemente, per gradi. Prima di tutto per vedere l’attuale penetrazione, a rete, del sistema bancario è paradigmatica la vicenda Interporto. La rinegoziazione del debito Interporto, che prevede la dismissione di alcuni asset pubblici per ristrutturare il debito, ha visto protagonisti, oltre alla Regione e alla Autorità portuale, ben 15 istituti di credito e un advisor. Una rete di soggetti di governo (Regione) e di governance infrastrutturale (Autorità Portuale) e bancario-finanziaria (i 15 istituti di credito) che è sovradimensionata, barocca rispetto alle trasformazioni del mondo politico e finanziario in corso. Basta pensare che, visto che l’esempio piace, dove si attraggono capitali i soggetti per una ristrutturazione del genere in campo sarebbero tre, massimo quattro non una ventina. Questo per far capire che il processo di esubero, definito sempre come ineluttabile per i lavoratori si avvicina anche per i soggetti politico-finanziari. I quali, sul territorio, non perdono però occasione per farsi la guerra.

E’ notizia della scorsa settimana il fatto che l’asta per i servizi finanziari della tesoreria comunale è andata deserta. A parte le polemiche, sulle cifre dell’avanzo di cassa, tra vecchia e nuova amministrazione il fatto suscita una certa curiosità politica. Perchè chi vince l’appalto per la Tesoreria del comune diventa un soggetto privilegiato per l’amministrazione in materia di politiche finanziarie. Perchè quindi l’appalto è andato deserto? Ci risulta che la gara d’appalto accorpasse Tesoreria e partecipate. Mentre il primo servizio è considerato ancora appetibile, il secondo molto meno. C’è stato quindi un accordo di cartello, tra le possibili banche partecipanti, per far saltare la gara in modo da far separare la Tesoreria, la polpa, dal resto? A questa domanda sarebbe meglio rispondessero le forze politiche che hanno approvato la gara, che ci risulta passata dal consiglio comunale. Ma, si sa, parlare di un servizio essenziale per regolare i rapporti tra amministrazione e banche locali è nulla in confronto a polemiche come le mitiche multe di Marzovilla o le denunce sui consiglieri che devono pagare il divieto di sosta. Eppure questa vicenda ci fa capire come sia cambiato il rapporto tra banche e amministrazione. Qui il colore dell’amministrazione non c’entra: sia le banche che il comune sono alla ricerca di margini di profitto essenziali per la loro sopravvivenza. Le prime sono alle prese con una dura ristrutturazione (che è appena agli inizi..), il comune dal punto di vista finanziario è alla ricerca di ogni margine possibile di ottenimento risorse. Impensabile, per tornare all’inizio, che di fronte a tali mutazioni il passato si possa riproporre così, senza scosse.

E veniamo quindi ad un punto paradigmatico, esemplare. Che ci fa capire come stanno cambiando i poteri bancari e quindi quelli del territorio.

monte dei paschi di sienaSul Corriere della Sera è uscita l’anticipazione di come stia andando l’operazione Monte dei paschi-JP Morgan benedetta da Renzi

http://www.wallstreetitalia.com/de-bortoli-attacca-mps-e-regia-renzi-opaca-vicenda-bancaria-il-dubbio-jp-morgan/.

Probabilmente qualche tifoso del guitto di Rignano pensa che, siccome l’operazione è benedetta da Renzi, se tutto va in porto niente in Toscana cambierà. Al contrario, MPS entrerà in una logica di redditività di scala che niente ha a che veder con la banca che abbiamo conosciuto. Non molto tempo fa circolava un aneddoto, di un banchiere locale vicino a Renzi, che diceva agli americani, non JP Morgan in questo caso, che se volevano venire in Toscana dovevano “farsi conoscere dal territorio”. Forse, dice chi racconta l’aneddoto, non si è capito chi sono questi americani. A loro non interessano le operazioni che tengono assieme più soggetti economico-finanziari, interessa la bruta trimestrale di cassa, legge che sono in grado di imporre con la forza del denaro. E così, visto che MPS conta molto in città (tanto da aver espresso due assessori col precedente sindaco di cui uno al bilancio), se JP Morgan si impadronirà del Monte dei Paschi vedremo molti mutamenti, in città ed in porto. Non tutti graditi. O molto pochi. Ma è questione di pochi anni, le mutazioni del potere bancario, e della stessa forma-banca, sono destinate a produrre su Livorno choc maggiori della caduta del Pd al comune. Nel frattempo la città, anche quella che presume di contare, è molto lontana persino dall’inquadrare i problemi. Figuriamoci quanto è lontana dal governarli. Ma questa è la realtà e sarebbe disonesto tacerla.

redazione, 12 ottobre 2016

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