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EDITORIALI

È morto Carlo Azeglio Ciampi, una colonna del "finanzcapitalismo"

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ciampi euroÈ morto Carlo Azeglio Ciampi. Governatore di Bankitalia dal 1979 al 1993, presidente del Consiglio nel 1993-94 e presidente della Repubblica dal 1999 al 2006. Persona di spessore politico-economico? Il curriculum sta a dimostrarlo. Ma nelle agiografie e nella retorica che scorrerà a fiumi in questi giorni, molti perderanno di vista che si può essere anche bravi e competenti ma bisogna vedere con quale maglietta si gioca. E lui giocava con la maglietta degli avversari. Cioè quei capitali che hanno mangiato il sistema politico e sociale negli ultimi 30 anni, che hanno imposto un'Europa fondata solo su dettami liberisti e monetaristi accentuando sempre più ricchezze in mano di pochi. Non è un caso che ci sia sempre la mano di Ciampi quando si tratta di favorire il mercato e le scorribande dei capitali finanziari. Fu la sua mano insieme a quella di Andreatta a firmare la separazione fra Tesoro e Bankitalia nel 1981 gettando il debito italiano in bocca ai mercati, fu la sua mano nel 1990 a liberalizzare le attività bancarie che era solo l'antipasto del disastro odierno, fu la sua mano ad iniziare nel 1993 il processo di privatizzazione di un'Italia ormai al collasso. Fu la sua mano a brandire la bandiera dell'Europa con Prodi omettendo di raccontare agli italiani di un'Europa che era costruita sull'austerità e sulla cessione di sovranità verso organi tecnocratici.
Quindi evitateci la retorica e le agiografie. E non provate a rispondere che lo spessore di Ciampi è inconfrontabile con quello dei politici attuali. Oggi siamo di fronte ad un reality in cui gli attori principali cercano di distrarci dagli obiettivi principali mentre altrove prendono le decisioni. Ai tempi di Ciampi invece, quando la "politica" aveva ancora un certo peso nelle scelte ed una minore dipendenza dall'economia e dai capitali, lui è stato fra coloro che hanno contribuito ad affermare il primato delle regole dei capitali e del profitto su quelle della democrazia e della redistribuzione.
Quindi, lo ripetiamo, non scordiamoci mai che giocava con la maglia degli avversari.

Di seguito un articolo che ripercorre alcune riflessioni di Luciano Gallino rispetto all'affermazione del "finanzcapitalismo". Non poteva mancare anche Carlo Azeglio Ciampi.

http://archivio.senzasoste.it/speciali/le-socialdemocrazie-per-30-anni-al-servizio-dei-capitali-finanziari

ciampi curva nord lavoroIeri ed oggi in tutti gli stadi di Italia c'è stato un minuto di raccoglimento per ricordare l'ex Presidente della Repubblica. Durante il minuto di raccoglimento nella partita Livorno-Lucchese in curva nord è stato esposto uno striscione che ricordava i 3 morti sul lavoro delle ultime 24 ore, fra cui l'omicidio di Piacenza alla GLS dove è stato ucciso Abdelsalem durante un picchetto di protesta per le condizioni di lavoro. Un messaggio chiaro della curva nord, con un altro stile rispetto a quelle tifoserie che hanno cantato "Livornese pezzo di merda" o "Voi siete uno di meno".

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Settembre 2016 12:34

Corallo: le terme promesse

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Storia del recupero delle Terme del Corallo tra bugie, promesse, suggestioni… e appartamenti.

Asa, Lamberti, Nebbiai, Cosimi, Saporito, Bottoni, Cagliata: sono i nomi che hanno ruotato intorno all’ipotesi di ristrutturazione. Poi la montagna ha partorito il topolino: un piccolo parco legato agli oneri per costruire appartamenti alla ex Coca Cola

terme coralloLa vicenda delle Terme del Corallo di Livorno, alias Acque della Salute, alias Sorgenti del Corallo, alias Parco delle Terme del Corallo, è una storia infinita di cui ormai un po’ tutti sanno tutto. Intorno a questo involontario palcoscenico sono entrati e usciti fino ad oggi decine di personaggi con propositi e profili alternativamente diversi, a seconda del periodo di riferimento. Con la stessa esilarante tempistica di una commedia di Eduardo De Filippo. Lo vedremo.

C’è poi in questo quadro scenico un altro aspetto essenziale, quello di un “eterno presente”che fatalmente impedisce ogni seria ipotesi di restauro della nostra araba fenice. Se da un lato infatti lo “sfregio” del cavalcaferrovia della stazione costruito da Cmf nell’82 ha compromesso forse inesorabilmente  un uso funzionale del bene, dall’altro le proposte (incessanti) di una sua integrazione nel tessuto urbano non hanno mai tenuto insieme il progetto strutturale con quello finanziario. Così che l’operazione di recupero dello stabilimento termale, nella sua ultima versione amministrativa del 2007, contrastata non a caso da Lamberti e dallo stesso Matteoni, già padri e sostenitori del progetto del 1998, è alla fine risultata sostanzialmente tributaria di quella immobiliare, condannando le vestigia ad una prospettiva pressoché museale.

L’Asa, ai tempi d’oro della controllata Nuovo Corallo presieduta da Valter Nebbiai (1998), avrebbe voluto farne una sede di rappresentanza istituzionale dell’azienda madre da poco trasformata in Spa pubblica, e poi una vetrina parauniversitaria con tanto di assegni di ricerca sulla gestione integrata del ciclo delle acque di cui Asa, con le sue galassie societarie, si candidava a diventare una sorta di stella polare internazionale. Non eravamo ancora al “proficuo rapporto con l’Università degli Studi di Pisa”, che sarà poi decantato da Cosimi e dai “cardigans” della sinistra riformista con i fantomatici Piuss dello Scoglio della Regina e della Dogana d’Acqua negli anni a venire, ma poco ci mancava.

Lamberti, con il solito entusiasmo, non ci mise tanto a proiettare le Terme ristrutturande dal partner privato di Nuovo Corallo, il costruttore Saporito, (ma con l’intenzione di elevarci intorno una schiera di appartamenti “sostenibili”) nella conurbazione di Porta a Terra, che allora stava vedendo la luce (2002/2003). Un medico come lui non poteva non tornare a valorizzare le proprietà salvifiche dell’acqua cloridrica, al punto tale da ipotizzare la rinascita di un vero e proprio centro termale attrezzato con servizi di avanguardia ad uso dei frequentatori di piccoli e grandi supermercati che stavano sorgendo come funghi dietro la stazione.

In un memorabile paginone pubblicitario pubblicato sul Tirreno di domenica 10 giugno 2001, Lamberti alza la traiettoria dello sguardo e in nome della Città Ritrovata evoca la demolizione del cavalcaferrovia con i proventi del Patto Territoriale per Livorno e gli oneri di urbanizzazione di Porta a Terra. Sul sedime delle ipotetiche demolizioni, nella narrazione istituzionale, già si profilavano i viali d’accesso in filare alle strutture di un Centro Elioterapico che avrebbe fatto concorrenza alle più avanzate strutture del welfare scandinavo. Non se ne farà più di nulla, anche perché in modo quasi sincrono escono di scena la Saporito Costruzioni (avvolta nelle spire di un concordato prefallimentare)  e la stessa ipotesi di utilizzare i fondi del Patto Territoriale per demolire il ponte dell’82 e, contestualmente, realizzare il sottoattraversamento della ferrovia. I 14 miliardi di lire del Patto vengono velocemente “girati” come noto sulle urbanizzazioni secondarie di una Porta a Mare che peraltro vedrà la luce solo nell’immaginario degli adoranti cronisti del Tirreno.

Non accadrà moltissimo fino alla tarda primavera del 2005, quando il duo Bottoni&Cagliata con un colpo da maestro acquisisce dalla proprietà Coca Cola Bevande Italia l’intero complesso immobiliare facendosi scudo del fatto che il Prg del 1998 (tuttora in vigore!) aveva effettivamente modificato la destinazione d’uso del comparto industriale in edificato residenziale. Mistero sui numeri dell’operazione di acquisto con il colosso delle bevande analcoliche con sede ad Atlanta.

Quanto non era riuscito ad Asa, scudata dal Nuovo Corallo di Nebbiai e, in subordine, di Saporito, viene realizzato dunque da “Fondiaria Apparizione” che inverte però l’ordine dei fattori dell’intera operazione. Priorità spaziale e funzionale alle “costruzioni”, che in effetti poi verranno realizzate “in corona” alle vestigia dello stabilimento termale grazie ad una variante “tecnica” suggerita ai due costruttori dalle Belle Arti. Ma nessun contributo sostanziale alla riqualificazione dell’area storica.

Sarà compito del Comune, insomma, venire a capo della eventuale ristrutturazione delle Antiche Terme, una volta entrato nella loro concreta disponibilità come da convenzione urbanistica pubblico-privato. Gli esperti comunali fanno la conta dei fondi necessari per le opere di sistemazione del comparto e scuotono subito la testa perché si accorgono che gli oneri di urbanizzazione concordati con Fondiaria Apparizione (almeno 1.800.000 euro secondo quanto dichiara lo stesso Bottoni in una intervista al Tirreno del 2007) sono poca cosa rispetto alla prospettiva minimale di un benché minimo restauro della struttura. 

Questa circostanza (l’incasso in tutto o in parte degli oneri compreso un contributo di 330.000 euro alla messa in sicurezza) ritarderà di almeno 4 anni , anche perché nel frattempo Bottoni&Cagliata verranno incriminati dalla Procura della Repubblica di Livorno per procurato degrado, non avendo ottemperato, secondo l’accusa, ai primi lavori di stabilizzazione del tempio termale, così come avrebbe prescritto la Sovrintendenza alle Belle Arti in una misteriosa intimazione formale del 2006 che i costruttori dimostreranno di non avere mai ricevuto per via postale. Da quel momento le Belle Arti escono totalmente di scena.

Bottoni&Cagliata saranno assolti in primo e secondo grado, lo stabilimento verrà dissequestrato e il quartiere “in corona” crescerà a tempi di record, mentre l’area storica tornerà a subire il destino di sempre. Una geremiade di intenzioni sulla sua riqualificazione d’uso, amplificate da ben due tornate elettorali (si parlò anche di farne sede di originali business center)  ma, di riflesso, un esito miserabile sulla sua effettiva manutenzione, straordinaria, frustrata peraltro dal farraginoso incasso degli oneri di urbanizzazione del comparto edilizio.

Sarà paradossalmente il solito Valter Nebbiai (già demiurgo della Nuovo Corallo del 1998), nella sua nuova veste di Assessore al Bilancio della Giunta Cosimi 2009/2014, a sancire la ridotta utilizzabilità delle somme impegnate nel piano delle opere pubbliche per le “Terme del Corallo” a causa del Patto di Stabilità. Anzi, per il “Parco” delle Terme del Corallo, che con un gioco da maestro Nebbiai “assesta” come nuovo obiettivo di fattibilità. Sarà infatti nel giugno del 2013 che l’Assessore delegato Mario Tredici, storico aedo dell’infruttuosa operazione del 1998 sul Tirreno di allora, inaugurerà il “Parco delle Terme del Corallo”, in realtà un grazioso giardino contiguo agli storici padiglioni, e comunque sovrastato dal rumoroso ottovolante della Cmf, su cui si affacciano i palazzi color crema della Fondiaria Apparizioni. Spesa complessiva dichiarata dal Comune per il “giardino dei Finzi Contini”, un importo oscillante tra i 600.000  e i 700.000 euro. Comunque inferiore al plafond messo a disposizione per i restauri dal duo Bottoni&Cagliata.

È storia di oggi l’intervento dei volontari e dell’associazione Reset per ripulire la struttura e il parco che ha portato ad una suggestiva riapertura serale. L’Amministrazione 5 Stelle ha invece promesso l’impegno di richiedere i soldi a Bruxelles attraverso un progetto da finanziare. La storia delle terme abbandonate e nascoste dal cavalcaferrovia continua. Vedremo se sarà la volta buona.

Franco Revelli

Tratto da Senza Soste cartaceo n.117 (luglio-agosto 2016)

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Ultimo aggiornamento Martedì 20 Settembre 2016 17:13

Ambasciatori americani, agenzie di rating e referendum italiani: la nuova normalità

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squalo speculazioneLe dichiarazioni dell’ambasciatore americano, John Phillips, sull’importanza del “Si” al referendum italiano rappresentano la norma di questi tempi. Si tratta di tempi che qualcuno, di riflesso, ha subito confuso con gli anni ’70, quando la Cia lavorava sia per preparare il golpe di Pinochet che per far cadere il prezzo del rame e impoverire la principale risorsa dell’allora governo Allende. Confusione che, tra l’altro, è stata indotta dalla contemporanea dichiarazione del responsabile Fitch, agenzia di rating, per la valutazione dei titoli sovrani in Europa e Medio Oriente Richard Parker.

Nel ventunesimo secolo, bisogna ricordarlo, le agenzie di rating manifestano la loro indipendenza dal governo americano. Basterebbe ricordare che nell’estate di cinque anni fa hanno declassato i bond federali. Questo per chiarire in un secondo la differenza tra sovrapposizione di interessi tra governo e agenzie di rating: Standard & Poors ad esempio ha minacciato di declassare il debito turco, la cosa faceva comodo all’amministrazione Obama (che ha frizioni serie con la Turchia) ma le altre due principali agenzie di rating non ci hanno, per adesso, nemmeno pensato. Questo per dire: la finanza Usa, o almeno quella con marchio stelle e strisce, è autonoma dal governo federale. A volte gli interessi tra le due dimensioni si sovrappongono a volte no. In questo caso, l’Italia, c’è convergenza di interessi. A sostenere un governo che buona parte dell’establishment attuale Usa ritiene amico (quello Renzi) e a creare un pò di volatilità sul mercato da parte di Fitch (la quale si sarà sicuramente confrontata con qualche grosso cliente).

Sulla dichiarazione di Fitch niente di eclatante, infatti non è certo crollata la borsa, perché non si tratta di un abbassamento del rating. In quest’ultimo caso si sarebbe trattato, invece, di un problema immediato perchè il declassamento del rating viene, una volta avvenuto, istantaneamente aggiornato nei software di trading. Quelli che movimentano dal 50 al 70 per cento del mercato a seconda dei mercati e a seconda delle stime. Allora, tra aumento dello spread tra bond tedeschi e italiani e ennesimo crollo dei titoli bancari, un po’ di morti sul campo li avremo visti. La dichiarazione di Ficth rappresenta solo, piuttosto, una cannonata per saggiare il terreno, le reazioni degli operatori di borsa, dei fondi di investimento e dei governi. Per capire se col referendum italiano è possibile movimentare un pò di volatilità, attorno all’Italia che è nella top five dei mercati globali del debito pubblico, in modo da rastrellare profitti con le solite transazioni a breve (in questo caso un rapido movimento di vendite e di acquisti che si gioca attorno a fatti eclatanti). Questo lavoro è più affare delle agenzie di rating che dei governi, che hanno funzione di supporto anche se, volendo, le agenzie Usa avrebbero abbastanza risorse per mettere in difficoltà la borsa italiana.

Ma il primato, della forza e della pressione politica, in questo campo è delle corporation finanziarie ed è sempre quello il potere in ultima istanza su questo terreno. Questa è la nuova normalità e da tempo: qualsiasi cosa accada su questo terreno si deciderà quindi a Wall Street non a Washington DC. Non siamo più negli anni ’70. Basta vedere la crescita, in termini numerici e di peso politico, delle agenze di rating da allora ad oggi per capirlo. Con l’Italia si prova quindi a fare lo stesso gioco messo in campo durante il referendum scozzese e quello inglese: mettere in campo una sovrapposizione di interessi tra politica e finanza per indirizzare il voto, spaventando gli elettori, e creare quella volatilità finanziaria necessaria per fare, sull’onda della paura, un po’ di soldi (alla Lewis Ranieri ne La grande scommessa: “facciamo un po’ di soldi”).

La cosa funziona in questo modo: in un referendum importante si crea incertezza (sul risultato) e paura (se il vincitore è di quelli che spaventano il media mainstream). Si rompe la monotonia di borsa, titoli vacillano, alcuni salgono altri scendono e, dopo la fine del referendum, vince chi ha saputo giocare sulle oscillazioni dei mercati. Questo gioco, o questa festa a seconda dei punti di vista, si rende tanto più necessario nel new normal del mondo dei tassi zero, in cui i rendimenti dei bond sono bassi e prestare il denaro è qualcosa di simile al non sense. La paura, la volatilità possono generare, a breve, interessi più alti o possibilità di acquisto di titoli a prezzo di favore. Oppure si può speculare alla grande su titoli scommessa (i future), le assicurazioni sul rischio (gli swap) e davvero miriadi di altri prodotti finanziari degni di una fantasia letteraria. Infatti, e qui è meglio essere chiari, il vero affare qui non è il voto, o il risultato del voto, ma la possibilità di guadagnare dall’instabilità di borsa. Il resto è fantasia di complotto. Alle borse non interessa tanto il risultato di un referendum ma saper capire la volatilità dei mercati per estrarre valore.

Allo stesso tempo, siamo in una situazione diversa dalla guerra finanziaria, giocatasi sul rublo, tra Usa e Russia all’indomani della fase più dura della guerra ucraina. Quando l’interesse geopolitico ha creato l’occasione per una grossa speculazione sulla moneta russa che generò un saliscendi del rublo (discesa favorita dagli Usa, salita favorita dalla banca centrale russa) che fece la gioia sia di ribassisti che di rialzisti. Siamo alla piccola bolla speculativa, fatta per adesso di dichiarazioni orientate e gonfiate, di un paese che si sa, storicamente, incline all’obbedienza in ultima istanza. Certo, se nelle settimane prima del referendum la borsa, i bond e i titoli bancari scenderanno drammaticamente l’Italia avrà saggiato, per la seconda volta dopo 5 anni (la crisi del debito sovrano), come funzionano i mercati tanto celebrati da Repubblica e il Corriere. Nel frattempo ascoltatiamo quanche cannonata, in forma di dichiarazioni della ambasciata americana e di Fitch, eco di un mondo reale che in questo paese stenta a trovare ascolto e, meno che mai, cittadinanza.

redazione, 15 settembre 2016

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La guerra civile in Francia e le sconfitte del Movimento 5 Stelle a Roma

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marx derPochi testi, per capire la situazione romana del movimento 5 stelle, sono utili e illuminanti come La guerra civile in Francia di Marx. In molti penseranno che, così scrivendo, si esagera e che, ad esempio, usare l’autore del Capitale in questo contesto è come leggere le controversie sul parcheggio nel cortile del condominio attraverso i classici del diritto internazionale. Nel caso, chi lo sostiene sbaglia. Perchè la vicenda romana, non solo quella recente del movimento 5 stelle ma anche le puntate precedenti, ci dice molto delle trasformazioni di territori in cui si agitano forze sia locali che globali. Poi ci sono coloro che pensano che l’uso di Marx è qualcosa di pretenzioso, o vetero o inutile. Fortunatamente, l’analisi politica usa solo ciò che è utile e non quello che, comunemente, si ritiene consono.

Tornando, appunto, a Marx è interessante notare come l’analisi dell’evoluzione dello stato francese, quella avvenuta dopo la rivoluzione del 1789, costruisca categorie di analisi utili anche per il nostro caso. Marx, parlando della trasformazioni della forma stato, successive alla rivoluzione francese la inquadra in questo modo:

“il governo, posto sotto il controllo parlamentare, (...), non diventò solamente l'incubatrice di enormi debiti pubblici e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni, esso non solo diventò il pomo della discordia tra fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società”.

C’è un primo aspetto che vale la pena di evidenziare nell’analisi di Marx, il rapporto tra controllo politico dello stato, crescita vertiginosa del debito pubblico e aumento delle tasse (stato come “l'incubatrice di enormi debiti pubblici e di imposte schiaccianti”). Nell’immaginario, ma anche purtroppo nella ricerca storiografica, si impone un diretto rapporto tra debito pubblico e ruberie di ogni genere. Come se, proprio contando nell’immaginario ottocentesco dell’assalto alla diligenza, furto e crisi dello stato si spiegassero reciprocamente. Le cose invece si fanno più complicate, e pronte a fornire una spiegazione più estesa dei fenomeni, se si va a mettere in rapporto la crescita della borsa di Parigi con quella del debito pubblico dello stato francese.

A partire dalla fine degli anni ’30 dell’ottocento, decollano numero e valore dei titoli della borsa di Parigi e, piano piano, anche i debiti dello stato francese. Quando Marx, nella Guerra civile in Francia, ci parla della Comune di Parigi, lo stato francese ha già prodotto montagne di debiti e visto consumare una storica stagione di borsa sotto Napoleone III. L’altro elemento importante è la concezione, che emerge in Marx, dello stato come elemento di attrazione della feroce lotta tra bande tra reti di ceti che si vogliono egemoni e di governo (stato come “pomo della discordia tra fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti”). Nelle letterature della regolazione, che vedono sempre un elemento interno od esterno allo stato capace di farne sfiammare le patologie, la crisi del debito fa comunque emergere ceti e strumenti normativi, di governo capace di razionalizzarlo.

In Marx la crisi del debito, che va vista in sinergia con l’esplosione della borsa, genera o alimenta una lotta feroce tra classi dirigenti. Lo scontro avviene in nome dei processi di razionalizzazione dello stato e, in suo nome, finisce per non cessare mai. L’altro elemento importante, rilevato da Marx nell’evoluzione della forma stato dopo la rivoluzione francese, sta nel rapporto tra istituzioni ed evoluzione dei processi economici (dove, per Marx, “il carattere politico dello stato” cambiava “di pari passo con le trasformazioni economiche della società”). Allora l’evoluzione dello stato avveniva in nome dell’impetuosa crescita dei processi produttivi, e del conflitto capitale e lavoro, attraverso il gigantismo industriale, l’immensa distesa di macchine giganti visibili dalle Dark Satanic Mills di William Blake.

E’ interessante notare come, nella seconda globalizzazione, la nostra, le istituzioni politiche attraversino, nell’occidente capitalistico compreso il Giappone, le dinamiche di crisi viste da Marx nello stato francese durante all’alba della prima globalizzazione, quella che viene periodizzata dal 1871 fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Esplosione del debito in rapporto all’esplosione degli indici di borsa –del resto è ormai luogo comune la storia del rapporto tra esplosione del debito pubblico e sua mercatizzazione in Italia- scontro tra classi dirigenti nella gestione dello stato e del debito (e la moralizzazione del debito, che lo si consideri giusto o ingiusto, è un lascito ottocentesco a questo nostro mondo), evoluzione delle istituzioni politiche di pari passo con i processi economici. Processi che sono molto diversi dal capitalismo di Marx, ma, bisogna dire, che rispetto allora è differente anche lo stato. O meglio quella miriade di istituzioni, raccolte faticosamente nella forma stato contemporanea, che dal locale allo stato centrale riproducono oggi incessantemente la stessa crisi vista da Marx: aumento del debito, lotta tra fazioni nella sua gestione più simile alla parodia che ai processi di regolazione, trasformazione dell’istituzione (sia locale, centrale o regionale) assieme ai processi economici. Certo, esiste la governance, come quella europea multilivello, ma serve a spostare il debito altrove, a trasferirlo negli stati deboli associati ai processi di governance, a esternalizzare le crisi presso classi dirigenti folkloristiche in lotta fra loro. E a riprodurre una concezione dell’economia della concorrenza che si vuole in grado di cavalcare le evoluzioni del mondo economico reale.

La governance europa, con buona pace di tante mitologie attuali (compresa quella dei banchieri centrali, sacerdoti della regolazione), serve a far si che gli stati più forti, tra quelli che si associano in questi procesi, trasferiscano il peso della del crisi del debito, quello della alta conflittualità delle classi dirigenti e la subordinazione delle istituzioni ai processi economici presso gli stati più deboli. La governance europea si configura così come il dispositivo del trasferimento del rischio, tipico dello stato moderno dall’800 a noi, dagli stati più forti a quelli più deboli. Un dispositivo di trasferimento che, lo si capisce dallo stesso trattato di Roma del ’57 all’origine della successiva governance europea, è tanto più efficace e feroce tanto più è spoliticizzato e opacizzato dalle norme.

La vicenda romana, di una metropoli che naturalmente ha specificità sia locali che globali, va letta in questo scenario. Non in quello della violazione o meno del non-statuto del movimento 5 stelle, del mantenimento o meno della parola data di fronte a qualche assemblea o nelle pieghe di un post su Facebook. E nemmeno sul piano delle trasmissioni che rivelano mail, sms, dibattiti di chat. Usciamo dalla spettacolarizzazione dello scandalo, che è un gioco di palazzo, per andarealla sostanza dei problemi. Infatti è proprio in questo scenario, emerso all’alba della prima globalizzazione, che ritroviamo le criticità delle istituzioni locali. Lo scenario della esplosione del debito, in parallelo con la crescita della finanziariarizzazione della vita pubblica compresa quella locale, quello della lotta infinita tra ceti dirigenti per garantirsi il controllo di queste istituzioni rigonfie di debito, quello del rapporto tra evoluzioni delle istituzioni e mutazioni dell’economia. Lo scenario storico dello stato francese, all’indomani della rivoluzione alla vigilia della Comune, lo scenario delle istituzioni italiane anche nella sua forma locale attuale: la globalizzazione, che sia dell’ottocento o del ventunesimo secolo, non tradisce nel presentare delle regolarità di scenario e di comportamento degli attori.

E non si pensi sia un problema solo italiano: basta vedere la crisi finanziaria dei Laender tedeschi o cosa è accaduto alle finanze delle autonomie locali spagnole dopo lo scoppio della bolla delle banche del 2011. Ma la politica italiana, per non parlare dei suoi pessimi giornali nazionali e locali, è troppo assetata di vittime di paese per far emergere il problema. Quest’anno cade il ventennale della fondazione del gruppo Dexia, una finanziaria per istituzioni che di esplosione del debito pubblico locale, a livello continentale, ne sa qualcosa avendola alimentata. Salvo poi scottarsi le dita, con la crisi del 2008, ed essere salvata sempre con fondi pubblici. Tutte queste storie, quelle che rappresentano i problemi veri del debito pubblico, sono clandestine. Il mainstream italiano vuole soprattutto figure tardopasoliniane come quelle di Buzzi come bersaglio emotivo e capro espiatorio. Il resto, il mondo reale, cosa vuoi che sia.

Inoltre l’esplosione del debito, a livello centrale o di enti locali, è un catalizzatore per cordate e aspiranti ceti politici. Invece di respingere partiti, cartelli elettorali ne attira di nuovi. Nella concorrezza tra cordate politiche per assumere il ruolo di regolatore del rapporto tra grandi imprese e stato (basta vedere le evoluzioni del rapporto tra imprese e ceto politico ne grandi appalti per avere un’idea paradigmatica del fenomeno); nella possibilità, per alcune cordate politiche, di assumere uno status sociale altrimenti negato dalla stagnazione economica; nell’offerta di nuove cordate di “razionalizzatori”, tagliatori, sterilizzatori della spesa pubblica che si impone sempre ad ogni stagione critica della massa di debito presente (che poi il debito serva ad allargare i mercati finanziari, come quello delle obbligazioni, lo sanno anche i bambini, e questo è uno dei motivi per cui esplode. Ma è un’altra vicenda).

Il movimento 5 stelle nasce, e trova un consenso diffuso e risultati elettorali seri, proprio in questo contesto: esplosione del debito (che anche quest’anno ha toccato livelli record), richiesta di un ceto politico nuovo in grado di affrontare questa esplosione. A differenza dei ceti politici precedenti, che si sono imposti con linguaggio mediatico neofrancescano (l’austerità) per proporre veri e propri tagliatori di spesa pubblica (vedendola esplodere lo stesso), il movimento cinque stelle non predica francescanesimo verso gli altri ma, prima di tuto, su sé stesso (la riduzione degli stipendi e il risparmio sui rimborsi). Come spettacolo della carità funziona, del resto il nostro è un paese ancora a forte substrato culturale cattolico (e, gratta gratta, le categorie politiche, si sa, sono teologia adattata a un mondo scristianizzato), e il consenso è stato di grosse proporzioni. Il processo di moralizzazione del debito avanzato dal movimento 5 stelle era quindi diverso da quello, diciamo, montiano. Non la dichiarazione dell’immoralità (la morale è uno strumento comunicativo sempre di forte impatto) del debito per il taglio delle risorse alla popolazione, in nome dell’austerità, ma una dichiarazione di immoralità del debito che richiede risparmio, della politica, e redistribuzione di quanto risparmiato.

Qui sta la forza e la debolezza del brand a 5 stelle: nella concorrenza tra ceti politici nel governo del debito una parte si vuole garanzia di riduzione del debito, immorale e acquisisce consenso e, anche, garanzia di redistribuzione verso il basso, e il consenso arriva copiosamente. Il punto è che tenere assieme i due elementi forti del brand, debito basso prima di tutto e redistribuzione all’ordine del giorno, è materialmente impossibile. Almeno in questa economia, in questa globalizzazione, con questi assetti normativi e con un’economia italiana stimata, fino al 2050, con tassi di crescita attorno all’uno per cento. E questo vale, tanto più, a livello di governo locale dove il pilota automatico della contrazione del debito, inserito nelle leggi di bilancio, esclude a priori ogni significativa redistribuzione. Oltretutto le retoriche, legittime, dell’immoralità del debito alimentano quel processo di contrazione di bilancio delle istituzioni, che alimenta, a sua volta, le privatizzazioni e quindi le ineguaglianze, bloccando ogni redistribuzione.

Ora, sappiamo benissimo che lo stato italiano, enti locali compresi, non certo è lo stato minimo sognato da Nozick nè va certo verso lo zero state sognato da qualche più radicale anarcoliberista americano. Ma, nel primato della politica della riduzione del debito, su quel piano impossibile che vuole sia la riduzione del debito che il nutrimento dei mercati finanziari, le prestazioni sociali sono da stato minimo e si sono incamminate verso la dimensione dello zero state. Il movimento 5 stelle si è immesso nella dinamica di concorrenza tra ceti politici, nella lotta per l’assunzione del comando del governo del debito nazionale e locale, secondo delle coordinate che sono moralmente coerenti ma materialmente impossibili. Perchè tanto più si farà garante dell’abbattimento del debito immorale tanto più dovrà prestare il fianco all’immoralità dell’assenza di una redistribuzione reale. Da qui arrivano molti più problemi di qualche fuga di notizie, di qualche intervista rilasciata frettolosamente. Perché se la morale è un potente vettore comunicativo mancando poi il dispostivo politico-economico, nonché la fecondità di un bacino reale di critica del diritto per scardinare l’assetto normativo esistente (invece di santificare la legalità anche quando serve solo ad azzerare ogni ipotesi redistributiva), per risolvere questi problemi il risultato è quello del debutto romano.

Una giunta ed un assetto di governo fatti per tenere fede all’immagine, intesa come coerenza morale da mostrare a tutti, e che si rivela invece un fragile e scivoloso equilibrio di compromesso da cerchie dello stesso cartello elettorale. Compromesso che, essendo basato su dinamiche di posizionamento interno e non di progetto politico, è saltato al primo problema reale e alla prima incursione dei media. Nessuno imputa ai cinque stelle la coerenza morale anzi, è servita per mandare a casa un pò di ceto politico parassitario, il problema è l’assenza di un progetto materiale. Recentemente un membro del direttorio, del quale è perlomeno lecito aspettarsi un peso nel movimento 5 stelle, ha tirato fuori un ordine del giorno economico di conclamato surrealismo. Passi, per modo di dire, la sua proposta di referendum consultivo sull’euro, giusto per pensare un gioco utile a farsi impallinare dalla speculazione finanziaria globale in un modo più festoso di quello fatto dagli Hedge Fund durante la Brexit. Ma quella, sempre dello stesso membro, di uscire dall’euro e, allo stesso tempo, chiedere gli eurobond per mutualizzare il debito pubblico italiano, e sterilizzarne la portata, è di un surrealismo che, nel parlamento italiano, mancava. Pensare di far saltare l’architettura dell’euro, facendo fare un bel botto ai mercati e alla Germania, e poi farsi pagare dai tedeschi il debito pubblico italiano in effetti è qualcosa di spettacolarmente ardito. Praticabile in un gioco di ruolo su tablet o pc, naturalmente.

Certo, battute a parte, ci sono diversi momenti nel movimento 5 stelle che non trovano coerenza non certo morale ma politica, materiale. C’è stata la capacità di Grillo, e di gruppi di militanti dal basso, di attivare immaginario e pratiche eque e solidali, c’è stato l’aziendalismo di Casaleggio, anche nel senso di coltivazione di immaginario e pratiche di Pmi. Ci sono pulsioni da costuzionalismo popolare e di sinistra della “difesa dei diritti”. E tentativi di farsi carico del debito pubblico in senso tecnico, magari mettendo in conto forti tagli. In qualche modo questo aggregato di valori e pratiche oggi non sta più insieme. O meglio, non sta insieme, come vediamo, come teoria e strumento di governo. Perché c’è un equivoco di fondo. Questo non è un paese, come ha detto un altro membro del direttorio, che “bisogna far tornare normale, facendo funzionare le cose”. Questo è un paese che non tornerà mai più alla nomalità immaginata, e che deve attraversare molti, innovativi, cambiamenti prima di trovare un new normal che tenga. E le cose, oggi, se funzionano sono fatte per mettere in difficoltà la coerenza morale del movimento 5 stelle.

Il terzo elemento di analisi marxiano, dopo l’esplosione del debito e le messa in concorrenza tra ceti politici per il suo governo, è un’altra questione che il movimento 5 stelle si trova ad affrontare. Il rapporto tra istituzioni ed evoluzioni dell’economia. In questo senso le istituzioni locali si trovano, di per sé, ad un bivio piuttosto doloroso: da una parte decrescono come peso economico, di potere, dall’altra sono essenziali per lo sviluppo di un’economia che ha importanti ricadute nella dimensione locale e anche in quella ambientale. L’economia dello smaltimento dei rifiuti è uno di questi settori che, nella sua evoluzione, incide sulle mutazioni dei meccanismi amministrativi ed istituzionali. Tanto più infatti si è privatizzata, tanto più le istituzioni locali hanno dovuto adattare la propria forma di governo alle privatizzazioni, alla finanziarizzazione, alla globalizzazione. Ora non ha, almeno per chi guarda dall’esterno, importanza cartografare al millimetro la geopolitica dello scontro, spettacolarizzato sui media, tra direttorio 5 stelle nazionale, direttorio romano, sindaco e leader del movimento. E’ importante invece vedere come la sostanza dello scontro –ad esempio sulle competenze tra assessore alle partecipate e assessore al’ambiente tocchi proprio la gestione dell’economia dello smaltimento dei rifiuti. E quindi un’economia reale, si è calcolato che questa economia fatturi un miliardo di euro l’anno in area romana, e un tessuto delicatissimo di legami e trasformazioni che passano tra economia (in questo caso dei rifiuti) e mutazioni istituzionali (che, sempre in questo caso, investono le trasformazioni della PA tramite la legge Madia e non solo).

Non stupisce quindi che lo scontro, all’interno del movimento 5 stelle, sia passato dall’economia dei rifiuti, che rappresenta un nesso delicato economia-amministrazione, che sia dovuto ad un assetto organizzativo interno di M5S ancora molto acerbo per questo genere di problemi e che, last but not least, viva sullo scenario del grande debito della capitale. Certo più i problemi si personalizzano, più rivestono il volto di persone in carne ed ossa, meno si risolvono. Qui non ci sono tanto, o solo, errori personali, rapporti nervosi tra cerchie di persone differenti all’interno dello stesso cartello elettorale. Qui ci sono questioni strutturali, tipiche non tanto di questo paese ma delle economie finanziarizzate, che sono state viste, forse per la prima volta da questo movimento, ben in faccia: esplosione del debito nelle istituzioni, concorrenza tra ceti politici per il suo governo (e l’attacco dei media al movimento 5 stelle si spiega anche con il fatto che chi concorre, contro di loro, per il potere, ha il favore del mainstream), problema del governo delle mutazioni che i nessi economici impongono alle istituzioni. Marx puro, si direbbe, mettendosi a leggere La guerra civile in Francia.

Il rischio che oggi corre il movimento cinque stelle, se non si struttura all’altezza delle sfide complesse delle nostre società, è quello di fare un pò la Lega (cavalcando spinte umorali, è un metodo che ha portato Salvini dal tre al 15 per cento) un pò Monti (la Raggi che intima ai partiti di stare lontano dalla giunta, oltre a seguire un ormai vecchio adagio, rappresenta un’autostrada verso la concezione dei “tecnici che tagliano il debito su criteri oggettivi”). Il rischio però, quando si è al governo, è che un elemento entri in conflitto con l’altro. All’opposizione tutto si può sovrapporre e confondere alimentando, anche in modo paradossale, la spinta alla conquista del palazzo. Dal giorno dopo l’entrata nel palazzo, le formule del consenso del giorno precedente possano diventare velenose, rendendo l’aria irrespirabile in poco tempo.

In questo senso, l’esperienza livornese, che pure ha avuto attenzione seria da Roma, non ha ancora insegnato tutto al movimento 5 stelle. Curiosamente, verso il movimento 5 stelle, ha speso parole di saggezza Il Messaggero, giornale di incrocio tra mattone, ceto politico e pressione mediatica delle lobby: “nessun movimento politico che si ritenga e proclami autosufficiente e lontano da contagi può farcela, tagliando ogni legame con la parte migliore della società civile. [..]. Gramsci nel secolo scorso diceva che per avere successo in politica bisogna conquistare le casematte del sapere. Frase profetica e illuminante che fece il successo del Pci nel dopoguerra”. C’è un modo di destra e uno di sinistra per rispondere all’esortazione del Messaggero. Il modo di destra è quello di prender sul serio le parole di quella testata. In quel lessico, parlare di società civile, di Gramsci, stravolgendo il significato dei concetti usati, significa concertazione tra ceti dirigenti. Grandi parole, per riproporre la solita vampirizzazione delle risorse della società. Il modo di sinistra non è certo quello dei direttori, tra l’altro il direttorio rappresenta la fase di declino della rivoluzione francese quindi il concetto è quantomento malaugurante, ma quello di una solida apertura alla società e alle sue casematte del sapere. Qualcosa di molto diverso dal prendere decisioni una chat di Whatsup, per intenderci, in un paese che ha bisogno di far valere, di nuovo, il peso della decisione collettiva in un epoca molto controversa.

Di fronte a trasformazioni epocali o destra, o sinistra: tertium non datur, insomma. Magari in forme nuove e quello è il bello dei processi storici. La politica impone pero’ sempre scelte dolorose. E per queste scelte un autore, come Marx, spesso erroneamente rappresentato come manicheo, una strada, almeno per l’analisi, ce la fornisce.

Per Senza Soste, nique la police

9 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Settembre 2016 17:13

Livorno capitale?

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profughi protesta livornoRiguardo alla protesta dei profughi del Centro Sant’Anna di Livorno, riteniamo necessario spiegare cosa è successo ed analizzare come i quotidiani locali stanno affrontando questa situazione.

Partiamo da una premessa: la Prefetta uscente Tiziana Costantino, colei che rappresenta sul territorio il Governo di Matteo Renzi, ha il compito della gestione dei migranti in città. Da quando è arrivata, la Costantino ha iniziato una guerra più o meno sotterranea contro il governo della città e contro gli sfrattati, tanto che siamo una delle poche città della Toscana nella quale nonostante il grande problema abitativo, non è stato imposto dalla prefetta il blocco degli sfratti (se non per pochi mesi nell'estate 2015). Ultimamente la Costantino aveva anche imposto all’ufficio anagrafe di non dare più le residenze di soccorso, cioè quel sistema per cui una persona sfrattata che non ha residenza può comunque mandare i figli a scuola, ricevere assistenza sanitaria o fare semplici operazioni come riscuotere una pensione. Ma forse il pensiero della prefetta era che, se non si danno questi servizi, magari questi poveri se ne sarebbero andati via o sarebbero spariti magicamente. Da pochi giorni la Costantino è stata nominata prefetto di Bergamo e vedremo le scelte della nuova prefetta Anna Maria Manzone, ex prefetto di Grosseto.

Foto da http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/16_settembre_05/livorno-rivolta-centro-d-accoglienza-profughi-bloccano-strada-56003444-738f-11e6-8697-4ca4df3f7e63.shtml

Detto questo, la situazione dei profughi è stata gestita in maniera assurda ed il fatto che ASA abbia staccato l'acqua alla struttura che li ospita è solo la punta dell'iceberg di una situazione paradossale. Nessun contatto o confronto né con l’amministrazione, né tantomeno con le associazioni di volontariato che potevano tamponare le emergenze o dare preziosi consigli su una graduale integrazione. I profughi sono stati messi in strutture spesso fatiscenti o comunque arrangiate per l’accoglienza. Questo è stato già il primo errore su come NON si gestisce una situazione simile.

A giugno 2014 la Prefettura ha emesso un bando di gara per associazioni che si sarebbero dovute occupare dell’accoglienza e di trovare una struttura dove ospitare i migranti e, per questi servizi che elenchiamo, venivano stanziati per le cooperative/associazioni vincitrici del bando, fino a un massimo di 35 euro al giorno per ogni profugo. Questi soldi provenivano dal Fondo Europeo per i Rifugiati (fino al 2013) poi sostituito fino al 2020 dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione il cui erogatore è sempre la Commissione Europea. Secondo i dati del 2013, i fondi europei utilizzati dal nostro Paese non superano il 40% del totale a disposizione. Dal 2007 al 2013 l’Italia ha speso meno di 20 miliardi di euro, cioè soltanto il 40% dei 49,5 miliardi previsti dal fondo europeo. Il nostro paese contribuisce, dando soldi all’Europa, per creare questi fondi, ma poi non approfitta del loro stanziamento perché non presenta bandi. Per chiarire inoltre va specificato che i soldi sono divisi per settore, i soldi che l’Europa destina ai profughi non possono essere spesi in altri campi.

I 35 euro totali di cui parlavamo, la cooperativa/associazione vincitrice del bando, deve utilizzarli per: vitto, gestione amministrativa, mediazione linguistica, assistenza alla formulazione della domanda di rifugiato, servizio di pulizia e per l’igiene, 2,50 euro al giorno, una prepagata telefonica dell’ammontare di 15 euro all’arrivo in città.

L’importo complessivo massimo del bando, previsto da marzo a dicembre 2014, era di 840.000 euro (anche il bando 2015 specifica che è valido dal 1/4/2015 al 31/12/2015, non si capisce se dall’inizio dell’anno fino a fine marzo valga il rinnovo del precedente o ci sia un limbo legislativo, il bando 2016 ad esempio dice di essere valido dal 1/4/2016 al 31/12/2016). Nel bando 2014 non viene citato in nessun modo l’art. 84 comma 2 del D. Lgs. 159/2011 e cioè la comunicazione antimafia, e nemmeno il decreto nel suo complesso è mai tirato in ballo. In pratica non c’era nessun controllo antimafia in questo appalto. Nei bandi 2015 (sez 8A) e in quello del 2016 (sez 8A) evidentemente la Prefettura si deve essere ricordata che forse qualche rischio di infiltrazione avrebbe potuto esserci ed ha aggiunto l’obbligo delle certificazioni antimafia (D. Lgs. 159/2011).

Nel bando di quest’anno per le cooperative/associazioni aggiudicatarie è previsto che debbano fornire i seguenti servizi per i quali ricevono fondi pubblici europei: gestione amministrativa (registrazione e funzionalità degli impianti della struttura ecc.), assistenza generica alla persona (orientamento sulle regole e comportamenti nella struttura, lavanderia ecc.), pulizia e igiene ambientale (disinfestazione e pulizia dei locali ecc.), erogazione pasti, beni (sapone, shampoo, letti ecc.), integrazione (almeno 6 ore settimanali di italiano, un mediatore culturale, due vestiti per l’estate e due per l’inverno). L’importo massimo stanziato indicativamente per il 2016 è di 10.309.200,00 di euro (per il 2015 era di 3.083.437,50 di euro) e questi soldi ricadono dunque a pioggia alle varie associazioni e al loro personale e ai gestori dei locali/alberghi ecc.

Nel bando si specifica chiaramente inoltre che: Tutte le utenze e i costi di gestione e d’uso delle strutture, compreso gli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria sono totalmente a carico dell’operatore economico.

Questa la graduatoria finale del 2015 e questa quella del 2016. Il Tirreno, ma risulta anche a noi, ha scritto che la gestione del centro Sant’Anna era affidato alla Cooperativa InOpera, eppure nella graduatoria dei bandi 2016 questa cooperativa non c’è, come se non avesse neanche partecipato al bando. E allora se il bando 2015 (dove invece InOpera è arrivata seconda) scadeva il 31 dicembre 2015, come è possibile che a settembre 2016 fosse ancora a capo della gestione di un centro per rifugiati? Probabilmente si trattava di una proroga. Come ha fatto la Cooperativa InOpera a ricevere dalla Prefettura l’ok per partecipare al bando se nel 2015 si richiedevano le certificazioni antimafia e la Cooperativa è nel giro dell’indagine su Mafia Capitale? Guardate questo Video e SOPRATTUTTO QUESTO sulla gestione dei Rom da parte della cooperativa InOpera, guardate in quali condizioni venivano tenuti gli “ospiti”. Già in questo articolo o questo del 2015 l’Autorità Nazionale AntiCorruzione si era occupata di questa cooperativa o anche in questo. Ma anche in questo articolo del Fatto Quotidiano del novembre 2015 si legge:

La gestione del Centro, nato con carattere temporaneo, viene prolungata dal dirigente di turno con ripetuti affidamenti diretti. Il 7 luglio 2015, a seguito di un esposto presentato dall’Associazione 21 luglio, l’Anticorruzione di Raffaele Cantone apre un fascicolo nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla Cooperativa Inopera e contesta al Campidoglio di aver contravvenuto al principio di trasparenza. Quattro mesi dopo, 25 novembre 2015, il Comune di Roma, a seguito di interdittiva antimafia, dispone l’annullamento della convenzione con l’ente gestore.

Perché dal 25 novembre 2015 (anche se si sapeva dall’inizio dell’anno la sua modalità di “gestione” delle strutture) la cooperativa InOpera ha subito a Roma un’interdittiva antimafia e a Livorno il Prefetto non le ha sospeso la gestione dato quanto previsto al punto 8 del bando che recita così: “Possono presentare offerte i soggetti di cui al punto 7), […] purché: non sussistano le cause di decadenza, di sospensione o di divieto di cui all’art.67 del D.Lgs.6/9/2011, n.159 nonche’ le situazioni di cui all’art.84,comma 4 e all’art.91, comma 6 del D.Lgs.6/9/2011, n.159. (Normativa Antimafia)”? Perché a settembre 2016 questa cooperativa gestisce ancora un centro di accoglienza? Perché oltretutto riceve soldi pubblici europei e crea un debito con la società ASA che gestisce l’acqua nella nostra città? Perché le bollette dovranno aumentare, per dare dei soldi a una cooperativa che, probabilmente, non avrebbe dovuto avere un appalto? Dov’era il prefetto? profughi tirrenoprofughi tirreno 2Perché il problema per la stampa locale è la protesta dei profughi? Perché la stampa locale (in questo caso Il Tirreno) sposta l'attenzione cercando reati nel loro operato, ipotizzando che non fosse fatta passare un’ambulanza, cosa smentita da questo video ad esempio? Ci rendiamo conto che è grazie a questa protesta che si scopre che InOpera non paga ASA? Perché i vertici ASA non hanno detto una parola sul fatto che quella cooperativa affidataria di un bando pubblico non pagava? Cosa stava facendo Del Nista mentre tutto ciò accadeva? Ecco, forse queste sono le domande che un giornale dovrebbe fare, non raccontare panzane come il fatto che uno scooterista è andato a denunciare un’aggressione da parte dei profughi e poi smentirsi il giorno dopo dicendo che non è stata presentata nessuna querela.

Invece che soffiare sul fuoco dell’odio sugli ultimi, perché nessuno ha guardato quanti soldi pubblici queste cooperative ricevevano senza poi offrire i servizi per i quali venivano pagate? Perché non c’è stata nessuna inchiesta su qual è il livello in quelle strutture, se sono rispettati i bandi e sono forniti i servizi? E soprattutto visto che il compito degli organi di stampa è quello di informare, ma il controllo spetta a ben altre “istituzioni”, nessuno si è mai accorto di nulla? E inoltre, questa cooperativa non avrà più l’appalto per i motivi sopradescritti, o semplicemente perché, come prevede il bando al punto 2: “La Prefettura/UTG di Livorno (in seguito solo Prefettura), su richiesta del Ministero dell’Interno, in relazione al perdurante straordinario afflusso di cittadini stranieri che interessa l’intero territorio nazionale, intende concludere un accordo quadro ai sensi dell’art. 59, comma 6 e 7 del D.Lgs. 163/2006”? E più specificatamente ecco cosa prevedono i due commi:

6. Gli appalti basati su accordi quadro conclusi con più operatori economici possono essere aggiudicati mediante applicazione delle condizioni stabilite nell'accordo quadro senza nuovo confronto competitivo.

7. Per il caso di cui al comma 6, l'aggiudicazione dell'accordo quadro contiene l'ordine di priorità, privilegiando il criterio della rotazione, per la scelta dell'operatore economico cui affidare il singolo appalto.

Dunque InOpera non c’è più per semplice rotazione, oppure per i suoi “problemi” di gestione precedenti? Risparmiare su servizi previsti dal bando significa non rispettare un contratto e oltretutto risparmiare un bel po' di soldi, altro che 2,50 euro al giorno per i profughi che negli ultimi mesi non li hanno nemmeno visti. Anche il sito QuiLivorno, magari invece di scoprire che ha dei lettori razzisti che coomentano chiedendo lanciafiamme, deportazioni e pulizie etniche, potrebbe fare un’informazione più corretta e riuscire a dare tutti gli elementi utili a capire cosa avviene in città, e cioè ad esempio che quelle persone che hanno protestato, alla fine hanno portato a galla un problema che altrimenti sarebbe stato seppellito con il cambio gestione.

Livorno svegliati, livornesi tutti (indipendentemente da dove siamo nati, perché quello che conta è dove viviamo), apriamo gli occhi. Bisogna smettere di cadere in questa guerra tra poveri mentre dall'alto ci mangiano la pappa in capo.

Un grande uomo diversi anni fa scrisse: “Proletari di tutti i Paesi unitevi…”, cerchiamo di tenerlo bene a mente, perché è solo così che si cambiano i meccanismi e i rapporti di forza rispetto a chi detiene le leve del potere.

Redazione, 6 settembre 2016

Sull'argomento si veda anche: L'accoglienza ai rifugiati nel paese di Totò

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Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Settembre 2016 22:03

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