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EDITORIALI

Risale la produzione? Peccato ci voglia mezzo secolo per tornare a livello 2006

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homer munchSappiamo benissimo, lo vediamo tutti i giorni, che la politica oggi vive di opinione pubblica, sensazioni a distanza e di retorica. In questa dimensione ha funzionato bene, mentre ora sta scricchiolando, il marketing renziano. Marketing che, in economia, si dispone sempre in questo modo: impadronirsi dei dati, recitarli in modo positivo, come una scossa comunque benefica per il paese e tacciare di “gufi” tutti coloro che non appartengono a questo genere di recitazione. Un punto di forza di questa operazione di marketing sta nel lamento di critici che, spesso, non hanno una grossa idea di dove voler andare. L’elemento reale del marketing renziano dei dati lo vediamo in questo post magistrale di Mario Seminario su Phastidio (http://phastidio.net/2016/10/05/le-tirocinanti-del-lancio-ansa/ ) dedicato all’operazione da spin doctor di due deputate Pd sulle statistiche di Giovani Si. Un insuccesso reale, Giovani si appunto, viene, sul terreno della retorica, trasformato in un successo da twitter. Ma il metodo è quello: impadronirsi dei dati, commentarli enfaticamente e guai ai “gufi”. Spesso l’approssimazione dei critici dà una mano a queste operazioni ma, si sa, alla fine la realtà e i fatti hanno la testa dura. Una testa dura la manifestano anche i dati sulla produzione ma, come sappiamo, siamo in periodo pre-referendario, e quindi, a maggior ragione, lo spettacolo viene prima di tutto. Ecco quindi che ci troviamo di fronte all’uscita degli ultimi dati destagionalizzati sulla produzione.

Il problema, dal punto di vista della comunicazione politica dei dati, è che siamo in stagione referendaria e di legge di stabilità. La pubblicazione di ogni dato deve servire di certo non per una discussione di marca habermasiana nell’opinione pubblica, fenomeno che andrebbe comunque desacralizzato, ma per rafforzare l’effetto consenso attorno al governo. Ecco quindi che i media, ognuno nella propria piattaforma (dalle app, alle tv generaliste ai giornali) sparano un dato: produzione al più 4 per cento in agosto. Sparato così, come “inatteso”, è stato scritto cosi’, si ottiene quell’effetto spettacolo voluto dall’esecutivo. Quello di un governo “che tiene” nonostante la crisi, di una legge di stabilità che può godere della ripresa economica. Per ottenere questo effetto, psicologico e soprattutto politico, bisogna ovviamente isolare il numero dal contesto, puntando sull’effetto simbolico, sacrale, energetico del numero comunicato. Per cui questo 4 per cento, sparato su ogni piattaforma, alla fine sembra davvero qualcosa. Ora, sulla convergenza statistica spettacolo-esecutivo-media mainstream, un conglomerato che negli altri paesi europei non si dà in questo modo, ci sarebbe da dire molto. Ma la cosa, bisogna dirlo, oggi sembra interessare poco. Come se la possibilità di usare Facebook avesse neutralizzato la portata reale dei problemi strutturali di una democrazia. Passiamo quindi direttamente alla lettura del dato. Inteso non come numero che cerca legittimazione grazie alla frase “finalmente una buona notizia” ,utile solo per qualche lancio su Twitter, ma come elemento che ha significato se letto nel contesto nel quale è stato prodotto. Mettiamo qui a fuoco tre questioni.

Prima questione: il generale agosto

L’aumento della produzione in agosto, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è stato rilevato in un mese dai “livelli di produzione tradizionalmente molto bassi” (http://www.ligurianotizie.it/istat-sorpresa-la-produzione-industriale-ad-agosto-aumenta-come/2016/10/10/220516/ ). In poche parole il dato non è rappresentativo dell’intero settore produttivo italiano perchè si era in agosto. A luglio, mese lavorativo pieno, l’indice della produzione è aumentato dell’1,7. Il dato sulla produzione di agosto, come ammette un media “euforizzante” su questi dati come il Tgcom va a comporre un aumento trimestrale della produzione dello 0,4 per cento. Il dato di agosto non fa quindi, al netto delle sparate, proprio parte di un balzo di tigre dell’economia italiana. Se poi andiamo a confrontare questo aumento dello 0,4 con il crollo della produzione italiana otteniamo un dato non propriamente sereno. La ripresa alla renziana significherebbe un RECUPERO della produttività persa dal 2006 in circa CINQUANTA ANNI. Basta dare un’occhiata a questa tabella http://blog.gavekalcapital.com/wp-content/uploads/2015/09/41.jpg 20 per cento di produzione industriale persa dal 2006, dare a Renzi un arrotondamento al 0,5 di aumento della produttività annuo e si arriva a quaranta anni per colmare il ritardo accumulato da allora. Mentre se non si vuol fare l’arrotondamento a Renzi, che non è certo il colmo della simpatia, si arriva a toccare, nel migliore dei casi a sfiorare, la quota mezzo secolo per toccare, di nuovo, la quota di produzione del 2006.

Seconda questione: la crisi dei beni durevoli

Se andiamo a vedere nel dettaglio cosa è aumentato, e cosa no, nei dati sulla produzione vediamo che l’operazione porta significati importanti. Per quanto riguarda i settori di attività economica esaminati dall'Istat, la produzione industriale dell'Italia è aumentata nella fabbricazione di mezzi di trasporto, nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo. Le diminuzioni maggiori si sono riscontrate nell'attività estrattiva, nei prodotti farmaceutici, e nell'industria tessile e dell'abbigliamento. In particolare è stato registrato un forte aumento della produzione di automobili, pari al +41,9% rispetto al 2015 e del +9,5% nei primi 8 mesi di quest’anno. Insomma, l’auto ha tirato, pur nel contesto reale delineato dagli stessi dati Istat, depurati dalla comunicazione politica spettacolo, quella mainstream, che esiste per il puro supporto governativo. Pur dandosi una forma di informazione scientifica. Ma il dato più significativo, di queste rilevazioni, sta nella crisi dell’acquisto dei beni durevoli da parte degli italiani. Questa crisi ci fa capire due cose: la prima è che la produzione, quando c’è, è per l’esportazione. La seconda è che la società continua la propria crisi di riproduzione. Infatti l’agenzia di stampa Agi, riprendendo i dati, elaborati su base Istat, dell’unione nazionale consumatori, a commento del dato produzione di agosto 2016, ricorda che i beni di consumo durevoli acquistati da singoli, coppie, famiglie sono in calo del 40 per cento dal 2007. E quelli non durevoli, e così i dati sconfiggono il moralismo che si inventa un sovraconsumo frivolo di telefonini, sono, sempre dal 2007, in calo del 2,7 http://www.agi.it/rubriche/la-voce-delconsumatore/2016/10/10/news/industria_produzione_agosto_4_1_balzo_top_da_5_anni-1149709/ . Insomma, cosa gira dell’economia del paese, è orientato all’export non alimenta la riproduzione della società. Anche perché tra i beni di consumo durevoli, statisticamente, vi sono anche le automobili. C’è quindi una asincronia tra produzione di auto e crollo dei beni durevoli di consumo tutta da leggere. Al netto della propaganda. Come è da leggere l’aumento della produzione di auto in Italia rispetto all’aumento degli indici di produttività per unità lavorativa in Europa dal 1999. L’Italia è cresciuta, in questa speciale classifica, meno della metà dell’area Euro e della Germania http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/refreshTableAction.do?tab=table&plugin=1&pcode=tsdec310&language=en . E’ evidente che picchi della produzione come quelli rilevati, nella maniera che abbiamo contestualizzato, ad agosto sono finanziati non tanto dalla capacità produttiva, in un paese che ha tante strozzature, ma soprattutto dal basso costo del lavoro. Il fattore che, come un serpente che si morde la coda, spiega il crollo dell’acquisto dei beni durevoli quasi un decennio.

Questione conclusiva: economia stagnante, società in declino, spettacolo permanente

Una considerazione poco lontana dall’uso della statistica in comunicazione politica: quante cazzate sono state sparate, nella politica pubblica, mentre il paese perdeva dei livelli di produttività come se fosse sotto bombardamento. Mentre i livelli di consumo regredivano. Ma non sotto la forza di chissà quale critica al consumismo ma sotto la spinta materiale della crisi. Quanta priorità data a personaggi inutili, a leggi elettorali, a orge di parole senza senso a polemiche roventi giocate sul vuoto. E si che oltrettutto, almen formalmente, l’Italia dovrebbe avere i famosi sindacati maggiormente rappresentativi a presidio della produzione. Se i media devono avere funzione di preparre il feedback dei comportamenti sociali e istituzionali questo feedback oggi puo’ essere tradotto con una sola parola: suicidio.

L’ultimo punto è che, propaganda a parte, non c’è una reale percezione della profondità della crisi. Questo paese deve ancora realizzare che questa non è una crisi economica, una bassa congiuntura che attende la salvifica alta marea, ma di modello. Le retoriche politiche infatti si fermano a promettere efficienza, onesta, funzionalità come se fosse un problema di ordinare gli oggetti in un cassetto. Finchè le retoriche sono queste non si può che concludere con l’immancabile “auguri”. A noi non a loro. Nel frattempo godiamoci questo spettacolare, sorprendente aumento della produzione. Sui media sembra tutto vero, nel mondo reale si vedrà. Magari tra mezzo secolo.

redazione, 12 ottobre 2016

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“Lo facciamo all'ex Pirelli”. Storia dell’area dove tutti vogliono far qualcosa, dai parcheggi all’ospedale

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Dal 1983 l’area Ex Pirelli è del Comune. Ma nessuno riesce a farci niente. Ora la Saccardi vuole farci l’ospedale. Parcheggio multipiano, parcheggio di scambio, distretto sanitario o ospedale. Ma gli uffici tecnici dicono sempre NO

ex pirelli livornoQuante volte, nel corso di questi ultimi 33 anni, abbiamo ascoltato questo ritornello, con relativo "sliding doors" di proponenti, progettisti, aspiranti esecutori, corrieri veri o presunti di denaro pubblico, cronisti interdittori e/o compiacenti a seconda del vento che tirava e dell'obiettivo politico-amministrativo che si cercava di assecondare o di contrastare.

Ex Pirelli e piano Insolera. Una storia infinita iniziata nel 1983, quando l'ex area industriale entra nella disponibilità del Comune di Livorno grazie ad una convenzione molto favorevole per Pirelli che, guarda caso, di lì a poco diventa, per compensazione urbanistica, una delle immobiliari più potenti della città. Gli stabilimenti dell'ex Sice (rilevata da Pirelli per fare cavi elettrici progressivamente fuori mercato) si trasferiscono nella nuova area industriale del Picchianti quando ancora il corpo di fabbrica contiguo allo storico Parterre (da non confondersi con l'area industriale di circa  44.000 mq) non era stato demolito. Va detto che il Prg del 1977, con Insolera, riconosce la "centralità" dell'area ex Pirelli quasi in coincidenza con la dismissione della fabbrica, disposta da Pirelli nel quadro di un sanguinoso processo di ristrutturazione aziendale. Una "centralità" che Insolera rileva rispetto all'Ospedale e al Distretto Scolastico di quel Quartiere Stazione che inizia a configurarsi in breve tempo come  una vera e propria città nella città. Una circostanza che avrebbe inesorabilmente compresso, nel corso del tempo, quell'area di preminente interesse pubblico individuata da Insolera nel perimetro dell'ex corpo di fabbrica. 

La nuova Via della Meridiana. Quando sul lato di Via della Meridiana spuntano, previa demolizione dell'edificato preesistente, i blocchi condominiali realizzati da una nota impresa di costruzione per 102 appartamenti ad uso civile abitazione, la "centralità" ipotizzata di Insolera diventa una carta da giocare strumentalmente per sistemare o smaltire partite altrimenti sospese: l'accesso all’ospedale anche attraverso Via della Meridiana e la viabilità complessiva di un comparto sul cui asse si sarebbe concentrata un'infinità di flussi di traffico mai seriamente programmati e però in fase di costante espansione. Ecco perchè quel "lo facciamo all'ex Pirelli" nel corso degli anni conosce una particolare evoluzione. Non si tratta più di integrare alcuni non meglio identificati servizi pubblici nell'area a verde dello storico Parterre secondo lo schema Insolera, quanto di "utilizzare" le ex aree industriali del Parco al servizio della nuova viabilità di comparto o di alcune funzioni direzionali emergenti, quali quelle del Presidio Ospedaliero di Viale Alfieri o di un fantomatico Polo Archivistico Nazionale che non vedrà mai la luce nonostante le reiterate evidenze del Piano delle Opere pubbliche comunale fra il 2005 e il 2010.

Lamberti stoppato. Ma quando Lamberti (con il mitico Piano dei Parcheggi del 2000) decide di intervenire sull'area ex Pirelli  per recuperare e infrastrutturare  i capannoni industriali sopravvissuti alle demolizioni del 1984, incontra serie difficoltà operative. Genio Civile e Sovrintendenza alle Belle Arti (qui molto presenti rispetto a quanto accaduto per la cementificazione perimetrale delle Terme del Corallo) oppongono una serie di vincoli archeologici che impediscono la realizzazione di un parcheggio multipiano di 350 posti auto in luogo dei capannoni ormai comunali  ed una corrispondente "zona blu di protezione" "con proventi destinati all'Amministrazione". Lamberti vira in conclusione di secondo mandato verso il progetto di un parking modificato  di 250 posti auto, confidando nella valutazione di un impatto minore sull'area da parte degli organi di controllo, ma non se ne farà più di nulla.

L’evaporazione del piano Cosimi. Il subentrato Cosimi  infatti, fresco di protocollo d'intesa con Asl 6 Livorno e Sovrintendenza alle Belle Arti sul comparto Ospedale, Viale Carducci, Via de Larderel e Cisternone, decide di giocare un'altra carta. Una carta che avrebbe evidenziato l'altro grande tabu' strutturale dell'area dismessa: la maxi area pavimentata frontale progettata da un architetto fiorentino su incarico del Comune di Livorno nel 1985 e collaudata solo nel 1991 di fronte allo spettro dei capannoni gravati dal vincolo archeologico. Costo dell'opera, due miliardi di vecchie lire di allora. Quando infatti i tecnici del sindaco riformista rilanciano per un parcheggio "di scambio al Parterre" (con accesso lato via Meridiana) per 1400 posti auto al servizio di residenti e non, personale medico infermieristico e utenza ospedaliera, anche il Tirreno, normalmente olimpico di fronte agli annunci asseverati dai sindaci di centrosinistra, non può non prendere atto che qualcosa non va. Troppi silenzi postumi dopo quelle anticipazioni, anche perchè il parcheggio di cui parla Cosimi sarebbe ipogeo e comporterebbe lo sbancamento e l'escavo dell'arena pavimentata e realizzata più di 15 anni prima sul basamento del fabbricato industriale. In alternativa vengono realizzate le aree di sosta in Piazza Lavagna (già area di trasformazione urbana) privilegiando  in tal modo gli accessi ospedalieri da una satura Via Gramsci. Lo scopo però di eliminare le auto dallo spartitraffico di Viale Alfieri è in parte raggiunto e Cosimi potrà anche permettersi di stanziare ulteriori 150.000 euro per la "messa in sicurezza" dei capannoni industriali, a suo tempo non demoliti perchè di "intrinseco valore testimoniale". 

La virata sul nuovo ospedale. Dei parcheggi annunciati dal sindaco alla ex fabbrica non si saprà più nulla e questo prolungato silenzio, non scalfito dai "dogo" normalmente sguinzagliati dal Tirreno contro gli avversari politici, sarà il viatico (tra il 2009 e il 2010) di scelte politiche opposte e diverse a quella della ristrutturazione del Presidio di Viale Alfieri, vale a dire il colpo d'ala della delocalizzazione del Presidio Ospedaliero a Montenero Basso a trazione regionale. Contro queste scelte si schiera, tra gli altri, Marco Cannito di Città Diversa, che con un emendamento alla delibera urbanistica relativa all'accordo di programma Comune-Asl-Regione sulla delocalizzazione chiede, per converso, di "spalmare" una sorta di cittadella sanitaria tra Viale Carducci e Via del Corona intorno alle nuove funzionalità del rinnovato Polo Ospedaliero di Viale Alfieri.

La risposta dell'ufficio Pianificazione del Comune di Livorno è secca e merita di essere conservata a futura memoria. Secondo i tecnici comunali, infatti, l'area del presidio ospedaliero non sarebbe espandibile, tanto meno nell'area industriale dismessa dell'ex Pirelli. E testualmente aggiungono con nota del 3/12/2009: "Qualsiasi livello di escavo nell'area Pirelli deve prevedere preliminarmente la bonifica dei terreni perchè la presenza dell'ex Stabilimento classifica l'area come potenzialmente contaminata. Le operazioni di bonifica per la realizzazione di un Ospedale sarebbero particolarmente severe per rispondere ai requisiti di qualità dei terreni".

Sotto quell'arena pavimentata c'è dunque un'area potenzialmente contaminata e pare strano, obiettivamente, che quel "lo facciamo all'ex Pirelli", ripetuto come un mantra nel corso degli anni, non ne abbia mai tenuto conto. Come pare singolare che l'attuale assessore regionale alla Sanità, Stefania Saccardi, pur di non aderire con modica spesa ad una ristrutturazione dell'attuale presidio ospedaliero, torni a guardare all'ex Pirelli come sede di un Ospedale totalmente nuovo. Contaminazioni permettendo.

Franco Revelli

Articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.118 (settembre 2016)

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Ottobre 2016 17:30

Clamoroso: il Financial Times molla Matteo Renzi

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Renzi financial timesAll’inizio furono i buoni uffici di Davide Serra, fondo Algebris e tessera PD, il finanziere che è stato ripagato con un inside trading che ha permesso di guadagnare sul rialzo delle popolari dopo un decreto e sul crollo di Mps dopo una serie di misure interne.

Renzi andava bene sul Financial Times: prometteva di fare la sponda liberista a Cameron, un approdo italiano per i capitali in cerca di affari e di essere un bastione contro l’austerità tedesca (quella che, nella lettura angloamericana della crisi impedisce la proliferazione dei capitali).Insomma, un’Italia dove la città tipo è molto più simile a Manchester che a Pescara. Una apertura di credito, da parte del quotidiano finanziario londinese, di proprietà giapponese, nella speranza di una rottura definitiva con i rigidi assetti di quel blocco di potere che (dalle grandi opere al management bancario, all’amministrazione dello stato, al ceto politico) visto come un’impedimento per un compiuto sbocco della globalizzazione in Italia.

In effetti Matteo, per compiacere quel mondo, di diplomazia ne ha messa tanta. Solo che il renzismo è un veloce movimento di parole, un compulsivo movimento di poteri quanto un immobile movimento politico. Tutta l’innovazione politico-finanziaria si è concretizzata nella richiesta di “flessibilità” a Bruxelles, qualche miliardata di sforamento del deficit per tirare a campare e Cameron, a suo tempo, è stato lasciato solo come uno Tsipras qualsiasi. La polpa che interessa alla City (dalle opere pubbliche, alle partecipate, alla spesa sanitaria) è rimasta o virtuale (vedi la vicenda della spending review) o in mano ai soliti soggetti. Per non parlare delle banche e dei tentativi, che alla City parranno davvero demode’, di mantenere i Patuelli (in oggetto ex segretario del PLI oggi presidente delle banche italiane) o i Profumo al timone degli istituti bancari.

Alla City piace un’Italia spartita tra grossi fondi di investimento non tra reduci di cene con Carrai e la Boschi. Eppure a capodanno 2015, dopo una decina di mesi di avventure del guitto di Rignano, Tony Barber, uno degli editorialisti più importanti del Financial Times tuonava convinto: “Renzi è l’ultima speranza per l’Italia”. Per non parlare del corsivo del Financial Times, sempre di Tony Barber, che campeggia sulle pagine del comitato del Si da luglio: “La salvezza dell’unione monetaria dipende dall’esito del referendum costituzionale italiano”. Insomma, sembrava tutto vero, specie se visto da un’Italia a reti unificate (grave problema democratico minimamente non affrontato) dove parla solo Renzi: da Matteo dipendono i destini dell’Italia e dell’Europa. Nemmeno De Gasperi aveva avuto tanta buona stampa nella City.

Ma, nel mondo finanziario di oggi, la regola è la volatilità e questo vale anche per la politica. Passano infatto solo quattro mesi e il salvatore dell’Italia e dell’Europa viene rappresentato dallo stesso Tony Barber, sempre sul Financial Times, come l’architetto di riforme costituzionali che “sono un ponte verso il nulla”!!! Da non credere se non fosse tutto vero. Barber punta il dito contro l’assetto dell’amministrazione pubblica, visto come simile a un mandarinato (impermeabile quindi alla City), l’apertura a Berlusconi sul ponte di Messina (conferma di un assetto di potere nelle opere pubbliche anch’esso impermeabile alla City) e intravede più rischiosa, per l’Italia, la crisi bancaria che il no al referendum (la verità, seppure rivelata con tardivo interesse). Oggi persino la vittoria di Renzi pare indigesta al quotidiano anglo-giapponese e all’editorialista che, ancora poche settimane fa, incoronava come novello Giovanni Sobieski (il salvatore dell’Europa dai turchi durante l’assedio di Vienna) proprio il presidente del consiglio italiano. Tony Barber, con la disinvoltura di un Alfano qualsiasi, oggi conclude infatti l’editoriale dicendo che una vittoria del “si” sarebbe un qualcosa di folle che salverebbe gli interessi tattici di Renzi e non quelli del paese.

E’ evidente che non c’è più un grosso fondo che crede, dal punto di vista strategico in Renzi, alla vigilia di tante mutazioni in Europa. E ricordiamo, se l’aumento dei tassi della Fed in dicembre avviene (il presidente della Fed di Chicago lo da come certo) e innesca una dinamica di rialzo dei bond italiani ci sarà da ballare parecchio, sul fronte del debito pubblico. Un ballo che, comunque vada, il Financial Times non vorrebbe fare con Matteo Renzi. Alla notizia è stata messa, ovviamente, la sordina. Al contrario se Tony Barber avesse finito di incoronare Renzi avremo visto la scena sulle consuete reti unificate. La saldatura Renzi-Mediaset-Rai non pare preoccupare un granchè. Auguri comunque a tutti loro visto lo scenario.

redazione

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Ottobre 2016 13:23

Domino nel porto e risiko nel mondo: una situazione che Livorno deve conoscere

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Crescono gli allarmi, dalla crisi globale dei traffici navali fino alle banchine livornesi dove sembra sempre più concreta l'ipotesi della vendita delle quote di TDT ad un fondo d'investimento estero. Esiste in porto una cabina di regia rispetto a questo contesto globale o si aspetta solo che scenda la Darsena Europa dal cielo a salvarci? Cominciamo con questo articolo una serie di analisi dedicata alle ristrutturazioni della portualità livornese, al suo rapporto col territorio, con un’inevitabile occhio alle trasformazioni globali. redazione, 4 ottobre 2016

Foto di Marco Filippelli

darsena toscana filippelli1. Chiacchiere e capitali.

Gli articoli della stampa locale e le dichiarazioni del presidente della Port Authority, dedicati al giudizio della corte dei conti sull’accesso al finanziamento dei porti italiani, sono state caratterizzate da consueta, enorme prudenza. Il mantra, comprensibile vista la delicatezza della situazione, è stato “si tratta di un giudizio politico senza ricadute reali”. Bene, si capisce che un ruolo di istituzionale, a livello di Authority come di stampa, sia, come lo chiamano i sociologi, omeostatico. Un ruolo nel quale bisogna lavorare per tenere assieme -con atti e dichiariazioni- la coesione sociale, in modo che si lavori, o si resti a casa, senza grosse discussioni. E queste dichiarazioni, in effetti, vanno in una direzione, come l’abbiamo chiamata, omestatica, quella del raccontare i fatti senza inquietare. Il nostro ruolo, invece, è un’altro: quello di capire le criticità e le mutazioni. L’analisi serve a questo altrimenti è ridotta a essere una piccola cerimonia del sapere destinata, più prima che poi, a scomparire.

Cominciamo così da un’analisi, di Shipping Today, proprio sulla attuale situazione dei movimenti di capitali legate alle infrastrutture portuali. Non mancano le parole chiare: stiamo pienamente attraversando, secondo Shipping Today, una fase di “distruzione di capitali”[1]. Sono analisi di pochi giorni fa, a notizia avvenuta della crisi di Hanijn, da tenere quindi in considerazione. Specie per il ragionamento che viene fatto. Shipping Today considera il periodo attuale, sia per le navi che per le infrastrutture infrastrutture marittime, a livello globale, come una fase di “sovracapacità”[2] strutturale. Si tratta quindi di capire i rimedi. Entrambi i settori, quello che riguarda le meganavi e quello delle infrastrutture portuali, sono cresciuti dopo la bolla finanziaria. Ed entrambi i settori, sia secondo Shipping Today che per il Financial Times[3] hanno subito la classica crisi da sovracapacità strutturale. Ovvero hanno preparato, forti del vento favorevole dal punto di vista dell’offerta dei servizi e dei capitali finanziari, flotte e strutture di considerevoli dimensioni in attesa dei picchi di crescita mentre, invece, sono rimaste travolte dalla crisi. Lo stesso Financial Times stima che le flotte siano sovradimensionate “rispetto alle reali esigenze della globalizzazione”[4]. Considerando, e questo è un’aspetto già più noto, che la stessa OCSE considerava già nel 2007 “competamente disconessa” [5] la costruzione di meganavi proprio dal reale ritmo di crescita della globalizzazione. E questo in un rapporto, che riguarda l’insieme del comparto, da leggere nella sua interezza[6]. Oggi sappiamo che la crisi del 2008 ha fatto beneficiare, in quel settore, dell’offerta di liquidità fuggita dalla crisi del mercato finanziario. Il problema è che, con una certa velocità, i problemi di sovracapacità produttiva si sono imposti in modo ineludibile. Shipping Today, in questo scenario, aggredisce quindi il problema per la parte del nodo del tutto stringente e reale: “lo scenario è la distruzione dei capitali: le navi non sono usate, i porti non sono usati e tanti saluti al naturale ritorno degli investimenti”[7].

Quanto la corte dei conti europea esprime il proprio giudizio sulla necessità di selezionare gli investimenti nel sud del mediterraneo, rischiando quindi di penalizzare Livorno, è quindi vero che non emette un qualcosa di giuridicamente vincolante. Ma, sicuramente guarda, formalizzandolo, ad un dibattito reale del mondo dello shipping: quello legato al rischio della distruzione dei capitali dopo l’investimento di partenza in navi ed infrastutture. Quello che, nell’economia contemporanea, è il rischio che blocca davvero le forze produttive. Proprio su Senza Soste, oltre un anno fa veniva rimarcato poi che a livello di dibattito istituzionale[8] si evidenziava come lo stesso piano Juncker avvenisse entro un contesto di diminuzione dei finanziamenti comunitari alle infrastrutture portuali. Se il dibattito nel mercato è sul rischio distruzione capitali, nel finanziamento alle infrastrutture portuali, se quello istituzionale è sulla restrizione di questo genere di finanziamenti a livello comunitario, è evidente che la corte dei conti europea ne ha tirato le conseguenze, esprimendo un giudizio politico che si basa sulla situazione reale del mercato. Situazione reale, sulla cui previsione di sviluppo poggiamo su una previsione meno ribassiste, quella del Los Angeles Times che, a sua volta, cita le stime di Moody’s e del WTO[9]: 1) la flotta di navi portacontainer sta crescendo mediamente del 2% in più l’anno rispetto alla domanda reale 2) Il commercio globale, dopo lo scoppio della bolla, si è attestato al di sotto del 3% di crescita, a differenza del decennio pre-2008 dove la media era del doppio, il 6%. Questo 3% non è visto come un tetto oltrepassabile a breve. E non è poco sia in termini di investimenti infrastrutturali che di commerci.

2. Cosa sta accadendo a Livorno. Il domino parte da Tdt?

Tra rischio di distruzione di capitali, restrizione dei finanziamenti portuali, stime al ribasso permanente nella crescita dei commerci globali andiamo quindi a vedere cosa sta accadendo nel porto di Livorno, dove la gara sulla Darsena Europa è prevista per dicembre e ci sono difficoltà per la privatizzazione (che resta un errore strategico) della porto 2000.

Ma vediamo, guardando anche a Genova, a cosa sta accadendo all ombra della lanterna e dei 4 mori che potrebbe avere implicazioni devastanti e sconvolgenti. Cerchiamo di spiegare cosa sta accadendo e quali scenari potrebbero aprirsi a Livorno. Dagli organi di stampa del settore leggiamo di un reale protagonismo del gruppo GIP, che è la sigla che sta per Gruppo Investimenti Portuali: guidato da Luigi Negri, raggruppa un poker di grandi agenti marittimi genovesi (Negri, Magillo, Cerruti e Schenone) che rappresentano una sfilza di compagnie armatoriali (Yang Ming, China Shipping, Uasc, Hanjin, Wallerus, Saudi e via elencando). Gip ha partecipazioni in importanti terminal container controllati dai singaporeani di Psa a Genova (Vte) e a Venezia (Vecon). Ma soprattutto ha in mano (col 60%) il terminal Sech a Genova e a Livorno ha il controllo di Tdt in Darsena Toscana (con l’80%, il resto è della Compagnia portuale). La notizia è che GIP non si sta muovendo per una operazione qualsiasi: sta portando a compimento un operazione di vendita di quote societarie per una percentuale che si aggira intorno al 50% (c'è chi sostiene che sia sopra il 50) ad un fondo di investimento. Natura e scopo di questo fondo sono ancora da stabilire (anche se nostre fondi sostengono che si tratti soprattutto di un fondo di investimento industriale). Solo che questa natura va stabilita bene. Se la cabina di comando della Tdt va altrove non conoscere dove sia questo altrove è un problema. Perchè in passato a Livorno i poteri si conoscevano, si frequentavano (anche troppo) e questo ha anche permesso importanti mediazioni. Tdt rischia di aprire un domino non solo di proprietà ma anche di spostamento di poteri del quale portata e peso della città non sono chiare. Con una proprietà all’estero, come si è visto per componentistica, tutto cambia e non in meglio se a livello territoriale non si è in grado di afferrarla. A livello di numeri, i terminal di Sech e Tdt hanno complessivamente 550 dipendenti e hanno una movimentazione nell’ordine degli 850mila teu, suddivisi quasi a metà. Insomma, entro uno scenario di incertezza sugli investimenti, e sul futuro delle rotte globali, una seria parte del potere decisionale, ed economico, del porto si sta spostando altrove. E si tratta di un altrove tutto da localizzare. E questo avviene tramite un semplice, e silenzioso, spostamento di proprietà. Sommando questo spostamento alla riforma dei porti, che neutralizza le autonomie locali, è evidente che Livorno si trova in maggiore difficoltà, in termini di potere reale, per prendere decisioni sul futuro che la riguardano. Specie poi se l’economia portuale deve fare da traino, economico e tecnologico, ad una economia territoriale in crisi ormai storica e permanente. Specie se la governance dei saperi e delle tecnologie è scarsa e se il management è culturalmente fermo a 30 fa, avviluppato in reti di relazioni e di potere non adatte per il mondo che si è formato.

Quindi, senza che si offendano gli amici genovesi, questa vendita di Tdt può essere allarmante. Non ci sono, come dicevamo, informazioni precise sul fondo che sta procedendo all'acquisizione, ma se fosse vero che il fondo è di natura industriale, indubbiamente nel medio periodo potrebbero essere messi sotto la lente di ingrandimento gli indici di rendimento ed occupazionali, e visto il periodo non certo felice per l'economia e le nere nubi che si addensano sul mondo dello shipping per quanto detto all'inizio dell articolo, sicuramente c'è da non stare allegri. Se si trattasse poi di un altro genere di fondo, l’allegria passerebbe del tutto. Livorno deve tornare a guardare al proprio futuro. Metabolizzare la durezza di questo scenario, progettare e reagire.

Tra le varie domande che ci viene spontaneo porsi, saremmo curiosi di sapere se esiste, e con quali strumenti, qualcuno che sta monitorando questa situazione, se qualcuno sta valutando davvero gli scenari, insomma esiste nelle sale del sapere e del governo una percezione dei possibile panorama che abbiamo davanti. Esiste una strategia per affrontare il futuro? Perchè quella della nostra città, e del nostro porto, appare sia una crisi strutturale che di indirizzo e di governo. Perché nel porto di Livorno oltre che a quanto sopra descritto, ci sono acquisizioni divisioni , degne di una bella partita a Monopoli. Nessuno ne parla, nessuno dice niente, la stampa si muove con discrezione: ci auguriamo che veramente nella "cabina di regia" qualcuno stia vagliando cosa accade sul porto e su di noi. Perché non dimentichiamolo, tra lavoro diretto ed indotto, nella disastrata economia livornese il porto è il volano principale della città.

Aggiungiamo quello che, in questo contesto, è solo un cameo. Ma che, se analizzato nello specifico, è di grosso rilievo. Renzi, è notizia risaputa da luglio, vuole piazzare MPS a JP. Morgan. MPS ha un potere condizionale -su porto, settori pubblici, immobiliari e partecipate- di alto spessore. Cosa accadrebbe se JP Morgan prendesse il controllo della banca di Siena? I criteri di governo del denaro di questo gruppo sono molto diversi da quelli tradizionali della “banca del territorio”: cosa deve fallire fallisce, cosa bisogna svendere si svende, cosa bisogna assorbire si assorbe. Sommato all’affare Tdt vediamo come stiano cambiando i poteri territoriali in così relativamente poco tempo.

Intanto i nodi sono sul tappeto: fallimento di grandi gruppi, previsioni di rallentamento della crescita globale, timori (in chi finanzia) di distruzioni di capitali durante la fase di investimento. E poi, a livello più strettamente locale: riforma dei porti che neutralizza le autonomie territoriali, passaggi di proprietà che allontanano sempre di più da Livorno il potere decisionale ma anche quello di mediazione politica, essenziale per governare un territorio.

In questo scenario, dove fra l’altro il parlamentino locale della Authority sta per essere rottamato, le forze politiche non sono riuscite nemmeno a fare un consiglio dedicato solo a questi temi. Se il porto è in crisi di indirizzo e di comando, la politica pure. E’ bene dirselo se si vuol affrontare il futuro.

redazione, 4 ottobre 2016


[1] http://shippingtoday.eu/shipping-port-bubble/

[2] ibidem

[3] https://www.ft.com/content/823371fc-743e-11e6-b60a-de4532d5ea35 (necessario loggarsi)

[4] ibidem

[5] ibidem

[6] http://www.itf-oecd.org/sites/default/files/docs/15cspa_mega-ships.pdf

[7] Shipping Today cit.

[8] http://archivio.senzasoste.it/locale/darsena-europa-esiste-davvero-la-pioggia-di-milioni-del-piano-juncker

[9] http://www.latimes.com/business/la-fi-hanjin-shipping-industry-crisis-20160913-snap-story.html

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Ultimo aggiornamento Martedì 04 Ottobre 2016 17:38

Riunione di emergenza al Mef. Comincia l’autunno caldo delle banche italiane

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goldman sachs dipintoLa notizia è di un gruppo di siti scollegati tra loro (Rai news, La Nazione, Il Messaggero) ma che si occupano regolarmente di informare, ognuno con la propria impostazione, su questi temi. Lunedì 3 ottobre è il giorno della riunione di emergenza, convocata dal ministro Padoan presso il ministero dell’economia, sulla questione della tenuta del sistema bancario. Una cosetta da nulla, rispetto all’attenzione dei media per ogni piroetta recitata dal presidente del consiglio, con la presenza anche del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, con i vertici di Unicredit, Intesa e Ubi, e quelli dell'Abi, l'associazione bancaria italiana, del fondo Atlante e delle casse di risparmio legate all’Acri.

La notizia, naturalmente, è molto più importante della solita bassa macelleria che è l’offerta di notiziabilità politica quotidiana ma, il più possibile, passerà in secondo piano per una serie di motivi.

Il primo, intuibile, è il legame tra notizie, loro collocazione e andamento dei titoli in borsa. Nonostante il mercato lo facciano le persone (assieme ai software) comunque informate, e poco inclini a credere ai titoli cubitali, se una notizia si diffonde ben oltre il pubblico specialistico un titolo comincia a oscillare in modo pauroso. Figuriamoci un intero settore, come quello bancario italiano, il cui valore è stato dimezzato dall’inizio dell’anno. O su banche, come MPS, che il cui titolo ha perso il 99 per cento di valore dall’inizio della crisi.

La seconda è che la politica (o meglio ciò che impropriamente è considerata tale) ha bisogno di una forte presenza spettacolare nell’informazione, per ovviare alla crisi di legittimità e per regolare conflitti, e in questo modo toglie spazio al resto delle notizie.

La terza è che probabilmente è presto per pompare adrenalina nel sistema dei media su questo genere di notizie. La crisi delle banche europee è destinata a continuare, nonostante i maggiori istituti bancari continentali siano progressivamente passati sotto il controllo della Bce, cominciare a immettere adesso adrenalina nel circuito mediale significara arrivare al livello panico negli eventuali momenti topici della crisi. Panico sia finanziario che politico. Per questo, nonostante i media non abbiano un vero governo centrale, per adesso la notizia è rimasta circoscritta alla platea, professionale e non, dei diretti interessati.

Importante diventa quindi focalizzare i temi principali di questa riunione. Ne fissiamo tre, i più conosciuti. Tenendo conto che, nel complesso, la discrezione sugli esiti della riunione finirà per prevalere fino a quando le esigenze dell’informazione avranno, in un modo o in un altro, bucato una parte significativa del riserbo.

I temi ineludibili sono tre: fase finale del salvataggio banche oggetto del famoso intervento legislativo dello scorso anno (quello a favore della Banca del padre della ministro Boschi, per capirsi), questione del bail-in banche italiane, situazione di Deutsche Bank.

Sulla questione del salvataggio delle (ormai) famose quattro banche, con ministro Boschi a fare da brand all’intera vicenda e i risparmiatori a fare da corollario di spine, da tempo era calato il silenzio. Invece la normativa comunitaria, recepita dall’intervento del governo della fine dello scorso anno, recitava chiaramente: le banche vanno salvate per essere poi vendute. Ecco quindi, ed è parte della storia di oggi, che Ubi Banca si presenta per acquisirne tre (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti).

Tutto bene? Mica tanto, visto che la scadenza per l’acquisto delle tre banche, fa parte di Ubi è stata prorogata. Come mai? Per due motivi seri, segnalati, una volta tanto, dalla stampa mainstream. Il primo, segnalato dal Sole 24 ore qualche giorno fa, riguarda le modalità di acquisizione delle banche da parte di Ubi. Modalità che apparivano, e appaiono tali, da sottovalutare il rischio sistemico oggi rappresentato da un’altra banca: MPS. In parole molto povere il modo con il quale Ubi acquisirebbe le tre banche metterebbe in difficoltà Mps.

Come? Ce l’ha spiegato Milano Finanza. Usiamo un linguaggio meno gergale e meno tecnico possibile: i fondi speculativi sono pronti a distruggere l’aumento di capitale di Ubi, necessario per acquisire le tre banche salvate lo scorso anno. Se questa situazione non si stempera, inevitabilmente, anche Mps sarà coinvolta in un generale ribasso azionario dei già martoriati titoli bancari italiani. In poche parole, una parte significativa delle banche italiane è sotto scopa: da una parte le regole della Bce, che sta monitarando l’operazione Ubi, dall’altra, vedi sempre Ubi, la fame di speculazione dei mercati.

Ecco un primo motivo, non banale, per fare un summit tra ministero, banche, fondo di salvataggio e azioni bancarie. Il secondo motivo è legato quindi a quello che possiamo chiamare salvataggio, risanamento a seconda dell’abbellimento retorico che si preferisce: insomma come verrà puntellato il sistema bancario italiano per provare ad uscire dalla crisi. E qui una notizia, di quasi due settimane fa, riportata da Wall Street Italia ha proprietà davvero esplosive.

Infatti, lo SRB è l’autorità del’Unione Europea chiamata ad attivare le procedure di bail-in (il salvataggio attivato direttamente attingendo sui risparmiatori e imprese) che vigila su 142 banche europee, tra cui Deutsche Bank e BNP Paribas. Ora la numero uno della RSB, Elke Koenig ha detto praticamente che le banche dell’Unione europea – dunque non solo dell’Eurozona, il cui sistema ha ricevuto liquidità da Draghi -potrebbero aver bisogno di un capitale doppio rispetto ai requisiti minimi stabiliti dalla Bce.

In poche parole, se le banche italiane finissero in quelle procedure di “salvataggio”, e fino ad oggi diverse si stanno dirigendo verso quell’esito, il capitale necessario per “salvarle” secondo la Ue sarebbe doppio. Un rischio piuttosto serio visto lo scenario. Ma, e questo spiega la recente crisi del titolo in questione, questo varrebbe anche per Deutsche Bank, la madre di tutte le crisi delle banche europee, dalla cui risoluzione o meno dipende il futuro del credito bancario in Europa. Ecco quindi la seconda, ineludibile, questione al summit di emergenza: norme più stringenti per un eventuale bail-in, strumento che, come sappiamo il governo vuol evitare. Sperando che un eventuale bailout di Deutsche Bank, un salvataggio direttamente pagato dalle casse pubbliche tedesce, apra la possibilità di una simile soluzione in Italia.

Arriviamo così al terzo punto della riunione: la situazione di Deutsche Bank. Madre di tutte le crisi che, come abbiamo visto, è questione calda anche a Roma non solo a Berlino. Anzi, per dirla tutta, a Berlino sono più frequenti gli attacchi alla Deutsche Bank piuttosto che la sua difesa. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel ha dichiarato, alle agenzie di stampa tedesche, che “chi ha fatto speculazione ieri non può lamentarsi della speculazione oggi”. Facendo intendere che il salvataggio di Deutsche Bank, in qualsiasi modo venga eventualmente approntato, sarà comunque un percorso costellato di spine. La Frankfurter Allgemeine, dal canto suo, dopo essersi lamentata (30 settembre) della troppa attenzione italiana su Deutsche Bank (causa desideri di bailout) ha espresso un corsivo chiaro. Differente ma in linea con le ipotesi di ridimensionamento dell’istituto bancario già fatte intravedere, qualche giorno prima, dalla Süddeutsche Zeitung: si tratta di dire la verità sul disastro Deutsche Bank, poi procedere a soluzioni dolorose. Niente di buono per il sistema bancario italiano: se non ci saranno sconti a Berlino figuriamoci a Roma. Per questo, assieme agli altri due motivi (questione Ubi e modalità di eventuale bail-in sistemico) proprio a Roma ci si riunisce d’urgenza.

Certo, la crisi della banche italiane sta dentro, in una modalità tutta propria, la crisi della banche europee. La quale, come in una matrioska, è contenuta dentro la crisi di produzione di valore nei sistemi bancari. Aggrediti anche da nuove modalità di credito e dalla potente emergenza di nuove tecnologie. Certo, la crisi italiana è anche di quella di un ceto politico-manageriale di tipo liberista-feudale che vive in un mondo a parte. Come dimostra questo articolo di linkerblog http://www.linkerblog.biz/2016/09/23/gli-alibi-delle-banche-sono-pareti-di-carta/ che dimostra come la crisi dei crediti deteriorati, degli scorsi, sia anche frutto di una visione banale, povera delle scelte strategiche dei mandarini degli istituti bancari. Come dice l’autore dell’articolo, a partire dal 2007-2008 “le banche italiane hanno sottovalutato del tutto le componenti strutturali e la durata della crisi e hanno sbagliato la politica del credito”. Ma non si lasci le banche da sole in questa galleria degli orrori, che costerà parecchio a questo paese.

Negli stessi anni prima il centrosinistra, con Prodi che favoleggiava di una crisi americana compensata dalla crescita cinese, poi il centrodestra, che sostanzialmente si è incartato sia nei rapporti con Bruxelles che attorno ai problemi del presidente dell’azienda leader della coalizione, hanno altrettanto sottovalutato la portata della crisi. Per non parlare della opinione pubblica che, drogata dalla denunce sugli sprechi, si è focalizzata sulla liceità degli scontrini di questa o quella assemblea legislativa. A dimostrazione che opinione pubblica e società civile possono avere la stessa vista corta della politica istituzionale. Ma rimaniamo all’oggi, con la nostra riunione d’emergenza: l’autunno caldo delle banche è quindi cominciato.

Redazione, 4 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 04 Ottobre 2016 18:20

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