Tuesday, Apr 24th

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

EDITORIALI

L'Europa si specchia nell'abisso di Deutsche Bank

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

green abyssLa nostra testata si occupa di Deutsche Bank da oltre cinque anni, qui un articolo del luglio 2011 "Ufficiale, la Deutsche Bank scommette per aggravare il debito pubblico italiano che preannunciava il rapporto tra la banca tedesca e l’attacco al debito sovrano del nostro paese, e ha seguito nel tempo diverse sue evoluzioni.

Non ci possiamo certo stupire di quanto sta accadendo, l’ennesimo cedimento del titolo dell’istituto tedesco che manda in flessione le borse europee, piuttosto possiamo registrare il fatto che la vicenda Deutsche Bank ha due tipi di soluzione. Entrambe legate a due fattori sistemici: la crisi delle banche europee, la crisi, più globale, della creazione di valore negli istituti bancari. Significativamente, proprio nelle ore in cui Deutsche Bank perdeva ulteriore quota, andando sotto i dieci euro per azione, l’edizione digitale di Die Welt rimarcava come stesse crecendo in Europa il settore dello shadow banking. Ovvero quel settore finanziario che, facendo servizi bancari (fidejussioni, assicurazioni, mutui, money market funding per limitare l’esposizione al rischio, finanziamento a opere per infrastrutture e diverse attività di rischio come i famigerati repo) toglie spazio al settore bancario tradizionale già eroso dai tassi bassi e dalle evoluzioni tecnologiche del banking. Die Welt segnalava infatti come un fatto ormai ineludibile (del resto negli anni ’90 lo shadow banking “pesava” per 9 trilioni di credito nell’eurozona oggi quasi 25 nonostante la crisi del 2008): è sempre maggiore il peso dell’intermedizione finanziaria che sfugge alle autorità di regolazione continentale. Per questo la crisi di Deutsche Bank, che è stata stimata possedere il 10 per cento dei titoli tossici del pianeta, è ancora più forte.

Crisi delle banche europe, della produzione di valore bancario e concorrenza di nuovi soggetti, oltre alle tecnologie che sono destinata a produrre ulteriori mutazione nel settore, portano istituti come Deutsche Bank sull’orlo della crisi annunciata. Anche se, loro volta le banche dell’Eurozona hanno esposizioni dirette nei confronti settore shadow banking per almeno l’8 per cento dei loro bilanci questo intreccio sembra, per loro, funzionare solo in negativo. Il settore istituzionale decresce e il settore bancario ombra cresce. Lo registravamo già nel 2012: “grande malato di questa crisi è il settore bancario. Il quale lo è sia nella sua cornice nota e istituzionale che nei suoi rapporti con lo shadow banking” (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/sopra-quale-bomba-bancaria-ci-ha-fatto-accomodare-mario-monti).

Da allora, nonostante ulteriori pesanti interventi della Bce, niente è migliorato. E Deutsche Bank, sopravvissuta alla crisi del 2008 con pesanti interventi della Repubblica Federale, ha continuato a produrre effetti negativi nel sistema bancario europeo, in quello finanziario e, in definitiva, in tutta la società continentale viste le severe politiche di bilancio imposte dal suo salvataggio (e pagate, in maniera diversa, da tutti gli stati). E’ presto, naturalmente, per dire se l’ultima oscillazione del titolo, che ha affossato le borse europee, sia in grado di creare choc sistemici. Di sicuro sono vere almento tre cose: 1) in una situazione del genere qualcuno fa un po’ di guerra finanziaria, giocando su ribassi e rialzi, per guadagnare qualcosa (e con l’esplosione del trading automatico e dell’High-Finance Trading questo qualcuno ha armi sofisticate) 2) effettivamente Deutsche Bank è una bomba che potrebbe scappare di mano a chi la detiene 3) la banca potrebbe essere salvata ridimensionandola. Questo vorrebbe dire che la Germania rinuncerebbe al investimenti di rischio? Non scherziamo: una parte considerevole degli asset dello shadow banking, il settore che cresce a detrimento di soggetti come Deutsche Bank, sono locati tra paesi alleati di Berlino (Olanda, Lussemburgo) o direttamente in Germania. Un ridimensionamento di Deutsche Bank rappresenterebbe solo una differenziazione del rischio sistemico. Oltre ad un bel bagno di sangue risparmiatori e imprese, di fatto del continente, contribuendo a contrarre il già esangue Pil europeo.

german deutscheMa veniano a un po’ di fatti. Il primo è che il titolo Deutsche Bank, di importanza sistemica, ha perso il 58 per cento del suo valore da inizio anno (fonte Handelsblatt). E, si badi bene non stiamo parlando di un titolo qualsiasi ma di questo. Si guardi la sproporzione tra il pil tedesco e il volume dell’esposizione in derivati di Deutsche Bank

http://www.marketoracle.co.uk/images/2016/May/vronsky050316-4.jpg" width="232" height="161" border="0">

E’ comprensibile che le oscillazioni del titolo Deutsche Bank possano far tremare le borse. E anche Berlino, considerando che in Germania Deutsche Bank non è certo la sola, anche se è la più grossa, ad aver prodotto montagne di esposizioni in derivati. In più in questi giorni, un gruppo di hedge fund, fondi di investimenti aggressivi e importanti, ha lasciato Deutsche Bank, e i suoi servizi finanziari, considerandola indebolita e fuori mercato. Si capisce che, a parte le notizie gonfiate per favorire la guerra finanziaria e guadagnare speculando a breve, il problema strutturale esiste e si riverbera in tempo reale nei mercati globali. Due sono le interpretazioni dell’attuale momento (caduta del titolo da inizio anno e fuga di Hedge Fund). La prima è che Deutsche Bank ha maggiori riserve di liquidità che nel 2007, all’epoca del grande scossone sistemico del periodo, che ha una liquidity coverage ratio (liquidità da far intervenire in condizioni di stress finanziario) in linea con quanto richiesto dagli accordi Basilea III per prevenire le crisi sistemiche. Per questo, lo stesso Credit Suisse ritiene sovrastimato l’allarme di questi giorni. Questo non significa che in Germania non si vogliano vedere i problemi di Deutsche Bank: la Süddeutsche Zeitung ha parlato chiaramente di banca che deve diventare meno globale, meno globalmente sistemica, e più tedesca. In una operazione di ridimensionamento, e di salvataggio, che la riporti sotto il controllo tedesco e non in balia dei mercati globali. Operazione difficile, specie in un mondo finanziario dove le stesse banche centrali sono trascinate dai mercati, ma comprensibile.

Poi c’è la seconda interpretazione del fenomeno. Quellla che stima la liquidità di Deutsche Bank di almento 70 miliardi di euro al di sotto delle dichiarazioni ufficiali e che afferma che la liquidity coverage ratio può coprire le situazioni di stress per un mese. Dopo, in una situazione dove il titolo Deutsche Bank ha perso quasi il sessanta per cento di valore in un anno e quindi entro una dimensione permanente di perdite, comincerebbero problemi seri. Ma per chi? Semplice, come ha detto la stessa Goldman Sachs, Deutsche Bank sta al centro dell’intero sistema bancario europeo. Una seria, evenutale crisi tedesca si rovescerebbe su tutto il continente. Tra le stime che vedono una liquidità adatta a superare la crisi e quelle che affermano il contario, si capisce, c’è una bella differenza. In ogni caso cambierà il rapporto tra sistema bancario e shadow banking, e lo stesso ruolo dei bilanci pubblici. Ampiamente sinistrati, con cascate di tagli in tutta Europa, dalla crisi del 2008. Per non parlare della geopolitica: gli Usa che hanno multato di 14 miliardi Deutsche Bank hanno fatto sentire il loro peso polito nella crisi e la stessa Turchia, come ammesso da stampa tedesca mainstream, si sta facendo vedere per dira la sua nel salvataggio di Deutsche Bank.

L’Europa si specchia, in ogni caso, nella crisi di Deutsche Bank come quella di una barocca inutile, cattedrale bancaria e finanziaria. Dove le somme, vertiginose e inimmaginabili, non servono che ad alimentare bolle, depressione economica e tagli ai servizi. E’ un prezzo da pagare alle divinità della moneta, del cui culto il continente non è ancora sazio.

Nella tragedia non manca naturalmente la farsa. Il governo italiano e i suoi, arruolatissimi, opinion-maker attendono buone nuove da Berlino. Ovvero che la crisi di Deutsche Bank permetta, di riflesso sulle misure eventualmente prese dal governo federale, di salvare la compagnia di giro del “management” delle banche italiane con un bell’assegno pagato dai cittadini di questo paese. Non c’è nessuna strategia per il futuro, di un mondo bancario completamente mutato dall’inizio del secolo, nel governo Renzi. Far pagare, proprio in senso materiale, a tutti noi. Al limite un paese, in un’ottica di ristrutturazione e innovazione, ci potrebbe anche stare. Ma l’unica innovazione che conosce il governo Renzi è quella in materia di cazzate da raccontare a reti unificate. Capiremo alle prossime puntate se anche il guitto di Rignano sarà travolto o meno da delle ristrutturazioni che, in un senso o in un altro, non sono, classicamente, questione di “se” ma solo di “quando”.

redazione, 30 settembre 2016

PS. dopo la composizione del nostro articolo, il titolo Deutsche Bank è stato colpito da un deciso rialzo. Un bell'effetto notizia, quello della possibile riduzione della multa a DB da parte del governo americano, che ha già lavorato in altri momenti speculativi. Come durante il referendum Brexit con qualche anticipazione, poi falsa, ma sicuramente "mirata" ad alzare un po' di titoli per qualche ora. Nell'epoca dell'High-Finance Trading, dove si guadagna su oscillazioni di valore dei titoli nell'ordine di qualche millisecondo, qualche ora di rialzi puo' rappresentare una fortuna. Basta non "godersi" poi qualche ora di ribasso. Nel frattempo il problemi strutturali di Deutsche Bank restano tutti. Compreso, come abbiamo già evidenziato nell'articolo, il fatto di essere sotto attacco finanziario.

 

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 01 Ottobre 2016 16:07

Posti di lavoro, pensioni, benefit: il declino di Renzi tra una cazzata e l'altra

E-mail
Valutazione attuale: / 6
ScarsoOttimo 

renzi prestigiatoreNon tutti i presidenti del consiglio di centrosinistra sono uguali: tra un premier di scuderia (Letta) e uno acquisito (Monti) abbiamo avuto delle vere iniezioni di serietà. Sia nelle forme della comunicazione, Letta parla un ottimo inglese che Renzi si è messo in testa di imitare con l'effetto che sappiamo, che nelle intenzioni. Peccato che le politiche fossero disastrose, tipiche di chi vuol restare dentro un modello di sviluppo bollito perchè, almeno con quello, ha una rendita certa. Basti ricordare che, con Monti, l'Italia ha finanziato il salvataggio dei crediti delle banche tedesche e francesi, rimasti incagliati nelle banche greche e portoghesi, in misura molto maggiore di quanto sia intervenuta sulla situazione bancaria nazionale.

Matteo Renzi che, a parole, è arrivato a palazzo Chigi per dare una spinta al paese, è altrettanto disastroso e, in compenso, non è neanche serio. Oltretutto la riforma costituzionale, sulla quale si gioca la testa (politicamente parlando), non ha alcun peso economico. E le eventuali oscillazioni di borsa, prima o dopo il referendum, nel caso saranno collegate allo stato del settore bancario, scosso magari anche dall'ennnesima crisi di comando, piuttosto che alla Costituzione magari non approvata. La riforma Renzi-Boschi della costituzione non consente un risvolto neanche contabile: Cnel e province, che sarebbero abolite con un "si" al referendum, sono enti svuotati da tempo senza possibilità di rinascita. L'abolizione della riforma del titolo V della Costituzione, promossa da Renzi, se non la faranno l'elettorato o il parlamento ci penserà l'eventuale pressione dei mercati finanziari.

Insomma, Matteo Renzi si gioca tutto su una riforma non organica, non epocale. Probabilmente la Costituzione riformata serviva più a una nuova grande coalizione (quella morta dopo il Nazareno) che alle esigenze di una finanza che ha già le mani libere. La vera riforma costituzionale l'ha fatta il centrosinistra di Bersani assieme a Monti: l'introduzione del pareggio di bilancio. Un orrore economico-sociale che ha accompagnato il crollo degli investimenti pubblici e privati nel paese. Nessuno che ci abbia fatto caso, dove c'è l'obbligo del pareggio del bilancio il pubblico non può investire e il privato non vuole (non si investe in un paese fermo), ma in Italia quando ci si è riempiti la bocca col "rigore" ci si considera politicamente arrivati.

Il punto però è che Renzi questa benedetta riforma, che contiene articoli che sono un inno al contenzioso presso la Corte Costituzionale (il famigerato articolo 70 ad esempio), deve farsela approvare. Per poi continuare a tirare politicamente a campare quanto possibile. E allora vai, prima di tutto, con trasmissioni a reti unificate: una muraglia crossmediale di dichiarazioni di Renzi e dei suoi prossimi, tutte uguali e tutte accolte in modo acritico, che tessono l'elogio della propria riforma. E poi vai con le promesse: dai centomila posti di lavoro con il ponte sullo stretto, al raddoppio della quattordicesima per le fasce di pensionati piu' indigenti, al bonus di 5000 euro per trovare un nuovo lavoro. Un diluvio di promesse di sconti, di vantaggi, di benefit come se si fosse appena scaricato un volantino Unieuro piuttosto che un programma di palazzo Chigi. Certo, la dice lunga sullla concezione che il governo ha della società italiana. Quale sia il rapporto tra la quattordicesima "raddoppiata" ai pensionati e l'abolizione della riforma del titolo V della costituzione è un mistero. Anzi, il rapporto viene, di fatto, negato. Eppure, l'insistenza di Renzi, in termini di messaggio di propaganda, serve proprio per rafforzare questo legame: se votate la riforma il governo tiene allora arrivano le pensioni. E' uno dei punti piu' bassi della storia della repubblica, pur in un paese rotto ad ogni cialtroneria: un governo senza prospettiva economica, emarginato in Europa (basta leggere lo scherno con il quale la stampa tedesca tratta Renzi da sempre), senza consento maggioritario cerca la strada del consenso spicciolo. Quello strappato a suon di piccole promesse, di bonus immaginari, di promesse improbabili (la mitica riduzione delle tasse, tirata fuori in primavera poi lasciata cadere in discrezione) nella speranza di rosicchiare qualche voto e rimanere cosi' in sella.

Il cantore della rottamazione, ottimo per gonfiare il petto alle serate presso la platea amica della Leopolda, prova così, di cazzata in cazzata, a sopravvivere come il presidente del consiglio di un governicchio balneare dei tempi andati. Della boria e della baldanza tipiche della partenza è rimasta, quella si, la disinvoltura nello spararle sempre più grosse. Eppure Renzi era arrivato anche a dire che l'Italia sarebbe cresciuta più della Germania. Il successore, che si tratti di un proconsole di qualche fondo di "assistenza" europea o di un sobrio interprete dello stile littorio-liberista ministeriale, non sarà così vivace. Dopo il carnevale renziano, con i suoi personaggi improbabili e chiassosi, la quaresima sarà tra le più luttuose di sempre.

redazione, 27 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Grillo a Palermo: il M5S continua a guardarsi l'ombelico

E-mail
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

Non siamo tra quelli che si terrorizzano per l'egemonia dello spettacolo nella politica. Il movimento 5 stelle però questa egemonia l'ha naturalizzata, come ha fatto il Pd, un po' troppo velocemente

grillo a palermoA Palermo è andato in scena uno spettacolo valido più per il movimento 5 stelle, e sostenitori, che per il paese. Non che ci sia qualcosa di male, salvo il dettaglio che il movimento si candida, parole sue, a governare il paese.

Il centro dello spettacolo di Palermo è stato quindi, come prevedibile, il movimento 5 stelle e le sue vicende. Non il cammino che dovrebbe intraprendere il paese in una crisi storica. Di una portata tale da ricordare la crisi del seicento sulla quale diversi storici si sono cimentati per capire il declino strutturale della penisola italiana nel XVII secolo.

Il movimento 5 stelle si posiziona, invece, su qualcosa di molto, molto più immediato: fare spettacolo, aiutato anche dai media che cercano di evidenziare ciò che ritengono essere il negativo di questo spettacolo, con il resto del paese a fare da spettatore. E' già avvenuto in diversi comuni pentastellati, dove comportamenti e atti della giunta sono ridotti, nel male e nel bene, a spettacolo con il resto della società a fare da spettatore. C'è un problema però: se si vuole governare un paese, durando, bisogna esercitare un'egemonia profonda. La Dc, per capirsi, si è talmente identificata col paese da sopravvivere alla propria scomparsa politica nelle pratiche, nelle reti di potere persino nelle modalità di conflitto tra cartelli interni (importate, come si è capito, dallo stesso movimento 5 stelle in altre forme). Niente di questa identificazione si è intravisto sino a oggi e niente di sostitutivo. Come non si vede un obiettivo, porlo era tradizione del Pci, da proporre a tutta la società. Senza egemonia, di linguaggio e di pratiche, e senza una direzione risulta molto difficile governare un paese. Figuriamoci per un movimento che, come accaduto a Palermo, ha cercato di tornare alle origini per ovviare alla propria crisi di crescita.

Il movimento 5 stelle, nella fase dell'incubazione del suo successo, è stato un equilibrio, sempre conflittuale, tra potere carismatico e gerarchico e potere di base, orizzontal, tra comunicazione aziendale, la Casaleggio, e comunicazione dal basso. Roma ha aggiunto una nuova fase, quella del governo in quanto rappresentanza e mediazione di interessi in nome del consenso elettorale. Non è andata finora bene e la due giorni di Palermo ha rappresentato quel ritorno alle origini, movimentiste, che si vuole in grado di sciogliere le tensioni interne generate dalla vicenda romana e di riparare il danno di immagine verso l'elettorato.

I sondaggi, come ha detto Grillo, rispetto alla fase più acuta della vicenda romana, sono migliorati e Palermo favorisce questa tendenza. Ma, essendo la giunta Raggi seduta su un casino epocale, il movimento 5 stelle è destinato a vivere di saliscendi nei sondaggi: da una parte salirà quando i disastri del governo Renzi saranno ineludibili, dall'altra scenderà quando l'attenzione dei media sarà su Roma. La tattica del movimento 5 stelle se non è pensata è perlomeno obbligata: gestire le contraddizioni, interne e di governo locale, giocando sull'immagine, mettendo tra parentesi i nodi irrisolvibili rimandandoli di elezione in elezione. Fino alla promessa che l'elezione finale, le politiche, rappresenterà, a sua volta. una sorta di benefica soluzione finale. Ovviamente non sarà così in ogni caso: se vincesse il movimento 5 stelle si troverebbe entro una serie di tensioni globali, non risolvibili diplomaticamente, di cui l'esperienza di Syriza rappresenta un drammatico, e finora inascolato, case study. E questo, fino ad oggi, senza esprimere un Varoufakis. Anzi, dopo aver espresso, in una società dove se non hai una chiara indicazione economica sei nulla, una serie di apprendisti stregoni economici di cui uno, che speriamo affossato assieme al direttorio di cui faceva parte, ha espresso opinioni lisergiche, da feste californiane degli anni '60. Forte del suo bagaglio culturale, che l'ha portato ad essere responsabile M5S di scuola e università, che poggia sulla convinzione, declamata in un discorso in Parlamento, che "l'uomo non è mai andato sulla luna".

Ma il problema del movimento 5 stelle non è solo di personale da formare, pessima parola ma evita di dover arruolare nelle giunte tecnici provenienti dal mondo che si vuol abolire e che finiscono invece per farlo valere, e di mancanza un modello organizzativo profondo, di respiro, radicato nella società italiana. E neanche, almeno oggi, di assenza di elaborazione egemomica. E' proprio l'uscita dalla fase ombelicale, quella che indica ad una intera società, non al "movimento", gli obiettivi. Certo altamente complessi perché senza una linea di massa su comunicazione, tecnologie, economia ti resta solo il moralismo sui costi della politica, finché dura. Ma anche qui, una linea di massa su questi temi dovrebbe partire dalla rilettura di tanti temi open source che, invece, dovrebbero convivere con una piattaforma organizzativa, Rousseau, che si basa su software proprietario. E questo in un movimento dove il fondatore, Grillo, si è presentato semplicemente sul palco dicendo "io sono di nuovo il capo", saltando ogni tipo di deliberazione democratica. Difficile fare ricorso al sapere diffuso, di base di un paese che ne ha invece bisogno. Molto difficile farlo se si vuol governare un paese storicamente, e geopoliticamente, complicato avendo dietro non un'armata ma un gruppo di persone che si sbrana alla prima seria questione riguardante le compentenze di un assessorato. Ma c'è un'astuzia della società, di quelle che che bisogna saper vedere, di cui il movimeto 5 stelle farebbe bene a tener conto, quello della strumentalità del voto verso i pentastellati che ha una grossa parte dell'elettorato. Che vota per usare Grillo e suoi soprattutto come dinamite contro il sistema politico attuale. Dopo, si vedrà, del resto la società è ormai abituata a cambiare referente elettorale con la frequenza con cui cambia lo smartphone. E, se la società ha spontaneamente destinato il movimento 5 stelle al ruoli di dinamite, il rischio è quello di praticare fino in fondo il ruolo assegnato esplodendo.

Certo, non si vuol fare la predica a nessuno ci mancherebbe. Fare politica oggi è altamente complesso, i problemi ci sono per tutti, e il moralismo è l'estasi dei frustrati. A fare la predica ci penseranno, verso se stessi, gli stessi protagonisti di questa vicenda. Dopo aver picchiato duramente sul muro della storia. A questa velocità e con questa direzione di marcia il problema, naturalmente, non è il "se" ma il "quando" avverrà. Certo, in ogni caso, se deve avvenire che accada dopo la dissoluzione del renzismo e delle reti di potere ad esso correlate. Naturalmente, se avvenisse, quanta energia sprecata. Ma la storia è impietosa con i soggetti politici che si guardano troppo addosso. Guardare oltre l'ombelico potrebbe essere salutare. Il problema è che riproducendo ideologia, quella della fine delle ideologie, si perde di vista una caratteristica del politico classico: la saggezza espressa nei momenti drammatici.

redazione, 26 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Prodi a Livorno: 40 anni di macerie

E-mail
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

prodi mortadellaLa decisione dell'associazione Don Nesi di invitare questo pomeriggio Romano Prodi a Livorno fa parte di quei comportamenti che volendosi ecumenici, finiscono per imbarcare personaggi sinistri. Personaggi che hanno un solo pregio: essere famosi. Romano Prodi questo pregio lo ha. Ma senza assumere quel valore etico, di esempio, per il quale una persona dovrebbe essere invitata a prescindere dalle proprie opinioni, opere e contraddizioni. Prodi, assieme a personaggi come Ciampi, rappresenta pienamente l'Italia che si è consapevolmente incamminata verso il declino economico e sociale. Ad una condizione: mantenere, anzi accrescere, il potere delle reti di cui si fa parte scaricando il costo, e il dramma, delle ristrutturazioni sulla società italiana.

Non vogliamo buttarla sul gossip, Prodi diventò docente di una università di cui il fratello era rettore ed ha comunque esercitato uno storico potere, e anche su questo ci sarebbe da dire. Ma andiamo alla sostanza: il debutto politico di Prodi avviene in un governo Andreotti al dicastero dell'industria. Per tutti gli anni '80 Prodi, quando è alla guida dell'Iri, si occupa del lungo processo di smantellamento dell'industria pubblica italiana. Perde decine di migliaia di posti di lavoro e produce decine di milioni di ore dei cassaintegrazione. Il risultato: a metà degli anni '90 il bilancio è impietoso: banchetto dei privati, pil in decrescita, settore pubblico senza peso economico, smantellamento della ricerca in tecnologie, comunicazione, trasporti, servizi complessi (ciò che conta nel mondo di oggi, insomma).

Viene chiamato in politica, l'antiberlusconismo compulsivo gli concederà un credito enorme, e comincia a preparare il paese all'"entrata in Europa": beni comuni locali passati ai privati (tra cui l'acqua, oggetto del referendum 2011), finanziarie pesanti etc. Dal taglio di servizi, pensioni, scuole, diritti all'introduzione del lavoro interinale Prodi, con i voti della sinistra del genere "ma non vuoi mica che torni Berlusconi", non si fa mancare nulla. Il governo cade, per una congiura di palazzo, e per l'Italia Prodi lavora da commissario Ue. Nel senso che l'entrata nell'euro, concertata con Ciampi, prepara la più spettacolare discesa agli inferi dell'economia italiana. Lo stesso Prodi ammetterà, qualche anno dopo, che il prodotto tanto reclamizzato (la mitica Europa), in realtà era un salto nel buio. Proveranno, nel 2013, a farlo Presidente della Repubblica, un'altra congiura di palazzo lo frena.

Nel 2006 era tornato da presidente del consiglio, con Mastella ministro della giustizia, di fronte all'approssimarsi della crisi globale impone un'idea geniale: l'austerità (votata, ad onor del vero, anche dal Prc). Prepara un paio di finanziarie procicliche, austerità in prossimità di una crisi, raccontando favole: "la crisi degli Usa verrà compensata dalla Cina". Come no, l'Italia dovrebbe ritrovare il ritmo produttivo precrisi tra una ventina d'anni, cosa vuoi che sia.

Oggi gira il mondo facendo il conferenziere. A Livorno il tema è l'immigrazione. Già, Romano Prodi, niente da dire? Nel gennaio del 2000 fu presentata alla Camera, un'interpellanza parlamentare, a firma Giordano e Vendola tra l'altro, sul "verbale della testimonianza del capitano di corvetta Angelo Luca Fusco i cui contenuti – se confermati – indicano una grave responsabilità dei vertici militari e politici (italiani, ndr) nell'affondamento della nave albanese Kater-i-Rades". Cosa era emerso in questa testimonianza? La responsabilità, e il peso, della linea tenuta dal presidente del consiglio Prodi durante la crisi dei profughi albanesi nella primavera del 1997.

Gli anni, e le alleanze politiche, passano e quindi tutto è finito nel silenzio. Chissà, in materia di politiche dell'immigrazione, forse Prodi qualche esperienza diretta la può raccontare.

Redazione, 26 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Emergenza casa: dove si sta andando a Livorno?

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

casa scatoloniPuntuale, assieme all’autunno, l’emergenza casa. Ampiamente annunciata nella sua dimensione drammatica. E si tratta di una emergenza nota e annunciata anche durante la campagna elettorale del 2014 quando l’attuale sindaco, assieme agli altri candidati alla elezioni, ha assistito alle assemblee pubbliche di via Giordano Bruno convocate proprio per questo. E, prima ancora, la stessa scuola superiore del ministero degli Interni caratterizzava le propria formazione (nel 2011) parlando di Livorno come città dove maggiore, in tutta Italia, era l’indice di sfratti per famiglie http://ssai.interno.it/download/allegati1/rapporto_sfratti_2011.pdf .

Quattro anni dopo, stavolta con la giunta pentastellata, uno studio del Sunia (vicino al centrosinistra) riportato dal Tirreno ricordava come Livorno fosse ancora ampiamente in testa alla speciale classifica nazionale http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2015/01/09/news/a-livorno-il-record-italiano-degli-sfratti-1.10634722 .

Del resto, i tre anni di recessione seguiti alla “cura Monti” e la crisi strutturale del territorio livornese non potevano non farsi sentire. Il problema è che i prossimi anni si annunciano, nel migliore dei casi, dello stesso tenore degli ultimi. Con gli sfratti annunciati per l’autunno anche quest’anno la conflittualità è destinata quindi a salire. In questo scenario, che è indice di una crisi grave e permanente sul territorio, la giunta pentastellata non trova niente di meglio che parlare con gli stessi luoghi comuni renziani. Insomma, riproponendo l’idea che, una volta cacciati coloro che non hanno diritto ad una casa popolare (ce ne sono, giusto perseguirli ma va anche quantificato il fenomeno che naturalmente non è di tale vastità come si cerca di far credere), l’emergenza casa possa sgonfiarsi. Naturalmente non è così ma due sono gli elementi che, sostanzialmente e mettendo tra parentesi problemi procedurali e logistici, premono per tenere viva questa finzione.

Il primo è che gli immobili del comune, in accordo (o in non-conflitto) con diversi dirigenti comune Pd, sono considerati prima di tutto patrimonio da far figurare bilancio oppure patrimonio per fare cassa specie per far fronte alle restrizioni di bilancio. Un loro uso, all’altezza dell’emergenza casa, potrebbe far saltare questa logica.

Il secondo è il rapporto con il mercato immobiliare i cui valori e prezzi, e anche i futuri investimenti, sarebbero condizionati verso il ribasso in caso di massicce politiche di intervento a favore dei senza casa. Nel mercato, ovviamente, non è importante se questo sia vero o meno ma conta quello che si teme. I prezzi ribassano in caso di aspettative basse, a prescindere se queste siano realistiche o meno. Fa bene poi ricordare che se il mercato immobiliare cala ne risente, immediatamente e fortemente, il settore dei prestiti e dei mutui. Insomma, i senza casa sono un problema vasto e la sua, sacrosanta, risoluzione fa a pugni con le dinamiche di mercato.

Siccome i problemi reali le giunte, e non solo questa, non solo non li affrontano ma neanche li nomimano ecco l’assessore alla casa, Ina Dhimgjini che, in vista di un autunno difficile e delle prime proteste di fronte al comune, non ci dice come affrontare l’emergenza sfratti. Se la prende, invece, con le occupazioni. Il quadro del mondo reale, oltre quello dei rapporti con i sindacati, è parso spesso sfuggire a questo assessore. Ma forse non gli è chiara la cosa più importante. Ovvero che i numeri sono tali che, qualsiasi giaculatoria gli venga spontanea a mezzo stampa, le occupazioni cresceranno comunque. Qui non siamo di fronte a un fenomeno, l’emergenza casa, attizzato da gruppetti di incerta collocazione. Siamo di fronte ad un fenomeno esteso, di massa, che riguarda un bene primario, in tutta la penisola. Dire “basta con le occupazioni” è come dire “basta con i crampi allo stomaco” in caso di digiuno forzato da miseria.

Vanno fatti sforzi straordinari per risolvere il problema, porre condizioni strutturali per la sua risoluzione, non ammoniti i crampi per far male allo stomaco. L’amministrazione comunale è convinta, preda di una ideologia che al massimo funziona tra condomini, che tra ispezioni, multe, ammonizioni la strada per risolvere il problema appare. Oppure che è meglio tirar fuori queste convinzioni, che funzionino o no, perché non è possibile irritare la bestia del mercato immobiliare. Quello è poi da evidenziare è che, alla delicata questione casa, sia stato messo un assessore culturalmente di centrodestra. Quando la maggior parte dei voti su casa e sanità, per l’elezione di questa giunta sono venuti da sinistra. Lo scollamento è quindi doppio: nell’efficacia delle politiche e con l’elettorato reale. Del resto, stiamo parlando dello stesso assessore, che ha anche le deleghe sulla sanità e sul terzo settore, che ha anche dichiarato di condividere le (pericolose) scelte della regione in materia di politiche sanitarie. Insomma un pò di centrodestra un pò di centrosinistra giusto per fare la figura chi sta al di fuori delle ideologie.

Peccato, ed è questo che conta, che non si vedano nemmeno le tracce di una politica in grado di far uscire il territorio dalla sua crisi sociale. Una uscita senza la quale anche i settori economici più mainstream difficilmente potranno risollevaresi. Da parte nostra, che siamo una testata e non un soggetto politico-sindacale, indichiamo un metodo. Semplice ma anche pieno di conseguenze. Livorno manca, al momento di produrre una semplice infografica come questa

casa infograficaUn indicatore, realizzato in infografica quindi visibile e coprensibile a tutti, che renda conto dell’andamento storico del fenomeno emergenza casa e SOPRATTUTTO delle previsioni sulla sua estensione futura. Insomma quante persone, entro quanto e con che tipologia sociale. Se non si ha una proiezione, ben fatta e quindi riconosciuta da tutte le parti sociali, dell’estensione del fenomeno difficile sbarazzare dal campo i luoghi comuni, le furbizie di chi accusa facendo melina etc.

Livorno deve essere messa di fronte ad una analisi clinica del fenomeno. Una analisi dove si parla di quante emergenze ci sono, quante ci saranno (proiezione fondamentale specie in presenza di chi bara giocando eternamente sul presente), che risorse ci sono, quali mancano. Di questa analisi chi ha paura? Così si vedrà che le emergenze non possono essere risolte solo “punendo i furbetti” o con gli strumenti di leggi che tendono solo a punire chi è in difficoltà.

Quanto all’assessore è evidente che non ha dimostrato di essere all’altezza del problema. Non solo politicamente ma anche culturalmente parlando. Qui l’amministrazione pentastellata non ha ben inquadrato la questione: l’autunno caldo degli sfratti e delle occupazioni può far cortorcircuito tra Livorno e Roma. Le giaculatorie sulle occupazioni, quando le contraddizioni sociali fanno sinergia, possono soddisfare oggi qualche sodale innamorato di una immaginaria linea dura, fatta di vigili e ufficiali giudiziari, ma possono essere anche un pericoloso boomerang nei denti un prossimo domani. Un domani molto prossimo, tra l’altro.

redazione, 21 settembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 6 di 230

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito