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INTERNAZIONALE

Iran. Guerra sporca, per ora

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Il quotidiano israeliano Jerusalem Post rivendica l'uccisione degli scienziati iraniani e gli “incidenti” come male minore. Ma, secondo il New York Times, l'opzione per l'attacco militare diretto cresce giorno dopo giorno. L'Iran si prepara a rispondere alle ingiunzioni dell'amministrazione Usa.

iran_uncle_samIl presidente israeliano, Shimon Peres, commentando l'uccisione a Teheran di Mustafa di Ahmadi-Roshan, ha dichiarato che Israele è estraneo alla morte dello scienziato nucleare iraniano.
“Sul piano dell’intelligence, quest’ultima uccisione è stata di grande effetto, specie considerando che è la quarta uccisione che avviene contro uno scienziato iraniano nel giro di due anni. Oltretutto fa seguito a una serie di misteriose esplosioni registrate in varie parti dell’Iran, una delle quali lo scorso novembre ha causato la morte di un alto generale delle forze missilistiche delle Guardie Rivoluzionarie. Se dietro a tutti questi attacchi c’è la stessa organizzazione, ciò significa che essa è riuscita a stabilire una rete operativa estesa ed estremamente sofisticata sul territorio iraniano senza farsi scoprire. Negli anni scorsi sono circolate notizie circa una cooperazione fra Cia e Mossad insieme al MEK (Mujahedeen del Popolo), un gruppo che da anni si batte per abbattere il regime” così scrive invece Yakoov Katz sul quotidiano israliano Jerusalem Post del 12 gennaio. Non solo, l'autore ritiene che
il principale interrogativo, tuttavia, “è se le uccisioni e i sabotaggi sono in grado di impedire del tutto agli iraniani di dotarsi della bomba atomica. Secondo la valutazione dell’intelligence israeliana e americana, gli iraniani hanno ormai appreso tutta la tecnologia necessaria per costruirla. L’unica cosa che devono fare, ora, è prendere la decisione di procedere. Tenendo a mente questo fatto, è difficile immaginare che una sequela di uccisioni possa fermare gli iraniani per sempre”.
Secondo l'autore israeliano questo però potrebbe non essere l’obiettivo principale. “Forse quello che hanno in mente coloro che hanno deciso le uccisioni è di ritardare il programma iraniano più a lungo possibile, con l’obiettivo di offrire una finestra di opportunità alla diplomazia e/o alle sanzioni (unitamente all’opposizione interna iraniana) perché facciano la loro parte per arrivare al risultato desiderato”.
Il cinismo del commentatore del Jerusalem Post fa da contraltare ad altre notizie e indiscrezioni che arrivano sul teatro di crisi. Secondo l'agenzia israeliana Y Net news, che riporta dichiarazioni di alti funzionari israeliani “il rinvio delle manovre militari congiunte fra Israele e Stati Uniti, inizialmente previste per maggio, è legato alla volontà di non aumentare le tensioni con l'Iran. Dato il periodo delicato in cui viviamo, non è opportuno infiammare gli animi”.
Diversamente invece il New York Times riporta alcune notizie provenienti dalla Marina Militare statunitense. Dato l’allarmante aumento delle tensioni con l’Iran, la U. S. Navy ha preparato opzioni militari per tenere aperto lo Stretto di Hormuz. L’amministrazione americana ha messo in guardia l’Iran e direttamente il suo leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha detto al New York Times, e non esiterebbe a ricorrere alla guerra per impedire la chiusura di questo punto essenziale per il transito internazionale del petrolio.
Anche se non sono noti i dettagli di queste azioni, gli esperti militari ed ex funzionari di queste tematiche hanno assicurato che il Pentagono ha preso in considerazione diverse alternative per l’utilizzo delle sue forze navali nel Mar Arabico ed è convinto della sua capacità di distruggere la marina iraniana e facilitare così la navigazione nello stretto.  In viaggio alla volta di quelle acque ci sono attualmente due flotte portaerei degli Stati Uniti.
L'Iran intanto ha fatto sapere che risponderà, «se necessario», alla lettera inviata lo scorso 13 gennaio dall'amministrazione Usa in cui si metteva in guardia la Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, dal chiudere lo Stretto di Hormuz, minacciando un'azione americana. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast. Il portavoce ha spiegato che la Repubblica Islamica «sta verificando la questione» e ha ribadito che farà «tutto il possibile per garantire la sicurezza» nell'area dello Stretto, da cui transita il 30% del commercio marittimo mondiale di petrolio. «Lo Stretto di Hormuz - ha affermato - è una rotta strategica per la fornitura di energia per tutto il mondo». Mehmanparast ha quindi rivelato che la lettera dell'amministrazione Obama è stata consegnata al governo iraniano attraverso tre canali. Una copia è stata recapitata all'inviato iraniano presso le Nazioni Unite, Mohammad Khazaei, dall'ambasciatore Usa all'Onu, Susan Rice. Un'altra è giunta al ministero degli Esteri di Teheran attraverso l'ambasciata svizzera che cura gli interessi degli Stati Uniti in Iran dal 1979. Una terza copia è invece stata recapitata a Teheran dal presidente iracheno, Jalal Talabani.  Infine, tra le notizie diffuse in questi giorni, compaiono anche quelle curiose come l'uso dei delfini per sminare l'eventuale minamento dello Stretto di Hormuz. “Se l'Iran decidesse di chiudere lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti potrebbero inviare i delfini per garantire il transito di un quinto del petrolio mondiale” ha detto alla National Public Radio (NPR) l'ammiraglio Usa Tim Keating. «Sono sorprendenti per la loro capacità di individuare gli oggetti sott'acqua», ha aggiunto. Spetterebbe poi alle forze americane disinnescarle.

Sergio Cararo

tratto da www.contropiano.org

16 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Gennaio 2012 18:20

Come e perché l’Italia addestra gli afgani alla guerra

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afghanistan_soldatiMai così tanti i militari italiani in missione di guerra in Afghanistan. Quattromiladuecentodieci e solo a metà anno i primi uomini faranno rientro a casa. Per completare il ritiro del contingente nazionale, secondo il ministro della Difesa Di Paola, bisognerà attendere invece la fine del 2014. Un conflitto in nome degli interessi geostrategici delle transnazionali dell’energia, per cui è stato versato un alto tributo in vite umane: per il sito della Camera dei Deputati sono già 42 i militari caduti in territorio afgano “di cui 28 in seguito ad attentati o conflitti armati”. Top secret il numero di feriti e traumatizzati, ma sarebbero centinaia. Dal primo gennaio 2002 al dicembre del 2011, dispiegamenti di reparti, caccia, elicotteri e tank, blitz e bombardamenti aerei, esercitazioni a fuoco hanno comportato una spesa per i contribuenti italiani di circa 3 miliardi e 800 milioni di euro. E le operazioni tricolori in Afghanistan assorbiranno più della metà delle spese previste per pagare le missioni all’estero nel 2012 (complessivamente 1,4 miliardi di euro).
“A Kabul il nostro contingente opera nell’ambito del Quartier Generale di ISAF, della NATO Training Mission - Afghanistan e di Italfor Kabul con circa 210 uomini mentre ad Herat siamo presenti con circa 4.000 uomini, principalmente appartenenti alla Brigata paracadutisti Folgore”, spiegano i portavoce dello Stato maggiore della difesa. “Per le esigenze connesse con le missioni in Afghanistan ed in Iraq, inoltre, ci sono 125 persone tra Al Bateen, Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), dove sono dislocati alcuni velivoli che assicurano il sostegno logistico, a Tampa (Stati Uniti d’America) presso il Comando USA dell’intera operazione e in Bahrein quale personale di collegamento con le forze USA”. Nel teatro di guerra afgano, il contingente dispone dei più moderni sistemi d’attacco, batterie missilistiche, bombardieri, elicotteri, aerei da trasporto, velivoli per missioni di sorveglianza e ricognizione. La componente aerea è stata rafforzata a partire del 2007 con l’arrivo dei caccia AMX, dei velivoli senza pilota “Predator” e degli elicotteri d’attacco A129 “Mangusta”. Oltre una trentina sono i velivoli schierati ad Herat, il terzo contribuito aeronautico alleato in Afghanistan dopo USA e Gran Bretagna.
“ISAF – spiega il Ministero della difesa - ha il compito di condurre operazioni militari secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le forze di sicurezza afgane ed in coordinamento con le forze della Coalizione, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture, estendere il controllo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione”. In vista del progressivo sganciamento dall’Afghanistan, gli alleati stanno operando per “incrementare le capacità, l’autonomia e le competenze” delle ricostituite forze armate locali. L’Italia ha assunto un ruolo centrale nelle attività di formazione e addestramento dell’esercito (ANA) e della polizia (ANP) afgani, un impegno oneroso dal punto di vista organizzativo e finanziario e che presuppone pure il loro accompagnamento materiale in vere e proprie azioni di combattimento. L’esercito italiano impiega sul campo i cosiddetti OMLT (Operational Mentoring Liason Teams), team composti da 20-30 consiglieri ed addestratori “a livello di Corpo d’Armata, di Brigata e di Kandak (battaglione)”. I cicli addestrativi hanno una durata di almeno sei mesi e spaziano dalle procedure tecnico-tattiche di fanteria, all’uso di armi leggere e pesanti, ecc. Nel 2008, si è pure tenuto un lungo addestramento sulle tecniche di “ambientamento e movimento in montagna”, destinato all’Afghan National Army, articolatosi in lezioni teoriche a Camp Invicta, sede del contingente italiano a Kabul e in attività pratiche in Italia, presso il 6° reggimento Alpini di Brunico (Bolzano).
La formazione di piloti e tecnici dell’Afghan Air Force viene effettuata invece nella base aerea di Shindand da personale dell’Aeronautica militare. Per i training, avviati il 2 novembre 2010, sono a disposizione due gruppi di consiglieri-addestratori accanto ai militari afgani destinati alla guida degli elicotteri Mi.17 di fabbricazione russa. Gli italiani hanno pure istituito corsi di specializzazione nel campo delle comunicazioni radio e radar, della gestione delle reti e depositi POL (petrolio, olio e lubrificanti), della manutenzione e del rifornimento dei velivoli, del supporto medico, ecc.. I voli addestrativi vengono svolti in cooperazione con l’Aeronautica militare ungherese che utilizza da diversi anni la stessa tipologia di elicotteri e con l’838th Air Expeditionary Advisory Group (AEAG) delle forze aeree degli Stati Uniti.
Ad Alenia North America, società controllata da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), è stata affidata la formazione dei piloti e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli da trasporto tattico C-27/G.222, la cui consegna all’aeronautica afgana è in fase di completamento da parte di US Air Force. Il contratto, del valore di oltre 4 milioni di dollari, prevede un anno di lezioni teoriche, la formazione pratica e l’addestramento in volo nello stabilimento Alenia di Napoli-Capodichino dei piloti afgani e degli advisor statunitensi che sono poi inviati a Kabul per operare con il personale dell’Afganistan National Army Air Corps (ANAAC). Nell’ottobre 2008, Alenia North America era stata protagonista di una strana triangolazione Italia - Stati Uniti – Afghanistan: la società aveva venduto ad US Air Force diciotto aerei da trasporto G.222 (già in uso all’aeronautica militare italiana), che dopo essere stati riammodernati erano stati trasferiti alle forze aeree afgane.
Imponente anche l’impegno addestrativo degli italiani a favore delle forze di polizia. Ad Adraskan ed Herat due team di carabinieri provenienti dall’organizzazione Territoriale dell’Arma e dai paracadutisti del 1° Reggimento “Tuscania” contribuiscono alla formazione di alcune unità del Comando Regionale dell’Afghan Uniform Police e dell’Afghan National Civil Order Police.
Militari dell’Arma e della Guardia di finanza partecipano anche alla missione di polizia “Eupol Afghanistan” dell’Unione Europea, nell’ambito dell’iniziativa di Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). La missione, iniziata il 15 giugno 2007, ha lo scopo di “sviluppare le attività di training, advising e mentoring del personale afgano destinato alla Polizia nazionale e alla Polizia di frontiera”. Grazie a un accordo bilaterale Italia-Afghanistan, carabinieri e fiamme gialle sono pure impegnati ad Herat nell’addestramento della polizia di frontiera e doganale, collaborando con il personale USA del Combined Security Transition Command Afghanistan (CSTC-A). Sempre ad Herat, Il Ministero della difesa italiano ha recentemente contribuito con 100.000 euro alla realizzazione di una nuova stazione della polizia afgana.
Un colonnello del 3° Reggimento Bersaglieri è alla guida del PRT - Provincial Reconstruction Team che ha il “compito di supporto alla governance e di sostenere il processo di ricostruzione e sviluppo”, congiuntamente ad una componente civile rappresentata da un Consigliere del Ministero Affari esteri. La struttura controlla e gestisce buona parte degli interventi in Afghanistan finanziati con denaro della Cooperazione allo sviluppo. Negli ultimi cinque anni, PRT dichiara di aver costruito nel distretto di Herat “scuole, ospedali, carceri, strade e ponti” per il valore complessivo di 30 milioni di euro, 5,6 dei quali nel solo 2011. Entro la fine di gennaio sarà completata la prima tranche dei lavori di ampliamento del terminal del locale aeroporto (250.000 euro). Per lo scalo di Herat, i progettisti del Provincial Recontruction Team hanno predisposto un masterplan del valore di oltre 137 milioni di euro per realizzare un nuovo terminal, piste aeree e opere viarie di collegamento. Lo scorso 17 dicembre, il programma è stato presentato alle autorità nazionali afgane dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani, neo-rappresentante dell’esecutivo Monti per lo “sviluppo economico dell’Afghanistan e del’Iraq”.
Dal 2001 al 31 dicembre 2010, la Cooperazione italiana ha erogato 516 milioni di euro per finanziare “iniziative bilaterali e multilaterali” nel “settore infrastrutturale e degli aiuti umanitari” (103 milioni solo per il collegamento stradale Bamyan-Maidan Shar). Ventinove i milioni stanziati lo scorso anno per “progetti nel settore della governance, dello sviluppo rurale e agricolo e delle infrastrutture stradali”. L’Afghanistan è proprio la gallina d’oro di mercanti d’ami e grandi società di costruzioni. Nel 2012 potrebbero partire i lavori di ristrutturazione della strada Herat–Chishet Sharif. Prima beneficiaria, spiega Il Sole24Ore, la grande cava di proprietà del magnate statunitense Adam Doost (alla guida dell’American Chamber in Afghanistan), “che di recente ha chiuso un accordo di partnership con la Margraf di Vicenza per commercializzare in Italia e in Europa blocchi di marmo inizialmente per 5 milioni di dollari”. La guerra in Afghanistan si combatte per il gas e il petrolio ma anche in nome e per conto dei pescecani dei mercati finanziari planetari.

 Antonio Mazzeo

tratto da http://www.liberazione.it

14 gennaio 2012

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Cinque domande sulla crisi a Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone

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mondo_denaroL’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche. Per aprire la discussione all’interno del sito di UniNomade abbiamo rivolto cinque domande ad Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone. Presentiamo di seguito le risposte di Andrea e di Christian, in forma di dialogo. Carlo ha svolto alcune riflessioni sull’insieme dei temi da noi proposti: le si possono leggere in conclusione.

Pensate che davvero i mercati non abbiano una leadership latente, qualcuno che suggerisca le operazioni da fare? Questo fuori da ogni teoria del complotto, ma semplicemente dentro l’analisi di ogni meccanismo di decisione, che prevede momenti di unificazione cosciente e non semplicemente condensazioni di spontaneità.

Andrea Fumagalli: le grandi società finanziarie hanno un comportamento che possiamo definire da oligopolio collusivo. Il loro scopo è fare plusvalenze. In questa fase, le plusvalenze più elevate sono ricavabili dallo scambio dei derivati Cds, in particolare quelli relativi al rischio di default privato e pubblico. La natura collusiva dell’oligopolio finanziario viene garantita dall’intermediazione svolta dalle società di rating. A partire dalla crisi dei sub-prime (fine 2007), si è assistito ad un ulteriore processo di concentrazione nei mercati finanziari. Ecco alcuni dati.

Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria” caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni – che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”). Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano.

Non credo che ci sia qualcuno che consigli le strategie dei manager delle grandi società finanziarie, men che meno qualcuno di “politico”. Come dirò più avanti, il potere economico-politico è nelle loro mani e lo possono esercitare senza che ci sia qualche “suggeritore”. La molla, è come sempre nel capitalismo, il guadagno e la ricchezza, in presenza di nessun comportamento “sopra le righe”. Il problema non è la sete di guadagno dei mercati finanziari, quanto piuttosto coloro che fungono da vassalli e sudditi.

Christian Marazzi: la “leadership latente” c’è, eccome. Come ben sintetizzato da Andrea Fumagalli e da Carlo Vercellone, la leadership dei mercati si invera nella concentrazione fenomenale del capitale industrial-finanziario venutasi a creare nel corso degli ultimi anni sulla falsariga dello stop-and-go della finanziarizzazione. Banche di investimento, imprese multinazionali, hedge funds, fondi istituzionali e fondi pensione ne rappresentano il cuore: sono loro che “fanno il mercato”, che orientano le fasi speculative “normalizzando” quelle che Keynes chiamava le “convenzioni”, come la convenzione latino-americana, quella internettiana, quella dei subprime e, poi, dei debiti sovrani. L’attacco all’euro è stato deciso nel febbraio del 2010 a New York da un gruppo di fondi speculativi, tanto per fare un esempio recente. Luciano Gallino, nel suo Finanzcapitalismo, ha addirittura quantificato “gli uomini che contano” nel mondo, se non erro in 10 milioni. Dal punto di vista della piramide del potere, sono le lobby che contano, perché esse, oltre che ai livelli alti del G 20, del FMI, della UE e della BCE, agiscono dall’interno degli Stati-nazione, articolando su scala locale quelle che sono le linee guida del capitalismo finanziario. La cosa che a me sembra più importante, comunque, è la seguente: la “leadership latente” c’è, ma non sempre. Il potere finanziario, certamente, crea il “mood del mercato”, definisce per così dire l’andamento normale delle fase di accumulazione, quella fase centrale della curva di Gauss durante la quale gli investitori si muovono mimeticamente, in gregge, secondo il principio (appunto) delle convenzioni storicamente determinate. Ma nelle fasi di panico, nella coda della curva gaussiana, quando appaiono i cigni neri di Thaleb, la leadership entra decisamente in crisi, viene stravolta dall’imprevisto e dall’imprevedibile. I cigni neri non sono necessariamente le crisi finanziarie, quelle implicite e cicliche della teoria dell’instabilità finanziaria di Minski. Sono, piuttosto, quegli eventi sociali e politici che sfuggono a qualsiasi modellizzazione politico-finanziaria. Quando si instaura il panico, anche la leadership è spiazzata. Un aspetto sul quale, almeno per me, non c’è ancora sufficiente chiarezza teorica è l’origine delle convenzioni. Ad esempio, io non credo alla spontaneità nella formazione delle convenzioni dei teorici della “finanza autoreferenziale”, in particolare di André Orléan, che è tra coloro che meglio ci hanno spiegato il funzionamento dei mercati finanziari. Credo che le convenzioni siano determinate scientemente, tenendo conto di tutta una serie di fattori strategici (oltre, ovviamente, alle opportunità di profitto), fra i quali gli squilibri macro-economici e geo-politici, le configurazioni monetarie (le differenze, ad esempio, tra una Fed e la BCE non sono bazzecole, così come il fatto che ci siano paesi in surplus e paesi in deficit), etc.

Molti analisti politici pensano che i mercati abbiano rovesciato sugli stati la loro capacità di centralizzazione, che quindi l’azione degli stati non sia semplicemente un’azione sovrana ma un’azione sovrana sovradeterminata da un coagulo di interessi finanziari. La fase successiva al 2008 di ri-finanziamento delle banche da parte degli stati si sarebbe conclusa con un ulteriore assoggettamento dei poteri sovrani agli interessi dei mercati. Tutto questo come funziona, se funziona, nell’attuale crisi?

AF: Il fatto che la crisi dei sub-prime non abbia portato al collasso dei mercati finanziari è dovuto al fatto che si è verificato il passaggio dall’indebitamento privato (causa della crisi 2007) a quello pubblico (causa della crisi attuale), che si è assommato a quello privato. I dati sul debito nazionale lordo e sue componenti (relativi alla sola Europa e da aggiornare) mostrano che nel biennio 2007-2009 il debito nazionale lordo (privato più pubblico) è aumentato in due anni dal 382% del Pil al 443% (+8% annuo) contro un aumento del 5% annuo nel periodo 1995-2007. L’indebitamento privato è aumentato in media dell’8% annuo, mentere quello pubblico di quasi il 14% l’anno, dopo essere calato nel decennio precedente. Riguardo il settore privato, l’indebitamento maggiore è in Irlanda, Olanda, Danimarca e Gran Bretagna. Opposta è la situazione dell’indebitamento pubblico: i paesi con minor debito privato (Italia, Grecia e Belgio) sono quelli con il maggior indebitamento pubblico. Poiché l’indebitamento pubblico è inferiore, come quota del Pil, di quello privato, ne consegue che Grecia, Italia e Belgio possono sopportare meglio il rischio di default di quanto non lo possa fare ad esempio Gran Bretagna o Danimarca (e quindi possono risultare più appetibili, in quanto galline in grado di sfornare uova d’oro, senza l rischio di essere strangolati). Occorre inoltre ricordare che Gran Bretagna o Danimarca godono del diritto di signoraggio a differenza di Grecia e Italia. Caso particolare è l’Irlanda che ha un elevatissimo debito privato e ha visto quasi il triplicamento del rapporto debito/Pil nel biennio 2008-09.

Partendo da questa situazione, le politiche imposte a livello europeo sono state finalizzate ad ottenere due obiettivi: a. creare liquidità a fondo perduto per il sistema finanziario, onde evitare l’effetto domino di fallimenti privati e: b. una volta fornita la liquidità grazie all’indebitamento pubblico, impedire che tale indebitamento superi una certa soglia critica, definita dalle aspettative dell’oligarchia finanziaria. La speculazione non ha colpito i paesi a maggior rischio di default, come, ad esempio, gli Stati Uniti (che hanno visto il proprio rapporto debito/Pil passare dal 60% del 2007 al 105 % di fine 2011, in presenza di un elevato debito privato e pure di un elevato debito estero), Gran Bretagna e Danimarca, ma quelli che non possono godere del diritto di signoraggio e strategicamente meno rilevanti all’interno del paradigma tecnologico e di valorizzazione dominante nell’ambito del bio-capitalismo cognitivo attuale.

Il quadro descritto rinforza la dipendenza degli stati dalle logiche finanziarie gestite dall’oligarchia finanziaria. Non è una novità. E’ dal 1994 che le istituzioni politico-monetarie (Stati, Banche Centrali) hanno realizzato che l’esistenza di una convenzione finanziaria è più potente di una qualsiasi strategia politica che non ne sia complice. All’epoca, 1994, fu la sollevazione del Chiapas a dare il via alla ritirata dei fondi d’investimento dal Messico (ritenuti non più completamente sicuri) verso i mercati finanziari dell’Asia orientale (Tailandia, in primis). Nonostante l’impegno congiunto della Federal Reserve e della Banca mondiale, non fu possibile evitare la svalutazione del pesos messicano e il rinvio della firma del Nafta (1 gennaio 1994). Per la prima volta, si è compreso che la politica finanziaria privata era più potente della politica monetaria pubblica (anche quella degli Usa). Da allora, le scelte di politiche monetarie sono dipendenti dalla dinamica delle convenzioni finanziarie. Si è persa così l’autonomia delle banche centrali, nel momento in cui tale autonomia veniva teorizzata dal pensiero neoliberista. Ciò ha portato all’autonomia “politica” delle Banche centrali dagli stati nazioni in declino, rafforzando in tal modo la dipendenza dai mercati finanziari. Nasce la governance finanziaria.

Ciò che è nuovo oggi è che tale governance è in grado di scegliere direttamente i leader politici da mettere ai governi. La governance finanziaria si è trasformata in dittatura. Gli scienziati politici e i giuristi, forse, dovrebbero dire qualcosa, al riguardo.

CM: sovranità sovradeterminata, come funziona? Col ricatto, se posso esprimermi in modo semplicistico. E’ un fatto che la crisi del sistema bancario-finanziario sia stata gestita dagli Stati con iniezioni di enormi quantità di liquidità e con la ripresa da parte delle banche centrali di un bel po’ di titoli tossici, che ora hanno in pancia e che noi tutti dovremo “validare” che il prelievo fiscale sui redditi. Nel frattempo, per liberarsi delle ingerenze politiche, le banche beneficiarie degli aiuti pubblici hanno restituito buona parte dei soldi ricevuti nella fase di crisi. E ora sono nella posizione di dettar legge, anzi il loro potere si è addirittura accresciuto, tanto che le misure d’intervento della BCE sono sistematicamente a sostegno del sistema bancario (a spese dei paesi-membri della UE), così come la politica di “quantitative easing” della Fed e della Banca d’Inghilterra. Semmai, il problema è che queste misure di creazione di liquidità non sembrano funzionare, tanto che si parla, in particolare con riferimento all’Europa, di grande “trappola della liquidità”, quella situazione in cui l’iniezione di liquidità non ingenera ripresa a causa della sfiducia degli imprenditori e dei consumatori (e, anche, a causa degli alti tassi di interesse pretesi da loro dalle banche commerciali). Insomma, la crisi non ha per niente risolto i problemi che hanno originato la crisi. Niente è stato fatto dal punto di vista della ri-regolamentazione del sistema bancario (proprio perché la lobby bancaria mondiale è riuscita a vanificare qualsiasi velleità in tal senso), di conseguenza gli squilibri fondamentali che hanno portato alla crisi continuano a scavare imperterriti. La sovranità commissaria, per così dire, è l’espressione di una situazione in cui tanto il potere della finanza è enorme, ma altrettanto le misure di rilancio dell’economia sono impotenti. E’ la crisi che è commissariata.

Nell’ultima fase molti commentatori sostengono che alcuni governi, tra cui quello italiano e spagnolo, riescono a tener botta sul terreno della negoziazione del debito molto più efficacemente di quanto avvenisse in precedenza, e quindi a introdurre una dimensione politica tutt’altro che irrilevante nella gestione della crisi. Pensate che siamo qui di fronte a una tendenza che può coinvolgere con successo i governi europei, una volta eliminata l’Inghilterra dal mazzo? L’euro riesce a tenere insieme l’Unione europea oppure dobbiamo pensare a un’Europa che si mantiene come edificio gotico, rimodellando un ordine monetario variato e variabile?

AF: A inizio dicembre il CEO della Deutsche Bank, Ackermann, ha dichiarato che il suo istituto avrebbe aumentato l’acquisto dei Btp italiani da 1 miliardo a 2,3 miliardi. Ricordo che la Deutsche Bank aveva indotto aspettative negative sui Btp italiani all’inizio del 2011 vendendo 7 degli 8 miliardi di Btp che aveva in portafoglio, scatenando la crisi italiana. La dichiarazione di Ackermann è stato il segnale che la pressione speculativa sull’Italia si poteva allentare. Ciò è avvenuto dopo l’insediamento di Monti. Situazione analoga si è verificata (in misura maggiore) in Spagna, dopo le elezioni politiche con la netta vittoria del centro-destra (che dovrà dimostrarsi ora di essere così affidabile da non necessitare un commissariamento, come invece è successo con Berlusconi in Italia). Inoltre è stata importante la decisione di Draghi di fornire prestiti illimitati al sistema bancario, al fine di favorire la capitalizzazione delle banche. Tuttavia, l’instabilità non è diminuita e per quanto riguarda l’Italia lo spread è ancora alto, ma credo, per ragioni diverse, dai tempi di Berlusconi: in primo luogo, perché si addensano tempi di recessione con una velocità maggiore del previsto non solo in Europa ma nel globo; in secondo luogo, perché bisognerà vedere che riforma del mercato del lavoro verrà fatta e rimane aperto il business della privatizzazione della sanità (le pensioni sono state già sistemate). Ricordo (rozzamente), che più libertà di licenziamento, più privatizzazione della sanità e delle public utilities si ha, più il ruolo dei mercati finanziari come assicuratore sociale privato aumenta e più i mercati finanziari si estendono. Personalmente, non credo – a differenza di Christian – che l’Euro imploderà, per due motivi: 1. alla Germania non credo che convenga, a meno che la situazione geo-politica internazionale non cambi repentinamente (stiamo a vedere che succede con l’Iran: gli Usa si ritirano da Baghdad per essere disponibili ad andare a Teheran? Oppure, chiederanno l’intervento congiunto europeo, dopo le prove libiche, ma stavolta fondato magari sull’asse franco-tedesco?) 2. Non conviene neanche ai grandi mercati finanziari, perché fintanto che esiste il doppio livello di governance – monetario e fiscale – vanno a nozze.

CM: non mi sembra affatto che l’Italia o la Spagna stiano attraversando una fase di rafforzamento del potere di negoziazione del debito. Anzi, il patetico asse Monti-Sarkozy mi sembra a dir poco in affanno. La situazione debitoria sta infatti peggiorando, e la rivendicazione degli eurobond o della Tobin tax non hanno alcuna chance di successo. Sono convinto che sarà proprio l’Italia (e la Spagna) a far saltare Eurolandia come esito finale della “sindrome greca”, ossia della spirale recessione-aumento dei debiti-tagli alla spesa pubblica-recessione-nuova austerità. Siamo già entrati in recessione, e siamo vicini alla depressione.

Gli Stati uniti non hanno mai amato l’Europa politica e tantomeno l’euro. Talora ci è passato per la mente che un vecchio riflesso unilateralista abbia agito all’interno dei cosiddetti mercati finanziari nell’attacco all’euro. E’ immaginabile, mutatis mutandis, un revival imperialista, organizzato attorno alla difesa dell’egemonia del dollaro, nel disordine globale?

AF: no, non credo. Gli unici che avrebbero interesse all’implosione dell’euro sarebbero gli Usa, per sancire in modo non solo politico, ma anche economico-finanziario il rapporto bilaterale con la Cina: una sorta di “impero” bipolare. Ma gli Usa oggi non dispongono né della forza militare, né della forza politica, né della forza economica per sostenere politiche imperialistiche. Anche loro sono succubi della governance finanziaria globale. Negli ultimi mesi, i fondi cinesi sono aumentati di parecchio come quota degli scambi totali. Bisognerà monitorare le scelte finanziarie cinesi. Finora, i fondi cinesi sono ancora gestiti dalle 10 sorelle dei mercati finanziari, ma fino a quando? Leggevo sul FT di qualche giorno fa che la Cina stia per legalizzare le vendite dei titoli finanziari allo scoperto, autorizzando la speculazione puramente finanziaria. A che pro? Per entrare in compartecipazione con il gotha dei mercati finanziari o per cercare di controllarlo? Se così fosse, la leadership del dollaro rischia molto…..

CM: non è escluso, anzi, che nella fase iniziale della crisi dell’Euro ci sia stato lo zampino degli Stati Uniti attraverso le grandi banche d’investimento e gli hedge funds. Infatti, demolire l’Euro era funzionale all’obiettivo di mettere in ombra il problema americano del deficit-debito pubblico enorme, come pure di quello commerciale. Quindi, demolire l’Euro significava eliminare un potenziale concorrente e favorire la continuazione dell’afflusso di capitali esterno negli onde permettere il finanziamento del debito statunitense a tassi molto bassi. La strategia ha avuto un successo superiore alle aspettative, e ora gli USA sono preoccupati delle conseguenze economiche e finanziarie della crisi di Eurolandia, che potrebbe provocare una forte destabilizzazione del sistema bancario statunitense, e anche delle conseguenze politiche, poiché la spaccatura dell’Euro potrebbe rendere la Germania e parte dell’Europa indipendente dagli Stati Uniti, rafforzando l’asse strategico con Russia e Cina. Un revival imperialista attorno all’egemonia del dollaro non sembra possibile, anche perché comunque il dollaro si sta già rafforzando proprio in conseguenza della crisi di Eurolandia (fuga di capitali dall’Euro, appunto verso il dollaro).

Posta l’evidenza dell’egemonia del capitale finanziario come modo di produzione, nell’attuale crisi finanziaria gioca in qualche modo (e in che modo) il rapporto tra finanza e produzione industriale, con riferimento ad esempio tanto alla Germania quanto alla Cina?

AF: Questa domanda richiederebbe tempo… Il rapporto tra finanza e produzione reale non è riferito alla produzione industriale, ma piuttosto alla produzione immateriale. Il punto nodale, dopo il crollo di Bretton Woods, è la definizione di unità di misura del valore della produzione immateriale, ovvero del general intellect. Al momento, esso è, in modo instabile, definito dalla valorizzazione finanziaria, ma tale misura è, appunto, – strutturalmente – troppo instabile perché possa essere considerata “fissa”. Qui entrano in gioco le eccedenze della moltitudine di vita e di lavoro. Come gli zapatisti nel 1994 hanno messo in crisi il Nafta, così oggi – potenzialmente – i movimenti – dalla cd. primavera araba a “occupy xxx” – possono incidere sulla definizione di tale misura, che non è altro che la misura della vita messa a valore, l’incommensurabile che cerca di farsi “misurabile”.

CM: se la Germania non si piega ai diktat della finanza internazionale è proprio perché il potere dell’industria non è stato ancora annientato dalla finanza. In Germania è l’industria che comanda. In Cina vale lo stesso discorso, almeno per ora: la Cina ha avuto l’intelligenza di auto-escludersi dalla finanza globale. Infatti non vi è libertà di movimento dei capitali, uno straniero non può investire nella borsa di Shanghai, né un cinese può investire sulle piazze europee o americane. Quindi, i rapporti della Cina col resto del mondo sono economici, commerciali e politici, mentre quelli finanziari sono controllati e gestiti direttamente dal governo di Pechino. Il paradigma del libero mercato (finanziario) non è ancora passato da quelle parti.

Carlo Vercellone: le vostre domande toccano alcuni punti cruciali. La prima e l’ultima, in particolare configurano un vero e proprio programma di ricerca che richiederebbe quantomeno un seminario ad hoc. Provare a darvi una risposta un po’ strutturata per iscritto richiederebbe maggior tempo per rifletterci su e riunire materiali empirici. Per il momento, mi limiterò dunque a tentare di fornire a caldo e in modo molto sintetico alcune piste di riflessione partendo, come filo conduttore, dalla questione relativa all’organizzazione dei mercati.

Il termine mercati finanziari, che sembra rinviare a una logica anonima composta da una miriade di soggetti non coordinati tra loro, è a mio avviso errato, o perlomeno fortemente inesatto.

L’organizzazione dei cosiddetti mercati finanziari, di cui una componente centrale sono le grandi multinazionali che operano nella sfera della produzione (alla faccia di ogni presunta dicotomia tra sfera finanziaria e sfera produttiva), è infatti fortemente concentrata, e questo sia per quanto riguarda le strutture proprietarie che, e soprattutto, le strutture di controllo. A questo proposito, un recente e novatore articolo di tre ricercatori (Vitali, Glatfelder e Battiston) dell’istituto federale di tecnologia di Zurigo, “Le reseau de contrôle global des grandes entreprises” (“The Network of Global Corporate Control”), ha permesso di mettere in evidenza la centralizzazione estrema del potere del capitale su scala globale.

Secondo questa ricerca « les multinationales (‘transnational corporations’ or TNCs) forment une structure de nœud-papillon géante, et qu’une grande part du contrôle est drainée vers un cœur tissé serré d’institutions financières. Ce cœur peut être vue comme une ‘super-entité économique’ dont l’existence soulève de nouvelles et importantes questions tant pour les chercheurs que pour les organes d’élaboration des politiques (policy makers) ».
Piu precisamente, su una base-dati riguardante 43060 imprese multinazionali (IM), si stima che 147 IM possiedono attraverso un nodo complesso di relazioni di proprietà il 40% del valore economico e finanziario delle suddette 43060 IM. Si constata inoltre che all’interno di questo conglomerato di 147 IM, può essere identificato l’asse centrale del capitalismo globale costituito da 50 super-entità rappresentate per l’essenziale (64% circa) da grandi istituti finanziari americani e britannici. A notare la relativa sottorappresentazione dei grandi gruppi della zona Euro (20% circa), anche se la Francia con AXA (in quarta posizione di questo top 50) e la Germania con Deutsche Bank (in dodicesima posizione) si trovano per cosi dire al cuore del cuore. Altro punto importante, di questo gruppo dei top 50 fa per il momento parte una sola grande IM cinese del settore della petrol-chimica (situata in ultima posizione), anche se questo dato sottovaluta certamente il modo in cui la Cina, come sappiamo, sta costruendo il proprio potere finanziario attraverso vie politiche differenti da quelle d’una integrazione pura e semplice al capitale globale.

Notiamo anche che altri dati confermano questa estrema concentrazione del potere economico e finanziario del capitale, come ad esempio il fatto che i due terzi del mercato dei famosi CDS sono detenuti da meno di dieci attori.

Tenendo anche conto di questi dati, è possibile tentare di sviluppare qualche rapida ipotesi in risposta alle vostre domande.

1) Il potere del capitale è dunque al tempo stesso centralizzato e articolato su una scala globale che poggia su una rete finanziaria strettamente interconnessa. In questo contesto, un numero ristretto di grandi gruppi finanziari e d’IM prende le principali decisioni che riguardano la speculazione sui debiti sovrani, sulle materie prime, la casa, la ristrutturazione e la localizzazione delle grandi imprese produttive, l’orientamento delle politiche economiche. Si potrebbe parlare di una organizzazione di tipo oligopolistico (ma sempre solidale e pronta a ricostituirsi in capitale collettivo nei momenti chiave) da cui partono gli impulsi strategici iniziali che, trovando il loro relais nella logica mimetica dei mercati, vengono in seguito convalidati (nella maggior parte dei casi) dagli altri operatori finanziari dando luogo a un processo di autovalidazione delle “anticipazioni.”In questo senso, mi sembra possibile conciliare e articolare l’ipotesi di una leadership latente con la descrizione classica d’impronta keynesiana della “psicologia dei mercati” fondata su comportamenti mimetici.

2) Questa estrema interconnessione rende tuttavia il cuore stesso del capitale finanziario fortemente sensibile e vulnerabile al rischio sistemico e alla logica dell’indebitamento di cui si nutre l’accumulazione del capitale.

3) Gli stati appaiono sempre più come dei semplici relais degli interessi del capitale finanziario globalizzato. Tuttavia, secondo me, questa sudditanza dipende non solo da fattori economici oggettivi ma dalla mutazione antropologica del ceto politico e tecnocratico a guida degli stati e delle principali istituzioni della politica economica e monetaria che li ha convertiti in veri e propri funzionari della rendita del capitale. Questa situazione è tanto più vera in Europa dove, per ragioni storiche che risalgono in gran parte alla specifica dinamica della lotta di classe che l’ha attraversata durante la crisi del fordismo, si è assistito ad una vera e propria costituzionalizzazione del potere della rendita che si è in particolare incarnato nello statuto della cosiddetta indipendenza della BCE.

4) Il risultato è che nella zona euro gli stati si trovano privati dell’esistenza di un prestatore in ultima istanza e dipendono per il loro finanziamento dai mercati. In questo modo ha potuto instaurarsi il governo della rendita attraverso il debito sovrano, un governo ormai esplicito che detta le politiche economiche d’austerità e d’espropriazione delle istituzioni del Welfare. Tuttavia, anche in questo caso (come per la crisi dei subprime), il debito da strumento essenziale dell’accumulazione di capitale rischia di trasformarsi nel suo principale limite. Un problema centrale da questo punto di vista è che in ragione della stessa assenza di questo ruolo classico di garante della Banca Centrale, i titoli del debito pubblico perdono del loro carattere sicuro di beni rifugio e diventano in un certo senso titoli come gli altri, il cui “valore di mercato” si svalorizza nei bilanci delle banche e delle istituzioni finanziarie.

La logica predatoria e speculativa del capitale finanziario globalizzato e il panico dei mercati si possono così rinforzare l’un l’altro in una situazione secondo me senza via d’uscita, salvo una radicale inversione di rotta della politica della BCE. Cosa che mi sembra altamente improbabile, come lo mostrano le ultime misure delle BCE che, ancora una volta ha inondato senza contropartite il sistema bancario di liquidità, rifiutandosi al tempo stesso di monetizzare sul mercato primario i bisogni di finanziamento degli stati. In questo scenario, la recessione che sarà inevitabilmente provocata dalle politiche d’austerità, riaprendo la spirale del deficit e dell’aggravamento del rapporto debito/pil, avrà ben presto ragione delle effimere illusioni suscitate dal governo Monti, così come da quello spagnolo.

SANDRO MEZZADRA e TONI NEGRI

tratto da http://uninomade.org

10 gennaio 2012

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I soldi delle primarie repubblicane

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NEW YORK. C'era una volta la democrazia in America. Che se ne stia scappando a gambe levate, pare se ne siano accorti per il momento solo i giovani di Occupy Wall Street. Ha ancora senso nel 2012 lo slogan “una testa, un voto?” Disse Mitt Romney, l'attuale favorito nella corsa contro Obama: “Le aziende sono persone, amico mio!” rispondendo alla domanda trabocchetto di un’attivista, che gli chiedeva se fosse giusto che le donazioni elettorali da parte delle aziende siano illimitate. E confluiscano tutti nel mostro giuridico chiamato Super PAC.

No, non è una versione 2.0 di Pacman, il videogame. Anche se, un po' come nel videogame, questo Super PAC mangia soldi senza sosta, in un labirinto normativo, aggirando tutte le norme di buon senso. Vediamo come funzionano questi oggetti misteriosi del desiderio di ogni politico.

In principio fu la famigerata sentenza “Citizens United” della Corte Suprema. I giudici stabilirono il seguente sillogismo demenziale: le aziende hanno libertà di parola come le persone, nel caso vogliano decidere di appoggiare un candidato; le aziende si esprimono non con le parole, ma con il denaro, dunque le aziende possono donare somme illimitate ai candidati. Un ragionamento molto semplice. Persino secondo John McCain, candidato repubblicano che perse contro Obama nel 2008, questa sentenza è “una delle decisioni peggiori della storia della Corte Suprema, che con la sua assoluta ignoranza della politica” ha determinato “un'inondazione di denaro nelle campagne elettorali, non trasparente e non rintracciabile.”

Un qualunque cittadino può registrare il suo Super PAC presso la commissione elettorale federale, dichiarando il sostegno per uno dei candidati. Una volta creato, il Super PAC può raccogliere qualsiasi donazione, da parte di persone o aziende, senza alcun limite di finanziamento. Per esempio, Goldman Sachs potrebbe aver donato un miliardo di dollari al Super PAC che sostiene Mitt Romney. La cosa divertente è che nessuno lo saprebbe. Infatti l'unico obbligo è di rendere note le donazioni ogni tre mesi, ma basta scegliere la scadenza dei tre mesi in modo oculato. I candidati repubblicani hanno deciso di pubblicare la lista dei donatori non prima, ma dopo le recenti primarie in Iowa, tanto per essere sicuri che i loro elettori del Tea Party, infuriati con le grandi banche, non scoprissero che i portafogli dei loro beniamini sono stracolmi di soldi di Wall Street.

Ci sono persino casi ai confini della realtà, come quello del Super PAC della mitica Sara Palin. Com'è possibile che anche lei abbia un Super PAC, visto che non si è candidata? In realtà, Sara Palin o chi per lei registrò un bel Super PAC l'anno scorso, che iniziò a incanalare un grossissimo volume di denaro per far partire la campagna elettorale. La Palin usò le donazioni per comprare un bus e finanziare il suo viaggio attraverso i luoghi storici degli Stati Uniti e una lunga serie di comizi in tutto il Paese. Peccato che, venuto il momento di annunciare la sua candidatura, Sara Palin decise di... non farlo. Lasciando tutti di stucco, con una colossale figuraccia. A parte un piccolo particolare: si è tenuta i soldi!

L'attuale legislazione sui Super PAC è talmente scandalosa che il famoso comico Stephen Colbert ha deciso di farne un colpo di teatro. Dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalla commissione elettorale ad aprire il suo Super PAC, ha deciso di usarlo per “sostenere” la campagna del governatore repubblicano del Texas Rick Perry, noto con il nomignolo “George Bush con gli steroidi.” Chiedendo donazioni ai telespettatori del suo seguitissimo programma di satira The Colbert Report, il comico continua a raccogliere decine di migliaia di dollari. Usati per mandare in onda finti spot elettorali in favore di Perry, che in realtà sbugiardavano le bassezze fasciste e l'ignoranza bieca del candidato repubblicano. Chiedendo fra l'altro ai suoi telespettatori di andare a votare per lui e di scrivere sulla scheda non Perry ma “Parry con la A, come in America!”

Risultato: centinaia di voti per Rick Parry nella fiera dell'Iowa “straw poll,” un'anteprima delle primarie, voti che però sono stati conteggiati comunque a favore del governatore del Texas. Un vero spasso.

Luca Mazzucato

tratto da http://altrenotizie.org

9 gennaio 2012

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USA e Israele alle grandi manovre, obiettivo Teheran

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iranSaranno le esercitazioni più imponenti della storia dell’alleanza militare tra Stati Uniti d’America ed Israele e vedranno schierati decine di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank, sistemi radar, unità navali e migliaia di soldati provenienti dai reparti d’élite dei due paesi. Da fine gennaio in poi, ogni giorno potrebbe essere quello buono per l’avvio di Austere Challenge 12, il war game che rischia d’inasprire ulteriormente le tensioni politiche nella regione mediorientale. L’annuncio arriva una decina di giorni dopo le grandi manovre navali iraniane nello Stretto di Hormuz, conclusesi con il lancio sperimentale di tre missili a breve e medio raggio; Washington e Tel Aviv negano però, con non poca ambiguità, che l’esercitazione congiunta sia indirizzata contro Teheran. “Lo scenario comprenderà aventi simulati e addestramenti nel campo e non è una risposta ad alcuna situazione odierna”, ha spiegato un portavoce militare israeliano all’agenzia France Press. “Il comando delle forze armate USA in Europa, Eucom, e le forze armate israeliane conducono periodicamente esercitazioni in Israele, nel quadro di una lunga e stabile partnership strategica, finalizzate a migliorare i loro sistemi difensivi”.

Nel corso di Austere Challenge 12 sarà testato il funzionamento di “sistemi multipli di difesa aerea contro l’arrivo di missili e razzi” e, secondo il Jerusalem Post

(che ha citato il generale USA Frank Gorenc, comandante del Third Air Force), più che di un’esercitazione si tratterà di un vero e proprio “dislocamento” di reparti e unità navali statunitensi in Israele. “Mentre le truppe USA stazioneranno nel paese per un tempo non specificato, personale militare israeliano sarà distaccato in Germania presso il Comando delle forze armate USA in Europa”, aggiunge il quotidiano.

Nel 2009 fu tenuta in Israele un’altra importante esercitazione (Jupiter Cobra 10) che aveva visto la partecipazione, tra gli altri, del 5th Battalion, 7th Air Defense Artillery dell’US Army con base a Kaiserslautern, unità di pronto intervento specializzata nella difesa aerea e missilistica in ambito NATO ed extra-NATO. Fu simulato un attacco missilistico nucleare iraniano combinato al lancio di missili a corto raggio dal territorio siriano e libanese e i reparti specializzati statunitensi ed israeliani riuscirono ad abbattere in volo un vettore balistico.

Tel Aviv è impegnata da diverso tempo nello sviluppo e nell’implementazione di un articolato “scudo” anti-missile e anti-aereo con il supporto USA. Elemento chiave dell’alleanza strategico-industriale è il sistema Arrow che dovrebbe intercettare e distruggere i missili balistici “nella stratosfera e lontano da Israele”, come spiegano i manager della holding industriale Boeing, prime contractor del programma. L’Arrow nasce a partire del 2002 dalla ricerca congiunta dell’agenzia missilistica militare USA e del ministero della difesa israeliano. Il sistema d’arma è composto da un centro di comando e di lancio, da un radar di controllo e dal missile-intercettore che distrugge i target con una testata a frammentazione. Assemblato in Israele dall’industria aerospaziale IAI (Israel Aerospace Industries), l’Arrow è stato sperimentato “con successo” la prima volta nel 2007 e successivamente nell’aprile 2009 e nel febbraio 2011. In quest’ultima occasione, il vettore avrebbe individuato, intercettato e distrutto un missile lanciato da una piattaforma off shore della US Navy, nella costa californiana. Attualmente, Boeing e IAI stanno sviluppando un intercettore tecnologicamente più sofisticato e di gittata maggiore, l’Arrow 3. Al programma partecipano pure altre aziende USA: General Dynamics, L3 Ordinance, GW Lisk e Honeywell.

A partire della primavera del 2011, le forze armate israeliane hanno pure dispiegato l’Iron Dome, un sistema d’arma mobile per la “difesa contro i razzi d’artiglieria a corto raggio” di infrastrutture militari e piccole città. L’Iron Dome sarebbe in grado di “rispondere a molteplici minacce simultaneamente e in tutte le condizioni meteo”, intercettando fino a 70 km di distanza vettori di media velocità e proiettili di artiglieria da 155 e 180 mm. Il sistema si basa su tre distinte componenti: un radar per il rilevamento e l’inseguimento del target; il centro di controllo e gestione del campo di battaglia; le unità di fuoco mobili dotate di missili intercettori “Tamir”, con sensori elettro-ottici e dal costo record di 50.000 dollari l’uno. “Si utilizza un unico intercettore con una speciale testata che distrugge in aria ogni obiettivo in pochi secondi, in aree neutrali, in modo da ridurre i danni collaterali in zone protette”, spiegano i militari israeliani.

Ad oggi, sarebbero già operative tre postazioni Iron Dome: due vicine alla Striscia di Gaza, nei pressi delle città di Ashkelon e Be’erSheva; la terza nella città meridionale di Ashdod. L’aeronautica militare israeliana ha però annunciato di voler installare una quarta batteria nei primi mesi del 2012, mentre entro la fine dell’anno potrebbero essere consegnati altri tre sistemi anti-missile. Crisi economica permettendo, si punterebbe ad installare non meno di una dozzina di postazioni ai confini settentrionali e meridionali del paese. L’Iron Dome è interamente prodotto da industrie nazionali: prime contractor la Rafael Advanced Defense Systems Ltd., mentre radar e componenti elettroniche sono appannaggio di Elta Systems, l’azienda che ha fornito alla Guardia di finanza i famigerati radar anti-migranti in via d’installazione nelle coste di Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. 

Altro segmento strategico per lo “scudo” israeliano è il radar di produzione statunitense “X-Band”, entrato in funzione recentemente nella base aerea di Nevatim, nel deserto del Negev. Il sistema, installato e gestito da un centinaio di militari USA, consente di “raddoppiare o anche triplicare il raggio di azione con cui Israele può individuare, inseguire e infine intercettare i missili iraniani, sino ad una distanza di 2.900 miglia”. Grazie al supporto operativo e finanziario del Genio dell’esercito USA, Nevatim si è trasformata nella più grande e moderna base militare israeliana: nel 2010 sono stati spesi più di 50 milioni di dollari per realizzare il quartier generale delle forze aeree più una serie di hangar protetti per i cacciabombardieri. Il Genio militare statunitense ha inoltre stanziato 40 milioni di dollari per contribuire ai lavori di ammodernamento e ampliamento del porto di Haifa e 20 milioni per installare impianti elettronici e di guida elicotteri nella base aerea di Ramon.

Washington sta infine contribuendo alla costruzione di diversi hangar nella base aerea di Palmachim (nei pressi di Rishon LeZion e Yavne), già utilizzata per i lanci dei missili Arrow e destinata ad ospitare alcuni dei più grandi velivoli senza pilota UAV esistenti al mondo, gli Eitan (14 metri di lunghezza, 26 di larghezza, 5,5 tonnellate di peso). Noti anche con il nome di Heron TP, i velivoli possono volare ininterrottamente per oltre 36 ore a medie altitudini, con un raggio operativo superiore ai 4.000 km. Prodotti dalle industrie aerospaziali IAI, gli Eitan sono in grado di trasportare apparecchiature elettroniche per un ampio spettro di missioni operative e d’intelligence (sensori elettro-ottici, antenne radar per la sorveglianza terrestre, visori laser, relè radio, ecc.). I primi UAV sono divenuti operativi ne dicembre 2010 nella base aerea di Tel Nof.

Antonio Mazzeo

tratto da antoniomazzeoblog.blogspot.com

9 gennaio 2012

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