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INTERNAZIONALE

Le 10 peggiori multinazionali del 2008. Vince la AIG, sponsor del Manchester Utd

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aig_manchester.jpgLavorano e fanno danni dall’America latina all’Africa e in tutti i continenti. Hanno commesso crimini contro l’umanità come quello di Bophal (la Union Carbide) o contro l’ambiente (la Exxon Valdez) o fatto da cassaforte a dittatori sanguinari come Augusto Pinochet (la Riggs) o usano i paramilitari per ammazzare i sindacalisti (Chiquita e Coca-Cola in Colombia). Quasi tutte trattano i lavoratori come cleenex e in queste ore la General Motors ne sta licenziando a migliaia in Brasile.
Sono le multinazionali che, nonostante la crisi del neoliberismo, continuano ad avere più potere degli Stati dove operano. La “Multinational monitor” (MM) ha scelto le dieci peggiori corporazioni del 2008. Sono otto statunitensi, una svizzera e una cinese. Una finanziaria, tre alimentari, quattro energetiche, una del tabacco e una farmaceutica. Adesso che con la crisi del neoliberismo il sistema implode e le multinazionali diventano ancora più cattive. Secondo l’agenzia nel 2008 le corporazioni hanno dominato il mondo come mai avevano fatto in vent’anni.
L’intero rapporto può essere letto con i dettagli compagnia per compagnia a questo indirizzo. Per MM con lo scoppiare nel 2008 della crisi economica, le multinazionali hanno amplificato tutti i loro comportamenti negativi, dall’uso della corruzione politica, alla deregolamentazione, all’uso del lavoro precario e nero, alla volontà di guadagnare con politiche di rapina e a breve termine, alla finanziarizzazione dei loro profitti che hanno sempre meno a che vedere con l’economia reale, al passare sulla testa della società dove operano mettendo il profitto al primo posto ma socializzando le perdite ed esternalizzando i costi, economici, umani, sociali.
La MM non fa una classifica tra le prime dieci, si limita a elencarle in ordine alfabetico e a spiegarne dettagliatamente i comportamenti.
E’ significativo però che ad aprire la lista sotto il significativo titolo di un vecchio successo dei Dire Straits, “money for nothing”, sia una finanziaria, già assicurazione, la AIG, la American International Group, che nei suoi metodi è il paradigma dei cattivi comportamenti che hanno causato la crisi economica.
Seguono le alimentari, la Dole, inquinatrice, antisindacale e che in pochi anni ha eliminato i due terzi della sua forza lavoro, pagando in alcuni paesi poco più di un Euro al giorno di stipendio. La Imperial Sugar, una specie di Marghera dello zucchero con una lunga lista nera di lavoratori che hanno contratto gravi patologie o sono stati vittime di incidenti sul lavoro. Solo in quello del 7 febbraio 2008, a Savannah, in Georgia, negli Stati Uniti, morirono 14 operai.
La Cargill, il gigante delle multinazionali alimentari è accusata di aver contribuito a creare la situazione più paradossale di tutte: 30 anni fa il terzo mondo esportava cibo, adesso il 70% è importatore netto. E’ la globalizzazione per la quale paesi africani alimentarmente autosufficienti o quasi, come il Ghana, oggi dipendono dagli alti e bassi dei mercati sia per esportare che per importare, non riuscendo a produrre più del 20% del loro fabbisogno di riso.
Poi ci sono le compagnie energetiche, la Chevron, la Constellation Energy che spinge sul nucleare, la cinese CNPC, accusata di aver fomentato la crisi in Darfur, la General electric, antisindacale e inquinante, sia negli Stati Uniti che in Brasile.
C’è inoltre l’onnipresente Philip Morris, imperterrita nel vendere cancro ai polmoni, sono 5 milioni l’anno i morti, sempre più nel Sud del mondo. E infine la farmaceutica svizzera Roche, rampante nell’affare del secolo: l’AIDS. Ce n’è per tutti i gusti, i colpi di coda di un neoliberismo in crisi fanno ancora più male.

Gennaro Carotenuto
(13 gennaio 2009)

fonte www.gennarocarotenuto.it

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Gennaio 2009 21:28

La prossima crisi? Quella dei titoli di stato americani

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Le prospettive della crisi

La prossima bolla (dopo le carte di credito?) verrà dai treasury bill, i titoli di stato americano. Il sole 24 ore ha fatto qualche conto. Una domanda: ma i cinesi continueranno ad acquistarli?

soldi_cartaigienica.jpgQuattro mesi fa falliva Lehman Brothers e finiva la Wall Street del 900. L'autodistruzione di quello che era stato, con Wall Street, il cuore della finanza americana e mondiale appariva evidente anche a chi fino ad allora aveva guardato altrove. Nessuno l'aveva previsto davvero, in tutta la sua enormità. Ma qualcuno aveva lanciato allarmi circostanziati. Quattro mesi dopo la fase uno può dirsi superata. A livello mondiale i valori di Borsa sono stati più o meno dimezzati, cosa del resto accaduta anche con lo scoppio della bolla dot com otto anni fa. Le Banche centrali e le Tesorerie pubbliche sono intervenute, spesso generosamente. Il sistema ha frenato paurosamentre ma non si è fuso. E alla fine, dopo quattro mesi, un rispettato economista come Brad de Long dell'Università della California, a Berkeley, fa i seguenti conti.

Un anno e mezzo fa il mondo aveva 80mila miliardi di dollari di titoli finanziari commerciabili. Oggi può contare su 60 mila, cioè 20 mila in menio e 5mila in meno del Pil mondiale. Il settore abitativo, con i mutui subprime e simili, negli Stati uniti e altrove, in Gran Bretagna soprattutto, ha provocato o provocherà circa 2mila miliardi di perdite. Quattromila vengono o verranno da altri default già provocati o che la recessione renderà inevitabili. Le Banche centrali e le Tesorerie hanno immesso effettivamente a tuttoggi - escluse garanzie e altri finanziamenti a fronte di collaterale di buona qualità - circa 3mila miliardi di dollari. L'effetto deleverage, la perdita di valore di asset finanziari dovuta alla molto diminuita accettazione dell'indebitamento e al rifiuto di titoli che al momento nessuno sa quanto valgono - parte notevole dei derivati - ammonta quindi, se De Long ha fatto bene i suoi conti, a circa 17mila miliardi. E' con questa
 "evaporazione" di asset finanziari, che solo fra alcuni anni e a bocce ferme potrà essere in parte - quanto, oggi non si sa - iscritta come vera perdita, che occorre ora confrontarsi.

L'impegno della Federal Reserve e del Tesoro americano è massiccio e senza confronti in Europa anche perché il settore pubblico è negli Stati Uniti assai più ristretto, pari a poco più del 30% del Pil contro il quasi 50% in Europa. E poiché tocca al settore pubblico sostituirsi a un credito privato al momento molto difficile, è logico che Washington sia più attiva, avendo il sistema meno stabilizzatori automatici. Negli Stati Uniti le cifre messe in campo sono enormi, e già superiori a quanto speso da Washington per il finanziamento dell'intera seconda guerra mondiale, Allora 3600 miliardi, in dollari di oggi, adesso contro la crisi e la recessione finora 4600 miliardi su un totale di circa 8 mila pronti a venire impiegati (si veda Il Sole 24 Ore del 6 gennaio, pagina 11). Tutto questo senza contare il piano di stimolo che adesso il nuovo governo Obama si appresta a lanciare. E che sarà , alla fine, non lontano dai mille miliardi.

A questo punto si possono scegliere due strade e la prudenza consiglia di praticarle entrambe.
La prima è indicata da un cartello che dice "intervento pubblico" ed è quella battuta finora, negli Stati Uniti soprattutto ma anche in Europa. E in Cina.

La seconda è segnata da un cartello che si chiede: " quanto intervento pubblico?". Pone cioè il problema non solo della necessità, ma dei limiti. Neppure lo Stato più ricco ha risorse illimitate.
Quindi, guardando oltre la crisi, quanta spesa pubblica e fino a che punto è sostenibile? Fermiamoci al caso americano, il maggiore e più emblematico.

Il piano di stimolo del nuovo Governo, l'American recovery and reinvestment plan, prevede una cifra del 5% del Pil (che è pari a circa 14mila miliardi di dollari), in due anni, cioè circa 750 miliardi. Ma poiché il settore privato dovrà risparmiare attorno al 6% del Pil per parecchi anni per uscire dai debiti, questo 6% dovrà essere recuperato dalla spesa pubblica che già è in deficit del 4% del Pil, e si arriva a un 10% di deficit. Sarà lo Stato infatti ad accollrsi la spesa in deficit che i privati non possono più fare. Secondo Martin Wolf del Financial Times sono livelli sostenibili solo per qualche anno, e solo se gran parte della spesa in deficit va in investimenti produttivi. Poi, i conti saltano. Già adesso, e senza il piano Obama, il deficit 2009 sarà di 1200 miliardi , secondo il Congressional budget Office, il triplo del 2008, a causa degli interventi anti-crisi. Se si aggiunge lo stimolo Obama , si arriva a circa 1600. Se si pensa
 che quando George Bush arrivò al potere l'intero bilancio federale era di 1700 miliardi, si vede come il deficit 2009 arriverà a sfiorare l'intera spesa 2000. Uno sforzo necessario, ma che non può durare a lungo. E che rischia di essere immane, perché Washington dovrà per qualche tempo sostituirsi a quella che è stata una forza trainante dell'economia anche internazionale: il consumatore americano. Le potenzialità degli Stati Uniti restano enormi, di ricchezza materiale e umana. Ma se il debito continua a correre, pubblico questa volta e non più privato, il risultato alla fine non cambia.

Mario Margiocco

tratto da marxiana

15 gennaio 2009
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Boicotta i prodotti israeliani: codice a barre 729

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Cominciamo con qualcosa di piccolo... ma, in questo mondo governato dal capitale, efficace: quando andate al supermercato, nei negozi, nei mercati controllate la provenienza dei prodotti che acquistate.
Se il codice a barre riporta il numero 729 non comprateli.
Cominciamo a togliere qualche arma a chi ne sgancia a tonnellate sulla popolazione palestinese.
 
 
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L’importanza, l’ignoranza e la consapevolezza sul boicottaggio verso Israele

Comunicato del Forum Palestina

 

In questi anni ci siamo impegnati nel cercare di promuovere anche nel nostro paese – come negli altri paesi europei – una efficace campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana intesa come forma di sostegno internazionale al diritto all’esistenza e alla resistenza del popolo palestinese contro il colonialismo israeliano.

Questa campagna ha avuto alcuni successi (nel 2002 su Auchan e Hazera Genetics, l’anno successivo facendo saltare l’accordo fra l’azienda romana per l’elettricità e l’acqua ACEA e Israele per il furto dell’acqua palestinese e poi nel 2008 alla Fiera del Libro di Torino), ma ha incontrato alcune difficoltà sul piano politico, culturale ed organizzativo. Le polemiche di questi giorni su una iniziativa sindacale che invitava genericamente al boicottaggio dei negozi – scatenando la consueta manipolazione e isteria politico/mediatica a cui siamo ormai abituati e contro cui siamo vaccinati - ci offre l’occasione per rilanciare con maggiore forza e chiarezza una campagna comunque necessaria e che può rivelarsi efficace come lo è stato nel caso del Sudafrica dell’apartheid fino al 1990. E' sempre meglio che tutti coloro che intendono avviare campagne di boicottaggio, si documentino prima adeguatamente e scelgano bene gli obiettivi delle loro campagne.

E’ importante sapere che è attiva a livello internazionale una campagna denominata BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) approvata da una vastissima coalizione di forze progressiste palestinesi ed internazionali – fra le quali citiamo sindacati europei, nordamericani e sudafricani - ma ideata e lanciata sin dal 2001 proprio da una rete di ebrei che lottano contro l’occupazione israeliana della Palestina. Cosa significa e come si articola questa campagna?

    1. Boicottaggio significa invitare a non acquistare merci e prodotti provenienti da Israele. In Italia sono caratterizzati dal codice a barre 729. Significa invitare i lavoratori degli scali merci, dei trasporti e della logistica a non scaricare container o merci provenienti da Israele. Significa – solo per fare degli esempi - non farsi prescrivere dal medico o acquistare in farmacia medicinali generici della TEVA, non acquistare elettrodomestici Ocean, non acquistare frutta con il marchio “Jaffa” o "Carmel" e così via, e farlo come atto pubblico, manifestando con questi semplici gesti la propria indisponibilità a rendersi complici della politica criminale dello Stato di Israele. E’ dunque una forma di pressione che non ha nulla a che vedere con negozi o servizi gestiti da cittadini di origine ebraica. Noi appoggiamo il progetto di uno Stato Unico per Palestinesi e Israeliani, nessuna discriminazione è per noi dunque accettabile, nè lì, né qui, né in nessun luogo di questo pianeta.

    2. Disinvestimento significa fare pressione sulle aziende italiane che fanno investimenti in Israele con l’obiettivo di far ritirare gli investimenti effettuati o di non prevederne di nuovi perché eticamente inaccettabili in quanto Israele è uno stato che commette crimini di guerra contro un intero popolo, quello palestinese. Recentemente decine di imprese italiane non hanno sentito la pressione di questo dovere etico. Si tratta quindi di scrivere lettere alle direzioni aziendali, volantinare ai cancelli di queste aziende, fare scritte nei dintorni delle aziende, mettere in sostanza in moto un processo di “pubblicità negativa” che renda problematico o addirittura svantaggioso l’investimento. C’è un lungo elenco di queste aziende che non appartiene a nessuna “black list” ma che è disponibile sul sito del Ministero del Commercio Estero (oltre che sul sito del Forum Palestina che da quest’ultimo lo ha rilevato ed è a disposizione).
 
    3. Sanzioni. Questa è una misura di ritorsione legale verso uno stato come Israele (o come altri) che commette crimini di guerra e che attiene alla responsabilità dei governi e delle istituzioni internazionali. Queste sanzioni possono adottate singolarmente da ogni governo o a livello multilaterale. La revoca degli accordi di cooperazione militare Italia-Israele o degli accordi economici, commerciali, tecnologici tra enti locali, università, centri di ricerca italiani ed israeliani, la sospensione del Trattato di Associazione Commerciale tra Unione Europea ed Israele (sanzione votata già dal Parlamento Europeo nell’aprile del 2002 ma mai applicata), sono degli esempi di sanzioni che l’Italia dovrebbe e potrebbe adottare se l’intera filiera politica-istituzionale nazionale e locale non fosse subalterna alla complicità con Israele. Chiaramente la mancata adozione di sanzioni contro Israele da parte delle istituzioni preposte non può che mettere in movimento delle “sanzioni dal basso” che prevedono appunto il boicottaggio dei prodotti israeliani e le pressioni per il disinvestimento delle aziende italiane dal mercato israeliano.

L’avvio e l’efficacia di questa campagna devono superare due ostacoli:

  1. Rompere la subalternità e il tabù culturale secondo si può boicottare tutti e tutto tranne Israele. Nel resto dell’Europa e nel mondo anglosassone nessuno ha di questi problemi. Nel resto del mondo neanche se lo pongono
  2. La campagna per essere efficace deve concentrarsi su pochi prodotti e su poche aziende con marchi molto conosciuti, identificabili e che consentano di socializzare rapidamente la notizia del boicottaggio.

A tale scopo, dopo la manifestazione del 17 gennaio a Roma, che vede già impegnati al massimo in tutta Italia i movimenti e le associazioni di solidarietà con il popolo palestinese, riteniamo che vada costruito e convocato un gruppo di lavoro che prepari e gestisca con professionalità, capillarità e grande capacità di comunicazione la campagna Boicottaggio - Disinvestimento-Sanzioni contro Israele anche in Italia nelle prossime settimane.

Il Forum Palestina

tutte le informazioni disponibili sono su: http://www.forumpalestina.org/Boicottaggio.asp

 

Cenni storici (ad uso e consumo di chi ignora il senso profondo del boicottaggio)

La parola “boicottaggio” comparve nella lingua inglese durante la “Guerra della Terra” irlandese e deriva dal nome del capitano Charles Boycott, agente immobiliare di un latifondista inglese, Earl Erne, nella contea irlandese di Mayo. Nel settembre del 1880, i contadini irlandesi protestarono contro gli abnormi aumenti dei canoni di locazione richiesti da Boycott. Egli non solo rifiutò ogni dialogo, ma li sfrattò dalle loro terre. Charles Stewart Parnell, in un  celebre discorso, propose a tutti i cittadini di non ricorrere alla violenza, ma di rifiutarsi di avere qualsiasi rapporto con lui. Nonostante le grandi difficoltà economiche e di altro genere che ricadevano su chi decideva di impegnarsi in questa azione, Boycott si trovò presto isolato, senza più nessuno che andasse a lavorare nei suoi campi,nelle sue stalle e persino nella sua stessa casa. Imprenditori e commercianti locali troncarono ogni rapporto con lui e anche il postino si rifiutò di consegnargli la posta.
L'azione concertata contro di lui fece sì che Boycott non fu più in grado di trovare qualcuno per raccogliere le colture nella sua proprietà, per cui fece ricorso ad una cinquantina di collaborazionisti da Cavan e Monaghan, scortati da un migliaio fra poliziotti e soldati. Alla fine, risultò che il costo della protezione era di gran lunga superiore al valore del raccolto.

Il "boicottaggio" continuò con successo. In poche settimane, il nome di Boycott arrivò ovunque, fino ad essere utilizzato dal Times, nel novembre del 1880, come termine per l'isolamento organizzato.
Il 1 ° dicembre 1880 il capitano Boycott lasciò l’Irlanda e si ritirò in Inghilterra, con tutta la sua famiglia.
 

Lista prodotti israeliani:

AHAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M.
CHEMICALS S.R.L./Milano
AMCOR: purificatori e condizionatori d'aria, insetticidi
ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica
CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village
CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE, Barbaresco (Cuneo)
CARMEL: prodotti d'esportazione come avocados, fiori recisi e succhi di frutta
CALVIN KLEIN: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele
DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO varietà Medjoul e Deglet Nour
EPILADY/MEPRO: epilatori
HALVA: barrette di sesamo
INTEL: microprocessori e periferiche
JAFFA: agrumi
MOTOROLA: prodotti di irrigazione e fertilizzanti
MUL-T-LOCK Ltd: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e attrezzature
NECA: saponi
PRETZELS: snack salati della Beigel
SALI DEL MAR MORTO: prodotti cosmetici
Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni
SODA-CLUB Ltd.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di
soda e soft drinks
SOLTARN Ltd: pentole e tegami in acciaio antimacchia
VEGGIE PATCH LINE: hamburger di soia e prodotti alternativi

 

Generi : marche

Abbigliamento: Ask Retailer; Gottex, Gideon Oberson, Sara Prints, Calvin Klein
Aromi e spezie: MATA, Deco-Swiss, Israel Dehydration Co. Ltd.
Bevande: Askalon, Latroun, National Brewery Ltd., Carmel, Eliaz Benjamina
Ltd., Montfort, Yarden Vineyards, International Distilleries of Israel
Ltd. (Sabra), Gamla, Hebroni
Budini: OSEM, MATA, Israel Edible Products Ltd. -Telma
Cipolle: Beit Hashita, Carmit, Sunfrost
Formaggi: Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd., Tnuva, Central Co-op, MATA, Haolam
Frutta: Assis Ltd., Carmel Medijuice, NOON, PRI-TAIM, Agrexco USA Ltd.,
Yakhin, PRI-ZE, FIT (Federation of Israel Canners), Jaffy's Citrus
Products
Prodotti a base di pomodoro: FIT, Medijuice, Pardess, Yakhin, VITA
Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): Carmit, Elite, Geva, Rimon,
Karina, Lieber, Oppenheimer, OSEM, Taste of Israel, Israel Edible
Products - Telma
Olive: Beit Hashita, H&S Private Label, Shan Olives Ltd. (Hazayith)
Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: Assis Ltd., I&B
Farm Products, Meshek Industries (Beit Yitshak 778) Ltd., VITA
Pesce: Noon, Yonah, Carmel, Ask retailer/frozen fillets
Prodotti a base di tacchino: Hod Lavan, Soglowek, Yarden, Ask retailer/butcher/Deli
Prodotti dietetici: Elite, Froumine, OSEM, Israel Edible Products - Telma, Kedem, Afifit Ltd., Magdaniat Hadar Ltd., Tivon
Prodotti di forneria: Affifit Ltd., Barth, Elite, Einat, Froumine, Hadar, Israel Edible Products - Telma, Magdaniat Hadar Ltd., OSEM, Taste of Israel

Prodotti vegetali:

Yakhin, PRI-TAIM, PRI-ZE Growers/MOPAZ, Sanlakol, Carmelit Portnoy, Tapud, Sun Frost
Salse per pizza: Jaffa-Mor, VITA, H&S Private Label, MATA
Zuppe, salse e dadi: Israel Edible Products Ltd. - Telma, OSEM, MATA, Gourmet Cuisine.

 

Software e componenti per computer: Four M, Cimatron, Eliashim Micro Computers, Sintel, Ramir (Adacom), Rad, Orbotech, Shatek, Scitex, 4th Dimension Software Ltd., magic Software, 32-bit

 

 

 
 

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 08 Febbraio 2009 23:23

Economia, allarme deflazione. Come nella Grande Depressione?

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LA DEFLAZIONE STA GIA' COLPENDO DURO

DAL GEORGE WASHINGTON'S BLOG

borse_crollo.jpgColoro che ancora non credono che siamo in deflazione dovrebbero leggere quanto segue:

- Bloomberg scrive: "In seguito a un rapporto del governo di oggi, gli economisti hanno detto che il costo della vita negli Usa è caduto a novembre probabilmente più di quanto non fosse mai successo prima, dato che il valore del petrolio è crollato e i negozianti hanno tagliato i prezzi per dare una spinta alle vendite prima delle vacanze. I prezzi al consumo sono probabilmente caduti dell'1,3% lo scorso mese, la maggiore caduta da quando sono iniziate le statistiche nel 1947..."

- La famosa società di consulenza finanziaria Agora Financial dice: "esclusi i riaggiustamenti l'indice dei prezzi al consumo è sceso dell'1,9%, la più grande diminuzione dal 1932".

- I prezzi di produzione Usa sono scesi del 2,2% novembre, molto più di quanto previsto.

- Barclays riferisce che i prezzi base dei metalli sono scesi almeno altrettanto velocemente che durante la Grande Depressione.

- La velocità del denaro sta rallentando, nonostante le massicce iniezioni di contante da parte della Fed:

Anche se la Fed ha iniettato migliaia di miliardi nell'economia le banche stanno accumulando piuttosto che prestando, perciò quel denaro non ha rallentato la distruzione del credito e della ricchezza.

La deflazione ha già colpito duro.

Naturalmente è probabile che dopo verrà una iperinflazione. Vedete anche qui.

I grafici provengono da Fed, GaveKal e John Mauldin, e sono conformi a quelli riportati qui.

Titolo originale: "Deflation Hits Hard"

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com
Link
16.12.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Gennaio 2009 14:45

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