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EDITORIALI

L'accoglienza ai rifugiati nel paese di Totò

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profughi ciboCosì la stampa del gennaio 2015 dava notizia dello scandalo delle strutture di “accoglienza”: “Quasi trecento rom sono ospitati in condizioni disumane all’interno di una struttura gestita dalla cooperativa sociale “InOpera” a Roma, in un edificio posto vicino al Grande raccordo anulare. Ironicamente il centro si chiama “Best House”, casa migliore, anche se l’alloggio offerto alle persone sgombrate dai campi è tragico. 288 persone di etnia rom, metà bambini, vivono in un edificio degradato, un capannone industriale riadattato, con stanze senza finestre dove dimorano sette persone in media. I bagni sono in comune e non sono praticamente mai puliti, con wc senza chiavi, docce senza protezione e porte sfondate”. (1)

A quanto si legge, nella “Best house” non si poteva cucinare, dopo le 23,00 non si poteva uscire e a nessuno era consentito ricevere visite. “Chi non rispetta le regole è fuori; lo è anche chi denuncia cosa accade all’interno. L’edificio è blindato per evitare di far trapelare al di fuori la condizione di vita di nuclei stipati in “loculi” di 12 mq dove non si respira e l’unica luce che si vede è quella prodotta dai neon” così come fu accertato dal presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi.

Ma solo nel 2014 questa specie di lager “era costato circa 2,8 milioni di euro, pari a una spesa di 650 euro al mese per ogni ospite, mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il Comune aveva speso oltre 150 mila euro. Il 93% delle risorse è stato usato per la sola gestione della struttura mentre nulla è stato destinato all’inclusione sociale. Dei quasi 3 milioni di euro non un centesimo è andato ai rom” (2).

La struttura era nata nell’estate 2012 con una determinazione a firma del dirigente comunale Angelo Scozzafava, implicato nello scandalo Mafia capitale come uno dei referenti di Buzzi e Carminati e accusato di associazione mafiosa e corruzione aggravata (3). Buzzi, lo ricordiamo, in una delle intercettazioni che dettero via l’inchiesta parlava dei rom e degli immigrati come delle “galline dalle uova d’oro”, un affare più lucroso dello spaccio di droga.

Nel giugno del 2015 l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto al Comune di Roma una giustificazione circa i reiterati affidamenti diretti di breve durata alla cooperativa “InOpera” nonché circa la mancanza di una opportuna pubblicazione a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo così al principio di trasparenza». L’ANAC parlava di «un pressoché generalizzato ricorso a procedure sottratte all’evidenza pubblica, in alcuni casi addirittura spregiudicato: un lucido escamotage verso un percorso di distorsioni anche di carattere corruttivo» (4).

Ma non basta: nel febbraio 2016 vengono chiuse su iniziativa dei NAS sette case di accoglienza in Irpinia, alcune delle quali gestite dalla cooperativa “InOpera”, che Repubblica definisce come “coinvolta in Mafia Capitale”. Il quotidiano parla di: “Derrate alimentari in condizioni di pessima conservazione; ambienti con seri problemi strutturali e di sicurezza; carenze anche vistose dal punto di vista igienico-sanitario: questa la situazione che i carabinieri dei Nas di Salerno, insieme ai militari delle Compagnie di Avellino e Baiano hanno riscontrato nel blitz, scattato in mattinata, che ha portato al sequestro di sette centri che in provincia di Avellino ospitano gli immigrati richiedenti asilo. L'inchiesta, coordinata dalla procura del capoluogo irpino, ha fatto anche emergere gravi inadempienze dei titolari delle cooperative, indagati insieme a fornitori di beni e servizi, rispetto al capitolato d'appalto previsto dalla prefettura di Avellino (5).

La cooperativa “InOpera” ha in appalto la gestione della struttura per i rifugiati nota come Sant’Anna, che si trova in Venezia. Almeno fino ad oggi perchè nei prossimi giorni subentrerà un'altra società. La cooperativa aveva vinto un bando da 840mila euro nell’estate del 2014, superando vari soggetti locali (ARCI, CESDI, Caritas, Misericordia ecc.) che intendevano proporsi come gestori, ma che non avevano una struttura di appoggio. Mentre “InOpera” aveva potuto contare sul Sant’Anna, evidentemente in accordo con gli enti religiosi proprietari che dunque devono essere chiamati anche loro a rispondere di quanto sta accadendo. “Vergognoso arricchirsi sui profughi” aveva dichiarato il presidente dell’ARCI.

Quest’oggi, gli ospiti della struttura hanno protestato vibratamente per la mancata corresponsione dei 2,50 euro giornalieri che gli spettano per le piccole spese quotidiane: gli unici soldi che vanno a loro dei famosi 35-40 euro al giorno che tanto scandalizzano i leghisti e compagnia cantante. Una sottrazione che avviene da così tanto tempo che il credito di ognuno è ormai arrivato oltre i cento euro. Ma c’era anche un altro motivo della protesta: il fatto che l’acqua è stata staccata perché il gestore non ha pagato neanche la bolletta. A Livorno forse qualcuno non c’è abituato, tanto è vero che nessuno ha aperto bocca quando la città è rimasta a secco qualche anno fa.

Ma comunque, il succo è che quei famosi 35-40 euro non vanno agli immigrati, ma a cooperative di italiani che il più delle volte se li mettono in tasca senza neanche provvedere alle spese per l’ordinaria amministrazione delle strutture.

Non è stato un fulmine a ciel sereno, perché proteste dello stesso tenore erano state inscenate dagli ospiti della stessa struttura già in passato. Ma né queste proteste, né le preoccupanti notizie che abbiamo riportato, avevano finora portato alla revoca da parte delle prefettura dell’incarico alla cooperativa romana.

Una brutta storia, che fa emergere tutta l’inadeguatezza del sistema di accoglienza ai profughi e richiedenti asilo messo in piedi dal governo e dalle prefetture. Le persone vengono inviate nelle varie destinazioni senza alcuna consultazione con le comunità locali, senza concordare le sedi delle strutture di accoglienza, senza neanche dare modo all’associazionismo o ai servizi socio-sanitari di predisporre un’assistenza adeguata.

E spesso, come nel caso del Sant’Anna, sul territorio non resta neanche una parte dei fondi governativi per l’emergenza.

Le strutture spesso vengono ricavate da vecchi alberghi in disuso, che società di comodo trasformano frettolosamente da ruderi fatiscenti in case “di accoglienza”. Alcune di queste, a quanto ci risulta, non hanno neanche il riscaldamento e ci sarà da vedere cosa succederà ai primi freddi invernali. Altrove non c’è la rete e per chi ha solo il telefono per rimanere in contatto con la famiglia non è per niente un lusso come per i maniaci dei selfie.

Ma non è soltanto un problema di strutture: i richiedenti asilo non possono lavorare, e di conseguenza vengono trattati da vagabondi. Se lavorassero, direbbero che rubano il lavoro agli italiani. Nessuno li vuole ma il paradosso è che neppure loro vogliono stare qua: per loro l’Italia è solo un ponte per arrivare in Europa, in Germania, in Francia, destinazioni sempre più comuni anche per i giovani italiani. Tutti se ne vogliono andare, tanto è vero che nelle ultime statistiche il flusso degli immigrati, fra ingressi e uscite, si è praticamente ridotto a zero. Ma nell’incredibile dibattito politico del paese di Totò, accade di sentir parlare 23 ore al giorno dell’emergenza immigrazione.

E non c’è canale televisivo che ad ogni notizia sull’immigrazione non aggiunga l’opinione di Salvini, come se fosse chissà quale antropologo o sociologo. In pratica gli stessi media che da una parte si dichiarano a favore dell’accoglienza hanno pensato bene di sfruttare la situazione per creare un’opinione pubblica xenofoba e far dimenticare i problemi reali che stanno alla base anche di questo fenomeno. Compreso il fatto che i bilanci degli stati sono quotidiatamente tagliati per scuola, sanità e assistenza, e quindi anche quelli per l'integrazione lasciando il tutto al caso.

E la questione dei rifugiati rischia di diventare davvero ingestibile: se continua la strategia del “caos controllato” (ma neanche tanto controllato) in Medio Oriente e la distruzione dell’ambiente con la creazione di centinaia di milioni di “rifugiati climatici”, il flusso dei profughi potrebbe stabilizzarsi su livelli molto alti e provocare un terremoto sociale e politico in Europa, dove il peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari potrebbe innescare (e in parte lo sta già facendo) un processo di individuazione di un capro espiatorio e di fascistizzazione di massa. Perchè è chiaro che oggi il tema dell'immigrazione è il miglior scudo per un sistema che è ormai un malato terminale, ma che grazie a questo scudo concentra rabbia e sfoghi di una parte di popolazione che non protesta mai per nulla, come da tradizione di una buona parte di abitanti di questa penisola.

Noi lo abbiamo scritto ormai molto tempo fa: non crediamo sia una soluzione trasferire tutti gli abitanti della Siria o dell’Iraq in Norvegia o in Irlanda. La soluzione è la fine della politica neocolonialista di rapina delle risorse naturali e un grande piano per il sud del mondo che porterebbe reddito e benessere sia ai paesi ricchi che a quelli poveri. Il resto sono chiacchiere da bar.

redazione, 5 settembre 2016

NOTE

(1) Fonte: www.gadlerner.it, 27.01.2015

(2) (3) Fonte: Il Fatto Quotidiano 29.11.2015

(4) http://www.21luglio.org/tag/inopera

(5) Repubblica.it, 13 febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Settembre 2016 22:21

Finanziare il benessere di tutti con l’euro?

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Mentre la BCE concede privilegi finanziari ad apparati statali e banche, le famiglie scivolano nel baratro della povertà

euro stampatiAssistiamo quotidianamente a tentativi di salvare lo Stato sovrano da parte della Banca d’Italia: acquisto di buoni ordinari del tesoro con i soldi presi dalla “stamperia”. Insieme ai tentativi di salvare le banche italiane colpite dai non rientri relativi ai prestiti (i c.d. not performing loans) che non vengono né verranno ripagati, con l’assistenza del Fondo Atlante 2 (4,25 mld di € sostenuto da istituti bancari per 3 mld, Cassa depositi e Prestiti per 250 mln, Fondazioni Bancarie 500 mln e Assicurazioni e Enti Previdenziali altri 250 mln) che promette un 6% di rendimento atteso a coloro che vogliano finanziarlo. Nonostante la propaganda politica di questo buffo ma preoccupante regime di governance europea c’è anche nel mondo della finanza coordinata, nel nostro caso dalla politica italiana, chi non si fida più. Diversi fondi pensionistici di alcune corporazioni professionali ma anche interne allo Stato come i forestali si sono tirati indietro poiché timorosi dell’intera operazione. Per questo il Fondo Atlante 2 incontra delle difficoltà anche se vitale per Mps ed altre banche nazionali, si consideri per avere un’idea che la quota dei prestiti che non troveranno successo ammonta in Italia al 17% dell’intero massa di capitale in gioco.

Al di la delle promesse dei rendimenti attesi come anche della vendita certa dei titoli di Stato con rendimenti negativi (!?), coperti appunto dalla banca centrale a tutti è comprensibile che è il motore a non funzionare più e tutti i tentativi di manovre monetarie hanno abbastanza fallito non smuovendo niente di particolarmente innovativo sia sul piano economico che sociale. Sarebbe opportuno che la Commissione Europea con i suoi geni iniziasse a rendicontare anziché restare in silenzio aspettando che sempre una maggior quantità di popolazione europea torni ad innamorarsi di derive nazionaliste fuori dal tempo e guerrafondaie. Sarebbe proprio opportuno andare oltre il proposito del PSPP* (pubblic sector purchase programm) che prevede fino al 2017 una serie di acquisti di azioni relative a imprese in difficoltà (prima bancarie ma anche energia e simili), su tutto il territorio europeo quindi un altro tentativo tampone.

La strategia comunitaria si fonda sui due pilastri fondamentali: l’analisi economica e l’analisi monetaria. Però la reale attenzione è orientata verso la gestione del rischio e alla stabilità dei prezzi per cui sembra evidente che la “regolazione” sia economica che finanziaria continui ad essere il compito istituzionale più importante. Il problema è come la regolazione avviene rispetto a quali mercati e secondo quali orientamenti di sviluppo? Continua ad esser questa la cosa nascosta e difficile da comprendere e continua ad esser questa l’occupazione dei tecnocrati di cui non conosciamo praticamente nulla.

organigramma economic committee

Eccoli qui “i super eroi della Marvel” per l’Europa.

Tutti questi signori, i cui curriculum sono legati veramente alla vecchia e stantia politica della moderazione democristiana europea, dovrebbero sviluppare politiche innovative per l’economia reale che si coordinino con il mondo della finanza. Sono loro che dovrebbero gestire insieme alla BCE il rischio sistemico, quella componente relativa alla conduzione delle aziende sia nel settore privato che alla gestione di bilancio degli Stati Sovrani , interpretando allo stesso tempo il destino dell’economia comunitaria nel contesto mondiale. Quindi andare a fondo nella comprensione della crisi ci fa capire le cause e sembrerebbe accettata la ricostruzione storica del 2007 dell’ eccesso di liquidità e crollo dei prezzi di mercato dove nell’economia reale la caduta della domanda è stata senza precedenti rispetto anche a tutta l’offerta in eccesso proveniente dalle produzioni localizzate in Asia.

Il mondo si è inceppato? Forse è proprio questa la parola giusta e la fiducia nell’altro sta scomparendo a livello sociale, la fase del sospetto sta prendendo il sopravvento e la guerra che per molti è divenuta la realtà si sta estendendo sempre di più.

Quali soluzioni sono proposte dal sistema politico? Da tutta quella gente che anima commissioni e parlamenti di istituzioni comunitarie o internazionali?

Non sembrano esserci nuovi approcci che ridimensionino monetarismo e produzione sempre maggiore di beni dando speranza a chi si trova senza più nulla. Come reazione a questi problemi si pensa a chiudersi nell’illusione di potersi salvare materialmente e come identità culturale. Tutti infatti vorrebbero salvarsi chiudendo i confini e all’occorrenza sparando. L’Australia in testa con i suoi 23 milioni di persone su un territorio di quasi 7.703.429 kmq contro la Cina con 9.579.000 kmq per 1,3 miliardi di persone. In un contesto del genere l’Australia meriterebbe di essere invasa.

Nel mentre è necessario trovare soluzioni per non continuare una deriva verso l’impoverimento generalizzato, insistendo su tentativi che già non hanno dato risultati, come appunto le manovre monetarie della Bce e l’illusorio Piano Juncker per l’economia reale.

La prima domanda da farsi è: di cosa abbiamo bisogno?

La domanda implica una valutazione in ambito sociale legata al benessere delle persone, del vivere in Europa nel nostro caso. Lasciare sacche di disoccupazione dove non esiste neanche più un lavoro nero per la sopravvivenza crea situazioni di pericolo perché la povertà specialmente dopo aver provato il benessere genera cattiveria verso tutti.

Continuare a non promuovere passaggi importanti verso l’economia verde sembra sempre di più un paradosso.

Pensare di lasciare gran parte del territorio in abbandono e sotto la pressione nociva di inquinanti è un crimine protratto nel tempo.

Nell’eccesso di liquidità i soldi ci sono e se si stampano per salvare banche e comprare titoli di Stato per finanziare un apparato che attualmente è fuori dal tempo se non altro per le remunerazioni relative ai vecchi contratti nella Pubblica Amministrazione, allora perché non devolvere masse monetarie per curare dei passaggi importanti nell’economia reale verso stati di benessere superiore?

Se si parla di rischio nel mondo della finanza e si sono creati dei dispositivi di garanzia contro i fallimenti bancari, Basilea 1/2/3, perché non è possibile guardare oltre lo steccato di un approccio che mostra tutta la sua fatiscenza e valutare i rischi reali di una mancata emancipazione?

L’emancipazione determina l’economia sana e con il bagaglio conoscitivo che ci siamo fatti in ogni settore il passaggio verso il benessere generalizzato è più vicino di quanto si pensi.

Con Basilea 3 i banchieri si son detti: non diamo più il coefficiente 100% ai prestiti verso le aziende private perché non sono tutte uguali, rivediamo anche i prestiti ai paesi Ocse con lo 0% di rischio visto che ci sarebbe anche la Turchia e che lo 0% non merita di certo. Hanno capito, senza dirlo, che le posizioni standard del capitalismo monetarista sono senza senso per cui hanno modificato l’impostazione seppur con un marcato ritardo.

A questo punto la pretesa, la rivendicazione politica da portare avanti è legare le coperture finanziarie per mano delle banche centrali in progetti pubblici e iniziative di produzione di aziende private che vadano nella direzione del miglioramento della qualità della vita. Ne conseguirebbe una nuova ondata di domanda pubblica che le politiche di austerità hanno cancellato completamente.

Per fare esempi concreti sto indicando nuove forme di depurazione e gestione dei rifiuti, sitemi idrici di distribuzione di acque sempre migliori, bonifiche in generale, mobilità urbane, infrastrutturazioni non pesanti e non legate ad interessi particolari, redditi di cittadinanza, agricoltura e pesca in ambienti sempre più curati e tutelati etc. etc.

I rischi di una nuova inflazione sono ridotti principalmente per un motivo che è legato all’enorme massa valutaria denominata in €. Abbiamo uno strumento che finalmente qualche vantaggio ce lo potrebbe iniziare a dare: la consistenza dell’EURO, una massa di moneta così grande che cresce mediamente del 4,5% l’anno tale da sostenere una maggior domanda proveniente redditi e relative rivalutazioni reali legati a nuovi posti di lavoro. La massa monetaria M3 denominata in € è andata nelle mani della finanza anziché in quelle della gente e delle aziende artigiane e PMI. La contesa politica sta proprio come redistribuire questa massa monetaria.

Politica di sinistra cosa stai aspettando? Se sarà il caso del PSPP la rivendicazione politica da fare è che abbia un efficacia migliorativa per tutti e per la qualità della vita di tutti e non contribuisca a creare bolle speculative come è accaduto fino ad oggi.

Per Senza Soste, Jack RR

5 settembre 2016

* si veda sul web https://www.bancaditalia.it/compiti/polmon-garanzie/pspp/index.html e la specifica https://www.bancaditalia.it/media/comunicati/documenti/2015-01/cs-110515.pdf per una miglior comprensione dell’intera operazione proposta dalla BCE.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Settembre 2016 19:46

De Magistris a Livorno: "Coraggio e partecipazione popolare"

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de mag 1Diciamocela tutta: Luigi De Magistris ha una carica e una vitalità di quelle vere, contagiose, che sanno farsi apprezzare. E magari anche perdonare qualche risposta un po' generica alle domande che sono venute fuori all’iniziativa del 30 agosto promossa da Buongiorno Livorno. Perché in effetti De Magistris un vero, grande regalo a Livorno l’ha fatto: ha portato vivacità ed entusiasmo ad un dibattito politico cittadino, ormai annichilito dal dopo elezioni 2014. Livorno, infatti, di fronte all’appuntamento più importante della sua storia recente (la fine di una era di governo ormai logora) ha finora risposto avvitandosi su se stessa. In polemiche, eccezioni di forma, carte bollate, dichiarazioni di amministratori, revisori dei conti, tribunali, giornalisti, dirigenti, consigli comunali bloccati o blindati a seconda della contingenza politica. E, in questo contesto è imploso il rapporto tra politica e governance territoriale, risolvendosi in una miriade di polemiche velenose tra ceti professionali, associazioni, media e amministrazione comunale. Quando, come abbiamo visto recementemente con la vicenda delle rivelazioni sul piano industriale Aamps, non emergono veri e propri veleni di palazzo.

Con De Magistris, Livorno si è ritrovata ad essere se stessa: cercare di essere protagonista dal basso, dove la dimensione assembleare e sociale assume un ruolo essenziale nelle forme di governo. Tutto il contrario del metodo renziano, dove i notabili voglio decidere mentre i media li difendono, ma anche di quello grillino, dove gruppi ristretti provano a decidere, polemizzando tra loro, mentre infuriano i post su Facebook. De Magistris, talvolta con eccesso di retorica, ha gettato un po' di acqua fresca affinché la sinistra cittadina ritrovi se stessa raccontando come nel momento più difficile del suo primo mandato, mentre tutti i poteri forti chiedevano le sue dimissioni, lui abbia scelto di fare il sindaco di strada, girando per i quartieri e prendendosi anche critiche e contestazioni. Ma i napoletani alla fine lo hanno sostenuto. A tratti De Magistris ha raccontato di una Napoli come quello che avrebbe dovuto essere Livorno dopo la sconfitta del centrosinistra: un luogo dove, rotto un metodo di governo ormai logoro, la centralità doveva essere assegnata alla mobilitazione popolare. E uno sguardo a quello che può essere in futuro se si sa lavorare, se la retorica lascia spazio alla concretezza ma anche alla capacità di sapersi mobilitare per il futuro di una città che si sta giocando la sopravvivenza. Durante tutto il suo intervento, infatti, De Magistris non ha mai mancato di ricordare come a suo avviso comitati, occupazioni pubbliche e mobilitazioni dal basso siano il sale del cambiamento napoletano e per certi versi anche la forza della sua affermazione. Così come tutto il suo primo intervento è scorso all'interno del concetto di legalità e illegalità dentro il quadro costituzionale: "È più illegale a livello costituzionale rispondere ad un diritto e una necessità come la casa occupando luoghi abbandonati o in mano a malavita e speculazione, oppure avere 10 case e tenerne 8 sfitte?". La risposta nel suo ragionamento è apparsa chiara per tutti. Non per nulla il filo rosso della serata tra Costituzione e protagonismo popolare si riassumeva nello slogan "La sovranità appartiene al popolo" che campeggiava dietro il tavolo dei relatori e sulle magliette di molti presenti.

de mag 2La serata con De Magistris è stata gradevole, con una partecipazione popolare piena, nonostante l’acquazzone che ha costretto, nel pomeriggio, a spostare l’evento da piazza Cavallotti all’ex Circoscrizione 1 in Corea, perdendo un po' di persone che sono passate dalla piazza senza trovare niente. Ma il successo di pubblico c’è stato lo stesso con la Circoscrizione 1 riempitasi ben prima dell'inizio e con molte persone in piedi in sala e sul marciapiede adiacente. La serata si è svolta, come può capitare proprio sulle ali dell’entusiasmo, facendo saltare lo schema precostituito di discussione ma sostanzialmente su una serie di temi ben precisi: casa, beni comuni, rifiuti, difesa della Costituzione. Presenti i compagni dell’Ex Opg di Napoli, e fa un certo effetto vedere il sindaco di una delle più importanti metropoli del mediterraneo trovarsi a discutere, senza rete e senza inciuci, con i collettivi autogestiti di casa propria davanti ai livornesi e alle forze politiche locali.

C’era attenzione a cosa accade a Napoli, curiosità politica, non eccitazione da divismo per il personaggio televisivo. Certo, la politica è fatta di proposte strutturate che reggono e, se non ci sono quelle, l’entusiasmo può anche durare poco o non portare da nessuna parte. E, se Livorno deve trovare la propria strada, Napoli invece deve continuare. Lo stesso De Magistris, alla fine, lo ha detto chiaro: la metropoli campana non può andare avanti, nonostante una amministrazione migliore rispetto al passato, a zero euro. Nonostante abbia rivendicato di aver tagliato sprechi, rami secchi, reinternalizzato una serie di appalti e tolto alcuni interessi di mano alla criminalità organizzata (settore rifiuti in primis), ha detto chiaramente che servono investimenti pubblici e serve autonomia reale per le città. Il punto, che vale per entrambe le città, è questo: si può provare a risolvere i problemi, che sono sistemici, coinvolgendo sul serio la popolazione. Cercando di uscirci tutti assieme. Oppure ci si può rinchiudere nei cda, o nelle cerchie di Whatsapp, blindandosi dal resto del mondo. La prima opzione è quella che è stata, di nuovo, apprezzata a Livorno. La seconda, alla fine perdente, la lasciamo ai partiti intossicati dallo spettacolo istituzionale.

Non è certo mancata qualche spigolatura. De Magistris, che non era certo a Livorno in visita privata, non ci risulta abbia ricevuto alcun saluto istituzionale. Oltretutto alcune forze politiche, che con De Magistris governano a Napoli, non hanno, come dire, sentito il piacere neanche di mandare una lettera o un contatto di benvenuto, probabilmente sentendo aria di "derby". La stampa più istituzionale ha compresso quanto possibile l’evento. Ci vorrebbe maggiore maturità nelle relazioni politiche cittadine. Buono e obiettivo invece il servizio di Telegranducato, a dimostrazione che i media possono vedere e rappresentare senza tensioni o alimentando polemiche. Già, perché oggi la misura dei media è quella della polemica. Se fai polemica, anche se non esisti politicamente, trovi spazio. E il nanismo politico, infatti, si reitera.

La cosa imporante però è il domani. Serate come quella del 30 possono riportare la città di fronte ai suoi problemi veri, per affrontarli. Il resto è infantilismo su Twitter, carte bollate o sedicenti superdocumenti caricati su Facebook, veleni, polemiche e trame di un palazzo sinistrato. Una miseria che, comunque vada, a Livorno non ha futuro. I problemi veri o li guarda bene in faccia un certo tipo di politica, oppure non li guarda nessuno.

redazione, 2 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Settembre 2016 17:05

AC Pisa 1909, l’ultima vittima dell’intreccio tra calcio e finanza

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calcio truccatoQualche giorno fa il Financial Times, per capire bene lo stato di salute del settore, ha fatto uscire un articolo sulll’ondata di investimenti di fondi cinesi nella Premier League, il massimo campionato inglese di calcio. La preoccupazione del quotidiano finanziario, che da tempo ha certificato la qualità degli investimenti cinesi nel calcio giovanile in casa e nelle serie maggiori in patria e all’estero, era quella di far capire che la maggior parte dei flussi di capitale che arrivano da Pechino in Gran Bretagna sono di qualità e destinati ad incidere positivamente nel business e nel calcio inglese. Questo per tutelare Londra, la maggiore piazza dove si tratta valuta cinese dopo la Cina, dalla cattiva immagine di qualche investimento (diciamo) un po' avventuroso, di provenienza Estremo Oriente.

In Italia ne sappiamo qualcosa con il Pavia, prima acquistato dal Pingy Shanghai Investment, poi fallito in un paio d’anni. Diciamo che dalla Cina arrivano entrambe le tipologie esistenti di fondi finanziari dedicati al calcio: quelle interessate ad investire in una valuta estera che non sia il dollaro, differenziando il paniere di investimenti, ad allargare il business e magari fare know-how e quelle, immancabilmente, interessate solo a fare movimenti di cassa tra più società, fatturare all’interno del gruppo, godere di bonus fiscali. Intendiamoci, quest’ultima cosa la fa Apple, figuriamoci chi va all’avventura. Questo fenomeno di finanziarizzazione del calcio non è nuovo. Ma, ogni volta che presenta i propri aspetti problematici, si manifesta ad ondate diverse. Prima con l’esplosione del valore dei diritti televisivi - trattati, venduti, scambiati da miriadi di società e in portafoglio su tutte le borse mondiali - poi con l’intervento diretto delle banche nel calcio - si pensi alla Liga spagnola che porta il nome di una banca e al rapporto tra istituti bancari e le maggiori squadre del paese - infine con la finanziarizzazione della compravendita dei calciatori. Per non parlare dell’ondata di protagonismo, in pubblicità e sponsorizzazione, dell’industria del betting, le scommesse, che altro non è che finanza ad alto rischio.

Certo dove c’è un Pingy Shanghai Investment all’avventura troviamo una finanziaria di stato, garantita dal governo cinese, che firma un preliminare di acquisto per il Milan; dove ci sono cartellini di giocatori che appartengono a finanziarie artigianali trovi un George Mendes che non sai più se è un broker di alto bordo o un procuratore di star del calcio. Oppure dove ci sono movimenti finanziari - come quelli generati da William Hill - che arricchiscono il calcio, c’è l’industria delle scommesse in nero che lo delegittima e lo impoverisce con le partite truccate in serie. Il punto è che la finanziarizzazione del pallone, in Italia, oltre a contribuire a impoverire il livello del gioco visto che conta più quello di investimento, ha acuito la radicalizzazione dello squilibrio tra squadre di vertice e squadre di città medio-piccole. E le finanziarie che cercano di entrare nelle squadre medio-piccole possono essere sostanzialmente composte non tanto da investitori, attenti alla trimestrale di cassa per soddisfare chi ha investito, ma anche da avventurieri di ogni tipo.

Il caso Parma, acquisito da un gruppo albanese e sostanzialmente collassato dopo quella presidenza, quello del Bari, con l’investitore malese accolto come un eroe in Puglia poi eclissatosi, e tanti altri di piccole società, ci fanno capire i rischi che corre il calcio dei mille campanili: quello di essere un semplice pretesto per società che cercano triangolazioni, fatturazioni, bonus fiscali, trasferimento di denaro, e quindi sparire.

Il caso Pisa ci è sembrato ampiamente all’interno di questo schema, conteso da due soggetti differenti, uno italo-inglese (Britaly Post, per semplificare) e uno italo-arabo (Equitativa, sempre per semplificare). Entrambi, per il tipo di ricerca fatta in rete (tesa a capire le tracce che lascia una società o il suo referente pubblico), non ci convincevano. Nel senso che sembravano il classico soggetto, facente parte di una rete di società o di relazioni, magari più incline a cercare di far fruttare i fondi provenienti dal campionato che a fare un investimento sia economico che sportivo. La città di Pisa, tra questi due soggetti, ha fatto una scelta in questa trattativa e in questa contesa: nettamente a favore del gruppo italo-arabo, appoggiato dall’allenatore della promozione, dai calciatori e dal sindaco. E mica solo a parole: manifestazioni di piazza, assemblee, blocco di una amichevole, blocco della stazione e anche colletta tra imprenditori pisani favorita dal sindaco. Insomma, un tentativo di saldare l’investimento di una finanziaria, proveniente dal Dubai, con energie territoriali e di ogni genere. È andata, finora, in modo diverso: la trattativa per il passaggio dal gruppo italo-inglese a quello italo-arabo, preferito dall’intera città di Pisa, è saltata. Nel frattempo sta saltando però la squadra, senza allenatore e priva di elementi chiave che sono già andati via approfittando della clausola rescissoria, e rischia di saltare anche il campionato. Entro poche settimane, se non pochi giorni a seconda degli orientamenti della federazione, il Pisa rischia di essere radiato dalla serie B. Con la conseguenza dell’ennesima sparizione del sodalizio nerazzuro dal calcio professionistico. Il Pisa, infatti, ha già sperimentato, prima con la fine della storica gestione Anconetani poi col fallimento proprio l’anno del centenario, quanto il calcio assomigli alle peggiore finanza di rischio. Resta in piedi, e qui c’è l’altro lato della storia, la trattativa del gruppo italo-inglese con uno italiano, composto da parenti di esponenti della cordata adesso proprietaria del Pisa e, stando al sito Cascina News, con buone conoscenze in Lega che arriverebbero fino al presidente Abodi. Questo gruppo, che si è formato attorno a Italpol, un’agenzia di vigilanza, è nazionale ma vuol fare quello che fanno le finanziarie: allargare il proprio business in quello di quel mondo fatto di capitali di rischio, ma anche ad alta redditività se ci si sa muovere, che è il calcio. Magari regolando con calma i rapporti, come ricorda la Nazione di Pisa, di credito che ci sono con Britaly.

Certo, acquisire una società di calcio e governarla con un intero territorio contro, e in maniera così esplicita non è cosa facile dato che, specie nel calcio, i rapporti tra territorio e proprietà contano. Il punto è che Pisa si trova a vivere uno degli effetti collaterali del rapporto tra calcio e finanza: l’entrata in affari di gruppi a base estera che intendono capitalizzare le società medio-piccole all’estremo che:

1) o godono il favore del territorio e, per vari motivi sui quali non entriamo, non sono il grado di farlo oppure

2) non godono di questo favore ma sarebbero (all’Italpol è collegata una agenzia di procura calcistica) potenzialmente, e finora solo in astratto, in grado di uscire dall’impasse.

Oltretutto c’è, in questo scenario, l’ennesima crisi di credibilità del calcio italiano. Nel 2015 dopo il caso Parma, una squadra di A mangiata dai debiti come un bue dai piranha, le retoriche del “mai più” si sono sprecate. Nel giro di un anno e mezzo è infatti emerso un caso Pisa. Peggiore del primo perché mentre il Parma, con l’aiuto della federazione, perlomeno il campionato l’ha finito (chiudiamo un occhio sui risultati) il Pisa rischia di non cominciarlo nemmeno. In un altro linguaggio si direbbe che il calcio italiano soffre di una crisi di regolazione, incapace di neutralizzare le criticità e gli scandali. In un altro linguaggio ancora diciamo che, quanto più è debole il movimento sportivo, quanto più questo è subordinato ai flussi dei capitali e alle speculazioni mordi e fuggi, tanto più il calcio è preda di ogni genere di razzie.

In Lega Pro, negli ultimi anni, è accaduto di tutto. Compreso, come da inchieste, il fenomeno delle squadre che si autogestivano i premi, ottenuti con le scommesse clandestine, alterando i risultati della propria squadra. O delle società che scommettevano a Singapore contro loro stesse o sui pareggi concordati. Siamo quindi passati, abbastanza velocemente, dall’epoca di gruppi territoriali, o di interesse nazionale, che investivano nel calcio per motivi di status o di relazioni d’affari, alla presenza di fondi di investimento che hanno altri scopi. Quello di differenziare gli investimenti in valuta, magari diversa dal dollaro o da quella nazionale, nei casi top, e quello di far entrare la società di calcio in un bilancio di gruppo che può anche essere un’avventura, nei casi molto meno top. Il Pisa è incappato in uno di questi casi. L’ultimo solo in ordine di tempo: nonostante le dichiarazioni ufficiali l’intreccio tra calcio e finanza è destinato a fare altre vittime, conosciute e non. Intanto sembra proprio stia toccando al Pisa e nel momento più difficile da digerire: pochi mesi dopo una storica promozione in B.

redazione, 31 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Settembre 2016 16:36

De Magistris: una popolarità post-coloniale

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demagistris piazzaNegli Stati Uniti, paese dove la popolarità viene analizzata come in nessun altro, e da molti più anni rispetto agli altri paesi, c’è un paradosso conosciuto. Paradosso che, secondo diversi analisti, ha significato un vero rompicapo per trent’anni. Si chiama il paradosso di Reagan e si riferisce al periodo in cui l’ex attore di Hollywood era presidente. Il paradosso consisteva nel fatto che Reagan tanto più attivava politiche che non piacevano, alla maggioranza degli americani, tanto più diventava popolare nei sondaggi. E’ accaduto, guardando ai nostri lidi, anche a Berlusconi. Del resto, non è difficile rendersi conto che una maggioranza elettorale spesso non coincide con la maggioranza della popolazione attiva. Ma soprattutto, e queste sono le regole della comunicazione politica, saper valorizzare il personaggio in situazioni controverse aumenta la popolarità di un presidente anche se la maggioranza della popolazione attiva ritiene che questi faccia scelte sbagliate. Del resto, status,prestigio e stima possono essere indipendenti dai comportamenti materiali. Basta che il personaggio si riconosca come tale, sia percepito come originale e positivo. E questo, anche se a sinistra non piace sentirselo dire, è accaduto sia a Reagan che, anni dopo, a Berlusconi.

Luigi De Magistris vive invece un altro paradosso della comunicazione politica, tutto italiano. Quello di essere tanto più popolare, tanto più nascosto dall’agenda politica. Il fatto non si spiega solo con la blindatura dei media più influenti, il cui massimo del brivido consiste oggi nel riportare polemiche infantili da Twitter. E nemmeno solamente con l’esistenza di uno scontro, tra 5 stelle e Pd, che egemonizza la cronaca politica. De Magistris è popolare, entra nel linguaggio mainstream e fa audience sui social media, a prescindere dalla (peraltro noiosissima quanto pericolosa) renzizzazione della tv e dagli infiniti scontri, che audience comunque ne fanno, tra Pd e 5 stelle. Il vero problema, che può benissimo essere superato ma che esiste, è che la popolarità di De Magistris è territorializzata in modo culturalmente scomodo per la politica italiana. Non va sottovalutato il fatto che De Magistris è sindaco di Napoli. Insistere troppo sulla popolarità di De Magistris, oggi appunto sindaco di Napoli, evidenzierebbe quindi un movimento politico che, simbolicamente,andrebbe dal sud va verso il nord. Nella politica italiana si tratterebbe di un vero scandalo per questo, come accade per gli scandali che si vogliono evitare, la popolarità del sindaco di Napoli subisce un processo di, diciamo, neutralizzazione. Durante il fordismo, i movimenti politici ritenuti innovativi in Italia sono nati a Nord per poi espandersi, magari anche velocemente, verso il sud. Anche se il ’68 viene fatto nascere, cronologicamente, con l’occupazione dell’università di Palermo, l’allora predominio culturale è tutto del nord “emancipato”.Se guardiamo a periodi più recenti la politica a sud è stata sinonimo di occupazione del potere. Movimenti come quello di Leoluca Orlando, dei primi anni ’90, per quanto importanti, e nati attorno all’esperienza di governo di Palermo, o dello stesso Vendola che ha avuto la roccaforte in Puglia, non hanno mai toccato la doppia cifra in termini di voti nazionali.

De Magistris esprime quindi una popolarità post-coloniale, che inverte la concezione che vuole i movimenti che innovano a nord per radicarsi anche al sud, che ha dei precedenti, ma che ha toccato grosse vette di attenzione grazie alla sedimentazione della sua immagine della seconda metà degli anni duemila: quella legata alle inchieste da magistrato nei confronti, tra gli altri, di Clemente Mastella e Romano Prodi. Poi dalla sedimentazione di quel periodo, con il passaggio dell’Italia dei Valori, l’esperienza napoletana. Esperienza che è stata un successo politico ma anche la neutralizzazione dell’effetto immagine fuori dai confini locali. Per un motivo ben preciso: De Magistris è uscito dalla prova dell’ordalia del primo mandato da sindaco a Napoli, non è rimasto travolto dalla drammatica complessità della metropoli campana. Al contrario ha invertito il declino in significativi processi territorali nella gestione dei beni pubblici, come l’acqua, nel governo della rete della prima infanzia e nel riuso degli spazi urbani. A quel punto, per i media italiani, e l’occupazione del potere nei media conta addirittura meno della forza degli stereotipi culturali, questa vicenda non poteva che essere occultata: diventava infatti impossibile giocare allo sfascio, alla ennesima rappresentazione della rivoluzione del sud, tradita o fallita. Questo è un paese, nonostante le trasformazioni, culturalmente ancora coloniale dove le innovazioni si devono pensare al nord, la conservazione al centro e i disastri si fanno al sud. E in effetti l’esperienza napoletana ha smentito questo schema coloniale nonostante il sud abbia, in termini di Pil, perso quanto la Grecia dall’inizio della crisi nel 2008.

Altro elemento post-coloniale, ed importante, dell’esperienza napoletana di De Magistris è quello di non presentarsi al paese in termini rigidamente identitari. Ma in quelli dell’esperienza che racconta sé stessa, chiede ad altri di raccontare la propria, e che si mette in rete. Non a caso quindi Napoli si è incontrata con un’altra esperienza post-coloniale, e al governo, quella della Barcellona di Ada Colau. E’ un’idea di recupero, riuso e valorizzazione del territorio che è totalmente aliena dal modello dell’egemonia moneta-mattone, banca e immobiliare che ha spadroneggiato nel governo delle città per lunghi decenni. Per questo la popolarità post-coloniale di De Magistris subisce un processo di neutralizzazione mediale. E’ un paradosso ben diverso da quello di Reagan o di Berlusconi. Utile però a mettere in crisi i modelli coloniali ancora presenti in questo paese e sui nostri territori.

redazione, 29 agosto 2016

Martedì 30 agosto Luigi De Magistris e l’Ex Opg Je so’ pazzo a Livorno in piazza Cavallotti

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Ultimo aggiornamento Martedì 30 Agosto 2016 12:03

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