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INTERNAZIONALE

Sull’attacco all’Iran: bombe e altre armi

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iran_uncle_samNelle ultime settimane i venti di guerra soffiano sull’Iran. Le Forze Armate di Teheran lo sanno e preparano contromisure che sono d’attacco. Rivolte al suo attaccante principale – Israele – che, del blocco occidentale intenzionato a usare la forza contro lo Stato degli ayatollah, è la punta di diamante.

Ma fra gli stessi israeliani il fronte non è compatto. Non tanto quello dell’opinione pubblica che, secondo recenti sondaggi, appoggerebbe solo al 40% un’azione armata pur rivolta contro i presunti centri di produzione dell’arma atomica. Anche diversi strateghi militari di Tel Aviv temono la risposta dei generali iraniani. Seppure non dotata della potenza aerea e balistica della IAF le testate missilistiche della Repubblica Islamica possono raggiungere le città israeliane con conseguenze disastrose per la popolazione. Ecco perché la componente occidentale, pur sempre militarista, facente capo al Pentagono resta cauta di fronte a un passo che spargerebbe non soltanto morte e distruzione nel piccolo territorio del grande alleato ebraico ma infiammerebbe un’area già ampiamente sotto pressione. L’effetto domino di una guerra locale coinvolgerebbe altre nazioni arabe amiche dell’Occidente (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Bahrain) con una ripercussione su rifornimenti e mercati energetici, con ricadute sulla certezza e sulla possibilità di estrazione e distribuzione di petrolio e gas nonché sui costi di quelle merci pregiate. Una simile mossa potrebbe provocare sì nuovi interventi della Nato in una regione vastissima; a Russia e Cina non basterebbe alcun veto e forse neanch’esse potrebbero rimanere immobili.

Col grande Medio Oriente trasformato in un gigantesco Iraq riaffiorerebbe l’incubo dal quale le truppe statunitensi si sono appena sganciate e che temono maggiormente: l’intervento di terra. Già difficile in Iraq, e ancor più in Afghanistan, quel passo diventa proibitivo sul territorio iraniano difficilmente conquistabile al suolo per la conformazione montuosa dei confini e le zone centrali paludose e desertiche. Bombardare non vuol dire occupare né piegare, l’Enduring Freedom insegna. Chi vuol mettere in ginocchio l’Iran dovrà misurarsi con la compattezza difensiva del suo Esercito, l’attuale arma migliore assieme allo spirito nazionale che sempre si ricompatta di fronte al pericolo dell’attacco straniero. Quest’ultimo, infatti, è considerato da diversi analisti (cfr. dossier Ispi) un passo falso che ridarebbe spazio all’allarme politico (peraltro non fantasioso) dell’assalto alla Repubblica Islamica per mano delle storiche forze reazionarie dell’imperialismo, cementando così l’orgoglio persiano con quello delle altre comunità etniche della nazione. Senza contare che, dopo un simile assalto, dal punto di vista giuridico risulterebbe legittimata ogni ricerca rivolta alla realizzazione dell’arma atomica, tendenza finora esclusa dalle autorità di Teheran. Perciò altre armi che sono già apparse nello scenario politico estero e interno iraniani (embargo internazionale e manipolazione di rivolte locali e sociali) possono risultare più utili al disegno destabilizzante. Certo negli ultimi due anni sia le ribellioni e gli attentati in Baluchistan, sia le proteste anche violente del “movimento verde” hanno prodotto solo marginali crepe nel controllo che gli ayatollah continuano ad avere sulla maggioranza della popolazione.

Ma c’è chi ritiene necessario applicare il logorio di lungo corso che potrà produrre cambiamenti endogeni senza lasciarsi influenzare dall’ossessione dell’atomica. Per molti aspetti questo terribile strumento continua a essere un deterrente in campo geo-strategico, non un’arma da usare. Israele, che la possiede, punterebbe a colpire i centri nucleari iraniani con bombe potentissime (bunker buster) evitando la follìa di dotarle di uranio o plutonio. La “detestata” dittatura familiare nordcoreana dei Kim Jong con l’atomica ha conservato il suo sistema di potere perpetuando un’infinita “Guerra fredda” ma non ha sganciato alcun ordigno su Seoul. Gli strateghi dell’imperialismo ancora in corso d’opera che siedono al Pentagono e alla Casa Bianca e gli omologhi di Mosca, Pechino o Delhi sanno che questa tattica può ripetersi ad libitum. Mantiene alta la tensione rispetto alle scadenze interne. Sicuramente fare la voce grossa può pagare: oggi serve a Netanyahu, un po’ meno ad Ahmadinejad (per i problemi che spieghiamo), servirà a Romney per lanciare il suo sprint alla White House e a Obama per respingerlo, ma i gesti avventati hanno ricadute più ampie di talune fughe in avanti. E se conta comprendere anche ciò che accade in casa del nemico, alcuni risvolti del panorama iraniano appariranno già con le politiche di primavera. Esse dovrebbero ratificare la rottura definitiva fra il potere clericale e il presidente Ahmadinejad, respinto da tutti gli ayatollah anche dall’ultracoservatore Yazdi un tempo suo mentore. Il presidente-basij cerca di difendersi dal trappolone dello scandalo finanziario in cui è finito un suo uomo, nonché suocero, Esfandiar Rahim Mashaei accanto al Ministro dell’Economia Mohammadi. Entrambi sono accusati di una frode di 2.6 miliardi di dollari che inevitabilmente coinvolge la gestione presidenziale.

E nel ridisegnato quadro interno si vede sempre più il potente partito dei militari - ai tempi di Khatami in attrito col clero - riavvicinarsi alla Guida Suprema che non discute lo strapotere economico delle loro bonyad e sostituisce, nel cuore e sulla scena politica, “l’eretico” Ahmadinejad con un nuovo uomo delle Guardie della Rivoluzione: Mohammad Ghalibaf. Come l’attuale presidente anche Ghalibaf passa attraverso la carica di sindaco della capitale, ma col suo passato da ufficiale è ben più dell’ex basij sangue e carne dei pasdaran. Ghalibaf sarà il candidato su cui clero e laici punteranno alle presidenziali dell’anno venturo e sotto la minaccia d’un intervento straniero c’è da giurare che tanta gioventù persiana gli sorriderà. Magari anche certi contestatori di Ahmadinejad.

Enrico Campofreda

tratto da www.contropiano.org

6 febbraio 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2012 11:09

Accordo Nato: Sigonella sarà «capitale mondiale dei droni»

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Per future «guerre preventive» in Medio Oriente, Africa, Est Europa, gli Usa e la Nato varano uno dei più costosi programmi nella storia dell'alleanza. Solo 13 paesi contribuiranno, Francia e Gran Bretagna restano ai margini, Spagna e Polonia si tirano fuori. L'Italia al centro del progetto. Altro che rinunciare agli F35...
drone_usa«È un buon accordo, un grande accordo, un accordo ben fatto». Non nasconde la sua soddisfazione il segretario della difesa Leon Panetta: la Nato si doterà entro il 2017 di un nuovo sistema di sorveglianza terrestre, l'AGS (Alliance Ground Surveillance) e il suo centro di comando e di controllo verrà installato nella base siciliana di Sigonella. La lunga ed estenuante trattativa tra i partner ha visto però ridurre progressivamente a 13 il numero di paesi che contribuiranno a quello che si preannuncia come uno dei più costosi programmi della storia dell'Alleanza atlantica. Oltre a Stati uniti e Italia, Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Romania, Slovacchia e Slovenia. Un contributo operativo specifico verrà comunque da Francia e Gran Bretagna che metteranno a disposizione i propri sistemi French Heron Tp (coprodotti con Israele) e Uk Sentinel. Restano fuori Spagna e Polonia, candidatesi inizialmente con l'Italia per ospitare l'AGS con i cinque velivoli senza pilota del tipo "Global Hawk" che la Nato acquisterà dalla statunitense Northrop Grumman.
«L'accordo è un passo fondamentale verso un sistema di sorveglianza dell'Alleanza in grado di dare ai comandanti una fotografia precisa di qual è la situazione sul terreno», ha dichiarato il segretario generale Nato, Anders Fogh Rasmussen. «E la recente operazione in Libia ha dimostrato quanto importante sia questa capacità». Durante i mesi del conflitto libico, proprio a Sigonella l'US Air Force aveva schierato due "Global Hawk" e un imprecisato numero di droni MQ-1 Predator, utilizzati in particolare per individuare gli obiettivi e dirigere i bombardamenti dei caccia della coalizione a guida Nato. Nei programmi del Pentagono, la base siciliana è destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota: entro il 2015 dovrà ospitare un reparto di Us Air Force con 4-5 "Global Hawk", più altri 4 droni in via di acquisizione della Marina Usa.
Un accordo di massima per la trasformazione di Sigonella in «principale base operativa» del sistema AGS era stato raggiunto a Cracovia il 19 e 20 febbraio 2009, durante il vertice dei ministri della difesa della NATO. «Abbiamo scelto questa struttura dopo un'attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d'intelligence italiane, della Nato e internazionali», dichiarò a margine dell'incontro l'allora capo di stato maggiore della difesa, generale Vincenzo Camporini. Ancora più esplicito il vicesegretario generale per gli investimenti alla difesa dell'Alleanza, Peter C. W. Flory: «L'AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze Nato per tutta le loro possibili future operazioni». Un sistema destinato non solo alle attività d'intelligence o alla raccolta ed elaborazione dati, ma che consentirà la realizzazione dei futuri piani di «guerra preventiva» e di first strike in Africa, est Europa e Medio oriente.
Antonio Mazzeo
tratto da Il Manifesto del 4 febbraio 2012
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Francia. Perché le classi popolari votano le Pen

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Perché le classi popolari votano Marine Le Pen

le_pen_marine_sondaggiChristophe Guilluy, ricercatore di geografia sociale, disegna il nuovo atlante del Paese in vista delle prossime elezioni presidenziali François Hollande e Nicolas Sarkozy si rivolgono all'élite delle grandi città mascherando un reale imbarazzo nei confronti dei nuovi emarginati

I due principali candidati alle presidenziali francesi, il socialista François Hollande e Nicolas Sarkozy, che non ha ancora ufficializzato la sua partecipazione alla corsa all'Eliseo del 22 aprile e 6 maggio, si scontrano sulle «classi medie» e si accusano a vicenda di non volerle proteggere. I due principali candidati mascherano, con l'espressione «classi medie», che il sociologo Louis Chauvel descrive «alla deriva», un reale imbarazzo nei confronti della classi popolari.
Sarkozy, che nel 2007 aveva vinto grazie al voto di operai e impiegati, convincendoli con la promessa di un aumento del potere d'acquisto grazie al «lavorare di più per guadagnare di più», ha ormai consumato il divorzio con questa parte della popolazione. Dice Jérôme Fourquet dell'istituto di sondaggi Ifop: «Oggi, soltanto il 10% degli operai sarebbe pronto a votare Sarkozy al primo turno e tra il 30 e il 35% al secondo, contro il 50% del 2007».
Il Ps, secondo l'economista Bruno Amable, dalla svolta del rigore dell'83, ha girato le spalle alle classi popolari: «La scelta di abbandonare una politica di rilancio contro la disoccupazione a vantaggio della deflazione competitiva non è stata solo l'espressione del vincolo esterno o della volontà di restare in Europa. È stata una scelta politica che ha privilegiato le attese delle classi medie e superiori a detrimento di quelle delle classi popolari». Oggi, i sondaggi indicano che le intenzioni di voto degli operai sono al 40% per Marine Le Pen, seguite da Hollande al 35%. Sarkozy sarebbe alla pari con il candidato del Front de Gauche, Jean-Luc Mélénchon, per attirare il 10% del voto delle classi popolari.

Come è cambiata la situazione della società francese negli ultimi anni? Come ha influito la mondializzazione, in un paese che nel 2005 aveva stupito l'Europa votando «no» al Trattato costituzionale europeo, affossato da quel rifiuto (che si era aggiunto al «no» olandese)? Lo abbiamo chiesto al ricercatore di geografia sociale Christophe Guilluy, autore, tra l'altro, dell'Atlas des nouvelles fractures sociales en France (Autrement, 2004) e di Fractures françaises (Bourin, 2010).
L'organizzazione sociale del XXI secolo, che vediamo in Francia, ma anche in altri paesi, Usa compresi, ci mette di fronte a grandi città mondializzate, aperte, che accolgono dall'alto la ricchezza e dal basso l'immigrazione. Da una quindicina di anni c'è stato un rinnovamento della sociologia delle grandi metropoli, che votano per i socialisti o per i Verdi. Questa situazione pone la questione sul cosa sia la sinistra oggi e ci mostra il divorzio tra sinistra e classe operaia, classi popolari. Si tratta di un divorzio geografico e culturale. La sinistra è universalista, aperta al mondo, ha dimenticato la questione sociale: questo ha favorito che fosse mangiata dalla logica neoliberista. È uno choc culturale gigantesco rispetto al passato. La questione sociale è stata dimenticata e sostituita dai dibattiti di società. C'è una dimensione geografica: la sinistra non è più in contatto con le classi popolari. Mélenchon, certo, riporta nel discorso politico la questione sociale, ma lo fa con una visione che era quella del Pcf degli anni '70, come se in trent'anni non fosse successo nulla.

È la mondializzazione che ha cambiato tutto, nel senso che le classi popolari sono le perdenti di questa trasformazione, con le delocalizzazioni e la disoccupazione, mentre l'élite delle grandi città ha solo i vantaggi di questo mondo dove tutto è a portata di mano?
Dopo vent'anni di mondializzazione, la divisione dominante non è più destra/sinistra, ma tra classi popolari e classi dominanti. Non c'è la stessa percezione culturale della mondializzazione. Gli abitanti delle grandi città che votano a sinistra, anche se nei discorsi non lo dicono, erigono di fatto delle barriere, delle frontiere culturali: lo si vede nella scelta delle scuole per i figli, dei condomini dove abitare. Gli operai non hanno i mezzi per erigere queste frontiere e chiedono allo stato di farlo. La gente, confusa dalla perturbazione dell'identità, ha bisogno di ritrovarsi. Tutti pensano del resto che l'identità sia importante, che i valori siano importanti. Ma in alto si sa cosa non si deve dire. Vengono fatti discorsi moralizzatori a sinistra su coloro che sono confusi dal multiculturalismo, ma questa è più una questione sociale che filosofica: la percezione de multiculturalismo è diversa se si guadagnano 800 o 10mile euro al mese. Da vent'anni, le classi popolari votano più o meno uguale, No all'Europa di Maastricht, Le Pen nel 2002, Sarkozy nel 2007, oggi Marine Le Pen, e dicono sempre la stessa cosa, servendosi dei partiti. Negli anni '80, il Fronte nazionale era liberista, era votato dalla vecchia borghesia cattolica, quando negli anni '90 gli operai hanno cominciato a votarlo non appartenevano alla sua cultura che non aveva nulla a che vedere con la lotta di classe. Poi il Fn ha adattato il discorso, così come la sinistra adatta il discorso al suo elettorato.

Ma i due partiti dominanti, Ump e Ps, si rivolgono soprattutto alle classi medie. Come mai?
È un concetto legato al periodo dei Trenta gloriosi, quando nel momento della crescita sociale tutti erano destinati a diventare classe media. A ciascun periodo di mutazione economica corrisponde un paesaggio sociale e una classe sociale. Dopo il periodo della Francia rurale, con i contadini al centro, fece seguito quello della rivoluzione industriale, con la classe operaia, i quartieri operai e il Pcf. Nei trenta gloriosi emerge la classe media, che abita nei pavillon, nelle villette, creando un paesaggio urbano diffuso. Dalla fine degli anni '80 emergono i quartieri etnici, i ghetti che si contrappongono ai pavillon delle classi medie. Oggi, dopo vent'anni di mondializzazione, c'è stata una ricomposizione del territorio. Le classi medie sono esplose. Le classi popolari sono composte non solo da operai, ma anche da impiegati, dal terziario, dai precari: rappresentano il 60% della popolazione. I grandi partiti hanno capito che queste categorie soffrono enormemente a causa della mondializzazione, ne sono i perdenti. Hanno bassi salari, sono precari, vivono in territori non ben definiti, sono stati cacciati dalle grandi città, vivono ai margini delle zone dove si produce ricchezza, a differenza degli operai di una volta. Vivono una una no man's land culturale e non è un caso se emergono qui i partiti populisti. Da vent'anni le classi popolari hanno un'immagine culturale deteriorata, svalorizzata. Si tratta della Francia periferica, sia dal punto di vista della logica geografica che culturale. In queste zone vivono molti giovani, ma nessuno li vede: secondo un sondaggio Ifop, il 28% di questi giovani tra i 18 e i 24 anni vota Fronte nazionale. Questo vuol dire che, mentre lo zoccolo elettorale dell'Ump sono i pensionati, del Ps i funzionari, la popolazione attiva lo è del Fronte nazionale. È un immenso problema.

La sinistra, il Ps in particolare, come mai ha voltato le spalle alle classi popolari?
Negli anni '80, la sinistra è andata verso il liberismo. Ha abbandonato la questione sociale, sostituendola con l'antirazzismo. Il Pcf è scomparso, è rimasto il Ps che è sempre stato borghese e ha scelto delle tematiche che potenzialmente possono venire difese anche dalla destra, le questioni di società, la scelta della bicicletta invece dell'auto ecc..

Lei parla di Francia divisa in tre: città mondializzate, Francia di provincia e banlieues. Come si situano oggi le banlieues, dove vive una parte della classe popolare?
La figura dell'immigrato ha sostituito a sinistra la figura dell'operaio. Ma la maggior parte degli operai in Francia non sono immigrati. La carta della povertà ci rivela che l'80% dei poveri non vivono nelle banlieues, ma nei pavillon e nelle zone rurali. Le banlieues sono state molto mediatizzate, a causa delle cattiva coscienza coloniale. Le banlieues sono però territori molto mobili, dive si entra e si esce con grande frequenza. Quindi la fotografia che si fa a un momento dato delle banlieues è sempre sfasata: l'immigrato precario arriva, mentre il francese di origine immigrata se ne va. La disoccupazione resta forte, ma non sono le stesse persone a essere senza lavoro. Chi riesce, e sono in molti, se ne va, diventa classe media. Nelle banlieues si riproduce la storia delle classi popolari, si parte dal basso, una maggioranza ci resta, mentre una minoranza riesce e prende l'ascensore sociale. Finora, il modello assimilazionista era basato sul fatto che l'altro diventa sé. In una generazione, italiani, spagnoli ecc. si sono assimilati. Ma, senza dirlo, dagli anni '80 l'assimilazione è stata abbandonata. Pensavamo di essere più furbi degli americani o degli inglesi, ma l'altro è rimasto l'altro. Siamo entrati in un mondo multiculturale. Ma chi è stato proiettato in questo nuovo mondo senza le istruzioni per l'uso? Le classi popolari. Ai tempi del Pcf, c'era un'integrazione culturale, oggi questo non esiste più e per questo il Fn recupera terreno. Prima, gli immigrati abitavano negli stessi quartieri degli operai francesi, oggi non è più così. L'immigrazione recente vive nelle grandi città, nelle banlieues, mentre l'immigrazione anziana e i bianchi non vivono più negli stessi luoghi. Hanno subito uno choc culturale enorme, quando sono diventati minoranza sul loro territorio. C'è un effetto-specchio, tra la rivendicazione identitaria dei giovani di origine immigrata e quella dei giovani bianchi di estrazione popolare. C'è un comportamento razionale delle classi popolari, rispetto a quello che hanno vissuto negli ultimi vent'anni, non bisogna disprezzarle. Ho l'impressione che i grandi partiti, che si limitano a fare proposte tecniche, tendano a fare in modo che le classi popolari non votino più neppure alla presidenziale. Del resto, già disertano le urne per gli altri appuntamenti elettorali.

Anna Maria Merlo

tratto da Il Manifesto del 2 febbraio 2012

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Fiscal compact. La Ue accetta la follia "rigorista"

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Euronervi a fior di pelle

Il Consiglio mette mano all'ultima stesura del trattato della discordia, che impone la disciplina di ferro sui bilanci pretesa dalla Germania. Repubblica ceca e Polonia minacciano di non ratificarlo

euro_castello_soldiNella lettera di invito che il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha inviato ai 27 capi di stato e di governo per il vertice informale di ieri pomeriggio a Bruxelles la situazione doveva tornare a una relativa normalità nell'Europa sempre saldamente ancorata all'ortodossia neoliberista: dopo l'austerità, nell'agenda del summit c'erano la riforma del mercato del lavoro e l'occupazione giovanile, con il corollario della flessibilizzazione del mercato del lavoro.
L'allarme occupazione è difatti enorme e se ne sono accorti anche nelle varie capitali: in Europa la disoccupazione è complessivamente al 9,8%, una cifra storica, ma per i giovani siamo a una media del 22%, con 15 paesi al di sopra di questa percentuale (tra cui la Francia) e otto paesi, (Italia, assieme a Spagna, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Portogallo e Slovacchia), che superano il 30% (il record è spagnolo, con il 45%). E la recessione minaccia l'Europa. Van Rompuy voleva discutere della destinazione di 82 miliardi di euro che sono nelle casse, pronti per gli aiuti regionali e per la piccola e media impresa, che negli ultimi dieci anni ha creato nella Ue l'85% dei nuovi posti di lavoro.

I governi che, stando alle affermazioni di Sarkozy, pensavano che «con prudenza, si può dire che gli elementi di una stabilità finanziaria siano posti», sono stati accolti dallo sciopero generale del Belgio, una mobilitazione che non si vedeva da vent'anni. E la crisi greca ha messo fuoco alle polveri. La Grecia non è arrivata a Bruxelles con in mano l'accordo con la lobby delle banche private, come invece era stato previsto (e sperato). Anche se pare che l'accordo, a piccoli passi, si avvicini, con le banche che dovrebbero accettare oltre a un pesante hair cut superiore al 50% anche dei tassi inferiori al 4% per le nuove obbligazioni che sostituiranno i vecchi crediti svalutati.

Ma i nervi sono a fior di pelle, su un fronte e sull'altro. Atene non riesce a rispettare gli impegni presi e già si profila un aumento del secondo piano di aiuti della Ue e dell'Fmi, che da 130 miliardi dovrebbe salire a 145. Ma Germania e Francia in testa non vogliono sentir parlare di sborsare nuovi soldi. In ogni caso, il varo del secondo piano è sospeso all'accordo con le banche private. Ma senza aiuti, la Grecia non potrà rimborsare i 14,5 miliardi di debiti che arrivano a scadenza il 20 marzo e lo spettro del default si avvicina se non verrà trovato un accordo entro l'eco-fin del 13 febbraio. Forse un vertice sulla Grecia si terrà l'8 febbraio.

In questo contesto, sabato è arrivata la proposta-bomba della Germania (appoggiata da Olanda e Svezia): mettere chiaramente sotto tutela Atene, intensificando la sorveglianza, al punto di nominare un commissario con l'incarico di vegliare sul bilancio greco, con poteri di veto per imporre la purga messa a punto a Bruxelles (diminuzione dei salari, tagli alla sanità e ai servizi pubblici, maggiore flessibilità del lavoro). Il governo greco ha reagito con forza: «Chiunque ponga a un popolo il dilemma tra aiuto finanziario e dignità nazionale ignora gli insegnamenti storici fondamentali», ha affermato il ministro delle finanze, Evangelos Venizelos. La proposta tedesca è stata criticata da molti partner. «Inaccettabile» per il premier lussemburghese e capo dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. «Non molto sana», per il ministro degli esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, che suggerisce a Berlino di «fare attenzione a non ferire più del necessario». Per il cancelliere austriaco Werner Faymann «nessuno in politica ha bisogno di essere offensivo». Di fronte a queste reazioni, la Germania ha fatto un mezzo passo indietro: si tratta solo di «una riflessione generale» per «vedere cosa è possibile fare quando un programma di riforme continua a slittare», spiegano i portavoce del governo Merkel. Preoccupazione anche per il Portogallo, in piena recessione, che potrebbe aver bisogno di un nuovo aiuto nel 2013 per evitare il default, mentre i tassi sono saliti al 14%. Mario Monti, invece, continua ricevere felicitazioni. Oggi ritirerà a Parigi, all'Assemblea nazionale, il premio di «Politico europeo del 2011».

Il Consiglio informale ha messo mano all'ultima stesura del nuovo trattato definito «inutile» dal nuovo presidente dell'europarlamento e rifiutato dalla Gran Bretagna, il socialdemocratico Marin Schultz, il super-Maastricht che incide nel marmo la "regola aurea" della disciplina di ferro dei bilanci: deficit strutturale massimo dello 0,5% del pil (contro il 3% del deficit congiunturale di Maastricht), con multe semiautomatiche per chi deroga (0,1% del pil), che la Germania vorrebbe estendere dal deficit al debito eccessivo (Francia e Italia sono i principali oppositori). La Polonia, con la Repubblica ceca, minaccia di non ratificare il nuovo trattato, se i paesi non-euro non verranno invitati ai due vertici annuali dell'eurozona. Ma chi non ratifica non potrà ricevere aiuti dalla Ue. Il Fondo monetario preme perché l'Europa aumenti la forza del firewall (parafiamme) Mes, che entrerà in vigore a metà anno ed è dotato, per ora, di 500 miliardi. Ma la Germania non ne vuole sapere. Una decisione verrà presa al Consiglio europeo di marzo. Sul tappeto c'è l'idea di un consolidamento dei bilanci «intelligenti», che significherebbe non imporre tagli alla cieca, evitare di colpire gli investimenti per l'avvenire, come la scuola, la ricerca, le energie rinnovabili. Schultz ha insistito sull'opportunità della tassa sulle transazioni finanziarie, difesa anche dalla Francia.

Anna Maria Merlo
tratto da Il manifesto del 31 gennaio 2012
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Usa, nuove manifestazioni e scontri

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occupy-oakland-kaiser-convention-4Il movimento "Occupy" non ferma il suo cammino. A Washington e Oakland questo sabato sono riprese le proteste che da mesi in tutti gli Stati Uniti si battono contro la finanza e il modello capitalistico.

A Oakland era stato lanciato il "Move-In Day" e l'obiettivo era quello di occupare un nuovo spazio per farne un presidio fisso del movimento. Lo scorso ottobre, infatti, i manifestanti erano stati sgomberati da Frank H. Ogawa Plaza su ordine del sindaco Jean Quan.

In quell'occasione il sindaco Jean Quan dopo aver appoggiato il movimento, ordinò lo sgombero per poi concedere nuovamente la piazza dopo alcune violenze della polizia ma togliendo ancora una volta il permesso dopo sole due settimane.

Nel pomeriggio di sabato circa 300 manifestanti sono scesi in strada per occupare all’Henry J. Kaiser Convention Center, un centro per conferenze abbandonato, e costruire in quello stabile un nuovo presidio fisso della mobilitazione.

Gli agenti per impedire l'occupazione hanno effettuato cariche e usato gas lacrimogeni, ma la resistenza attiva dei manifestanti e il passaparola su Twitter ha fatto crescere la manifestazione con il passare delle ore,  fino ad arrivare a circa 2mila persone, che hanno circondato una sede della Young Men’s Christian Association, una organizzazione cristiana ecumenica, per occupare i suoi spazi esterni, prima di riscontrarsi nuovamente con la polizia.

A questo punto sarebbero stati arrestati oltre 100 manifestanti e molti altri manifestanti sono stati fermati dopo che in serata hanno fatto irruzione nel municipio della città, nonostante gli agenti a sua difesa, e hanno bruciato una bandiera americana.

A Washington, invece, circa in 200 invece hanno manifestato davanti a un grand hotel dove si trovava il presidente  Barack Obama e la moglie Michelle. I manifestanti protestavano contro la minaccia di sgombero della loro tendopoli a McPherson Square, non lontano dalla Casa Bianca.

Il video

tratto da www.infoaut.org

30 gennaio 2012

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