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EDITORIALI

Ecco chi finanzia Hillary Clinton

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Clinton SorosSenza ombra di dubbio Donald Trump, dal punto di vista dei personaggi della comunicazione politica, rappresenta un’originale interpretazione americana di una, diremo nel nostro linguaggio, sintesi tra Bossi e Berlusconi. Ovvero un incrocio, immancabilmente di destra, tra “quello che non le manda a dire”, per attirare l’elettorato frustrato e travolto dalle ristrutturazioni dell’economia, e l’imprenditore che spende la propria fama per alimentare la mitologia dei grandi creatori di ricchezza.

L’originalità, dal punto di vista italiano sta nell’incarnarli entrambi (Berlusconi invece faceva la parte del moderato) radicalizzando gli archetipi contenuti nelle figure che interpreta. Trump interpreta il ruolo dell’uomo libero da vincoli che dice “le cose come stanno” e, allo stesso tempo, quello di colui che ha accumulato ricchezze favolose con un tocco che può contagiare anche l’istituzione della presidenza americana. Per il resto, possiamo dire, dopo un ventennio di Bossi-Berlusconi, che quanto visto in Usa appare straordinariamente familiare: un establishment ripetitivo (il partito democratico) o bollito (il partito repubblicano), qualcuno che si propone come nuovo che avanza facendosi forza sulle frustrazioni di una parte importante dell’elettorato. Magari irridendo e delegittimando linguaggi, simboli, idee della politica che lo hanno preceduto.

E qui se gli Usa, all’inizio degli anni ’80, innovavano in comunicazione politica candidando un attore alla presidenza (Ronald Reagan) evidenziando il primato della funzione comunicativa su quella politica, l’Italia non è rimasta indietro. Essendo stato un paese televisivo come pochi in Europa alla fine degli anni ’80, si è posta come terreno di innovazione comunicativa (forme tecnologiche, stili, linguaggi) nella liquidazione di un sistema politico morente. Peccato, viene da sorridere, che la sinistra di queste innovazioni non se ne sia accorta, se non nella forma dell’anatema, scomparendo, alla fine, assieme al vecchio sistema politico (e non era scontato). E viene ancor di più da sorridere se si pensa alla legione di consulenti della comunicazione che, dagli Usa, negli anni sono venuti in Italia per fare consulenza, ben pagati, su un terreno dove erano stati gli italiani a innovare (lo stesso Berlusconi se ne era lamentato dicendo “questi americani conoscono poco l’Italia”). Segno, oltre che gli analisti americani del settore sanno occupare il mercato, che in Italia si è conosciuta la pratica della innovazione comunicativa ma si è difettato in teoria (e qui il disastro delle facoltà e dei dipartimenti che si occupano di comunicazione, qualcosa ci combina, e si vede).

Quindi, vedere dall’Italia lo scontro Trump-Clinton è qualcosa di familiare. Non solo, nelle accuse che i democratici, in coro, rivolgono a Trump non solo ci sono tutte le retoriche dell’antiberlusconismo e persino dell’antigrillismo che abbiamo visto fiorire in Italia. E che dire della presenza del Bertinotti del Vermont, Bernie Sanders? Uno che quando criticava (giustamente, dal punto di vista etico) Wall Street già mostrava di conoscere poco i meccanismi antitrust del suo stesso paese (su questo Bloomberg è stata impietosa), ed è arrivato a concludere un accordo, “per senso di responsabilità” contro Trump in appoggio con Hillary Clinton?

Diciamo che rischia di fare la fine del Prc a suo tempo: prima ondata di perdita di un elettorato deluso dall’accordo, seconda ondata, bagno di sangue vero in caso di vittoria elettorale della Clinton. E qui, dopo la comunicazione, si passa alla dimensione materiale. Così si capisce, fin da subito, del perchè il Bertinotti del Vermont è destinato a veder travolte le proprie preteste di contrastare la Clinton, all’interno del partito democratico, sui temi dello strapotere di Wall Street e sulla politica estera. Basta dire che i primi cinque finanziatori della campagna della Clinton, secondo le stime del Center for Responsive Politics, sono fondi di investimento o di consulenza finanziaria tra cui l’immancabile Soros Management group. Ci sono anche associazioni di insegnanti, lavoratori, carpentieri ed ingegneri. Ma sono del tipo di associazioni di alleanza tra capitale e lavoro che piace ai Clinton, marito e moglie: sono tutti legati a fondi pensione, quelli per dare un rendimento certo alle loro pensioni private vanno a caccia di rendimenti nel pianeta favorendo privatizzazioni, dismissioni e bolle finanziarie.

Essendo il mondo dei media, grazie anche alle capacità della rete diplomatica dei Clinton, già schierato con Hillary se l’ex first lady vincerà le elezioni i dubbi saranno pochi: il solito cortocircuito di media, finanza ed establishment politico che ha prodotto le più devastanti bolle finanziarie di sempre potrà continuare l’opera. Certo, alla convention democratica è stato approvato il ritorno, in materia di controllo sulla speculazione finanziaria, allo stato del Glass-Steagall act del 1933 in piena grande depressione. Una misura evidentemente gradita a Sanders. Ma c’è da ricordare che l’abolizione del Glass-Steagall, che ha permesso alle grandi banche di usare i fondi dei risparmiatori per ogni speculazione finanziaria, è stata proprio voluta dai Clinton, firmata da Bill nel 1999. Ed è stata all’origine di almeno due grandi bolle finanziarie, immettendo la liquidità dei risparmiatori nel mercato del capitale di rischio: quella dei tecnologici del 2000-2001 e il grande botto supbrime del 2008. Farsi finanziare dai fondi di investimento, e dai titolari di fondi pensione, e restrigere le occasioni di speculazione, con il ripristino del Glass-Steagall act, ovviamente è un’operazione impossibile. O meglio, possibile solo in campagna elettorale, puntando tutta l’attenzione sulle doti di pagliaccio di Trump per allargare l’effetto spaventapasseri (e Trump si dà da fare per guadagnarsi il ruolo), in modo da attirare alle urne il tremulo elettore americano di sinistra spingendolo a votare contro il nuovo fascismo. All’arrivo dello scoppio di qualche altra bolla finanziaria favorita dalle politiche dei Clinton, l’Economist del 20 agosto ha puntato di nuovo sul mercato immobiliare già sinistrato nel 2008, qualcosa a chi ha votato “Hillary” si racconterà. O meglio, piuttosto che tagliare alle grandi banche, e ai fondi di investimento che finanziano la sua campagna, magari si punterà all’aggiornamento del Dodd-Frank act. Stiamo parlando della riforma di Wall Street, voluta da Obama ed entrata a regime del 2013, che deve monitorare ed impedire nuove bolle finanziarie. Sui limiti e l’efficacia del Dodd-Frank act questa infografica, su fonti della agenzia federale americana OCC, aiuta parecchio.

derivati 2015

Come si vede nel primo quarto del 2015, le prime cinque banche americane detenevano ancora 200 trilioni di derivati, una quantità di titoli tossici in grado di far saltare l’economia del pianeta (nel 2007 secondo Forbes i titoli tossici in Usa ammontavano a 130 milioni). Mentre Goldman Sachs e Citigroup, come si può constatare nell’infografica, hanno visto aumentare, dal 2009, la loro esposizione in derivati. E quali rapporti ci sono tra Goldman Sachs, dove Draghi ha lavorato (esponendo tra l’altro, quando era direttore generale del tesoro, il nostro paese a derivati che costano l’interno ammontare delle recenti privatizzazioni) e Hillary Clinton?

Fonte CNN: dopo l’approvazione del Dodd-Franklin act, l’asse temporale ce lo mettiamo noi, che per Goldman, non è andato male in esposizione in derivati, Hillary Clinton ha tenuto per questa corporation finanziaria 92 conferenze a 225 mila dollari l’una per un totale di 21,8 milioni di dollari.

Come dire, avrà molte materiali ragioni la Clinton, come componente della coppia Bill e Hillary che fece fuori il Glass-Steagall act che durava dal 1933, per reiterare l’appoggio al mondo dei titoli tossici. Magari revisionando i limiti delle leggi, come il Dodd-Frank, in modo che chi ha finanziato le conferenze, ed è attore di primo piano della finanza tossica globale, trovi una certa soddisfazione.

Il partito democratico, secondo un articolo del Manifesto esprime la piattaforma elettorale più a sinistra degli ultimi anni. D’altronde chi, a suo tempo, ha creduto a babbo natale in Italia non può che credere, oggi, alla befana che arriva con la calza e i dolcetti in America. Ma il punto qui non è la fine politica del Bertinotti del Vermont, che appare comunque solo questione di tempo, è che Hillary ha un’esposizione economica impressionante verso i maggiori protagonisti del gioco d’azzardo, i cui costi vengono pagati dal resto del pianeta, della finanza globale.

Se si vuole, invece, l’esposizione, in materia di finanziamenti da zone di crisi geopolitica, è persino, o altrettanto, preoccupante. E spiega come tanta campagna elettorale americana si sia giocata sullo schierarsi o meno nei confronti di Putin. Fermo restando la politica in medio oriente, che appare interventista, suggeriamo di guardare questo grafico, fonte Wall Street Journal, sulla nazionalità dei finanziatori esteri, negli ultimi dieci anni, della Clinton Foundation.

donatori clinton

Non stupisce che il paese che esprime la strategica borsa di Londra (l’Inghilterra) abbia finanziato la Clinton. Tantomeno il protagonismo, tra i donatori, del paese di tante esternalizzazioni, ed evasioni fiscali, americane ovvero l’Irlanda. Da leggere il protagonismo dei finanziatori arabi specie alla luce della complessità odierna dello scenario mediorientale. Ma quello che balza agli occhi è il primato, nelle donazioni decennali, dei fondi provenienti dall’Ucraina. Stiamo parlando del paese che, secondo la Strategic Vision del guru del primato politico americano Zbigniew Brzezinski, deve essere tolto definitivamente dall’influenza russa, facendo da spartiacque tra quel paese e l’Europa. Favorendo, secondo Brzezinski, sia un allentamento dei rapporti Usa-Russia che un indebolimento della federazione guidata da Putin. In modo da garantire una nuova egemomia politica americana in un mondo multipolare ma frammentato. Ora, senza entrare in affinità e divergenze tra Obama, Hillary Clinton e Brzezinski quando la Clinton era segretario di stato oggi si possono notare alcuni fatti. La prima è l’accusa, pubblica, della Clinton a Trump di essere quinta colonna di Putin in America, la seconda alla Russia di aver hackerato le email del partito Democratico, la terza l’evidenza del peso dei finanziamenti, provenienti dall’Ucraina, della Clinton Foundation, la quarta, la notizia, arrivata proprio dall’Ucraina e che ha avvantaggiato la Clinton nei sondaggi, dei finanziamenti al capo della comunicazione di Trump poi licenziato.

Senza avventurarsi in dietrologie, perchè la politica è qualcosa di diverso dalle facili associazioni tra personaggi, è evidente che c’è un rapporto reale tra finanziamenti ucraini alla Clinton, campagna elettorale americana e rapporto conflittuale con Putin. Un rapporto talmente solido, per il Counterpunch, da far scrivere che “Hillary” fa stabilmente parte del partito della guerra. Del resto la vicenda Ucraina non riguarda solo i rapporti Usa-Europa-Russia ma è ormai legata, nel più classico effetto domino allo scacchiere medio-orientale. Il partito della Clinton, che sia della guerra o delle tensioni internazionali, perlomeno, grazie anche ai finanziatori ucraini, ha mostrato aggressività e vivacità in questa serie di crisi collegate, complesse e a rischio allargamento.

Negli Usa, nella campagna elettorale, si stanno confrontando due tendenze, una che, almeno nelle intenzioni e nelle retoriche fin qui manifestate, vedono due ruoli diversi per l’ “America”. Quella di Trump che prova a innovare, e su questo ha spaccato il partito repubblicano, reinterpretando tendenze isolazioniste, nazionalistiche attraveso le quali rileggere, ovviamente da destra, l’eccezionalismo americano. Quella della Clinton, in continuità con le politiche del marito, che vede nel nesso bolla finanziaria-guerra lo strumento con il quale mantere, e accrescere, i profitti delle corporation e il peso della presenza geopolitica americana. Entrambi i modelli -al di là dei tatticismi del Bertinotti del Vermont e delle infatuazioni di stagione da parte di chi, in Italia, si è fatto spolpare, non solo elettoralmente, dall’originale- hanno pericolosi, per quanto differenti, contraccolpi per l’intero pianeta. Dal punto di vista finanziario, mondo che esprime ordigni in grado di far saltare interi paesi, e da quello della guerra sul campo. In ogni caso, l’elezione 2016 che esprima o meno continuità o meno con le politiche di Obama, è destinata a lasciare il segno sulla superficie globale.

Proprio perchè in Italia non si vota, e tantomeno in Europa, sarebbe preferibile maggiore distanza, clinica e politica, da quanto sta accadendo in Usa. Invece, grazie sia all’intreccio tra grandi media e corporation finanziarie che alla capacità diplomatica della Clinton Foundation (senza parlare dell’agitarsi di Trump che spaventa non poco), tutta la propaganda del partito democratico, assieme alla sua agenda politica, passa praticamente senza filtri. Eppure le cose vanno viste in un altro modo. Se Trump è un problema, la Clinton pure. Basta dare un’occhiata, anche sommaria, ai suoi maggiori finanziatori.

Redazione 22 agosto 2016

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 23 Agosto 2016 11:08

Burkini, la polemica di due mondi mai così vicini

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burkiniDiciamo le cose come stanno: la polemica sul burkini nasconde un grande terrore delle società occidentali e, prima di tutto, del continente europeo. Quella di non riuscire a secolarizzare i costumi, in questo caso in senso fin troppo letterale, delle popolazioni che adottano una religione non cristiana e, prima di tutto, musulmana. Mai come oggi, dal dopoguerra, nelle società occidentali c’è stata questa paura diffusa nel dover governare immigrati e profughi. Fino a ieri, in un modo o in un altro, si è pensato che questo compito fosse favorito da un processo di secolarizzazione ovvero di un fenomeno che, grosso modo, alla lunga rendesse simili residenti e immigrati, occidentalizzando questi ultimi nel reddito e nelle abitudini. Ma qui, vedere, da trent’anni a questa parte, il mondo che mangia lo stesso hamburger sotto lo stesso brand, da Mosca a Pechino a Cleveland ha creato qualche illusione sul potere occidentale di determinare i comportamenti nella società globale.

Il processo di secolarizzazione dei costumi, degli immigrati, grosso modo nelle nostre società, dal dopoguerra fino agli anni ’90, è sempre stato pensato in due stadi. Il primo quello della legittimazione di spazi e pratiche non occidentali in paesi occidentali, in modo da creare un senso generale di accettazione e tolleranza; il secondo quello di lasciar lavorare quel generale che si chiama “tempo che scorre”. Ovvero quella strategia silenziosa, quella mano invisibile che ammorbidisce i comportamenti che passa tra messa al lavoro di milioni di persone, l’intervento su menti e corpi società dei consumi, dell’educazione, della cultura di massa e, per qualcuno, anche di una cultura politica. In quel modo il processo di secolarizzazione –il passaggio dei costumi dalla sfera della morale religiosa a quella delle scelte personali- neutralizzava conflitti, allargava i mercati e permetteva alla politica istituzionale di concentrarsi quanto possibile al business. Negli ultimi venti anni questo schema –che ha applicazioni molto diverse a seconda dei paesi di cui si parla- è saltato. Moleenbeek, se si vuole è l’esempio più chiaro di questo fallimento o, se vogliamo, della rottura di un ciclo storico di integrazione. Era uno storico quartiere operaio di Bruxelles, vera e propria porta dell’immigrazione in Belgio, con la classica squadra di calcio che ruotava attorno alla community operaia anche di origine italiana, campione del Belgio metà anni ’70 e finalista Uefa stesso periodo. Scomparso tutto, classe operaia e squadra di calcio, si aprono spazi per nuove ondate migratorie extraeuropee. Nonostante che Bruxelles diventi un polo attrattivo di economia e servizi dall’intero continente, per le istituzioni europee che ospita, Molenbeek non segue un nuovo processo di completa secolarizzazione dei costumi. Fino a diventare covo per la Jihad esterna, esportando combattenti in Siria, e quella interna. Quella che ha provocato l’attentato all’aereporto di Zaventen.

Oltretutto l’immigrazione è vista, anche dalla politica, spesso secondo l’ottica di un paradosso: va bene come elemento flessibile al lavoro ma non come popolazione residente. Si pensi al caso degli immigrati in Spagna, andati a nutrire il boom di manodopera della bolla immobiliare pre-crisi o all’Inghilterra che tende a chiudere quanto possibile le porte: si riconosce l’utilità della forza-lavoro quanto si cerca di combattere il suo essere anche residente. Nelle società neoliberali che viviamo, oltretutto, non è previsto, nè prevedibile, un intervento finanziario massiccio a sostegno della neutralizzazione degli effetti dell’immissione di forza lavoro nei paesi che la richiedono. Il problema quindi è vissuto, gratta gratta, come una criticità difficilmente risolvibile. Altra questione è quella della perdita di attrattiva, sul piano identitario, della società dei consumi, di quella liberale figuriamoci delle culture politiche occidentali spente e prive di attrattiva. Per cui nelle generazioni nate, o cresciute, in occidente è facile vedere una riscoperta, o una rielaborazione, di comportamenti delle culture di provenienza. Del resto la connessione in tempo reale, e su più piattaforme, forma una miscela sia di cultura globale che di rielaborazione personale che vede la religione come protagonista della formazione di quest’ultima. Siccome non siamo stati tra quelli che, pur sostenendo con piacere i processi di liberazione che si sono innestati, si sono spellati acriticamente le mani durante la “Twitter revolution” della primavera araba possiamo dire tranquillamente che era chiara, da tempo, una cosa. Ovvero le tecnologie della messa in contatto istantanea di gruppi e persone non presuppongono, automaticamente, la creazione di una folla democratica e autoemancipata. Piuttosto, in quei paesi, tendono a creare una situazione di ambivalenza, tra forma della mobilitazione democratica e insorgenza della jihad digitale, nella quale è ideologico vedere la sola, sicura prevalenza della prima. Infatti, tra costituzioni riviste in peggio, dopo la primavera araba, guerre civili e tentativi di imposizione della sharia non è che abbiamo proprio visto prevalere i diritti dell’uomo. Ma che in politica molti credessero automaticamente agli slogan della rivoluzione tecnologica californiana degli anni ’90 era evidente. L’ondata tecnologica californiana non è stata inquadrata negli anni ‘90 nella sua portata realmente rivoluzionaria nè è stata inquadrata, ai tempi della primavera araba, quando ha mostrato anche il suo risvolto reazionario. Per cui, nel sovrano terrore di tutto l’occidente, su Twitter non solo l’Isis, come un Renzi qualsiasi, emette comunicati e lancia la linea politica sul proprio magazine (neanche fosse Repubblica..) ma circolano miriadi di modelli di burkini a disposizione della curiosità, e delle scelte di consumo, di milioni di donne musulmane praticanti. Già, perchè il burkini è la rielaborazione musulmana di un modello di consumo, il costume al mare, che qui è una mediazione tra innovazioni nella tecnologia dei tessuti, desiderio di sfogliare cataloghi online e conformismo religioso. Ed è anche un oggetto controverso: in Egitto può rientrare in qualche Fatwa, mentre alcuni teologi musulmani lo difendono come legittimo. E mentre Valls, il primo ministro francese lo innalza a simbolo della negazione dei diritti dell’uomo, un giudice tedesco lo ha prescritto a una ragazza musulmana per poter tornare a frequentare corsi di nuoto. Che ci siano controversie, sia nella cultura islamista che in quella occidentale, sul burkini è quindi chiaro. Deve essere chiaro che è un costume attraverso il quale leggere la paura occidentale di non saper governare i processi migratori, non confidando più di tanto sulla secolarizzazione. Proibire è un riflesso di paura. Nella speranza che la repressione colmi quel vuoto di sicurezze, nella politica occidentale, lasciato dalla crisi dei processi di secolarizzazione.

Ma quando ti proibiscono qualcosa scatta automaticamente la difesa del bene che ti è proibito, l’affermazione della tua libertà passa dalla tua capacità o meno di difenderlo o di custodirlo in segreto. In Francia, all’inizio del millennio, ci sono state manifestazioni per la libertà di portare il velo. Solo il disorientamento politico del repubblicanesimo francese, poteva aprire una battaglia, che dura da lustri, sulla proibizione del velo nei luoghi pubblici. Dando così occasione di sbandierare il vessilo della libertà, quello si valore da 14 luglio francese, a rivendica il diritto di portare quell’oggetto oltretutto negando valori di emancipazione. E’ quindi evidente, ma non ci voleva la riprova sul campo, che non è con la proibizione dell’abbigliamento, in una classificazione parossistica che vede la mutanda troppo lunga come legalmente inaccettabile, che si stemperano le tensioni aperte da nuovi e vecchi comunitarismi religiosi, da integralismi comportamentali. Come è evidente che non è il divieto ma l’accettazione, quel senso microfisico del vivere quotidiano che ti fa capire che non ci sono nè barriere nè indifferenza, che rompe tanti steccati. Quelli che il jihadismo vuol mantenere. Ma il punto più importante è, ci venga perdonato il materialismo, un altro. Nelle nostre società la popolazione bianca, persino fasce significative di quella specializzata, è vista come eccedente. Accettata finché riesce a consumare, poi espulsa da processi reali di cittadinanza, confinata ai margini della sopravvivenza. A maggior ragione questo vale per la popolazione immigrata e i rifugiati: per loro non solo non sembra funzionare il dispositivo di integrazione pensato fino a venti anni fa ma sono visti ormai come nodi di una rete che importa i conflitti, e i morti, delle guerre in Medio Oriente. Ma tutto questo non si può (ancora) dire nelle retoriche ufficiali. Quelle che, dall’Ue a (quasi) tutti gli stati nazione che la compongono trasudano di sviluppo, integrazione tolleranza. Allora ecco che appare il costume da bagno come specchio, e pretesto, di una serie di proibizioni, disciplinamenti e segregazioni che le retoriche ufficiali non possono fin qui esprimere. Ma che, così la politica ufficiale spera, servono per colmare quello vuoto di disciplinamento che la secolarizzazione assicurava. Ma è un grosso errore, una cosa di cui non si vedono i vantaggi, che tutti rischiamo di pagare perchè non farà altro che accendere gli animi. Alla fiera delle dichiarazioni non poteva certo mancare il nostro paese dove la polemica (si fa per dire) politica è esplosa in assenza dell’oggetto. Visto che per avvistare i burkini in Italia ci vorrebbe un monitoraggio satellitare. Ma la politica istituzionale vive di questo, bolle speculative della comunicazione politica, accorate prese di posizione sul nulla. Nessuna strategia, nessuna soluzione prospettata di problemi che, comunque vada, paiono, dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali, irrisolvibili. Nessuna attenzione, oltreutto, al fatto che il burkini in Italia si direbbe un fatto statisticamente nullo tanto è raro l’utilizzo, Tanto, come sempre, se esploderanno i conflitti reali verrà mandata un pò di polizia sul campo e dato qualche appalto per carità e assistenza. Il resto, polemiche che surclassano il filone demenziale del cinema americano anni ’80, andrà in onda su Twitter. Dove gli account di Alfano, di Renzi e di Salvini stanno nello stesso spazio digitale di quelli di tanto integralismo religioso musulmano. Ma si sa, come direbbe un altro utente di Twitter, Gasparri, tra “noi” e “loro” mica condividiamo gli stessi valori. Peccato che, altro che guerra di civilità, condividiamo le stesse tecnologie della comunicazione, gli stessi stili di consumo digitale. Si tratta di modalità di consumo culturale che, come nella primavera araba, sono in continuo bilico tra il dare la spinta a processi democratici come a quelli di autoreferenzialità islamista. Basterebbe vedere le stesse biografie dei foreign fighters per scorgervi non tanto l’irrimediabile islamista radicale che vive di versetti ma un qualcuno che avrebbe potuto essere portato altrove. Le prese di posizione come quelle del primo ministro francese servono solo a far spostare l’equilibrio verso il peggio. Neanche Al Baghdadi avrebbe potuto sperare, per far leva sul consenso alimentato dal vittimismo, in una tale scomunica, da parte occidentale, di comportamenti musulmani: “incompatibile con i nostri valori”. D’altronde l’occidente ha paura di perdere il governo delle proprie metropoli e, in nome di questa paura, ci si attacca anche ai costumi troppo lunghi. Quanto alla politica italiana, viene a mente Ashley Brillant, storico vignettista anglo-americano che tenne seminari da leggenda, sulla satira e sulla politica, durante l’estate dell’amore californiana del ’67: “"alcuni cambiamenti sono così lenti che non te ne accorgi, altri sono così veloci che non si accorgono di te". E’ quello che sta accadendo alla politica italiana, neanche vista dai veloci cambiamenti in corso, che è riuscita a litigare su un fenomeno che in Italia, a malapena si scorge.

redazione 18 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Agosto 2016 18:57

Zombie banking: la spettrale estate delle banche italiane che illuminerà l'autunno di luce sinistra

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zombie banking

La crisi delle banche italiane, di cui questa testata parla da tempo, è destinata al suo termine, a lasciare un sistema bancario, se ne lascerà uno riconoscibile come tale, ben diverso da quello presente nello scenario precedente alla crisi. Ben diverso e comunque legato a un rapporto tra risparmio e rischio maggiormente sfavorevole per un ceto medio in declino, per strati popolari in crisi permanente ma anche per il mondo delle piccole e medie imprese. In fondo, basterebbero queste parole, aggiunte alla constatazione che la crisi delle banche italiane è solo un capitolo a parte di quella delle banche europee, per aver assolto il compito di questo articolo: informare sulle trasformazioni sistemiche dei processi di conservazione ed erogazione del denaro. Processi che non sono solo interni al sistema bancario e finanziario, così come sono genericamente conosciuti, ma anche a una più generale crisi del valore. Inquadrando la questione in questo modo va infatti preso sul serio il Financial Times, in un articolo di analisi, quando inquadra questa crisi a partire da alcuni dati incontrovertibili, affermando che le banche non saranno mai più le stesse e, facendo forza sui grafici dell'articolo, va segnalato come in Europa, a partire dall'inizio della crisi (2007), il settore finanziario continentale abbia perso un valore pari all'intero Pil spagnolo. I servizi finanziari europei, con la crisi, nel complesso hanno perso infatti circa un trilione di euro di valore in termini di Pil. Si tratta del settore che, con la crisi, ha perso più di tutti in assoluto in Europa, persino più dei petroliferi seppur toccati da un ribasso spettacolare del prezzo del barile. Il tutto, per stracciare un po’ di luoghi comuni, mentre industria e tecnologie hanno aumentato il proprio valore in termini di Pil. Questo non è stupefacente per chi vede crescere questi dati regolarmente, ma è in distonia completa con le retoriche ufficiali. Quelle che al massimo ammettono la "lentezza della crescita", parlano del "risanamento delle banche in linea con gli obiettivi europei" e che suggeriscono le immancabili riforme strutturali. Quelle non in grado di risolvere la crisi bancaria figuriamoci quella economica. Ma questi dati sono in distonia anche con le retoriche critiche che confondono i redditi dei banchieri con lo stato reale delle loro banche. Del resto, non è un mondo immediatamente intuibile quello dove l'indice S&P della borsa di New York tocca i massimi storici mentre i bilanci delle maggiori aziende che lo compongono vanno in rosso in quattro rilevazioni consecutive. E dove il più conosciuto speculatore di sempre, George Soros, scommette un miliardo di dollari proprio contro la borsa maggiormente in salute. Se tra qualche anno le banche non saranno più le stesse, sempre se ci saranno nella forma che conosciamo, anche il pensiero critico di questi fenomeni, fermo a parole d'ordine generiche e immobili, dovrebbe subire i suoi bravi upgrade. In ogni caso la crisi delle banche europee, per fermarsi a quelle, è il grande convitato di pietra dell’ultimo decennio.

Nel settore dei servizi finanziari europei, dal 2007, il bagno di sangue è avvenuto proprio nel settore bancario. Certo, le avventure nei titoli tossici oltreoceano hanno segnato le banche europee, e di brutto, ma la crisi soprattutto è di prospettiva. Qualche cifra intanto sul presente? Il Financial Times è chiaro: le azioni bancarie in Europa sono trattate al 40 per cento in meno del valore del 2007. Quelle delle banche tedesche ed italiane sono al 15 per cento in meno per lo stesso periodo (il Monte dei Paschi, perla del centrosinistra, al 99 per cento in meno dal 2007). Nello stesso periodo il sistema bancario europeo ha perso, tra crisi ed evoluzione tecnologica, 27mila filiali (il 13 per cento complessivo) ed oltre 210 mila posti di lavoro, il 10 per cento complessivo della forza lavoro nel settore. Non che l'occupazione si sia stabilizzata, solo per l'Italia nel prossimo quadriennio sono previsti 16 mila esuberi. Questo dopo averne persi 12 mila nell'ultimo triennio, compreso quindi il biennio della ripartenza renziana quello della ripresa "alla grande".

E' quindi un tema che viene sostenuto da tempo su questa testata e che merita insistenza: nel migliore dei casi la banca, per come l'abbiamo conosciuta, ha attraversato, e sta attraversando, ristrutturazioni pari a quelle vissute dalla fabbrica fordista a partire dalla metà degli anni '70. Come accaduto per la fabbrica fordista, sulla quale si sono basati cicli economici e di evoluzione sociale per circa settanta anni, al momento in cui il nuovo assetto produttivo non somiglierà per niente al vecchio ci ritroveremo, in modalità atterraggio brusco, in un altro genere di società. Una società che rischiamo di non capire e solo di subire. Già, perché la banca non è un fatto puramente tecnico ma il luogo dove si eroga, si produce (basta vedere l’ormai storico rapporto della Banca d’Inghilterra per entrare nella questione, quì ne trovate una sintesi) e si contratta l'elemento egemone delle relazioni sociali, quello che nel capitalismo comanda in ultima istanza: la moneta. Quando si parla di moneta non si parla quindi di un oggetto qualunque. Ma di un qualcosa che, nelle sue modalità di erogazione, governa economia e rapporti sociali. Altro che fatto "tecnico". Ed è un qualcosa che si è ristrutturato ben prima di un oggetto qualunque: la moneta ha infatti di gran lunga anticipato lo stesso processo che, a suo tempo, ha vissuto il brano musicale con l'mp3: digitalizzazione, trasmissione in ogni luogo e in tempo reale. Alla fine però, come l'mp3, è entrata in piattaforme P2P (in questo caso di prestito) ed è divenuta imitabile (si pensi al mondo di cui i bitcoin sono solo la punta dell'iceberg). Ma non dobbiamo qui togliere la scena al vero, grande atto principale: quello dove crisi del valore ed evoluzione tecnologica si sposano. Il punto quindi che l'intera politica, figuriamoci quella italiana orgogliosa delle proprie regressioni, è destinata a non cogliere ancora a lungo, è che crisi complessiva del valore, della redditività bancaria ed evoluzione tecnologica non stanno cambiando violentemente, solo il mondo bancario ma anche le modalità sociali della distribuzione e della circolazione della moneta. In poche parole, tutto il rapporto sociale che sta attorno alla moneta che questo rapporto lo egemonizza. E basta ricordarsi quanto le modalità di erogazione di un mutuo cambiano i comportamenti del nucleo familiare che lo contrae per entrare, appena appena, nel problema.

Questo per capirsi su un tema: la crisi delle banche italiane, per fermarsi al fatto nazionale, non è solo quella di un ceto manageriale e politico bollito, o parolaio (si pensi a Renzi o all'impagabile comico presidente dell'Abi, Patuelli, già fine italianista e segretario del Pli). Un ceto bollito come nessuno in Europa, in grado inevitabilmente di fare le scelte sbagliate. Un ceto corporativo, abituato a dare in pasto "al mercato" settori di società per salvarsi dalle ristrutturazioni senza aver capito, stavolta, di rischiare di fare parte del pasto. Tutto vero, ma oggi si tratta soprattutto di evidenziare che la crisi di un sistema bancario nazionale è giunta a una fase di convulsioni che è, nel migliore dei casi, indice di profonde e dolorose trasformazioni di scenario. E oltretutto di uno scenario che, come in qualche racconto breve di Fredrick Pohl, contenuto da altri scenari. In questo caso dalla crisi del sistema bancario europeo e dalla più generale crisi della redditività delle banche nel mondo globale.

In un paese non più abituato a guardare gli scenari, dove il massimo del brivido politico consiste nel declamare il luogo comune che "bisogna far funzionare le cose" non è problema da poco. E qui un punto è chiaro, da posizioni diverse, sia governo che opposizioni, non avendo colto da angolature differenti la portata della crisi e delle trasformazioni del mondo bancario, non propongono che soluzioni da Zombie banking. Stiamo parlando di quel corpo di misure, messe in atto o auspicate che mantengono, finché possibile, le banche in stato di vita apparente. Il governo vuole le Zombie Bank per tenere in vita un ceto politico-manageriale vorace, corporativo, autoreferenziale. Le opposizioni, a vario titolo, immaginano soluzioni Zombie perché hanno in mente un mondo bancario che o non esiste più o non è mai esistito. In fondo tutti, sempre a vario titolo e immaginazione, auspicano quello che hanno fatto finora tante autorità di vigilanza, i banchieri, i bilanci degli stati, la governance europea la stessa Bce: tenere in vita artificiale corpi bancari morti. Non è certo solo una questione italiana ma, affermarlo troppo rischierebbe di sviare dalla realtà: in un modello economico-finanziario continentale devastante l’Italia si è comportata in modo demenziale.

L'operazione di mantenimento in vita, di banche morte, è il fenomeno che ha determinato la politica europea dal 2007. Oltretutto con pochi reali risultati: dopo Lehman, Deutsche Bank era gonfia di titoli tossici, in grado di poter far saltare il pianeta come durante una guerra finanziaria su larga scala, e lo è anche adesso. Per non parlare delle banche francesi, Credit Agricole in testa. Ogni modo l'operazione Zombie banking, tenere il morto in vita apparente dopo la crisi, è stata fatta da tutti i paesi dalla Germania all'Italia anche se in forme molto diverse. Ed è la stessa operazione che auspicano, con tante proposte minimali, le opposizioni quando si ricordano di parlare delle banche: tenere in vita organismi che, per il mondo che si è formato,di fatto sono già morti. Poi ci sono i mistici del mercato: quelli per cui i licenziamenti significano salute, corpo sano che espelle le tossine (inevitabilmente, i lavoratori). Quando invece, a differenza dei gridolini dei mistici del mercato ad ogni annuncio di taglio, il fenomeno è altro: lo Zombie Banking, dal 2007, presuppone i licenziamenti dei lavoratori per protrarre lo stato di vita artificiale delle banche di cui si impossessa. Ma quando è prevista la caduta degli zombie, visto che lo stato di vita apparente non è mai infinito?

In Italia, la decretazione o meno della fine della vita apparente delle banche passa attraverso la vicenda Monte dei Paschi. Il cui titolo, da florido che era fino a non molti anni fa, è passato a valori infinitesimali. Le cui percentuali di crediti deteriorati sono molto alte, tali da far saltare la banca. Il cui capitale è ridotto a quantità ridicole per una banca di quel genere (meno di ottocento milioni). Semplificando il possibile, la soluzione della vicenda Monte dei Paschi è ritenuta esemplare, dopo le nuove norme sui salvataggi bancari. Perchè altre banche, più grandi di MPS, avranno bisogno di interventi seri (Unicredit) ed è comunque l'intero sistema bancario nazionale ad essere messo alla prova in questi passaggi cruciali. Bene, senza riassumere le (lunghe) precedenti puntate, a che punto è il salvataggio di MPS?

Tenendo conto che qui, quando si parla di salvataggio, si intende una operazione di zombie banking, la riposta non può che essere: male, nel migliore dei casi ancora in alto mare, e con possibili ripercussioni negative per l'intero sistema bancario italiano (e, a cascata, su vaste porzioni di società italiana). Non è chiara la composizione del portafoglio degli investitori per l’aumento del capitale, qualcuno si è sfilato dopo iniziale interesse, non è chiaro neanche l’ammortare dei crediti non performativi da smaltire (ad esempio c’è chi sostiene che in MPS le obbligazioni senior, quelle più onerose per la banca, siano maggiori di quanto stimato oggi). Ma anche se l’aumento di capitale in MPS avvenisse, e le difficoltà ad oggi ci sono e non poche, e i crediti deteriorati fossero smaltiti dove andrebbe quella banca? E‘ come ristrutturare a nuovo un negozio di alimentari, pagargli le tasse arretrate etc e rimetterlo al lavoro in un quartiere deserto. Perché il grande problema delle banche, quello che fa dichiarare lo stato di crisi permanente, è la crisi del modello di redditività. Con le ristrutturazioni tecnologiche, economiche, i bassi tassi di interesse, la crisi del valore, le banche non riproducono ricchezza. Un’occhiata a questo articolo è utile come primo inquadramento del problema. Capito perché si parla di Zombie? Si tiene in vita qualcosa che non è in grado di respirare nemmeno se le cose andranno meglio.

Il rapporto con Pil, su cui lo staff del mago Renzi-Do Nascimento sta scrivendo grande letteratura di intrattenimento, per il sistema bancario è il classico cane che si morde la coda. Un Pil così basso non può aiutare il sistema bancario e un sistema bancario da speculazione anni 90, ormai fuorigioco, non può aiutare il Pil. Ma anche cercando di tenere in vita lo zombie bancario italiano, licenziando qualche dozzina di migliaia di lavoratori, al governo Renzi al momento mancano le risorse. Già l’esecutivo stima che dovrà chiedere, e sarà una dura battaglia, quasi dieci miliardi di sforamento di deficit alla governance dell’eurozona per la prossima legge di stabilità. Se il “salvataggio” MPS non entra a regime, se continuano le grandi difficoltà in borsa del sistema bancario italiano, in un listino borsa Milano dove i finanziari sono molto diffusi, il governo avrà anche il problema di dover trovare fondi per evitare il cupio dissolvi delle banche nazionali. In ogni caso la spettrale estate delle banche italiane è destinata a gettare ombre sinistre sull’autunno. Nel migliore dei casi si faranno salvataggi che non servono, o servono poco, all’economia. Nel peggiore sarà come se gli istituti di credito saranno sottoposti a bombardamento. Nel mezzo c’è una stagione di forti turbolenze per tutti, dai risparmiatori alle famiglie, alle banche, all’economia.

Naturalmente non è un problema solo italiano. I crediti "avariati" delle banche europee superavano il 9% del Pil dell’Ue a fine 2014, per un valore pari a 1.200 miliardi di euro, ovvero più del doppio rispetto ai livelli del 2009, quando si era attorno al quattro nel primo anno del dopo Lehman-Brothers.

James Quinn sul Telegraph, parlando della annunciatissima crisi della banca HBSC, non proprio un nano nelle banche globali, ricordava la crisi di redditività globale del settore. Va cambiata la visione delle banche, da dei che hanno sete, a giganti ai quali manca il sangue. Non è una questione di adattare estetica e racconto ai fenomeni, ma di saper costruire le politiche. Intanto cercano di diffondersi le banche Uber, sulle quali ci sono già modelli diffusi nel mondo anglosassone.

Ad un certo punto statene certi questo o una cosa simile, o il concorso di cose simili FUNZIONERA'. E' accaduto per ogni bene riducibile a segno, grazie alle evoluzioni tecnologiche, figuriamoci per la moneta che è solo puro segno. Quando questo funzionerà vedremo cosa accadrà nel nostro paese. E, incidendo nel sistema del credito che è socialmente essenziale, tutto questo finirà per cambiare non poco.

Proposte fiabesche, fatte da opposizioni anche molto diverse tra loro, di "far funzionare le cose", o di tutelare "'pacchetti di nuovi diritti", senza mostrare di aver ben chiaro dove e come mettere le mani in questo contesto, sono quindi destinate a rimanere quello che oggi appaiono: declamazioni pittoresche sulla superficie, retoriche di eticismi anemici in un mondo che si dirige altrove. Questo non è un contesto tecnico, poteva esserlo prima della globalizzazione dei mercati, ma è un settore sistemico chiave. Un settore nella cui crisi sono in molti, prima di tutto l'attuale governo, a rischiare il ruolo degli assediati di Aleppo. Nel frattempo le sinistre ombre estive delle Zombie Bank italiane si preparano a proiettarsi sull'autunno. E qui basta guardare i grafici italiani su consumi, produttività, investimenti e le proiezioni sul Pil per capire che parlare di decennio maledetto, quello apertosi con i primi segni di crisi nel 2007, è solo una professione di ottimismo. Certo, la crisi europea è differente da paese a paese, da Pil a Pil. In generale invece c’è da capire quanto, e come, le nostre società, che vivono di sub-sistemi sociali e tecnologici molto complessi, possono sopportare lunghe crisi come quella americana, apertasi con il crollo di borsa del 1873, che secondo alcune stime arrivò fino al 1896. Per questo le ombre sinistre appaiono tali.

Redazione 17 agosto 2016

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Agosto 2016 12:16

Il potere della mediocrità: i commentatori del problema casa

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Sfratti, occupazioni, case popolari, ormai tutte le forze politiche e i cittadini mettono bocca sull'argomento, ma non avendo soluzioni deviano il discorso solo sulla "legalità". Come fanno i mediocri e i conservatori da secoli.

Non finisce più il serpentone di interventi e comunicati riguardanti il problema casa, sfratti e occupazioni. Bene, significa che per svegliare la politica da salotto di questa città, di cui il Consiglio Comunale è una delle massime espressioni, qualcuno doveva mettere il problema davanti agli occhi di tutti. Sono anni che in tutta Italia ci sono campagne "Se perdi il lavoro perdi la casa" e "Basta persone senza casa, basta case senza persone", e dalla grave crisi del 2008 dagli Stati Uniti all'Europa il sistema "abitativo" è scoppiato tra bolle finanziarie, speculazioni, pignoramenti e sfratti. Per quale motivo? Semplice! Un bene primario come la casa è stato affidato al mercato come lo sono un paio di jeans o una lavastoviglie. Per di più, essendo un bene irrinunciabile, ci sono state fatte sopra anche operazioni finanziarie.

A Livorno fino agli anni '90 c'era un patrimonio di case popolari tra i primi in Italia e la legge nazionale sull'equo canone che teneva bassi gli affitti. Poi è venuta l'ondata di vendite delle case popolari agli assegnatari (ma per ogni casa venduta si incassa 1/4 di quello che serve per costruirne una nuova) e nel 1998 la legge sul canone libero. Morale della favola, per pagare un affitto o prendere un mutuo serve oggi il 70% dello stipendio e minimo 90 stipendi. Quaranta anni fa ne bastavano 70.

Oggi fra crisi, disoccupazione tecnologica e soldi trasferiti nei paradisi fiscali, c'è sempre più fame di reddito e perdere la casa è un attimo: basta un'azienda in crisi o un licenziamento grazie al Jobs Act. Servirebbe un intervento straordinario su reddito e casa da parte del governo, ma ad oggi gli unici interventi straordinari sono stati fatti per salvare le banche. E quindi? Mentre comuni e regioni stanno a guardare perché dicono di non avere soldi, gli sfratti continuano al ritmo di 60-70 al mese. Altre soluzioni? Sicuramente il patrimonio pubblico abbandonato. Il Consiglio Comunale ha anche votato la delibera sulle requisizioni private, che il Pd e la stampa hanno fatto passare come un esproprio ai danni di chi ha una seconda casa per i figli, naturalmente mentendo.

Mentre i cervelli vengono spremuti per trovare soluzioni, nel frattempo a Livorno (come in tantissimi altri comuni italiani) c'è stata un'ondata di occupazioni. Si tratta di occupazioni di immobili pubblici e privati tenuti vuoti da anni, soggetti a speculazione o abbandono. Nessun diritto leso per chi è in graduatoria delle case popolari, nessun cittadino privato del suo diritto alla proprietà, solamente utilizzo temporaneo di beni non utilizzati per far fronte ad una catastrofe sociale. Ma questo non poteva certo piacere ad alcune forze politiche che fanno del rapporto con i palazzinari (Pd) o della paura da infondere nella cittadinanza facendole credere che la colpa sia sempre del più povero (Lega), la propria azione politica.

Certo, ogni occupazione porta con sé mille contraddizioni e mille problemi. Come moltissime altre attività umane. Ci sono comitati più organizzati ed altri meno, ci sono occupazioni che vengono seguite e sostenute da sindacati degli inquilini come quelle di Asia-Usb, altre invece sono più spontanee o meno organizzate. Per dire cose sensate basterebbe conoscere la proprietà degli immobili (quelli privati sono di grosse società finanziarie o di banche), e parlare con chi ci sta dentro. Ma a molti che parlano di casa non gli interessa niente. Gli basta di farci propaganda politica sopra arrivando anche ad affermare che chi aiuta queste famiglie ci guadagna e le sfrutta.

È cronaca di questi giorni che partiti di destra (Lega, Forza Italia e Pd su tutti) ed alcuni improvvisati commentatori siano partiti all'attacco delle occupazioni. Naturalmente tutto quello che abbiamo scritto qui sopra non è neanche contemplato (ci accontenteremmo di un'analisi anche molto differente dalla nostra), e gli argomenti di attacco sono tre: 1. Nelle occupazioni c'è pieno di persone residenti fuori Livorno che vengono ad occupare qui perché a Livorno è tollerato; 2. Nelle occupazioni c'è pieno di delinquenti con i macchinoni; 3. È illegale.

Noi non ci scandalizziamo di nulla. La storia politica di quei partiti è fatta di infamie e bugie. Ma in quelle occupazioni ci stanno ormai almeno 150 famiglie e 400 persone con molte delle quali abbiamo avuto occasione di parlare, di conoscere le loro storie e vivere i loro sfratti. Ridurre tutto all'illegalità, al mito dei forestieri e dei macchinoni è roba meschina, da spazzatura della politica.

Qualcuno potrà chiedere: allora nelle occupazioni non ci sono persone che risiedevano in altri comuni? Intanto le occupazioni hanno un nome e non tutte sono gestite alla stessa maniera. Noi conosciamo quelle sostenute da Asia-Usb (che sono la maggior parte), ma rispetto a chi scrive senza sapere nulla siamo già un passo avanti, e conosciamo le regole interne e le modalità. La risposta comunque è sì. Qualche famiglia risiedeva fuori e si tratta di un numero sintetizzabile nell'1 o 2%. L'altro 98% sono persone sfrattate in questa città. Quindi il punto 1 delle accuse è puramente strumentale.

Un'altro punto di accusa è che all'interno delle occupazioni potrebbero nascondersi delinquenti e spacciatori. È vero? Sì che è vero. Le occupazioni non sono fatte da marziani ma da persone che prima vivevano altrove e facevano parte di tutte le statistiche rilevate. Quindi anche nelle occupazioni, come nei quartieri, nelle case popolari, a Banditella o nella movida livornese, ci potrebbero essere spacciatori. Anzi, la polizia è già intervenuta in una occupazione ed ha arrestato due persone e trovato della droga. E queste persone e le loro famiglie sono state immediatamente espulse dall'immobile su decisione assembleare degli altri occupanti. È così ovunque? Questo non lo sappiamo, perché non conosciamo tutte le occupazioni. Ma le occupazioni non sono ambasciate che hanno l'immunità, se la polizia sa che ci sono attività illegali andrà a controllare come può fare in ogni casa. Infatti la polizia ha la lista dei nomi degli occupanti che rileva ogni volta che un immobile viene occupato.

C'è quindi qualcuno che può garantire che nessuno delinquerà nelle occupazioni? No, come nessuno può garantire che non ci siano funzionari corrotti, poliziotti che sequestrano la droga e poi la rispacciano, dipendenti che rubano. Semmai contano le regole.

Ultima domanda. Occupare è illegale? Certo. Anche la Rivoluzione Francese, l'occupazione delle terre dei latifondisti da parte dei braccianti, sparare alle SS, lavorare 8 ore giornaliere, divorziare, abortire erano tutte cose illegali. In tutte le culture politiche degne il concetto di legalità si incrocia con quello di giustizia. Poi ci sono quelle indegne, dove la legalità è la misura della mediocrità e della conservazione. Ma ci pare assurdo dover perdere tempo a scrivere queste cose mentre ci sono a settembre altri 70 sfratti.

Tra l'altro, ci sono alcune occupazioni di cui non sappiamo niente ed alcune modalità che non ci convincono. E quando parliamo di occupazioni specifichiamo sempre dove e chi. Ma visto che i mediocri e i meschini generalizzano, le nostre riflessioni non possono che essere generali. 

Insomma, detto in parole povere, chiacchierate chiacchierate ma di soluzioni non ne proponete. Perché per dare qualcosa al popolo dovreste togliere a chi in questi ultimi 20 anni ha accumulato. E non ne avete nessuna intenzione.

Attendiamo interventi seri sulla soluzione del problema casa da poter commentare. Questo per noi è l'ultimo trastullo sulla legalità.

Intanto per chi in un'occupazione non c'è mai stato consigliamo la visione di questi due video che questa mattina sono andati in onda su La7 in una trasmissione dedicata a Livorno e all'emergenza abitativa, con immagini ed interviste dall'occupazione del palazzo della Cigna.

http://www.la7.it/lariadestate/video/emergenza-casa-a-livorno-arriva-lesproprio-proletario-09-08-2016-191230

http://www.la7.it/lariadestate/video/rabbia-e-speranza-viaggio-nel-maxi-stabile-occupato-09-08-2016-191232

redazione, 9 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 27 Agosto 2016 11:17

Opere, servizi e soldi pubblici in mano alle cordate di potere e alla corruzione. Ma Il Tirreno cerca di sminuire

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Alcuni anni fa le dichiarazioni di un esponente governativo di centro-destra sollevarono un’ondata di indignazione: “Con la mafia bisogna convivere” aveva detto, e ovviamente la stampa dello schieramento avversario lo sbranò. Ma non sono molto diversi gli argomenti con cui Alessandro Guarducci, sul Tirreno di oggi, cerca di sminuire la notizia dell’arresto per tangenti di Saverio Guerrato, l’imprenditore a capo della cordata che avrebbe dovuto costruire il nuovo ospedale a Montenero Basso.

La notizia è irrilevante, scrive Guarducci, ai fini della scelta tra la realizzazione di una nuova struttura e la ristrutturazione di quella già esistente, perché il “rischio tangenti” esiste in entrambi i casi e non si può rimanere fermi. Inoltre, l’utilizzo del project financing non c’entra nulla con le tangenti, perché il problema sono i controllori (cioè gli enti pubblici) che non controllano.

I termini della questione naturalmente sono ben diversi: il progetto per il nuovo ospedale di Livorno (come di quelli che sono stati effettivamente costruiti altrove) era concepito fin dall’inizio secondo una logica precisa, cioè quella di aprire la sanità pubblica all’ingresso dei privati e di favorirne i profitti, e questo è stato il principale motivo per cui i livornesi si sono opposti.  

I numeri sono noti: a fronte di un prestito di 80 milioni di euro (quindi neanche il 30% dell’intero costo dell’operazione) un consorzio di imprese si sarebbe aggiudicato concessioni del valore di 33 milioni l’anno per la durata di 34 anni, per un totale di 1 miliardo e 100 milioni di euro.

Non si è mai capito come sia stato calcolato questo importo: nel Veneto, la regione di origine di Guerrato dov’è avvenuto l’episodio che ha portato agli arresti l’imprenditore, la Magistratura a partire da un audit promosso da alcuni comitati e Comuni ha stabilito che il tasso d’interesse derivante dall’importo delle concessioni rispetto al prestito iniziale superava i limiti di legge e costituiva usura.

Sempre in Veneto, l’ex presidente della Regione Galan è finito in carcere proprio per una questione di project financing, relativo peraltro al MOSE e non a strutture sanitarie.

A Livorno un audit di questo genere non è mai stato fatto e come spesso accade in città si continua a discutere sul nulla.

Seconda considerazione: il miliardo e cento milioni di euro è un importo impressionante ma naturalmente non è tutto profitto, vanno calcolate le spese, i costi di gestione ecc. Ma quanto avrebbe portato in termini di posti di lavoro e qualità del servizio un intervento pubblico della stessa portata finanziaria anziché la svendita al privato di tutta una serie di servizi? Anche questa valutazione non è stata fatta... si sa, chiedere oggi un investimento pubblico diretto è da veterocomunisti, i soldi del pubblico vanno spesi solo per ingrassare qualche privato.    

Terzo: si dirà che tutto sommato vengono affidati al privato servizi non sanitari, o comunque ausiliari. Non è vero. Anche tralasciando che in ospedali di altre Regioni hanno privatizzato perfino la radiologia, servizi come la sterilizzazione e le pulizie hanno un fortissimo impatto in termine di qualità del servizio: si pensi ad esempio al tasso di infezioni ospedaliere per cui muoiono in Italia migliaia di persone l’anno.

Quarta questione: come già sta accadendo negli ospedali già costruiti con il project financing, il privato per la parte che gli compete fa il bello e cattivo tempo: per quanto la qualità dei servizi sia scarsa, il concessionario è praticamente inamovibile e non può essere messo in discussione.

Vale la pena di notare che nel piano finanziario del nuovo ospedale di Livorno un importo di circa 90 milioni di euro era destinato a provenire dalla vendita di alcune strutture territoriali di proprietà dell’azienda, la più nota delle quali era Villa Rodocanacchi, ex sede legale dell’ASL di Livorno e ora in degrado).

A causa del rallentamento del mercato immobiliare dovuto alla crisi, e quindi di fronte all’impossibilità di vendere quei beni ai prezzi previsti, la Regione si era offerta di aggiungere al fondo anche un’ulteriore quota corrispondente al valore nominale delle strutture. Una domanda -come si suol dire- sorge spontanea: perché allora la Regione con soli 80 milioni di euro non toglieva di torno il project financing? Per il motivo che dicevamo prima: perché il project financing non è un mezzo (per risolvere un problema di scarse risorse finanziarie degli enti pubblici) ma è un fine, cioè il cavallo di Troia con cui il privato comincia a introdursi nel servizio sanitario pubblico e piano piano ne diventa il padrone.

Com’è possibile che succeda tutto questo? Semplice, perché i principali gruppi di potere che esistono oggi in Italia sono gruppi trasversali che comprendono forze politiche, imprese, banche e media. In alcuni casi c’è anche una presenza decisiva della criminalità organizzata che nel settore delle grandi opere vede ovviamente la principale mangiatoia (come nel caso di quei comuni piemontesi coinvolti nell’operazione TAV che sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose).  

Quindi il project financing per i suoi meccanismi di funzionamento è un marchingegno criminogeno nel quale il mancato controllo delle istituzioni non è solo un raro effetto collaterale, ma un presupposto fondamentale del sistema. Perché la scelta del project financing è una scelta che già di per sé è contraria all’interesse pubblico e può funzionare solo a partire dalla presenza di amministratori poco attenti a questo aspetto.

E ci chiediamo: se Guerrato davvero è un imprenditore abituato a trattare con gli amministratori pubblici a colpi di tangenti, come avrebbe costruito l’ospedale e poi gestito i servizi che si sarebbe aggiudicato? Chi l’avrebbe controllato? Per il Tirreno è un aspetto irrilevante? Non è stato un bene aver fermato l’operazione se era improntata a queste caratteristiche?  

Veniamo ora all’altro argomento di Guarducci: è pacifico che il rischio tangenti è presente in ogni grande opera e quindi anche nelle ristrutturazioni (prendiamo atto comunque della stima che Guarducci ha per le forze politiche che sostiene, Regione in primis), ma qui si tratta proprio di ripensare il progetto del nuovo ospedale eliminando i fattori di rischio più eclatanti, che sono quelli che si sono finora descritti. Intanto il project financing, ma anche l’uso di nominare amministratori e tecnici sulla base di criteri politici e non professionali, o il peso di corporazioni forti come l’industria farmaceutica, la finanza o il settore edilizio.

Ecco perché questo nuovo progetto avrebbe bisogno di una forte partecipazione della cittadinanza e dei lavoratori della sanità, mentre purtroppo ci sembra che sia diventato l’oggetto di una partita di polemiche e contropolemiche tra PD e 5 stelle di cui la città da un po’ si è proprio stufata.    

redazione, 5 agosto 2016

vedi anche

Ap…profitti ospedalieri: danni, costi e storture del project financing

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