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INTERNAZIONALE

Aiuti e debito: Tsipras firma un altro accordo capestro

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tratto da http://contropiano.org

Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del primo ministro ellenico Alexis Tsipras, quello raggiunto ieri notte con l’Eurogruppo è un accordo capestro, l’ennesimo.
La fumata bianca è arrivata dopo ben 11 ore di riunione, alle 2 di notte, quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno concesso ad Atene ‘nuovi aiuti’ per 10,3 miliardi di euro. “I ministri hanno accettato incredibili compromessi politici per ottenere questo accordo” ha detto, roboante, il politico olandese.

Di compromessi, in realtà, i ministri dell’Unione Europea non ne hanno accettato nessuno e come al solito è stato il governo ellenico a dover ingoiare il rospo, pur presentando la cosa come l’inizio dell’uscita dal tunnel…
Intanto si tratta di un finanziamento che rientrava all’interno del patto siglato nel luglio del 2015 (86 miliardi in totale) quando Tsipras accettò il terzo memorandum ‘lacrime e sangue’ contro il quale il suo popolo si era mobilitato e si era espresso da pochi giorni con un referendum stravinto dai ‘no’.

Inoltre la tranche da 10 miliardi non verrà versata subito e interamente; per continuare a tenere Atene per il collo, i ‘creditori’ concederanno 7,5 miliardi a giugno, ed il resto dopo l’estate. All’appuntamento con Bruxelles l’esecutivo di Atene era arrivato con tutti i compiti fatti: taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali, aumento dell’Iva e delle tasse sugli immobili, fine delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle isole e privatizzazioni selvagge per un totale di più di 5 miliardi, introduzione di un meccanismo preventivo e automatico di commissariamento dei conti pubblici nel caso in cui i draconiani obiettivi di bilancio non vengano rispettati.

Ma all’Eurogruppo non è bastato, e naturalmente il versamento della seconda parte della tanto agognata tranche di aiuti sarà condizionata dal varo di ulteriori ‘riforme’. I bonifici partiranno solo se Tsipras continuerà a privatizzare il patrimonio pubblico, se porterà a buon fine la riforma delle agenzie fiscali e del settore energetico chiesti da Bruxelles.

Ad Atene comunque si canta vittoria, per l’arrivo di liquidità di cui le casse vuote dello stato hanno estremo bisogno. Peccato che quasi tutto il ‘malloppo’ finirà, e rapidamente, nelle tasche degli stessi creditori sotto forma di interessi sul debito che ormai ha raggiunto quota 180% del Prodotto Interno Lordo. Dei 215 miliardi finora versati dai cosiddetti creditori ai governi greci negli ultimi anni, d’altronde, solo 10 sono entrati veramente nelle disponibilità di Atene, tutto il resto è stato girato direttamente a banche straniere e creditori.

La propaganda dei due contraenti – giustificata quella degli aguzzini, usciti vincitori, meno quella del governo di Atene – mette l’accento anche sull’intesa raggiunta in merito al promesso alleggerimento del debito pubblico ellenico (in realtà già in cantiere dal 2012 anche se subordinato al raggiungimento da parte di Atene di un sufficiente avanzo primario).
In ballo c’era il consenso del Fondo Monetario Internazionale, la cui presidente, Christine Lagarde, più volte si era dichiarata scettica sulla possibilità che Atene potesse mai ripagare i suoi debiti sottraendosi quindi alle richieste di Bruxelles di contribuire a nuovi prestiti.

I creditori alla fine hanno deciso che l’alleggerimento potrebbe avere inizio a partire dal 2018 ma solo se Atene rispetterà l’imposizione di garantire un avanzo primario pari al 3,5% del Pil, sottraendo così importanti risorse a investimenti sociali di cui il paese ha invece estremo bisogno, e continui ad aderire alle ingiunzioni del Patto di Stabilità e di Crescita.

Nella trattativa, inoltre, l’hanno avuta vinta il governo tedesco e i settori dell’establishment europeo che si opponevano alle richieste del Fmi, che ha rinunciato alla sua richiesta di una moratoria sui pagamenti da parte di Atene almeno fino al 2040. Il micro taglio dell’ingente fardello (che consiste soprattutto in un tetto all’entità degli interessi che Atene dovrà pagare a vita, anche se forse con un piccolo allungamento delle scadenze) si materializzerà solo quando si sarà concluso il ‘terzo salvataggio’, cioè tra due anni, e non prima che Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble possano attraversare indenni, senza concessioni, lo scoglio delle elezioni politiche tedesche del 2017. I leader tedeschi potranno presentarsi davanti agli elettori sbandierando la vera essenza di un accordo che non concede proprio nulla “a quegli sfaticati dei greci”: si tratta infatti di un alleggerimento del debito impercettibile, legato a pesanti contropartite e alla partecipazione del Fmi al ‘salvataggio’ di Atene che fino a due giorni fa Lagarde e Thomsen escludevano considerando il debito ellenico ‘non sostenibile’.

Insomma se in tutta questa tragica vicenda c’è un vincitore, è il potente Wolfgang Schaeuble, che ha ottenuto tutto quello che aveva dichiarato di perseguire alla vigilia della trattativa, a partire da un no deciso a ogni ipotesi di ‘haircut’, cioè di taglio del valore nominale del debito contratto dalle irresponsabili classi dirigenti greche e pagato dai lavoratori e dalle classi popolari del paese commissariato dalla Troika.

La vittoria tedesca è stata così netta che all’interno dell’Fmi, a ore di distanza dal raggiungimento dell’accordo, si moltiplicano le voci di scontento, e alcune fonti hanno fatto sapere che l’organismo non prenderà parte al nuovo programma di sostegno economico di Atene se non ci saranno rassicurazioni sul reale alleggerimento del debito greco e in tempi rapidi.

26 maggio 2016

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Crisi Grecia, se Tsakalotos ora è il nuovo Varoufakis

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La destituzione di Dilma: un colpo di stato neo-liberale

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La procedura di destituzione di Dilma Rousseff è stata votata dal Senato brasiliano. Dietro i motivi tecnici si nasconde un’operazione di riconquista politica da parte di un progetto neo-liberale con le armi del debito e dell’austerità.

Tatiana Roque* - tratto da http://www.dinamopress.it

La procedura di destituzione di Dilma Rousseff è stata votata dal Senato brasiliano. Dietro i motivi tecnici si nasconde un’operazione di riconquista politica da parte di un progetto neo-liberale con le armi del debito e dell’austerità.

Certe manovre contabili interpretate come prestiti sono la ragione principale invocata nel processo di impeachment [procedura di destituzione] della Presidente del Brasile. La pubblicità degli affari di corruzione che toccano politici di ogni tendenza contrasta con il contenuto in realtà puramente economico dell’accusa contro Dilma, che dal canto suo non è neppure accusata di corruzione.

Criminalizzare le infrazioni all’austerità

L’operazione più importante è stata chiamata dai media "pedalate fiscali". Il governo utilizza le banche pubbliche per eseguire diversi pagamenti e succede che il denaro erogato dalle banche superi l’importo trasferito dall’autorità monetaria (essendo la differenza compensata in ritardo e con tassi di interesse). Si tratta di una pratica corrente, ma nel 2014 ha riguardato un importo maggiore del solito. Il tribunale competente ha respinto i conti governativi, comportandosi come se il governo avesse preso in prestito del denaro dalle banche pubbliche – ciò che è vietato dalla Legge di responsabilità fiscale la cui funzione è di controllare l’indebitamento pubblico.

Il processo di impeachment al Congresso nazionale riprende un’accusa simile e vi aggiunge alcuni decreti governativi che richiedevano crediti supplementari. Quanto consiste in un rimaneggiamento del bilancio è allora interpretato come un tentativo di aggirare la legge di bilancio. Parecchi argomenti giuridici possono essere invocati per dimostrare l’assenza di un “crimine di responsabilità” in entrambi i casi.

Ma usciamo dagli argomenti puramente tecnici. Non facciamo finta che si tratti di un problema di buona gestione, quando invece l’impeachment è innanzi tutto un tentativo per criminalizzare ogni politica che permette al governo di spendere più di quanto autorizzato dalle leggi di austerità.

Radicalizzazione della svolta neo-liberale

Certo, sarebbe esagerato dire che il Brasile abbia praticato prima di questi eventi una politica economica che metteva veramente in pericolo i principi neo-liberali. La scelta degli ultimi governi fu soprattutto di rispettare tali principi senza rinunciare agli investimenti sociali. È in questa prospettiva che sono state applicate all’economia delle politiche keynesiane, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della spesa pubblica per stimolare la crescita e l’occupazione. Questa strategia di conciliazione ha registrato evidentemente risultati variabili, in gran parte perché non è stata accompagnata da un pensiero e da una politica consistente, che potesse veramente contrastare il neo-liberalismo.

Nel contesto di corruzione economica e di corruzione, l’insoddisfazione della popolazione è legittima. Peraltro non ci si può non stupire che gli argomenti e le poste in gioco economiche di fondo che stanno al centro del processo di impeachment siano scivolati dietro le quinte. Nella votazione del 17 aprile alla Camera dei deputati quasi nessun deputato fra quelli a favore del “sì” ha parlato dei veri motivi del processo. Il Senato ha deliberato la destituzione di Dilma in base ad argomenti che occultano la posta in gioco principale dietro la fiacca constatazione che la Presidente deve essere punita per quello che complessivamente viene definita una “contabilità creativa”.

In effetti, tutto questo teatrino non avrebbe la legittimità necessaria senza il sostegno delle forze che aprono la strada a una radicalizzazione della svolta neo-liberale nel paese. Il partito del vice-presidente ha già pubblicato un programma che segue punto per punto la ricetta del neo-liberalismo: necessità di un’autorità monetaria indipendente, indebolimento dei diritti del lavoro, soppressione degli articoli costituzionali che impegnano lo Stato a spendere un certo importo per l’educazione, la sanità, ecc.

Un colpo di grazia alle politiche keynesiane

Dietro le denunce di corruzione si nasconde così l’applicazione al Brasile di un programma di austerità che si sta imponendo ovunque nel mondo. Si tratta di dare il colpo di grazia a qualsiasi assiomatica keynesiana, che deve essere sostituita, una volta per tutte, dall’assiomatica neo-liberale. Sta nella natura stessa della guerra assiomatica di svolgersi su un piano nascosto, dietro quanto è ufficialmente presentato come un affare da specialisti.

Salta agli occhi che al centro di un processo di destituzione di una Presidente in America Latina c’è una disputa su ciò che si può o meno definire come un prestito.

Da un lato, le “pedalate fiscali” sarebbero un pagamento ritardato, come una bolletta del gas pagata in ritardo non implica un prestito del cliente alla compagnia del gas. Dall’altro, si ribatte ossessivamente l’analogia con un conto corrente personale, per cui un rosso implica un accesso al credito. Determinare se si tratti di un prestito o meno è in questi termini indecidibile ed è allora che interviene un’assiomatica – nel senso dei principi primi indimostrabili che governano la decisione su ciò che è vero e non vero. La nozione di assiomatica, presa in prestito da Deleuze e Guattari, nella loro descrizione del funzionamento del capitalismo (1) si rivela ancor più pertinente nella fase neo-liberale, poiché rinvia a degli enunciati che non indicano ciò in cui si deve credere, ma ciò che si deve fare.

Il debito contro la democrazia

Il carattere conflittuale della definizione del prestito è esemplare per la natura assiomatica della disputa in corso in Brasile e per l’intervento aggressivo degli assiomi del debito, analizzato da Maurizio Lazzarato (2). Lotte assiomatiche intervengono in differenti momenti nel passaggio al capitalismo finanziario – aggiunge: come un lotta intorno agli assiomi del welfare, ma anche come una lotta all’interno delle istituzioni, dal momento che le élites neo-liberali si battono per imporre i loro assiomi contro le élites keynesiane.

La ragione neoliberale implica un infragilimento dei principi della democrazia liberale rappresentativa e opera in campi ben più vasti della sola economia. Pierre Dardot e Christian Laval (3) mostrano che questa nuova ragione del mondo interviene rimpiazzando i fondamenti della cittadinanza con categorie gestionali, mettendo avanti le tecnologie del management come se fossero altrettante soluzioni per i problemi dell’amministrazione pubblica. Si tratta di una logica normativa che tende a svuotare lo spazio proprio del sistema giuridico così come le istituzioni della democrazia liberale per sostituire con un costituzionalismo neo-liberale.

Di qui nasce la spinta a chiamare “colpo di stato” quanto sta accadendo in Brasile. Nella messa in mora dei principi democratici e in un indebolimento del potere di voto avvertiamo l’apparizione di qualcosa di gravemente antidemocratico, senza sapere come denominare la minaccia. Di fronte alla messa in opera radicale di una razionalità neo-liberale tocca alla sinistra inventarsi nuove strategie per uscire da un dilemma molto più profondo di un cambiamento di presidenza.

(1) Mille Plateaux, Les Ed. de Minuit, Paris 1980 (trad. it. Millepiani, Castelvecchi, Roma 2010).

(2) Gouverner par la dette, Les Prairies Ordinaires, Paris 2014.

(3) La nouvelle raison du monde : Essai sur la société néoliberale, La Découverte, Paris 2010 (trad. it. La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013).

* Tratto da Regards. Traduzione a cura di DINAMOpress.

Tatiana Roque insegna all’Università federale di Rio de Janeiro ed è presidente del sindacato dei professori di quella università.

25 maggio 2016

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L'anno del pollo e l'anno del dragone: come hanno spolpato l'Italia nel 2011

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pollo spennatotratto da http://www.comidad.org

Come è noto, il calendario cinese intitola gli anni a degli animali: l’Anno del Topo, l’Anno del Bue, l’Anno del Serpente, l’Anno del Drago, ecc. Il 2011 potrebbe essere intitolato come “Anno del Pollo”, anzi del pollo da spennare, in questo caso l’Italia. All’inizio del 2011 una cordata di affari costituita dalla britannica BP, dalla francese Total e dalla americana Goldman Sachs, con il supporto mediatico di Al Jazeera, emittente del Qatar, lanciò una campagna per strappare la Libia all’ENI, riuscendo ad assicurarsi il supporto dell’ONU e della NATO. Goldman Sachs si era unita a quell’operazione per prevenire gli effetti giudiziari di una sua frode miliardaria perpetrata ai danni del governo libico. Nell’ottobre di quell’anno l’operazione venne condotta a termine, culminando nell’assassinio di Gheddafi; un assassinio spacciato come un linciaggio spontaneo attraverso un falso video. L’Italia venne così privata di una delle sue principali sponde affaristiche ed energetiche.

Alla fine dello stesso anno scoppiò la cosiddetta “emergenza spread”, l’attacco al debito pubblico italiano, che si risolse in un aumento vertiginoso dei tassi di interesse da corrispondere agli investitori in titoli di Stato italiani. L’emergenza comportò l’anno dopo l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità, al quale l’Italia ha dovuto versare centoventicinque miliardi di euro, in gran parte destinati al salvataggio di banche tedesche. Tutto ciò perché l’Italia sarebbe stata in “difficoltà finanziaria”. In effetti è proprio l’entità spropositata del versamento italiano al MES a far comprendere il carattere puramente ricattatorio ed estorsivo di quella finta emergenza.
In Italia da tempo è iniziata una rilettura “critica” di quell’annus horribilis, una rilettura nella quale al Buffone di Arcore, allora ancora Presidente del Consiglio, è riservata la parte dell’eroe, della vittima e del profeta. La versione dei fatti ci narra del Buffone critico ed oppositore dell’intervento militare in Libia, latore di oscuri presagi sulle conseguenze dell’eliminazione di Gheddafi. La stessa fiaba, rilanciata l’anno scorso in un libro del giornalista americano Alan Friedman, ci racconta di un Buffone vittima di un colpo di Stato ordito da poteri stranieri per sostituirlo con il lobbista delle banche Mario Monti. (1)

Questa narrazione si basa sull’approssimazione della memoria e sulla omissione di fatti essenziali. Anzitutto l’aggressione alla Libia fu iniziata senza l’egida NATO da Francia e Gran Bretagna. Si formò poi uno schieramento di Paesi, sotto la guida statunitense, con la significativa assenza della Germania, tiratasi fuori dall’operazione. Che il Buffone, e soprattutto la Lega Nord, fossero riottosi a impegnarsi nell’aggressione alla Libia e che il presidente Napolitano, verso la metà di marzo, fece un colpo di mano (o di Stato?) per indurre lo stesso Buffone a conformarsi, è cosa nota e accertata. Ma sono i comportamenti successivi del Buffone a risultare incompatibili con la versione della sua presunta contrarietà alla guerra.

Il presidente francese Sarkozy era contrario ad una direzione NATO, volendo fare la parte del leader in tutta l’impresa. Senza un comando NATO il Buffone avrebbe avuto la base giuridica e, soprattutto, la confusione sul campo, utile a non avallare l’uso delle basi NATO italiane da parte della coalizione anti-libica. Le basi, ovviamente, sarebbero state ugualmente utilizzate dalle forze armate USA, poiché dal 1999, grazie al governo D’Alema, i Carabinieri non avevano più il controllo, ma comunque quell’uso delle basi non avrebbe coinvolto la responsabilità diretta del governo italiano.

Cosa fece invece il Buffone di Arcore? Incaricò il ministro degli Esteri Frattini di sollecitare la formazione di un comando NATO dell’aggressione alla Libia. Gli USA non aspettavano altro, e il governo italiano presentò quel ridimensionamento di Sarkozy come un proprio successo. Il vincolare l’Italia al quadro NATO, comportava invece il legarsi le mani alle regole dell’alleanza, e si sa che le regole valgono solo per il contraente debole, perciò ci si precludeva ogni possibilità di tirarsi fuori in un secondo momento. Morale della favola: si posero le basi giuridiche della concessione delle basi e, nello stesso tempo, del diretto intervento italiano in Libia, con centinaia di missioni aeree di smaccata ferocia, entusiasticamente organizzate dal ministro della Difesa, il sanguinario Ignazio La Russa. (2)
La realtà è che il Buffone non fece nulla per ridimensionare l’impegno italiano nell’aggressione alla Libia e che cercò, al contrario, di compiacere in tutti i modi il segretario di Stato USA Hillary Clinton, nota lobbista di Goldman Sachs. La storia reale ci narra non di un Buffone vittima, eroe e profeta di sventura, semmai di un Buffone collaborazionista e non solo nella vicenda libica.
Poche settimane prima di essere cacciato dal governo, il Buffone, ancora una volta, pose le basi politiche per una colonizzazione ulteriore dell’Italia da parte delle organizzazioni sovranazionali. Nel libro di Friedman si ripropone la storia di un Buffone oppositore del Fondo Monetario Internazionale, il quale avrebbe voluto imporre all’Italia un prestito di ottanta miliardi di dollari, con tutti i vincoli che ciò avrebbe comportato per l’economia italiana. Il fatto venne a suo tempo negato dal direttore del FMI, Christine Lagarde; fu confermato invece dal primo ministro spagnolo Zapatero. Ma che la proposta della Lagarde, peraltro mai ufficializzata, fosse solo una manovra tattica, è provato dal fatto che anche Monti, una volta subentrato al Buffone, non contrasse alcun debito col FMI.

Strano che un presunto “grande uomo d’affari” come il Buffone fosse così inesperto di trattative da non rendersi conto del fatto che la proposta della Lagarde fosse solo un’esca per indurlo a concedere ben altro. Molto più rilevante è infatti la circostanza che nel novembre del 2011 il Buffone accettò, ed addirittura invocò, il ruolo ufficiale del FMI come “certificatore” del bilancio dello Stato italiano. Quindi, pur senza  accettare alcun prestito, si certificava ugualmente il declassamento dell’Italia a colonia del FMI, il principale componente della cosiddetta Troika. Anche in quella circostanza al Buffone venne riservata la parte del pollo, sempre che la sua vera motivazione non fosse, come sempre, quella di compiacere i potenti.

Sia il governo Letta che il governo Renzi hanno successivamente presentato ministri dell’Economia di provenienza FMI. Ma, se è per questo anche il primo governo del Buffone, nel 1994, annoverava un ministro dell’Economia di carriera FMI, Lamberto Dini. Ciò a “certificare” l’indipendenza del Buffone dai poteri sovranazionali, i quali lo hanno usato, buttato e riciclato a seconda delle convenienze. (3)
L’anno dopo, regnante Monti, fu il presidente della BCE, Mario Draghi, a prendere sotto tutela il debito pubblico italiano, facendo cessare l’emergenza spread ed esautorando definitivamente i governi italiani. Dall’Anno del Pollo all’Anno del Draghi.

Che senso ha proporci oggi il Buffone di Arcore come eroe, vittima e profeta? Si tratta chiaramente di un’operazione di guerra psicologica per avvilire ulteriormente il popolo italiano. Come a dirci: il massimo di opposizione al colonialismo che potete permettervi è il Buffone. 

26 maggio 2016

1) http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/24/libia-e-fondo-monetario-quando-berlusconi-aveva-ragione/27881/
2) http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_24/nato-comando-missione-libia_dca58050-55de-11e0-9d72-1f2c6c541e94.shtml?fr=correlati
3) http://www.repubblica.it/economia/2011/11/04/news/g20_ultimatum_italia-24390352/index.html?ref=HREA-1

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Maggio 2016 10:44

Proteste contro il governo, in Francia comincia a mancare la benzina

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direct lorient les manifestants se dispersenttratto da http://www.infoaut.org

Dopo oltre due mesi di proteste il movimento contro jobs act francese non si ferma e continua con le azioni contro il governo di Manuel Valls.  Nessuno Oltralpe sembra essere cascato nella falsa promessa che si possano barattare diritti per avere posti di lavoro e il governo francese è sempre più in difficoltà. Da diversi giorni, su iniziativa dei sindacati CGT e Force ouvrière, sono cominciati i blocchi alle raffinerie e ai depositi di carburante per colpire l’economia fino al ritiro della contestatissima Loi Travail, sola possibilità che resta al movimento dopo decine di manifestazioni ignorate dai politici al governo. Se fin dall’inizio della protesta l’intenzione è stata quella di colpire politici e grandi imprenditori “dove gli fa male”, fino ad oggi il vero motore della protesta erano stati gli studenti delle scuole superiori e i partecipanti a Nuit Debout, l’acampada per il ritiro della legge. Negli ultimi giorni invece i sindacati sembrano essere usciti dal loro torpore e hanno organizzato decine di blocchi di raffinerie, porti e depositi di carburante. Sei delle otto raffinerie francesi sono bloccate in questo momento da scioperi o picchetti con effetti che iniziano a farsi sentire direttamente sulle pompe di benzina, per ammissione del governo almeno pochi giorni di blocco hanno già messo in difficoltà 1’500 stazioni di servizio e alcune prefetture del nord della Francia hanno cominciato a razionare l’accesso al carburante.

“Non c’è bisogno di dar fastidio ai nostri compatrioti con questi blocchi” ha dichiarato il primo ministro Valls facendo appello al senso di responsabilità dei manifestanti. Che la situazione inizi a preoccupare seriamente Valls e Hollande lo dimostra il pungo duro usato dalla polizia contro i blocchi. Anche se il governo ostenta tranquillità diverse centinaia di agenti in assetto antisommossa sono stati inviati a sgomberare i manifestanti. A Lorient, dove centinaia di portuali bloccavano un importante deposito di carburante, ladirect lorient les manifestants se dispersent 1 polizia è intervenuta in forze nella giornata di venerdì per smantellare le barricate montate dai lavoratori facendo uso di lacrimogeni e manganelli. I manifestanti hanno risposto lanciando pietre e oggetti contro i poliziotti, un agente ha avuto un dente rotto da un sasso. A Dunkerque domenica la polizia è intervenuta per sgomberare altri due depositi petroliferi. Polizia in azione anche a Rouen ma nella notte tra domenica e lunedì uno nuovo importante deposito è stato bloccato a Fos sur Mer da circa 500 manifestanti che hanno costruito barricate per prevenire l’arrivo delle forze di polizia.

La determinazione dei manifestanti sta già portando i primi frutti, il governo ha fatto marcia indietro sulle misure della Loi travail che toccavano la categoria degli auto-trasportatori dopo che questi avevano bloccato numerosi caselli autostradali la settimana scorsa: “Questo primo importante risultato deve incoraggiare tutti i lavoratori a raggiungere il movimento, arriveremo fino in fondo” ha dichiarato Catherine Perret, segretario confederale della CGT.

Martedì ci sarà un nuovo sciopero dei ferrovieri, mentre giovedì è stato dichiarato l’ottavo sciopero generale per tutte le categorie e nei prossimi giorni sono previste nuovi picchetti per bloccare completamente gli snodi marittimi francesi.

23 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Maggio 2016 10:44

Fine dell’era del petrolio?

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petrolio estrazioneL’oro nero tra caduta dei prezzi e guerre commerciali. In futuro solo un’economia globale meno dipendente dai consumi energetici potrà garantire pace e sostenibilità

Alla fine del 2015 il prezzo del petrolio era crollato ai valori di inizio secolo, dopo aver raggiunto un picco vicino ai 150 dollari al barile nel 2008. Le previsioni indicano che i prezzi continueranno a mantenersi bassi per tutto il 2016, cosa che sembra difficile da spiegare in un mondo nel quale è sempre più costoso produrre petrolio. Tuttavia questa situazione viene, paradossalmente, a confermare la fine dell’era del petrolio poco costoso. Vale la pena di provare a dare una risposta a quello che sta succedendo.

Crisi nei petroli convenzionali e non convenzionali

All’inizio di questo secolo la minaccia del “picco” del petrolio (massimo mondiale possibile di produzione) caratterizzava le analisi del mercato petrolifero. L’attesa di un’evidente restrizione dell’offerta di greggio portò gli investitori a orientare le loro risorse verso una nuova tecnologia: lo “shale oil” e il “tight oil” (petrolio di scisto o da formazioni compatte). L’aspettativa di prezzi alti provocò una “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti. La conseguenza fu che a partire dal 2010 la produzione di petrolio in questo paese passò da 0,5 a 4,5 milioni di barili al giorno nel 2014. Ma la macchina ha ucciso l’inventore e l’offerta nordamericana ha inondato il mercato, cosa che insieme alla decelerazione dell’economia ha provocato la caduta dei prezzi. Le compagnie petrolifere nordamericane hanno cominciato a tagliare le spese, hanno venduto titoli, hanno ridotto a meno della metà la quantità di pozzi, ma la maggioranza delle imprese è riuscita a sopravvivere. Tuttavia, già sotto i 50 dollari al barile, imprese perforatrici come la Samson Resources e la Magnum Hunter Resources hanno dichiarato fallimento e ci si attende che altre le seguano (come la Chesapeake, la Southwestern Energy e la Ultra Petroleum). Se i prezzi rimarranno sotto i 50 dollari al barile, la crisi dello shale negli Stati Uniti potrebbe far crollare le istituzioni bancarie e finanziarie che lo avevano reso possibile, così com’è stato segnalato da vari analisti. Ma la crisi non ha colpito solo le compagnie petrolifere nordamericane: la Bp ha annunciato la riduzione del suo personale del 15%, la Pemex ha comunicato che licenzierà 13.000 lavoratori, la Shell ha venduto parte dei suoi titoli, solo per fare alcuni esempi. L’Opec nel frattempo ha mantenuto alti i suoi volumi di produzione (con costi minori dei suoi avversari dello scisto) nel tentativo, secondo alcuni analisti, di demolire l’industria nordamericana. Tuttavia questa strategia risulta pericolosa perché danneggia le economie dei paesi arabi e di altri stati petroliferi. A tal punto che il governo saudita sta studiando la possibilità di privatizzare alcuni settori dell’impresa petrolifera nazionale, la Saudi Arabian Oil Co. (Saudi Aramco). Questa è l’unica impresa produttrice di petrolio saudita, possiede le seconde maggiori riserve di petrolio del mondo e controlla la produzione di più del 10% del petrolio mondiale.

In Arabia Saudita il deficit del 2015 ha raggiunto i 98 miliardi di dollari (il doppio del previsto) e i prezzi interni del petrolio sono saliti del 40%. Provvedimenti simili sono stati presi in altri paesi come gli Emirati Arabi e il Venezuela. Gli Stati arabi dell’Opec si trovano ad affrontare i gravi problemi politici che scaturiscono dalla riduzione della spesa sociale statale e l’aumento dei prezzi dei beni di consumo provocato dalla caduta delle entrate fiscali. Tutta la zona si è trasformata in una polveriera. Il ritorno sul mercato dell’offerta iraniana dopo l’eliminazione delle sanzioni commerciali non farà altro che rafforzare la tendenza ai prezzi bassi del petrolio. I primi messaggi lanciati da Teheran confermano i suoi piani di esportare tutto il greggio possibile, il che aumenterà l’eccesso di offerta. L’altra visuale sulla caduta dei prezzi è in relazione non tanto con l’“eccesso di offerta” di greggio, ma piuttosto con la “scarsità di domanda” che trae origine dalla decelerazione dell’economia, particolarmente di Cina, Brasile, Russia e Unione Europea. A questo si aggiunge un inverno mite che ha ridotto la domanda di riscaldamento in Giappone, Europa e Stati Uniti. Si deve rilevare che tutte le materie prime si sono svalutate e non solo il petrolio, manifestando una forte contrazione sui mercati. Attualmente si calcola che l’offerta quotidiana di greggio sia di uno o due milioni di barili al di sopra della domanda. Pertanto, sembra abbastanza verosimile supporre che il prezzo del petrolio sia sceso per la crisi economica più che per speculazioni del potere geopolitico.

Prezzi futuri

Fare pronostici sui prezzi futuri del petrolio è un’avventura. Ci sono troppi fattori che influiscono nel gioco e a dire il vero sono poche le proiezioni che si avverano. Inizialmente c’è da aspettarsi che i bassi prezzi finiscano per aumentare la domanda e vengano liquidate le eccedenze di petrolio, per cui i prezzi potrebbero tornare a salire. Ma questo non dovrebbe succedere quest’anno. D’altro canto ci sono troppi attori governativi interessati a mantenere bassi i prezzi. Abbiamo già citato l’Arabia Saudita e la sua battaglia contro lo scisto statunitense. Ma a differenza di quanto accade in Arabia Saudita dove la proprietà del petrolio e l’impresa sono statali, negli Stati Uniti la proprietà è privata. Bisogna vedere fino a che punto gli interessi interni pesano su quelli geopolitici e fino a dove sarà disposta ad arrivare l’amministrazione Obama per cercare di distruggere altre economie petrolifere come quella di Arabia Saudita, Russia o Venezuela. Peraltro bisogna far notare che l’opinione pubblica statunitense è felicissima per la diminuzione dei prezzi interni della benzina. La Russia da parte sua ha svalutato molto la sua moneta e pertanto le entrate in dollari convertiti in rubli si mantengono relativamente costanti nonostante la caduta del prezzo del petrolio. Qualcosa di simile accade in altri paesi esportatori come il Brasile o il Canada. L’equilibrio tra i costi della svalutazione della moneta e la diminuzione in dollari delle esportazioni ha risultati diversi secondo gli analisti e non si riesce ad avere una risposta unanime. Quel che è certo è che gli investimenti in esplorazioni e sfruttamento del petrolio sono diminuiti del 20% nel 2015 ed erano già scesi del 15% nel 2014. Le “teste perforatrici” (rigs) nel mondo si sono ridotte del 40% nell’ultimo anno e ci sono varie imprese in bancarotta. È possibile che per gli investitori ormai non sia tanto sicuro investire in petrolio come negli anni precedenti. I nuovi investimenti si sono concentrati negli ultimi tempi nel petrolio di scisto (ormai non ci sono quasi più riserve convenzionali da scoprire) e questi ultimi due anni hanno dimostrato la fragilità del settore di fronte alle fluttuazioni dei prezzi del greggio. Il fatto che le compagnie petrolifere stiano fallendo è la miglior prova che l’era del petrolio poco costoso è finita.

Fluttuazioni e meccanismi a catena

I prezzi del petrolio hanno sempre fluttuato. Quando i loro valori sono bassi, l’economia cresce, aumenta la domanda e comincia a salire il prezzo. Quando i prezzi sono sufficientemente alti da danneggiare l’economia, allora comincia la decelerazione e con questa la caduta della domanda, per cui tornano i prezzi bassi del greggio. Questo ciclo si è ripetuto periodicamente negli ultimi cinquant’anni. Tuttavia ora siamo di fronte a un cambiamento strutturale in questo ciclo: il petrolio convenzionale sta finendo (la maggioranza dei giacimenti sono già entrati in declino) e il non convenzionale non può essere estratto a meno di 100 dollari al barile. Questo vuol dire che il nuovo livello base del ciclo del petrolio futuro dovrebbe stare al di sopra di questo valore. Questo “eccesso di offerta” di greggio che oggi viviamo è il risultato di investimenti speculativi nello scisto statunitense che è sopravvissuto e ha prodotto ingenti quantità di volumi mentre il suo prezzo era al di sopra dei 100 dollari al barile. Sotto questa soglia le imprese non sopravvivono. Una volta che i depositi attualmente pieni si saranno svuotati e la domanda riprenderà a crescere, i prezzi torneranno a salire. Ma gli investitori ormai sono sull’avviso. Lo scisto non tollera le fluttuazioni dei prezzi e i saliscendi dell’economia che sopportava il petrolio convenzionale. Le banche sono allertate: non saranno più tanto convincenti le aspettative di profitti relativi ai greggi non convenzionali. Il petrolio inoltre deve affrontare due potenti concorrenti: il progresso delle tecnologie per l’uso di fonti rinnovabili e gli accordi internazionali per limitare il cambiamento climatico. L’attuale caduta dei prezzi è figlia dell’eccesso di offerta combinato con la scarsità di domanda. Una volta tornati in equilibrio i due termini dell’equazione, difficilmente il greggio tornerà ai prezzi bassi. Ma il petrolio non è una merce qualsiasi. È l’energia più versatile e utile per alimentare il motore dell’economia. Il petrolio poco costoso è ciò che ha favorito l’espansione economica globale negli ultimi sessant’anni. E ogni volta che il petrolio è salito o ha scarseggiato l’economia globale ne ha risentito. Non sembra che sarà facile sostenere la crescita economica globale con fonti energetiche meno versatili e più costose. Assicurare la pace e la sostenibilità futura dovrebbe andare di pari passo con un’economia globale meno dipendente dai consumi energetici e, probabilmente, più austera.

Gerardo Honty (Alai)

Fonte: Rebelión - Traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 114 (aprile 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Domenica 22 Maggio 2016 14:07

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