Saturday, Feb 23rd

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

INTERNAZIONALE

La dichiarazione conclusiva dell’Assemblea dei Movimenti al Forum Sociale Tematico di Porto Alegre: oggi più che mai contro le crisi e l’imperialismo

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Porto_Alegre_2012Noi, popoli di tutti i continenti, riuniti nell’Assemblea dei movimenti sociali durante il Forum Sociale tematico Crisi capitalista, Giustizia sociale e ambientale, lottiamo contro le cause di una crisi sistemica che si esprime in una crisi economica, finanziaria, politica, alimentare e ambientale che mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità. La decolonizzazione dei popoli oppressi e lo scontro con l’imperialismo è la  principale sfida dei movimenti sociali di tutto il mondo. Ci siamo riuniti in questo spazio a partire dalle nostre diversità, per costruire insieme agende ed azioni comuni contro il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e ogni tipo di discriminazione e sfruttamento. Per questo riaffermiamo i nostri assi comuni di lotta, adottati nella nostra Assemblea a Dakar nel 2011.

Lotta contro le multinazionali. Lotta per la giustizia climatica e per la sovranità alimentare. Lotta per l’eliminazione della violenza sulle donne. Lotta per la pace, contro la guerra, il colonialismo, le occupazioni e la militarizzazione dei nostri territori.

I popoli di tutto il mondo soffrono oggi gli effetti dell’aggravamento di una profonda crisi del capitalismo, nella quale i suoi agenti (banche, multinazionali, conglomerati mediatici, istituzioni internazionali e governi al loro servizio) cercano di aumentare i loro profitti a costo di una politica interventista e neocolonialista. Guerre, occupazioni militari, trattati neoliberisti di libero commercio e “misure di austerità” espresse in pacchetti economici che privatizzano beni, abbassano i salari, riducono i diritti, moltiplicano la disoccupazione e sfruttano risorse naturali. Queste politiche colpiscono duramente i Paesi meno ricchi del Nord, aumentano le migrazioni, gli spostamenti forzati, gli sfratti, l’indebitamento e le disuguaglianze sociali.

La logica escludente di questo modello serve solamente ad arricchire una piccola élite, sia nei Paesi del Nord che in quelli del Sud, a detrimento della grande maggioranza della popolazione. La difesa della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli, la giustizia economica, ambientale e di genere, sono la chiave per affrontare e superare la crisi, rafforzando il protagonismo di uno Stato libero dalle corporazioni e al servizio dei popoli.

Il riscaldamento globale è il risultato del sistema capitalista di produzione, distribuzione e consumo. Le multinazionali, le istituzioni finanziarie, i governi e gli organismi internazionali al loro servizio, non vogliono ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra. Ora cercano di imporci l’“economia verde” come soluzione per la crisi ambientale e alimentare, cosa che, oltre ad aggravare il problema, ha come conseguenza a mercificazione, la privatizzazione e la finanziarizzazione della vita. Respingiamo tutte le false soluzioni per queste crisi, come i biocarburanti transgenici, la geo-ingegneria e i mercati del carbonio, che sono nuovi mascheramenti del sistema.

La realizzazione del Río+20, nel mese di giugno a Río de Janeiro, passati 20 anni dalla Eco ’92, rafforza la centralità della lotta per la giustizia ambientale in opposizione al modello di sviluppo capitalista. Il tentativo di “tingersi di verde” del capitalismo, accompagnato dall’imposizione di nuovi strumenti dell’“economia verde”, è un campanello d’allarme affinché noi movimenti sociali rafforziamo la resistenza e assumiamo il protagonismo nella costruzione di vere alternative alla crisi.

Denunciamo la violenza contro le donne esercitata regolarmente come strumento di controllo delle loro vite e dei loro corpi, così come l’aumento dello sfruttamento del loro lavoro per attenuare l’impatto della crisi e mantenere costanti i margini di profitto delle imprese. Lottiamo contro la tratta di donne e bambini, le relazioni forzate e il pregiudizio razziale. Difendiamo la diversità sessuale, il diritto all’autodeterminazione di genere e lottiamo contro l’omofobia e la violenza sessista.

Le potenze imperialiste utilizzano basi militari straniere per fomentare conflitti, controllare e saccheggiare le risorse naturali e promuovere dittature in vari Paesi. Denunciamo il falso discorso in difesa dei diritti umani, che molte volte giustifica le occupazioni militari. Ci esprimiamo contro la permanente violazione dei diritti umani e democratici in Honduras, specialmente nel Bajo Aguán, l’assassinio di sindacalisti e partecipanti a lotte sociali in Colombia e il criminale blocco a Cuba che dura da 50 anni. Lottiamo per la liberazione dei 5 cubani detenuti illegalmente negli Stati Uniti, l’occupazione illegale delle Isole Malvine da parte dell’Inghilterra, le torture e le occupazioni militari promosse dagli Stati Uniti e dalla NATO in Libia e in Afghanistan.

Denunciamo il processo di neo-colonizzazione e militarizzazione che vive il continente africano e la presenza della Africom. La nostra lotta è diretta anche all’eliminazione di tutte le armi nucleari e contro la NATO.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle lotte dei popoli del mondo contro la logica depredatrice neocoloniale delle industrie estrattive e minerarie transnazionali, in particolare con la lotta del popolo di Famatina in Argentina, e denunciamo la criminalizzazione dei movimenti sociali.

Il capitalismo ha distrutto la vita delle persone. Per questo, ogni giorno nascono molteplici lotte per la giustizia sociale, per eliminare le conseguenze lasciate dal colonialismo e perché tutti e tutte abbiamo una qualità della vita dignitosa. Ognuna di queste lotte implica una battaglia di idee che rende imprescindibili azioni per la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, controllati oggi da grandi conglomerati, e contro il controllo privato della proprietà intellettuale. Allo stesso tempo esige lo sviluppo di una comunicazione indipendente che accompagni strategicamente i nostri processi.

Impegnati nelle nostre lotte storiche, difendiamo il lavoro dignitoso e la riforma agraria come unica strada  per promuovere l’economia familiare, contadina e indigena, e un passaggio centrale per raggiungere la sovranità alimentare e la giustizia ambientale. Riaffermiamo il nostro impegno nella lotta per la riforma urbana come strumento fondamentale per la costruzione di città giuste e con spazi partecipativi e democratici. Difendiamo la costruzione di un’altra integrazione basata sulla logica della solidarietà, e il rafforzamento di processi come l’ UNASUR e l’ALBA.

La lotta per il rafforzamento dell’educazione, della scienza e delle tecnologie pubbliche al servizio dei popoli, così come la difesa dei saperi tradizionali, diventano urgenti nella misura in cui si assiste alla loro mercificazione e privatizzazione. Manifestiamo la nostra solidarietà e appoggio agli studenti cileni, colombiani, portoricani e di tutto il mondo, che continuano a mobilitarsi in difesa di questi beni comuni.

Affermiamo che i popoli non devono continuare a pagare per questa crisi e che non c’è via d’uscita all’interno del sistema capitalista. Si trovano in agenda grandi sfide che esigono che articoliamo le nostre lotte e che ci mobilitiamo in massa. Ispirati dalla storia delle nostre lotte e dalla forza rinnovatrice di  movimenti come la Primavera Araba, Occupy Wall Street, gli indignati e la lotta degli studenti cileni, l’ Assemblea dei Movimenti Sociali fa appello alle forze e agli attori popolari di tutti i Paesi a realizzare azioni di mobilitazione coordinate a livello mondiale. Dobbiamo contribuire all’emancipazione e all’auto-determinazione dei nostri popoli, rafforzando la lotta contro il capitalismo.

Chiamiamo tutte e tutti a rafforzare l’Incontro internazionale sui diritti umani in Solidarietà con l’Honduras e a costruire il Forum sociale Palestina Libera, rafforzando il Movimento globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro lo Stato di Israele e la sua politica di apartheid contro il popolo palestinese.

Prendiamoci le piazze a partire dal giorno 5 di giugno in una grande giornata di mobilitazione globale contro il capitalismo. Chiamiamo a promuovere il Vertice dei Popoli per la giustizia sociale e ambientale, contro la mercificazione della vita e in difesa dei beni comuni, in vista della Rio+20.

Se il presente è di lotta il futuro è nostro!

Porto Alegre, 28 gennaio 2012

Assemblea dei Movimenti Sociali

Fonte: http://otramerica.com/radar/declaracion-de-la-asamblea-de-los-movimientos-sociales/1414

Traduzione Andrea Grillo

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Gennaio 2012 13:20

L'incubo nucleare globale di Fukushima: una catastrofe censurata

E-mail
Valutazione attuale: / 18
ScarsoOttimo 

fukushima_radiation_nuclear_fallout_mapdi Michel Chossudovsky

Introduzione

 Il mondo si trova a un bivio cruciale Il disastro di Fukushima in Giappone ha portato in primo piano i pericoli di un inquinamento radioattivo mondiale.

La crisi in Giappone è stata descritta come "una guerra nucleare senza una guerra" dal famoso scrittore Haruki Murakami:

"Questa volta nessuno ci ha lanciato una bomba... Abbiamo creato il contesto, abbiamo commesso il crimine con le nostre stesse mani, stiamo distruggendo le nostre stesse terre, e stiamo distruggendo le nostre stesse vite".

L’inquinamento radioattivo -che minaccia la vita sul pianeta Terra- non è una notizia da prima pagina  rispetto al più insignificante episodio di pubblico interesse, compresa la cronaca nera locale o il gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood.

Le conseguenze a lungo termine del disastro nucleare della Fukushima Daiichi, che ancora non sono state  del  tutto calcolate, appaiono molto più gravi di quelle causate dal disastro di Chernobyl, in Ucraina, nel 1986, che ha provocato quasi un milione di morti (1).

Inoltre, mentre tutti gli sguardi erano rivolti alla centrale Fukushima Daiichi, la copertura mediatica sia in Giappone che a livello internazionale ha mancato di dare piena informazione sull’impatto di una seconda catastrofe alla centrale nucleare Fukushima Daini della TEPCO (Tokyo Electric Power Co. Inc.).

C’è uno zoppicante consenso politico sia in Giappone che negli Stati Uniti che in Europa Occidentale sul fatto che la crisi di Fukushima sia stata contenuta.

La realtà tuttavia è diversa. Fukushima 3 stava rilasciando quantità non confermate di plutonio. Secondo la  Dr.ssa Helen Caldicott, "Un milionesimo di grammo di plutonio se ingerito causa il cancro".

Un sondaggio del maggio 2011 ha confermato che più dell’80% della popolazione giapponese non crede alle informazioni governative sulla crisi nucleare (2).

L’impatto in Giappone

Il governo giapponese è stato obbligato a dichiarare che "il livello di gravità della sua crisi nucleare (...) è pari a quello del disastro di Chernobyl del 1986". Con amara ironia, comunque, si può dire che questa tacita ammissione delle autorità giapponesi ha dimostrato di far parte della strategia di occultamento di una catastrofe notevolmente più grande, sfociata in un processo di contaminazione e inquinamento radioattivo globale:

"Pur essendo Chernobyl un enorme disastro senza precedenti, ha coinvolto solo un reattore e rapidamente è avvenuto il melt down. Una volta raffreddato, si è riusciti a coprirlo con un sarcofago di cemento che è stato costruito da 100.000 lavoratori. C’è un’impressionante quantità di 4.400 tonnellate di barre di combustibile nucleare a Fukushima, che è gigantesca rispetto alle dimensioni totali delle fonti radioattive a Chernobyl" (3)

Contaminazione a livello mondiale

Il rilascio di acque altamente radioattive nell’Oceano Pacifico costituisce un potenziale detonatore per un processo di inquinamento radioattivo globale. Elementi radioattivi sono stati individuati non solo nella catena alimentare in Giappone, ma anche in California dove sono state registrate piogge radioattive:

"Pericolosi elementi radioattivi rilasciati in mare e nell’aria intorno a Fukushima si accumulano a vari livelli della catena alimentare (per esempio nelle alghe, crostacei, pesci piccoli, pesci più grandi, poi negli esseri umani; o nel suolo, nell’erba, nella carne e nel latte dei bovini e poi negli umani). Introducendosi nel corpo, questi elementi -chiamati emittenti interni- migrano verso organi specifici come la tiroide, il fegato, le ossa e il cervello continuando a irradiare piccole quantità di cellule con alte dosi di radiazioni alfa, beta e/o gamma, e nel giro di molti anni spesso inducono il cancro" (4).

Mentre veniva rilevata con indifferenza la diffusione di radiazioni sulla West Coast del Nordamerica, i primi dispacci di agenzia (AP e Reuters) "citando fonti diplomatiche" dichiaravano che solo "piccole quantità di particelle radioattive erano arrivate in California ma senza costituire una minaccia per la salute umana".

"Secondo le agenzie di stampa, fonti non dichiarate hanno accesso ai dati di una rete di stazioni di misurazione gestite dalla Comprehensive Test Ban Treaty Organization delle Nazioni Unite. (...) Greg Jaczko, presidente della U.S. Nuclear Regulatory Commission, ha detto a reporter della Casa Bianca giovedì scorso (17 marzo) che questi esperti “non vedono alcun aspetto dei livelli delle radiazioni che potrebbe essere dannoso qui negli Stati Uniti o in qualcuno dei territori statunitensi”.

Il disastro per la salute pubblica. Impatto economico

Quello che ne viene fuori è un occultamento organizzato. Il disastro per la salute pubblica in Giappone, la contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e della catena alimentare, per non parlare delle più ampie implicazioni economiche e sociali, non sono state ancora pienamente fatte conoscere né pubblicate in forma generale e significativa dalle autorità giapponesi.

Il Giappone è uno Stato nazionale che è stato distrutto. La sua terra e le sue acque territoriali sono contaminate. Parte del territorio è inabitabile. Alti livelli di radiazioni sono stati registrati nell’area metropolitana di Tokyo, che ha una popolazione di 39 milioni di abitanti (2010), più della popolazione del Canada, che è di circa 34 milioni (2010). Ci sono indicazioni che la catena alimentare è contaminata in tutto il Giappone:

Cesio radioattivo eccedente i limiti di legge è stato individuato nel tè prodotto da una fabbrica di Shizuoka City, più di 300 chilometri dalla centrale nucleare Fukushima Daiichi. La Prefettura di Shizuoka è una delle più famose aree di produzione del tè in Giappone.

Un distributore di tè a Tokyo ha riferito alla prefettura di aver rilevato alti livelli di radioattività nel tè  arrivato in nave dalla città. La prefettura ha ordinato alla fabbrica di astenersi dalla spedizione del prodotto. Dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, la contaminazione radioattiva delle foglie del tè e nel tè processato è stata rilevata in una vasta area intorno a Tokyo (5).

La base industriale e manifatturiera del Giappone è in ginocchio. Il Giappone non è più una potenza industriale di punta. Le esportazioni del Paese sono crollate. Il governo di Tokyo ha annunciato il suo primo deficit commerciale dopo il 1980.

Mentre i media del mondo degli affari si sono incentrati limitatamente sull’impatto dei black out e delle carenze energetiche sul ritmo dell’attività produttiva, il più ampio tema relativo all’evidente contaminazione radioattiva della base infrastrutturale e industriale del Paese è un "tabù scientifico" (per esempio l’irradiazione degli impianti industriali, dei macchinari e delle attrezzature, edifici, strade ecc). Un rapporto realizzato nel gennaio 2012 mette in evidenza la contaminazione di materiale edilizio usato nell’industria delle costruzioni, comprese le strade e gli edifici residenziali di tutto il Giappone (6).

Un "rapporto riservato" del Ministero dell’Economia, Commercio e Industria (Maggio 2011), intitolato "Economic Impact of the Great East Japan Earthquake and Current Status of Recovery" presenta "la ripresa economica" come un fatto compiuto. Anche qui si mette da parte il tema delle radiazioni. L’impatto dell’irradiazione nucleare della forza lavoro e della base industriale del Paese non sono citati. Il rapporto sostiene che la distanza tra Tokyo e Fukushima Dai-ichi è dell’ordine di 230 km e che i livelli delle radiazioni a Tokyo sono più bassi che a Hong Kong e a New York City (7).

NuclearPlume_2011Questa conclusione viene fatta senza nessuna prova che la supporti e in aperta contraddizione con analisi indipendenti delle radiazioni a Tokyo (vedere la mappa idel link più in basso). Di recente, la Sohgo Security Services Co. sta lanciando un lucroso "servizio di misurazione delle radiazioni diretto alle famiglie di Tokyo e di quattro prefetture dei dintorni".

Una  ‘Mappa dei livelli delle radiazioni misurati dai cittadini' mostra la radioattività distribuita in una forma complessa che riflette il terreno montagnoso e i venti che soffiano attraverso una vasta area del Giappone a nord di Tokyo che è il centro della parte inferiore della mappa.

Il limite delle radiazioni comincia a essere superato appena al di sopra degli 0,1 microsieverts/ora (blu). Il rosso è circa cinquanta volte il limite civile delle radiazioni, 5,0 microsieverts/ora. Dato che i bambini sono molto più sensibili degli adulti, questi risultati sono una grande preoccupazione per i genitori di bambini nelle aree potenzialmente colpite.

(Fonte : Science Magazine )

Fukushima_evacuation_zonesLa domanda fondamentale è se la vasta gamma di beni industriali e di componenti "Made in Japan" -compresi i componenti hi-tech, i macchinari, l’elettronica, i motoveicoli, ecc.- esportati in tutto il mondo siano contaminati. Se così fosse, l’intera base industriale dell’Oriente e del Sud-Est Asiatico -che dipende in modo pesante dai componenti e dalla tecnologia industriale giapponese- sarebbe colpita. L’impatto potenziale sul commercio internazionale sarebbe estesissimo. In quest’ottica, in gennaio funzionari russi hanno sequestrato automobili e ricambi giapponesi irradiati nel porto di Vladivostok in vendita nella Federazione Russa. Com’è ovvio, incidenti di questa natura in un contesto di concorrenza globale potrebbero portare al fallimento dell’industria automobilistica giapponese che è già in crisi. 

Mentre la maggior parte dell’industria automobilistica si trova nel Giappone centrale, la fabbrica di motori Nissan è nella città di Iwaki, a 42 km dalla centrale Fukushima Daiichi. La forza lavoro della Nissan è colpita? La fabbrica di motori è contaminata? L’impianto si trova per circa 10-20 km all’interno dell’area governativa di evacuazione dalla quale circa 200.000 persone sono state evacuate (vedere la mappa qui sotto).

Energia nucleare e guerra nucleare

La crisi in Giappone ha portato anche allo scoperto un’occulta relazione tra energia nucleare e guerra nucleare.

L’energia nucleare non è un’attività economica civile. È un’appendice dell’industria di armamenti nucleari controllata dai cosiddetti contractors della Difesa. I potenti interessi corporativi che esistono dietro l’energia nucleare e gli armamenti nucleari si accavallano.

In Giappone al momento del disastro "l’industria nucleare e le agenzie governative si affannavano per impedire la scoperta delle installazioni per la ricerca sulla bomba atomica nascoste all’interno delle centrali nucleari civili giapponesi" (8).

Si deve notare che l’incuranza tanto dei media quanto del governo verso i pericoli delle radiazioni nucleari si ritrova sia nel caso dell’industria nucleare energetica sia per l’uso delle armi nucleari. In entrambi i casi, gli impatti devastanti delle radiazioni nucleari sulla salute sono negati con indifferenza. Armi nucleari tattiche con una capacità esplosiva fino a sei volte quelle della bomba di Hiroshima sono classificate dal Pentagono come "innocue per le popolazioni civili dei dintorni".

Nessuna preoccupazione è stata espressa a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele all’Iran, con l’uso di armi nucleari tattiche "innocue per i civili” contro uno Stato non- nucleare.

Un’azione del genere avrebbe come conseguenza "l’impensabile": un olocausto nucleare su un’estesa area del Medio Oriente e dell’Asia Centrale. Un incubo nucleare, comunque, ci sarebbe anche se non venissero usate armi nucleari. Il bombardamento delle installazioni nucleari dell’Iran con l’uso di armi convenzionali contribuirebbe a scatenare un’altro disatro stile Fukushima con un fall out radioattivo estensivo. (Per ulteriori dettagli vedere Michel Chossudovsky, Towards a World War III Scenario, The Dangers of Nuclear War, Global Research, Montreal, 2011).

The Online Interactive I-Book Reader su Fukushima: Una guerra nucleare senza una guerra

 A causa dell’occultamento ufficiale e della campagna di disinformazione dei media, i contenuti degli articoli e dei video-reportage di questo Online Interactive Reader non sono stati diffusi al grande pubblico.

Questo Online Interactive Reader su Fukushima contiene un insieme di articoli analitici e scientifici, video reportage, notizie più brevi e dati a supporto. 

La Parte I mette a fuoco il Disastro nucleare di Fukushima: Com’è successo? La Parte II è relativa al devastante impatto sanitario e sociale in Giappone. La Parte III si accentra sulla "Catastrofe nucleare nascosta", precisamente sull’occultamento da parte del governo giapponese e dei media corporativi. La Parte IV parla del tema dell’Inquinamento radioattivo mondiale e la Parte V riassume le implicazioni del disastro di Fukushima per l’Industria Globale dell’Energia Nucleare.

Di fronte alla continua disinformazione dei media, questo Global Research Online I-Book sui pericoli dell’inquinamento radioattivo nucleare globale intende rompere il silenzio dei media ed elevare la consapevolezza del pubblico, oltre a mettere in evidenza la complicità dei governi, dei media e dell’industria nucleare.

Facciamo appello ai nostri lettori di diffondere queste informazioni.

Invitiamo gli insegnanti delle università e delle scuole superiori di rendere questo Interactive Reader su Fukushima disponibile per i loro studenti.

25 gennaio 2012

NOTE

1) (New Book Concludes - Chernobyl death toll: 985,000, mostly from cancer Global Research, 10 settembre 2010. Vedere anche Matthew Penney e Mark Selden  The Severity of the Fukushima Daiichi Nuclear Disaster: Comparing Chernobyl and Fukushima, Global Research, 25 maggio 2011)

2) citato in Sherwood Ross, Fukushima: Japan's Second Nuclear Disaster, Global Research, 10 novembre 2011

3) Extremely High Radiation Levels in Japan: University Researchers Challenge Official Data, Global Research, 11 aprile 2011)

4) Helen Caldicott, Fukushima: Nuclear Apologists Play Shoot the Messenger on Radiation, The Age,  26 aprile 2011)

5) Vedere 5 More Companies Detect Radiation In Their Tea Above Legal Limits Over 300 KM From Fukushima, 15 giugno 2011

6) Vedere FUKUSHIMA: Radioactive Houses and Roads in Japan. Radioactive Building Materials Sold to over 200 Construction Companies, January 2012)

7) Ministry of Economy, Trade and Industry, Impact of the Great East Japan Earthquake and Current Status of Recovery, p.15)

 8) Vedere Yoichi Shimatsu, Secret Weapons Program Inside Fukushima Nuclear Plant? Global Research,  12 aprile 2011)

Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=28870

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 28 Gennaio 2012 00:43

Egitto: "Stiamo tornando a piazza Tahrir"

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

egitto_piazza_tahrirE' il 25 gennaio egiziano, della rivoluzione egiziana. Decine, centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade di tutto il paese. Piazza Tahrir al Cairo è stata presidiata fin dalla notte da numerosi attivisti che hanno ricostruito le strutture della piazza rivoluzionaria pronta ad accogliere i milioni di manifestanti della grande giornata di lotta. Non si tratta di una festa o di una celebrazione ma di un nuovo appuntamento del movimento rivoluzionario. E' vero: gli occhi dei manifestanti brillano di soddisfazione in questa bella giornata di sole invernale ma puntano anche dritti verso gli obiettivi della rivoluzione ancora da conquistare. Primo tra tutti: lo scioglimento della giunta militare al potere da quando Mubarak è uscito di scena ed è finito nelle aule dei tribunali. Lo slogan che come un tuono ripete Piazza Tahrir in queste ore è: “yaskut hokm el-askar, e7na el-sh3eb el-khat el-a7mar!” che tradotto in italiano sta per “abbasso la giunta militare, noi, il popolo siamo la linea rossa!”, e poi ancora il minaccioso “ya mushir, ya mushir, we are returning to Tahrir” rivolto a Tantawi, il capo della giunta. A fare eco agli slogan di Piazza Tahrir c'è il resto dell'Egitto che da nord a sud, da est ad ovest, tra città e paesi manifestata con la stessa intensità e partecipazione di massa della capitale. 

Ad abbassare i toni, come c'era da aspettarsi, non sono serviti gli annunci di Tantawi che ha dichiarato la fine dello stato d'emergenza in vigore da decenni, salvo poi rettificare che il provvedimento non si applica sui casi di teppismo. Come hanno fatto notare numerosi militanti politici e attivisti per i diritti dell'uomo la rettifica conferma le modalità fin ora conosciute della gestione dell'ordine pubblico e della repressione che ad esempio durante le mobilitazioni di novembre e dicembreha fatto largo uso di armi da fuoco e gas nervini per attaccare le manifestazioni. Per tentare di depotenziare la piazza lo Scaf ha anche ordinato la liberazione di alcuni militanti del movimento ma anche in questo caso la manovra dell'ultima ora non ha sortito nessun effetto visto che molti di loro non appena tornati a casa hanno pubblicato su youtube video di fuoco contro la giunta militare puntando il dito sulle ingiustizie sociali che ancora attanagliano l'egitto post-Mubarak.

Intanto a piazza Tahrir sono arrivati tutti i cortei che dalla periferia hanno portato in centro città la variegata composizione sociale e politica del movimento rivoluzionario egiziano. Sui palchi si susseguono gli interventi compresi quelli dei Fratelli Musulmani che con il resto delle formazioni islamiste più o meno radicali si sono conquistati i due terzi dei seggi del neo-eletto parlamento.

La giornata sembra essere appena iniziata e diverse voci parlano che queste ore di protesta e contestazione contro lo Scaf potrebbero essere solo i primi momenti di una ben più lunga ondata di movimento rivoluzionario.

Seguiranno aggiornamenti

tratto da www.infoaut.org

25 gennaio 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 11:42

Brasile: la resistenza di Pinheirinho

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

pinheirinhoAll'alba di questa mattina le squadre antisommossa della polizia militare di San Paolo sono entrare in azione per sgomberare la favela di Pinheirinho a San Jose dos Campos. Almeno 7 i morti negli scontri ancora in corso tra abitanti e polizia. Lo sgombero è avvenuto dopo che il giudice federale Carlos Alberto Antonio si era pronunciato favorevole a prendere possesso dell'area occupata dalla favela, respingendo i ricorsi, ma rimandando la decisione definitiva ad altre cariche del sistema giudiziario brasiliano. D'altronde con il fallimento dell'impresa immobiliare Selecta le autorità dello stato federale di San Paolo non si erano mostrate inclini ad evitare lo sgombero e a continuare il percorso di riqualificazione urbana partecipato e avviato da un pezzo con la comunità degli abitanti. Per qualcuno dopo l'uscita di scena degli speculatori di Selecta il territorio di Pinheirinho deve aver assunto la forma del dollaro! 

Ed i primi ad accorgersene sono stati proprio gli abitanti che già lo scorso 11 gennaio durante una grande assemblea avevano deciso ad acclamazione che la parola d'ordine e la pratica di lotta contro lo sgombero sarebbe stata “resistenza!”, e così è stato. [il video degli ultimi minuti dell'assemblea]

Da settimane si sono svolte numerose iniziative di lotta per denunciare il rapporto tra speculazione edilizia e sgombero: occupazione dell'autostrada, volantinaggi, iniziative sotto i palazzi delle autorità, presidi e tentativi di apertura di trattative. In questo modo il movimento di Perheirinho è riuscito a crescere e diverse organizzazioni di lotta e sindacati si sono uniti alla protesta portando le ragioni del movimento anche fuori lo stato federale di San Paolo.

Ieri in un volantino distribuito a San Jose dos Campos si poteva leggere: “la presenza fisica di tutti è fondamentale in questo momento. Le iniziative degli avvocati e le vie legali sono importanti, ma la presenza fisica è decisiva! Lo sgombero potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Domani vogliamo tutti gli attivisti presenti. Facciamo appello a tutte le organizzazioni e movimenti ad uscire domani per la città di San Jose dos Campos e partecipare alla resistenza di Pinheirinho. Questa è la nostra lotta! 100% Pinheirinho!”. I 9000 abitanti dell'immensa periferia facevano appello alla solidarietà e invitavano a salire sulle alte barricate di pneumatici che il movimento stava allestendo per resistere allo sgombero ormai percepito come imminente.

I plotoni dei reparti antisommossa della polizia militare hanno fatto ingresso nel grande quartiere coperti dall'alto da alcuni elicotteri ed hanno intimato di abbandonare immediatamente le case, le strade e le piazze. La risposta degli abitanti non si è fatta attendere e i primi cordoni di manifestanti hanno tentato di farsi strada per difendere le barricate. Protetti da scudi e caschi e con in pugno bastoni la prima fila della resistenza di Pinheirinho ha fronteggiato per ore l'incredibile dispositivo repressivo prima di fare i primi passi indietro. Lanci di pietre e pneumatici in fiamme da una parte e gas lacrimogeni sparati dagli elicotteri e dai celerini dall'altra. Poi le fucilate e i primi manifestanti cadono a terra uccisi dalla polizia (secondo le fonti del movimento si tratta di 7 ragazzi ma nelle prossime ore il conto potrebbe aumentare). I Feriti sono numerosissimi, tra loro bambini e donne incinta. Le associazioni per i diritti dell'uomo brasiliane parlano di un vero e proprio massacro che non sta risparmiando nessuno tra anziani e minori. Mentre la polizia tenta di avanzare e sigilla le case che sono finite sotto il suo controllo la prefettura di San Jose dos Campos non ha ancora inviato nessun funzionario che dia almeno qualche indicazione alle famiglie sgomberate. Il mix letale preparato dalle autorità contro gli abitanti di Pinheirinho sembra essere composto da repressione omicida e abbandono totale. Una vera e propria punizione esemplare contro una periferia ribelle che sta osando di opporre giustizia sociale e dignità agli interessi degli speculatori.

Seguiranno aggiornamenti.

Traduzione di una lettera scritta da una compagna al movimento.

GENTE, UNA COMPAGNA DELLA ZONA SUD DI SAO JOSE DOS CAMPS HA INVIATO UN RACCONTO SULLA SITUAZIONE DELLA GUERRA DEL PINHEIRINHO. QUESTO RACCONTO RIGUARDA LE ULTIME ORE.

Helena Silvestre 

Continuano ad uccidere, picchiare,aggredire e umiliare donne, bambini, persone anziane qui a Pinheirinho. Siamo qui dalle 10 del mattino e già abbiamo visto cose assurde. Gente ferita per strada e ci lanciano bombe di gas urticante dagli elicotteri. Ci sono compagni morti, ancora non sappiamo il numero esatto ma almeno 3 sono confermati. Il numero dei feriti è impossibile da calcolare. Spari in ogni momento contro di noi. L'aria è irrespirabile tanti i lacrimogeni e il gas urticante. I Bambini non smettono di piangere. Il popolo è ferito ma è ancora forte. Siamo in lotta per i nostri diritti e per una società in cui non dobbiamo morire per avere una casa. Chi vuole solidarizzare, per favore, divulghi queste notizie attraverso e-mail e Facebook e pagine varie. Io ritorno in guerra.

Traduzione di una poesia sulla battaglia di Pinheirinho scritta in queste ore 

I Pini Rossi

I pini del mondo hanno perso il loro verde caratteristico
Li ha fatti diventare rossi un maledetto politico!
Sangue di lavoratore
Nelle terre di uno speculatore
Neanche il profumo delle Arabie puliranno
Questo vile e codardo tradimento
Ne siamo certi: no, non ci saranno rielezioni!
Piange Pinheirinho!
Piange il Brasile! Piange il mondo
Reagisci Pinheirinho! Reagisci Brasile!
Si ribelli il Mondo

tratto da www.infoaut.org

22 gennaio 2012

AddThis Social Bookmark Button

La scintilla di Bucarest: scatta la protesta in Romania

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

romania-riotsDopo le dimissioni di Raed Arafat (ex sottosegretario alla sanità, romeno di origine palestinese) scatta la protesta in tutta la Romania. I suoi sostenitori si sono radunati nelle prime ore del pomeriggio di venerdì scorso per manifestare la propria contrarietà alla riforma della sanità voluta dal premier Basescu e a cui Arafat si era pubblicamente opposto. Ma se i primi slogan erano tutti a favore di Arafat già in serata il tono delle manifestazioni era profondamente mutato: Basescu veniva definito dittatore e si rivendicavano elezioni anticipate. Nei giorni successivi la contestazione è aumentata di numero coinvolgendo non solo famiglie e pensionati ma anche il proletariato giovanile che soprattutto a Bucarest nel fine settimana ha fatto sentire alle autorità il rifiuto alle politiche di austerity del governo Basescu (che con una certa ironia potrebbe essere definito il più berlusconiano d'europa sia per lo stile politico del premier che per i contenuti delle riforme fin qui promosse). Duri scontri si sono protratti fino a notte tra le forze di polizia e i manifestanti raggiunti anche dai gruppi ultras della capitale. Decine di arresti, fermi e feriti non hanno però intimidito la piazza che dopo il fine settimana di rivolta rilancia nei prossimi giorni la mobilitazione. Bucarest in fiamme e più di 40 città in agitazione è il risultato con cui si è concluso il weekend di lotta contro la crisi e per le dimissioni del premier. 

La bandiera romena con il buco al centro, già simbolo della rivolta anti-Ciausescu, è tornata a sventolare in Romania legando almeno simbolicamente la contestazione al potere di diverse generazioni di romeni. Questa volta però ad essere al centro della dura contestazione e della rabbia dei manifestanti è la crisi neoliberista che in Romania negli ultimi mesi ha significato tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni feroci. Da parte sua l'FMI non sembra turbato dai recenti eventi e con una nota ha confermato la prossima visita nel paese, tra il 25 gennaio e il 6 febbraio, invitando le istituzioni ad accelerare le riforme, specialmente in materia sanitaria, per allinearsi alle indicazioni del piano di aggiustamento.

L'opposizione politica ha stigmatizzato l'eccessiva violenza delle forze dell'ordine accusando il governo e dichiarandolo ormai senza più consensi. “Al potere ci sono dei gendarmi” ha dichiarato il leader del Partito Nazionale Liberale aggiungendo che “delle violenze non sono responsabili le migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente”.

Intanto lunedì sono rientrati dalle vacanze gli studenti degli istituti superiori e delle università invitati dal movimento a raggiungere e ad allargare la protesta. Nei prossimi giorni sapremo se le quattro giornate di Bucarest sono solo l'inizio di una lunga lotta contro la riduzione dei salari, delle pensioni e dei sussidi sociali... insomma se anche nell'Est Europa la scintilla della lotta contro la crisi può già divenire un incendio.

tratto da www.infoaut.org

18 gennaio 2011

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 184 di 335

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito