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INTERNAZIONALE

Rivolta in Bosnia e Erzegovina. A Sarajevo edificio governativo in fiamme

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altSi estende a tutto il paese e si generalizza la protesta dei lavoratori di Tuzla, in Bosnia. Il 5 febbraio circa tremila manifestanti, per la maggior parte lavoratori e studenti, erano scesi in piazza per  chiedere il pagamento dei contributi previdenziali e pensionistici protestare contro la privatizzazione delle industrie del territorio: Konjuh, Polihem, Dita e Resod-Gumig, principali fonti di reddito per la città e per la sua popolazione. In alcuni casi, come in quello della fabbrica di detersivi Dita, il processo di privatizzazione avviato nel 2005, avrebbe condotto a un fallimento sistematicamente perseguito dai nuovi vertici aziendali in risposta al quale i lavoratori hanno iniziato a lottare autogestendo gli impianti di produzione. Agli operai della Dita sono dovute oltre 50 mensilità arretrare.Queste istanze di ribellione legate alle dinamiche di rapina del libero mercato si saldano alla drammatica situazione sociale bosniaca: il tasso disoccupazione è al 28%, e tra i giovani tra i 15 e 24 anni supera il 60%. La lotta dei lavoratori ha dunque raccolto un malcontento generalizzato e si è presto allargata ad altri segmenti sociali.
 
A Tuzla i blocchi dei manifestanti  sono stati attaccati dalla polizia scatenando violenti scontri che hanno portato all'arresto di 27 persone. Tramite la pagina facebook 50 000 ljudi na ulice za bolje sutra. Pridružite nam se (“50.000 persone per un domani migliore”) la lotta di Tuzla si è viralizzata chiamando manifestazioni in altre decine di città del paese. Tuzla rimane l'epicentro della lotta. In seimila hanno manifestato venerdì. Altri scontri si sono verificati.Oggi siamo al terzo giorno di proteste. Sarajevo viene investita da quella che alcuni commentatori iniziano a chiamare “primavera bosniaca”. Intonando slogan come “vogliamo cambiamento” migliaia di manifestanti nella capitale hanno assalito e dato alle fiamme una sede del governo. La polizia ha risposto con lancio di lacrimogeni e sparando proiettili di gomma. Almeno trenta i feriti tra i manifestanti. Si registrano manifestazioni anche a Zenica, Banja Luka, Mostar e Bihac.La manifestazioni di oggi hanno spostato il nodo ricompositivo della rabbia popolare sulla richiesta di dimissioni al governo di Sarajevo e a quelli cantonali. Un carattere di forte anti-istituzionalità unisce le piazze bosniache di questi giorni. “Ognuno di voi ha un suo problema con queste autorità” urlano al megafono; altri dichiarano che: «la gente ha fame e non ha da mangiare, i giovani non hanno lavoro, non c’è assistenza sanitaria, siamo senza i più elementari diritti. Peggio di così non può andare». Il nodo della corruzione della classe politica si fa senso comune tra chi scende in piazza al grido di “Ladri! Ladri”.
 
Dal canto suo il governo presieduto da Nermin Nikšić, giovedì sera, presso la sede del Governo federale ha avuto una sessione straordinaria con i funzionari del Governo della Federazione della Bosnia e Erzegovina e dei Governi dei tre cantoni federali per l'adozione di alcune misure straordinarie di pubblica sicurezza al fine di ristabilire l'ordine. Questa iniziativa con tutta probabilità andrà a radicalizzare la lotta dei manifestanti polarizzando lo scontro con il governo. Molteplici linee di conflitto attraversano dunque questa esplosione di rabbia popolare in Bosnia e Erzegovina. Gli effetti della libera circolazione di merci e capitali entrano in stridente contraddizione con i limiti imposti alla libera circolazione delle persone che innescarono nella primavera scorsa le grandi manifestazioni della cosiddetta Bosnian Babylution. Il ceto politico esplicita sempre più il proprio ruolo parassitario esercitato manipolando i delicati equilibri delle tensioni inter-etniche, ma la corruzione sistemica diventa, come di recente in Slovenia, leva di una rabbia collettiva.
 
8 febbraio 2014
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Cosa succede in Ucraina

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Con le dimissioni del premier Azarov e l'incontro del presidente Yanukovich con alcuni leader della protesta, gli scontri politici e di piazza in Ucraina entrano in una nuova fase, di cui non è chiara la direzione e l'uscita possibile.
Per aiutare nella comprensione della vicenda, pubblichiamo qui due articoli: il primo - di Catherine Samary - riguarda le forze in campo e la situazione di questi giorni; il secondo, dell'attivista e oppositore di sinistra russo Aleksander Buzgalin, rappresenta un'analisi più ampia delle scelte di fronte alle quali si trovano le/i cittadine/i ucraine/i (tratto da CommuniaNet.)

Tra negoziati e stato di emergenza, una situazione fuori controllo

Catherine Samary*

Il potere ucraino oscilla tra repressione, stato di emergenza e aperture all’opposizione e nessuno è in grado di tenere sotto controllo la situazione. Una seduta straordinaria del parlamento si è svolta martedì 28 gennaio con all’ordine del giorno due questioni: il ruolo crescente delle formazioni neo-fasciste e l’evoluzione incerta delle mobilitazioni popolari. Dopo giorni di violenze – che hanno provocato tre morti secondo le fonti ufficiali, sei stando ad altre fonti – la mobilitazione ha subito una battuta d’arresto domenica 25 gennaio a Kiev, nonostante le aspettative dell’opposizione. Tuttavia, il fronte della protesta sembra essersi allargato ad ovest e al centro del paese dove i palazzi del potere sono stati presi d’assalto, in particolare in Galizia (bastione dell’organizzazione neo-fascista Svoboda/Libertà).

A Donetsk, feudo di Viktor Ianukovitch, nel bacino minerario di Donbass (russofono) si sarebbero formate delle «milizie popolari» in previsione dell’arrivo dei commandos neonazisti di «Pravyi Sektor» («linea destra») responsabili dell’assalto all’amministrazione regionale di Zaporozhe (Est) organizzata con l’obiettivo, secondo le dichiarazioni rilasciate dagli stessi membri della formazione neofascista, «di prendere il potere» contro ogni negoziato. Il Partito delle Regioni (che ha preso circa il 30% alle elezioni legislative dell’ottobre 2012) sembra barcamenarsi tra chi preme per i negoziati politici, contestando le leggi repressive votate alla chetichella il 16 gennaio scorso, e chi rimprovera al potere di essere troppo lassista – e suggerisce che sia dichiarato lo stato di emergenza. Il Partito comunista ucraino (che ha sfondato il tetto del 13% dei consensi), fetta significativa della coalizione di maggioranza, si è confrontato con il Partito del presidente invocando un referendum sulle decisioni internazionali [1].

Il presidente Ianukovitch ha recentemente proposto all’opposizione di mettere a lavoro un gruppo che si occupi delle modifiche costituzionali e che si assuma maggiori responsabilità di governo: ha offerto un posto di Primo ministro ad Arseni Iastseniuk, capofila del partito liberale di Iulia Timochenko (“Patria”, che ha ottenuto 25,44% dei seggi) il quale, pur sensibile alla proposta, ha tuttavia precisato, sotto la pressione dei manifestanti, di non essere intenzionato ad assumere alcuna carica di governo prima di aver ottenuto le modifiche costituzionali richieste, le elezioni anticipate e l’uscita di prigione di Iulia Timochenko. Quest’ultima non vede di buon occhio la popolarità crescente dell’ex pugile Vitali Klitschko che ha rifiutato come “superato” il posto di vicepremier che gli era stato offerto. Leader del partito di centro destra, il cui acronimo Udar in ucraino significa “colpo, calcio”, è il prediletto di Angela Merkel.

Correnti neonaziste all’offensiva

Questi due partiti di opposizione sono stati finora associati in quanto “europeisti” al partito neofascista Svoboda/Libertà (10% dei consensi), capeggiato da Oleh Tiahnibok e dominante nella regione della Galizia (dove detiene il 40% dei consensi). È legato a Jobbik in Ungheria e al Fronte Nazionale in Francia; suscita molta attrazione tra i giovani. Il suo nazionalismo particolaristico celebra i battaglioni della morte galiziani e oppone l’Ucraina «europea» alla Russia «asiatica» – assimilata, in una visione violentemente anticomunista, al bolscevismo/stalinismo. Attualmente, però, lo stesso partito Svoboda sembra scavalcato a destra, in piazza Maidan (Kiev) come persino nei feudi galiziani, da gruppi neonazisti come «Pravyi Sektor». I militanti di questa formazione (stimati tra un migliaio e centomila a seconda delle fonti), ultranazionalisti, sono al contempo ostili alla Russia e all’Unione europea denunciata come «l’oppressore delle nazioni europee». Rigettano tutti i partiti di opposizione parlamentare – ivi compreso Svoboda ritenuto troppo «conformista» – sostenendo la necessità di un’azione diretta di «presa del potere», progetto che è stato recentemente argomento di un reportage della BBC [2]. In un contesto economico e sociale esplosivo [3] in cui i partiti sono completamente screditato, è difficile prevedere l’impatto che queste «azioni dirette» potranno avere. Note:

[1] http://herault.pcf.fr/47963
[2] http://www.bbc.co.uk/news/world-eur… citato nell’articolo di Volodymyr Ishchenko publicato da The Guardian del 22 gennaio e sul sito di LeftEast (http://www.criticatac.ro/lefteast/953)
[3] Vedere su ESSF (articolo 30938), La société ucrainienne entre ses oligarques et à sa Troika : http://www.europe-solidaire.org/spi

* Fonte: http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article30944
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Maidan 2013: una dialettica multidimensionale della Resistenza (un punto di vista di sinistra)

di Aleksander Buzgalin*

Mentre sta scrivendo questo documento l'esito della resistenza resta indeciso ma l'autore è sicuro che in un modo o nell'altro i governanti ucraini attualmente al potere si avvicineranno all'Unione Europea. Nel frattempo una cosa è chiara: i gravi problemi dell'Ucraina, e le relazioni con la Russia che ne conseguono, non verranno sanati.

Una tragedia che si trasforma in una farsa? Oppure una farsa sotto forma di tragedia?

L'Ucraina è attraversata dalle contraddizioni. Per la seconda volta in dieci anni Kiev è stato il palco di proteste di massa e di scontri con le autorità. Ma i fatti del tardo autunno 2013 sono solo vagamente simili a quelli del 2004 e la situazione è divenuta molto più complessa.

Nel 2004 la principale forza di Maidan (Piazza dell'Indipendenza) consisteva nelle persone stufe del comportamento arbitrario e sprezzante dell'elite politico-economica al potere. I gruppi nazionalisti non erano meno forti nel 2004 di quanto non lo siano nel 2013 ma la caratteristica principale era l'indignazione di massa della popolazione. Inoltre la scelta presentata nel 2004 non era esclusivamente geopolitica (se unirsi all'Europa o schierarsi con la Russia) ma anche sociopolitica - tra noi, i cittadini, e loro, i parassiti. Ora la situazione a Maidan è diversa per molti aspetti. Resta il malcontento generale nei confronti del parassitismo delle autorità ma ciò che sta avendo luogo è il risultato di un'organizzazione saggiamente ponderata da parte delle élite politiche ed economiche filo-occidentali. Mentre nel 2004 i manovratori dietro le quinte erano ancora riluttanti a mostrarsi apertamente ora si sono sfacciatamente posti in prima linea. C'è anche un altro aspetto molto importante: nel 2013 le organizzazioni nazionaliste e filo-fasciste sono giunte ad essere quasi la forza organizzata principale e più efficace della "protesta" (solo così, tra virgolette). In sostanza ora la situazione è diventata multidimensionale, perciò è importante analizzarla in ogni aspetto. Le contraddizioni che stanno distruggendo l'Ucraina devono essere comprese non soltanto dal punto di vista geopolitico che ora va tanto di moda, ma anche nelle loro dimensioni socioeconomiche, politico-ideologiche e storico-culturali. Di quì la tesi principale di questo documento: come nel passato l'Ucraina odierna rappresenta l'intersecarsi di forti contraddizioni, e non solo quelle che riguardano l'Ucraina stessa.

L'Ucraina è composta da metalmeccanici e da "plancton da ufficio", da insegnanti e contadini, da proprietari di aziende di servizi e da oligarchi, con questi ultimi divisi in vari "clan". Il paese è composto da sindacati filo-occidentali, filo-russi ed "indipendenti". Ci sono organizzazioni pubbliche composte prevalentemente da partiti parlamentari cinicamente pragmatici che vedono la questione dell'integrazione con l'Unione Europea soprattutto attraverso la lente della competizione elettorale. L'Ucraina ha una maggioranza che parla ucraino ed un'importante parte della popolazione russofona. Infine l'Ucraina raffigura secoli di guerre contro la Polonia e la Lituania con la successiva incorporazione. Ci sono stati 450 anni di unificazione con la Russia e secoli di oppressione da parte dell'Impero Russo. C'è stato l'eroismo dei partigiani antifascisti ed i crimini dei sostenitori del fascismo.

Perciò le contraddizioni profonde ed essenziali della società ucraina sono determinate storicamente e condizionate da fattori sociali e di classe. Le contraddizioni sono multidimensionali: fattori storico-culturali, politico-ideologico, pragmatico-economici, geopolitici, sociali e di classe si stanno nuovamente intersecando a Maidan.
C'è un'altra cosa che non deve essere dimenticata: l'Ucraina è anche l'unità, allo stesso tempo tangibile ed universale, delle sue genti, della sua storia e della sua cultura. Questa è "l'Ucraina" con la sua integrità, la sua unicità ed un interesse generale nazionale alla pace.

Queste sono le lenti attraverso cui dovremmo analizzare la questione dell'integrazione con l'Europa. Ma prima dobbiamo spendere alcune parole sul contesto internazionale.

Sulla Russa e l'Unione Europea.

Sulla Russia: le tradizioni di amicizia tra i popoli e lo sciovinismo in crescita, gli obiettivi di liberazione sociale e l'ingordigia del capitale oligarchico...lasciatemi inziare dicendo che per me Kharkov, Kiev e Lvov, il Dnepr, i Carpazi e la Crima sono parti inscindibili della mia patria: l'Unione Sovietica. Sono cresciuto ed ho vissuto in questa zona, in cui ho amici ovunque. Ma sono cresciuto sapendo anche che la mia terra natia, l'URSS, era permeata da profondo contraddizioni che erano in grado di distruggerla, cosa che effettivamente hanno fatto. Posso dire lo stesso della Russia attuale: questo è il mio paese, la parte più importante della mia patria. La amo sinceramente, ma proprio per questo motivo non voglio chiudere gli occhi di fronte al fatto che nella Russia contemporanea prevalgono delle forze politiche ed economiche reazionarie.

Più precisamente la Russia contemporanea conserva ancora un grande potenziale storico in termini di cultura, scienza ed educazione. Numerose indagini sociologiche indicano che in questo paese la maggioranza dei cittadini sposa i valori della giustizia sociale e del potere popolare. Fino ad ora, e malgrado le grandi contraddizioni interne ed il crescente nazionalismo, il grosso della popolazione si orienta ancora verso l'amicizia e le relazioni eguali con i popoli degli altri paesi. Ciò si applica specialmente ai popoli di paesi come l'Ucraina visto che i nostri genitori hanno combattuto insieme contro il fascismo ed i nostri popoli si sono uniti per secoli nel costruire uno spazio socio-culturale unificato in cui a nessuno veniva in mente di chiedersi se delle persone come, per esempio, Nikolaj Gogol' dovessero essere considerate ukraine o russe.

Da ciò proviene la forte tendenza all'integrazione dei popoli d'Ucraina e della Russia. Lo ribadisco: non semplicemente degli ucraini e dei russi; i nostri paesi sono multinazionali e comprendere ciò è di fondamentale importanza. Da ciò deriva senza dubbio l'indole graduale e produttiva della nostra collaborazione sempre più profonda, della nostra integrazione culturale che ha permesso ai nostri paesi di sviluppare e di propagare la propria cultura in uno spazio più ampio dei propri confini e non solo verso i propri vicini. È importante notare che in Russia si vivrebbe peggio senza l'eredità culturale ucraina, tra cui il raffinato retaggio culturale europeo dell'Ucraina occidentale. La lingua ucraina, i poemi e le opere di Lesya Ukrainka, le Veglie alla fattoria presso Dikan'ka di Gogol', le ripide scogliere sul Dnepr, la vecchia Lvov ed i viali di Kharkov sono tutti elementi del nostro mondo culturale comune. Ma la Russia attuale è anche la grande potenza sciovinista cresciuta dal barbaro capitalismo del paese e dalla sua élite ancora al potere. In questo senso tutto è molto più complesso e difficile, e anzi, peggio: per gli oligarchi russi l'Ucraina rappresenta prima di tutto un nuovo territorio in cui possono applicare le stesse politiche di sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera a buon mercato che ci sono in Russia. Ai popoli dell'Ucraina l'affarismo "senza senzo e spietato" della Russia porterà ciò che ha già portanto nel nostro paese: un misto di duro sfruttamento capitalista ed una dittatura semi-feudale.

Bisogna dire lo stesso della nostra "classe politica" dominante. Oggi la Russia è governata da una burocrazia corrotta che si intreccia con le materie prime e gli oligarchi della finanza, oltre che con i boss del complesso militare-industriale. I diritti sociali e civili reali dei russi sono lontani dagli standard di uno stato democratico, ed i diritti dei sindacati indipendenti e dei movimenti sociali sono estremamente limitati. Un fattore importante nella vita politica russa è la grande potenza dei sentimenti nazionalisti di svariate figure appartenenti ai circoli dominanti del paese. Per dirlo gentilmente ciò rende l'elite dominante un partner estremamente problematico per l'integrazione. L'integrazione politica ed economica in Ucraina con questa Russia non porterà a niente di più del rafforzamento degli oligarchi e delle elite politiche filo-russe. I popoli dell'Ucraina da una parte otterrebbero delle risorse naturali relativamente a basso costo, il mantenimento (e forse un'eventuale crescita) dell'industria pesante e del proletariato industriale ed i grandi mercati dei paesi aderenti all'unione doganale. Allo stesso tempo ci sarà la preservazione ed il rafforzamento delle forme di sfruttamento proto-capitaliste e semi-feudali dei lavoratori insieme alla propensione per un apparato statale paternalista-burocratico ed il pericolo di una dominazione geopolitica da parte della burocrazia russa. Tracciato il bilancio di queste due tipologie di effetti è stato chiaro che ben poco sarebbe cambiato per la maggior parte dei cittadini ucraini. Ma cosa possiamo dire dell'Unione Europea?

L'Unione Europea: conquiste e crimini. Cosa può dare all'Ucraina l'integrazione nell'UE?

Il primo punto è ovvio: le conquiste dell'Unione Europea sono reali e le conoscono tutti, se parliamo del "centro" dell'UE. Quì malgrado le difficoltà attuali rimangono molti aspetti positivi. Se parliamo dell'Europa settentrionale il cosiddetto modello "scandinavo" è realmente vantaggioso se confrontato con quello predominante in Russia e in Ucraina.
Vi è soprattutto un alto tasso di socializzazione dell'economia. Questi paesi sono caratterizzati dalla tassazione progressiva, uno stato sociale generoso, l'accesso all'educazione, alla salute e alla cultura prevalentemente gratuito, sindacati forti ed attivi. Hanno bassi livelli di differenziazione sociale (con un divario di reddito di 6-7 volte tra il 10% più ricco ed il 10% più povero della popolazione, cioè meno della metà dei nostri paesi) e degli autentici diritti per le istituzioni della società civile.
Comunque in questo barattolo di miele socialdemocratico c'è un cucchiaio di pece. Anzi, più di uno. Le impressionanti conquiste sociali di questi paesi sono state ottenute deccenni fa, dopo di che il processo...si è fermato. Contemporaneamente l'andamento socialdemocratico, come una bicicletta, non può fermarsi, deve mantenersi in movimento. Se si prova a fermarlo, se le trasformazioni vengono congelate a metà la società finirà in una situazione di stagnazione e di inerzia sociale e spirituale. Così sono le conquiste dell'UE. Il secondo punto - i crimini dell'UE - potrebbero sembrare delle improbabili insinuazioni ideologiche dei nemici dell'integrazione europea e della democrazia. Tuttavia…..
Come nel caso dell'élite al potere in Russia nella nostra analisi dell'UE dobbiamo distinguere da una parte le conquiste dei cittadini dei paesi europei, dall'altra le politiche attuate dalle multinazionali e dai governi membri della NATO.

Per quanto riguarda le conquiste dei cittadini pensiamo soprattutto a quelle dei lavoratori, dei loro sindacati, dei partiti di sinistra e centrosinistra, dei movimenti sociali e delle organizzazioni non governativa, la cui lotta per più di un secolo per i diritti sociali e civili ha portato a dei risultati innegabili. Quando la domanda è posta in questo modo diventa subito chiaro che i governi della NATO, come "attori" dell'Unione europea, sono responsabili della morte di migliaia di pacifici cittadini della ex Jugoslavia. E non è tutto: sono anche responsabili per la crisi finanziaria che dal 2008 colpisce praticamente tutti i popoli del mondo, per la disoccupazione di massa nei paesi dell'Europa meridionale, etc etc.

Il fatto più importante è che l'integrazione dell'Ucraina nell'Unione Europena non significa che in un prossimo futuro i cittadini ucraini vivranno come i cittadini della Germania o dell'Austria. Come il resto del mondo l'Unione Europea è divisa in regioni ricche e povere. Da un lato ci sono le "patrie" delle multinazionali europee, i paesi che concentrano nelle loro mani considerevoli masse di capitale e la maggior parte delle tecnologie innovative, insieme a simulacri estremamente preziosi che vanno dai marchi ad ogni sorta di immondizia mediatica e della cultura di massa. Dall'altro lato ci sono i paesi dove è concentrata la forza lavoro a buon mercato (per gli standard europei) assieme alle lavorazioni delle materie prime, ai processi inquinanti, alle fabbriche con le catene di montaggio e alle popolazioni disposte a lavorare per 12-14 ori al giorno senza giorni liberi per prendere parte allo "stile di vita europeo". La differenziazione sociale nell'UE, se confrontiamo il 10% più ricco con quello più povero tenendo conto di tutti i paesi della comunità, risulta essere approsimativamente lo stesso della Russia e dell'Ucraina...

In questo contesto è importante riconoscere che se l'Ucraina seguisse la strada dell'integrazione nell'Unione ricadrebbe tra i membri della periferia povera. Nessuno lo mette in discussione. È solo che in Ucraina i circoli filo-europei se ne "dimenticano". O più precisamente si rifiutano di parlarne. In queste circostanze cosa succederebbe ai nostri fratelli e alle nostre sorelle ucraine? Il risultato sarebbe contraddittorio come se avessero scelto di andare verso la Russia.

Dovrebbero attendersi un sicuro spostamento formale in direzione del parlamentarismo e dei diritti delle varie minoranze (sebbene non vi sarà quasi nulla per i diritti sindacali e della sinistra). L'elite potrebbe aspettarsi un dialogo più facile con l'Occidente e l'inclusione nella classe dirigente dell'UE, in aggiunta a nuove opportunità di espansione delle attività della piccola e media borghesia per quanto riguarda il commercio, il turismo etcetera. Inoltre - e ciò è di fondamentale importanza - ci sarà la vittoria delle fazioni oligarchiche filo-occidentali nella corsa per le risorse ed i mercati statali.
Contemporaneamente ciò potrebbe rafforzare la già significativa migrazione degli ucraini in UE, principalmente come una forma di "delocalizzazione" della manodopera sottopagata. Inoltre nel quadro bisogna aggiungere la probabile rafforzamento del processo di deindustrializzazione ed una crescita del nazionalismo ucraino, assieme a dei problemi socio-culturali significativi per la popolazione russofona.

Quindi cosa dovrebbe fare l'Ucraina?

Cosa è meglio per l'Ucraina? Diventare un'altra area periferica dell'UE, integrarsi con la russia od essere un paese indipendente del Terzo Mondo? Formulerò il mio punto di vista su tre direttrici: in primo luogo la questione deve essere decisa dagli stessi cittadini ucraini. Che gli emissari dell'UE o degli USA vengano qui a fare pressione è inaccettabile come quando lo fanno i russi. In secondo luogo differenti strati della società ucraina propendono per delle soluzioni diverse. Naturalmente non sostengo di essere in gradi di pronunciare una solenne verità, ma in quanto accademico e cittadino sono riluttante a svolgere il ruolo dell'osservatore neutrale. Dal mio punto di vista la situazione può essere presentata (in una forma estremamente sintetica) come segue.

Per la maggior parte dei contadini e del proletariato industriale dell'Ucraina orientale la cooperazione con la Russia (ribadisco: in linea di principio, non stiamo parlando di incorporare il paese nella Russia) potrebbe portare maggiore stabilità e non creerebbe nuovi problemi culturali e linguistici. Questo è il caso, malgrado i ben noti vizi dell'affarismo e della burocrazia russi. Potrebbe essere lo stesso per chi esercita il lavoro intellettuale di massa, come gli insegnanti, i dipendenti dell'ambito sanitario ed altri lavoratori altamente qualificati nelle istituzioni statali. Tutte queste persone potrebbero ricevere una relativa stabilità in cambio della tutela paternalistica da parte della burocrazia ucraina e di ulteriori restrizioni dei propri diritti sociali e civili. Un riavvicinamento alla Russia potrebbe giovare alla corrispondente cerchia di grandi affaristi ed i gruppi politici e burocratici ad essi collegati. Tutti questi elementi sono estremamente ambivalenti ma ce n'è uno che avverrà in seguito al riavvicinamento tra i nostri paesi: un risveglio e l'intensificazione del dialogo socio-culturale. Questo è un parametro di importanza fondamentale ed è positivo. Orientarsi verso l'Unione Europea nel breve periodo sarebbe vantaggioso per la maggior parte dei "liberi professionisti", per la piccola e media borghesia del settore commerciale, per quegli oligarchi le cui attività sono collegate a quelle delle multinazionali occidentali ed anche per le forze politiche filo-occidentali.

Procedendo su questa via è estremamente probabile che questi gruppi si trovino subordinati alle società dell'UE "centrale", come è già avvenuto con i paesi dell'Europa centrale ed orientale. Paradossalmente potrebbero esserci delle conquiste temporanee per i sindacati indipendenti e le varie organizzazioni non governative (soprattutto quelle che trattano temi diversi dai problemi socio-economici, come gli attivisti per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). Questi gruppi potrebbero trovarsi liberi da alcune restrizioni imposte dalla burocrazia attuale. Comunque questi avanzamenti democratici potrebbero essere poco importanti o poco duraturi: nei paesi della periferia UE le norme sui diritti civili e sociali vengono violate con una facilità impressionante e la burocrazia di Bruxelles mostra una stupefacente cecità nel "non riuscire a notare" queste violazioni, a meno che non colpiscano gli interessi delle multinazionali europee o dei vicini di Bruxelles nei quartier generali della NATO. Ora, per l'elemento chiave in questo punto. A differenza dei fatti del 2004 (in cui l'autore era presente di persona), nelle azioni di Maidan 2013 i nazionalisti ed i fascisti sono quasi riusciti a costituire la forza più grande e meglio organizzata in termini concreti ed attivi. Bisogna dirlo esplicitamente: in Ucraina, come nei paesi baltici, la forza crescente delle organizzazioni nazionaliste di destra e filo-fasciste è data direttamente dal fallimento non solo delle autorità di questi paesi ma anche - e ci tengo a sottolinearlo - dalle strutture dirigenti dell'Unione Europea.

I democratici liberali dell'Europa in passato hanno già provato a raggiungere i propri scopi giocando la carta del fascismo e con risultati mostruosi (per citare solo un esempio possiamo ricordare l'accordo di Monaco del '38). L'attuale uso di nazionalisti e fascisti come una delle forze chiave nelle proteste di Maidan è in sostanza proprio un crimine (anche se per il momento su scala incomparabilmente minore), commesso dagli "oppositori" ucraini e dall'Unione europea. In terzo luogo, anche una breve analisi della situazione in Ucraina, effettuata da una prospettiva marxista, ci dice chiaramente: tutti noi, specialmente in Ucraina, abbiamo bisogno di fuggire dal circolo vizioso di scegliere il presunto male minore di due alternative ugualmente inutili. Possiamo e dobbiamo trovare una risposta perpendicolare. Bisogna prima di tutto risolvere i problemi socio-economici, politici e culturali, non a livello di geopolitica pragmatica (del tipo dire ora "a chi dovremmo venderci?"), ma di riforme economiche e politiche autenticamente radicali all'interno (come minimo) Ucraina stessa. Anche qui possiamo e dobbiamo fare un uso critico dell'esperienza di lotta della sinistra democratica europea, e della nostra esperienza condivisa - altamente contraddittoria, ma di fondamentale importanza - delle trasformazioni avvenute all'interno dell'Unione Sovietica.

Nè si deve dimenticare l'elemento cruciale: una politica di sinistra di classe non può e non deve ignorare la presenza pure di un interesse generale popolare ucraino, come una concreta unità universale dei gruppi etnici, della storia, della cultura e della geografia del paese (e quindi contraddittoria). Questo interesse è segnato da contraddizioni che attraversano molteplici contraddizioni che attraversano molteplici dimensioni. Tuttavia esiste. Solo i popoli dell'Ucraina, e non i "politicanti" russi ed europei, possono e devono stabilire una strategia per lo sviluppo del paese condizionata da questo interesse generale.

Di conseguenza non posso e non cercherò di delineare questa strategia per i cittadini dell'Ucraina. Ma come studioso marxista e come individuo cresciuto in mezzo al dialogo trai i nostri popoli e le nostre culture (e non solo di quelle), non posso e non voglio restare ai margini come un osservatore disinteressato. Vorrei quindi ricordare a tutti gli interessati che il più alto criterio di progresso per qualsiasi popolo, un criterio che esiste nonostante l'obiettivo post-modernista di "decostruire le grandi narrazioni", è stato e rimane il libero e completo sviluppo dell'individuo. Ciò significa non solo crescita economica ma anche l'avanzamento delle qualit e delle capacità umane, e la soluzione dei problemi sociali, ambientali ed umanitari. Come ho già detto in passato una tale alternativa per i popoli della Russia, dell'Ucraina e di qualsiasi altro paese non significa trasformarsi nella periferia di qualsiasi "impero della fede", che sia dell'Unione Europea o dell'America del Nord. Nè significa un'unione di oligarchi e burocrati di paesi semi-periferici. In senso ampio trovare una tale soluzione significa rifiutare una scelta tra "i mali minori" e piuttosto cercare una risposta "perpendicolare".

Questa risposta può solo consistere nel proseguire sulla strada della democrazia e del socialismo. Solo questa strada può portare sia l'integrazione in una cooperazione globale (una cooperazione tra popoli e culture) che il progresso della cultura nazionale, visto che una cultura genuina è sempre sia globale che nazionale. Questa non è una raccomandazione astratta. Impostare su questo corso è già possibile, anche per i paesi che non sono tra i più grandi e sviluppati del mondo. Esempi attuali di questi paesi comprendono tutta una serie di stati latinoamericani i cui popoli hanno rifiutato la tutela degli Stati Uniti e hanno iniziato ad attuare un modello di sviluppo democratico e socialmente orientato. Questi paesi hanno fatto come priorità non il perseguire gli intrighi geopolitici, ma la scelta di una strategia socio-economica e politico-ideologica che presenta un'alternativa all'egemonia globale del capitale.

*Alexander Buzgalin è un professore all'Università Statale di Mosca e coordinatore del Movimento Sociale "Alternative". È stato membro del comitato organizzatore del 2° Social Forum russo.

Pubblicato su http://links.org.au/node/3645

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Tunisia. Luci e ombre sulla Costituzione (parte I e II)

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Standing ovation e inno nazionale hanno scandito i minuti successivi all'approvazione del testo, avvenuta ieri, con 200 voti favorevoli, 12 contrari e 2 astenuti. Missione compiuta, nonostante i ritardi e le lunghe polemiche, per l'Assemblea nazionale costituente.

 A tre anni dalla rivoluzione, la Tunisia ha vissuto i suoi giorni più caldi ancora una volta a gennaio, mese di rivendicazioni e di tutti gli eventi centrali della sua storia, dalla crisi del 1864 alle rivolte del 1956, che portarono all'indipendenza, fino a quelle del bacino minerario (Gafsa) del 2008 e all'ultima rivoluzione del 2011.

Con quasi tre settimane di lavoro serrato, le ultime, la Costituzione è stata rivista e approvata da più dei due terzi degli eletti (in mancanza dei quali il testo sarebbe stato sottoposto a referendum). Una vittoria, quindi, nonostante il clima di totale impasse politica che aveva caratterizzato gli ultimi mesi, nonostante il dolore e le lacrime versate per l'uccisione di due tra le figure più rappresentative dell'assemblea (e dell'opposizione, Belaid e Brahmi).

Una vittoria, attesa al vaglio dell'attuazione, arrivata con oltre un anno di ritardo rispetto all'ottimistica previsione del 23 ottobre 2012, ad un anno dalle prime elezioni democratiche del paese e data in cui si sarebbe dovuta chiudere questa fase della transizione.

Allo stesso tempo, prosegue il passaggio di poteri tra il Primo ministro Laarayedh, dopo l'ufficializzazione delle sue dimissioni il 9 gennaio scorso, e Mehdi Jomaa, il quinto premier dalla fuga di Ben Alì, chiamato a formare un gabinetto indipendente che dovrà condurre la Tunisia fino alle legislative e alle presidenziali del 2014.

A questo - per completare il quadro - si aggiungono le rivolte nelle regioni interne del centro e del sud del paese, spinte da una riforma fiscale ritenuta "ingiusta", in un clima di crisi sociale ed economica che affligge le fasce più vulnerabili della popolazione.

La nuova Costituzione, di cui si rimarca, soprattutto in Occidente, il carattere moderno e senza precedenti nei paesi “arabi”, rappresenterà a detta di molti una locomotiva per gli altri Stati dell'area nordafricana. Un evento decantato dai media internazionali, innamorati dell'idea romantica della c.d. “primavera araba”, soprattutto per quanto riguarda gli articoli relativi ai diritti delle donne, progressisti in Tunisia già dal governo Burghiba.

Un'analisi dettagliata del testo e della sua genesi ci aiuterà a capire meglio la portata e le reali implicazioni di questo "momento storico".

Quale ruolo per l'Islam nella nuova carta?

La discussione su alcuni degli articoli più controversi si mescola con le emozioni e i tentativi di giocare sulle parole chiave legate alla rappresentazione e al ruolo della religione maggioritaria, l'Islam, all'interno della  nuova carta dei valori della società tunisina. Tale questione si è posta non solo in rapporto alla posizione istituzionale dell’islam nella vita pubblica, ma anche rispetto al suo ruolo di fonte del diritto e di riferimento identitario.

A questo riguardo, un dibattito acceso si è snodato intorno a tre elementi centrali, in cui spesso le lacrime sono divenute moneta di scambio: la costituzionalizzazione della shari'a e il rapporto con il diritto positivo; i diritti delle donne, in relazione al loro ruolo nella famiglia e nella società e alla loro rappresentazione politica; la libertà di espressione e la sua compatibilità con il rispetto della morale religiosa.

Al centro del vivace contraddittorio, la posizione del partito maggioritario Ennadha, con la proposta di riconoscere alla shari'a uno statuto costituzionale e di sancirne il ruolo di fonte del diritto. Proposta infine ritirata, con l'insieme delle forze politiche che si sono tenute ancorate all'articolo 1 della vecchia costituzione, che sancisce l'Islam come religione di Stato, ma eliminando ogni riferimento alla legge coranica come fonte del diritto.

L'articolo in questione definisce l'identità politica tunisina, in cui l'Islam mantiene un ruolo centrale, ma che resta ambiguo e lascia margini di interpretazione. Fino ai tempi attuali, l'interpretazione maggioritaria ha escluso ogni effetto giuridico della shari'a sulla legislazione, con uno Stato responsabile di delineare il campo d'influenza della religione.

Questa scelta si pone in continuità con il percorso di evidente secolarizzazione intrapreso da Burghiba prima e da Ben Ali poi, diversamente dalla scelta fatta da altri paesi arabi, in cui i principi del diritto islamico, il fiqh, rappresentano la fonte principale della legislazione. E' il caso della nuova costituzione egiziana, sottoposta a referendum popolare, che, nonostante l'affluenza scarsissima, registra il 95% dei consensi.

In Tunisia resta comunque il rischio che l'articolo possa assumere nuovi significati in base alle maggioranze politiche dei prossimi governi, o all'interpretazione che dello stesso darà la Corte costituzionale.

Articolo 6: libertà di credo e di coscienza

Un articolo che assume un'importanza particolare in un contesto caratterizzato da numerosi casi di soprusi, basati su discorsi religiosi incitanti all'odio e alla violenza. Tant'è che in assemblea si è cercato di forzare la mano per aggiungere un emendamento che avrebbe inserito la criminalizzazione esplicita dell'apostasia.

Il nodo della libertà di coscienza è stato da sempre utilizzato in Tunisia come mezzo di soffocamento del dissenso, e la proposta di inserire la costituzionalizzazione della criminalizzazione del “takfir” (trattare una persona come miscredente o apostata) ha riscaldato gli animi nahdaoui.

Il blocco democratico è riuscito a far accettare nella carta “l'interdizione all'incitazione alla violenza e anche l'interdizione del takfir” proprio a seguito di minacce di morte ricevute da un deputato del Fronte Popolare (Mongi Rahou), accusato di essere nemico dell'Islam in una trasmissione radiofonica da un deputato della frangia estremista di Ennahda, Habib Ellouze.

Quest'ultimo ha allo stesso modo preconizzato la nascita di istanze responsabili di valutare e pronunciarsi sull'empietà dei cittadini, mentre Mongi Rahou ha risposto che il partito Ennadha doveva essere dichiarato organizzazione terrorista.

Tale violenza simboleggia quanto la questione resti ancora aperta all'interno della società tunisina e manifesta il rischio che un simile dibattito possa riuscire ad incidere sulla libertà d'espressione e di opinione, di fatto svuotandole, mirando a proteggere su tutto la sensibilità religiosa, come sottolineano rappresentanti della società civile.

L'emendamento in questione “proscrive l'accusa di apostasia e l'incitazione alla violenza”, raccolto nello stesso articolo che statuisce la libertà di coscienza, di credo e di libero esercizio del culto, di cui lo Stato resta garante.

Un articolo di per sé controverso e criticato da una parte della società civile, soprattutto per la menzione relativa allo Stato come “protettore del sacro, garante della neutralità delle moschee e dei luoghi di culto contro ogni strumentalizzazione partigiana”, che sottolinea il ruolo centrale delle istituzioni pubbliche nella gestione e nel controllo della religione.

Per ribadire la loro contrarietà alle espressioni inserite nell'articolo 6 (“libertà di coscienza” e “interdizione dell'accusa di apostasia”), un gruppo di deputati ha avviato un sit in di protesta davanti all'ANC, nel quartiere del Bardo, avallati anche dal sostegno del Consiglio Superiore Islamico.

Dette disposizioni rischierebbero, secondo i manifestanti, di minacciare la coesione sociale e la sicurezza del paese, rinviando ad aspetti contrari ai precetti dell'Islam.

L'articolo è rimasto in discussione nella fase finale e ha creato divisioni interne all'assemblea mettendo in crisi lo spirito consensuale che ha predominato queste ultime settimane con l'obiettivo di definire una costituzione condivisa e mirata a superare positivamente la votazione plenaria.

Articolo 21: diritto alla vita, aborto, pena di morte

Un articolo specifico salva la pena di morte che, seppur mai praticata a partire dal 1990, si piazza saldamente nella Costituzione della nuova Tunisia. Sfuma così l'occasione per "la culla della rivoluzione" di rappresentare quella locomotiva dei diritti nei paesi arabi dipinta da una certa stampa.

Dopo una controversa discussione che ha diviso profondamente le fila dei deputati, l'articolo 21 statuisce che "Il diritto alla vita è sacro. Nessuno può pregiudicarlo se non nei casi estremi stabiliti dalla legge", rappresentando un rischio reale anche per il diritto all'aborto, legalizzato (solo in determinati casi) in Tunisia con il codice di statuto personale del 1956.

L'articolo è vago e desta margini per interpretazioni, non specificando i casi né le circostanze che legittimerebbero l'applicazione della disposizione, in aperta violazione del diritto alla vita e a quello di non subire trattamenti inumani, crudeli o degradanti, secondo le organizzazioni internazionali osservatrici.

Diritti e libertà: lo status della donna e delle minoranze

Ma sono certamente gli articoli relativi ai diritti delle donne che hanno suscitato più eco ed interesse, soprattutto in Europa e sin dalla prima presentazione della bozza relativa a “Diritti e libertà” nell'agosto del 2012.

L'inserimento del concetto di “complementarietà” della donna rispetto all'uomo in seno alla famiglia in un'ottica culturale islamica, aveva provocato un'immediata ondata di malcontento, concentrato nelle associazioni femminili più progressiste, che si erano riversate nelle strade della capitale il 13 agosto 2012 per opporsi al tentativo di rinegoziare storiche acquisizioni relative ai diritti delle donne già dal 1956, anno di approvazione del Codice dello statuto personale.

Quest'ultimo ha dato alla Tunisia un posto di primo piano nel mondo arabo, con il riconoscimento del divorzio, la proibizione della poligamia, la legalizzazione di contraccezione e aborto (ben vent'anni prima dell'Italia).

Una vittoria della società civile, quella che ha visto in seguito annullare la proposta di ispirazione confessionale di scuola malikita per confermare invece e statuire nell'articolo 20 del testo costituzionale l'uguaglianza dei cittadini e delle cittadine davanti alla legge e la proibizione di ogni forma di discriminazione.

Concetto, quello dell'uguaglianza, prodotto più della cultura individualista occidentale, ma che si sta affermando in Tunisia anche grazie all'eliminazione delle riserve sulla Cedaw (Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) e anche grazie a un movimento interno femminista di lunga data e alla presenza dei pensatori riformisti degli anni 20 del '900.

Hanno frenato l'entusiasmo, invece, le Ong addette al controllo dei lavori dell'assemblea, Human Rights Watch, Carter Center, Amnesty International e Al Bawsala, che hanno criticato l'articolo 20 sull'eguaglianza, essendo il termine "cittadini", a detta loro, "troppo semplicistico", mancando riferimenti ad altri tipi di discriminazione, ed escludendo, de facto, tutti i non tunisini.

"L'articolo 20 dovrebbe specificare che la discriminazione, diretta e indiretta, è proibita per quanto riguarda motivi di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro" hanno spiegato in un comunicato congiunto le organizzazioni.

Ben più rilevante e progressista è a questo proposito l'articolo 45, approvato con una scarsa maggioranza e una forte spaccatura nelle file di Ennadha, e sotto la pressione di numerose ONG nazionali e internazionali, che sancisce le pari opportunità e mantiene un ruolo di garante dello Stato per la protezione dei diritti e per l'applicazione di “misure necessarie per sradicare la violenza contro le donne”.

Rafforzato poi dall'articolo 33 sulla rappresentatività femminile alle elezioni, si tratta di una conquista importante e come tale è stata esaltata dalla stampa mainstream internazionale, anche se strumentalizzata per veicolare una sterile polemica antislamista.

La Tunisia si conferma quindi il paese arabo che garantisce maggiori tutele legali ai diritti delle donne, anche se l'uomo resta privilegiato, in particolare per quanto riguarda l'eredità, ancora regolata (dal codice di statuto personale) in senso discriminatorio; sarà poi la nuova legge elettorale ad essere chiamata a garantire l'applicazione della reale parità nella rappresentanza politica.

Tuttavia, la questione delle minoranze nazionali e dei popoli autoctoni è stata completamente ignorata dalla discussione in seno all'ANC, rimanendo di fatto un argomento tabù. In primis per il popolo amazigh (berbero), popolo autoctono e oggi minoritario, che ha subito politiche repressive, depersonalizzanti e di assimilazione, in violazione manifesta di tutte le regole del diritto internazionale, in particolare dell'articolo 3 Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli autoctoni, che prevede il diritto all'autodeterminazione.

Un popolo ridotto al silenzio anche nella nuova costituzione, in una fase storica in cui le rivendicazioni dei vicini marocchini hanno ottenuto l'ufficializzazione della lingua amazigh con il processo di revisione costituzionale del 2011 e in cui la Libia sembra destinata ad importanti avanzamenti in questo senso.

Senza dubbio le questioni identitarie hanno cristallizzato grande attenzione e tensione nei dibattiti sul progetto di Costituzione, con un crescendo di polemiche che non ha esitato - pur arrivando all'approvazione - a mettere in luce le ambiguità e la mancata convergenza verso un testo che fosse più rappresentativo della diversità culturale tunisina.

La libertà d'espressione e di accesso all'informazione

Una delle conquiste più importanti resta quella di vedere sancita dalla nuova carta la libertà d'espressione incondizionata, di opinione, pensiero, d’informazione e di pubblicazione, una delle uniche vittorie reali della rivoluzione.

E' un articolo pieno di significati quello dedicato a questo tema, perché inserito in un contesto ancora oggi caratterizzato da nuove forme di censura implicite e da attacchi continui ai difensori della libertà d'espressione, spesso avallati anche in sede giudiziaria con il pretesto di aver assunto comportamenti contrari alla morale.

Oltre ad impedire la censura, l'articolo in questione si distacca dalla formulazione della vecchia costituzione che  vincolava - o meglio ostacolava - la libertà d'espressione a leggi specifiche.

“Lo Stato garantisce il diritto all'informazione e il diritto all'accesso all'informazione”, sancisce l'articolo 31, approvato grazie alla forte pressione della società civile e della Coalizione per la libertà d'espressione, movimento innovativo perché rappresentativo sia del settore mediatico che di altre forme di rappresentanza della popolazione, per la prima volta mobilitatesi assieme.

Questa menzione infatti apre un capitolo fondamentale di trasparenza, accountability e una serie di doveri per lo Stato, che si trova adesso di fronte all'obbligo di pubblicare le statistiche e i documenti ufficiali, spesso rimasti chiusi nel vecchio palazzo di Cartagine durante l'ancien régime e ancora non svelati all'opinione pubblica.

L'articolo è stato salutato con soddisfazione dalle organizzazioni del settore mediatico, che applaudono anche l'approvazione degli articoli relativi alla costituzionalizzazione della HAICA (istanza indipendente di regolazione del settore audiovisivo) e delle sue prerogative, la cui decretata autonomia dovrebbe far voltare pagina ad un paese caratterizzato per 50 anni da un controllo mediatico ferreo ad opera del Consiglio superiore della comunicazione, aprendo finalmente il settore a uno sviluppo democratico e indipendente.

Con la HAICA viene approvata anche la parte relativa all'ISIE, Istanza indipendente delle elezioni,  nominata l’8 gennaio. Un overdose di istanze costituzionali, ha commentato qualche giornalista, in cui si è riusciti ad evitare la creazione di un Alto consiglio islamico.

Link: La seconda parte dell'articolo

Debora Del Pistoia (Cospe)*

* con la collaborazione di Nausicaa Turco

 
27 Gennaio 2014

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 29 Gennaio 2014 00:16

Rehn: "L'Italia deve privatizzare tutto"

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Rehn: "l'Italia deve privatizzare tutto"

Nessuno pensi che il proprio paese sia governabile secondo gli interessi specifici della sua popolazione, struttura sociale o industriale. “La linea” piove dall'alto come nemmeno nel “blocco sovietico” del secolo scorso.

E per farlo capire a tutti, Olli Rehn – commissario europeo agli affari monetari , finlandese e “falco” neoliberista – ha ribadito le sue prescrizioni all'Italia. «L'Italia deve usare la maggiore stabilità politica per lanciare progetti come le privatizzazioni e gli ulteriori miglioramenti sul mercato del lavoro per aumentare la competitività». L'ha fatto non a caso dal vertice di Davos, in Svizzera, dove i decision maker di tutto il mondo svolgono il consueto brainstorming annuale per vedere come regolare i business comuni – e conflittuali, non va mai dimenticato – per l'anno che si è aperto.

Ma non ce n'è stato soltato per la derelitta italietta. «L'Italia come la Francia ha accusato un'erosione delle sue quote di mercato negli ultimi dieci anni. C'è una chiara necessità che aumentino la competitività sia in termini di costo del lavoro che di mercato dei prodotti».

C'è da dire che si tratta di una caduta di stile, visto che il governo Letta aveva deciso proprio il giorno prima di mettere sul mercato il 40% di Poste, aprendo così la strada alla privatizzazione-distruzione di una cassaforte (da lì vengono i soldi della Cassa Depositi e Prestiti) che conserva i risparmi di milioni di cittadini, specie quelli meno abbienti. Sui “miglioramenti del mercato del lavoro” - notate la delicatezza linguistica che deve nascondere la realtà brutale della regolamentazione forsennata, abolendo diritti, garanzie, livelli salariali del lavoro dipendente – quel che non è stato ancora fatto sarà certamente contenuto nel “jobs act” del piccolo duce di Firenze. Quindi dovrebbe dormire tranquillo, mr. Rehn, ma conosce troppo bene gli italiani e soprattutto le contorsioni della “nostra” classe dirigente, così piena di fantasia da distruggere da sola se stessa e il paese.

Al centro dei ragionamenti dell'ultima giornata di convegno c'era del resto il tema della “competitività europea”. L'Italia è risultata al 49° nella speciale classifica sul 2013 stilata dal World Economic Forum sulla competitività mondiale, con una perdita di ben sette posizioni rispetto all'anno precedente. Quando si dice che le ricette proposte dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) affossano un paese, insomma, si dice la pura e semplice verità.

tratto da http://www.contropiano.org

26 gennaio 2014

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Obiettivi energetici 2030: Barroso, Marcegaglia e inglesi contro le rinnovabili. Esultano le lobby nucleariste

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Obiettivi energetici 2030: verso l’eliminazione vincoli sulle rinnovabili, rimangono quelli su CO2
 

La lotta al cambiamento climatico? In tempi di crisi meglio non esagerare. A voler semplificare, si potrebbe sintetizzare così la posizione che sta assumendo la Commissione europea, che il prossimo 22 gennaio dovrebbe presentare le proposte per gli obiettivi energetici per il 2030. Ancora non c’è niente di ufficiale, ma le voci che trapelano da Palazzo Berlaymont non sono a dire il vero molto rassicuranti, come del resto sempre più isolata appare, in seno al collegio, il commissario al Clima Connie Hedegaard, messa all’angolo soprattutto dai colleghi all’Energia, Günther Oettinger, e da quello all’Industria, Antonio Tajani. Il tutto con la potente pressione della lobby industriale e della Gran Bretagna.

Risultato: mentre nel 2008 – alla vigilia dello scoppio della crisi Lehman – l’Ue si era lanciata in ambiziosi obiettivi (ridurre entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990, del 20% le emissioni di CO2, portare al 20% la quota di rinnovabili nel mix energetico e migliorare del 20% l’efficienza energetica), il 2014 si accinge a vedere ben più modesti obiettivi. In un primo tempo, Bruxelles sembrava orientata ad almeno due target per il 2030: il 40% (sempre rispetto al 1990) di riduzione di CO2 e il 30% di rinnovabili. Obiettivi, a dire il vero, non difficili da conseguire, considerando che, al 2012, in media nell’Ue la quota di riduzione di CO2 per il 2020 è già praticamente raggiunta, con le rinnovabili siamo al 14,4 per cento.

Il Parlamento Europeo, solo pochi giorni, si è espresso per tre valori vincolanti per il 2030: 40% per il CO2, 30% per le rinnovabili, 40% per l’efficienza energetica. Alla Commissione siamo ben lontani. Secondo varie indiscrezioni, il commissario Oettinger vorrebbe massimo il 35% per la riduzione di CO2, e, d’intesa con Tajani ma anche, a quanto pare, con lo stesso presidente José Manuel Barroso, vorrebbe evitare obiettivi vincolanti per le rinnovabili: si parla di obiettivi “volontari” compresi tra il 24 e il 27 per cento. Quanto all’efficienza energetica, non se ne sente più parlare.

Oettinger ha dalla sua buona parte dell’industria. Non a caso solo pochi giorni fa Emma Marcegaglia, passata dalla guida di Confindustria a quella di BusinessEurope, la federazione delle Confindustrie degli stati membri Ue, ha scritto una lettera a Barroso che parla chiaro: la Commissione «garantisca che il suo pacchetto energetico sia pienamente compatibile con l’imperativa esigenza di rafforzare le nostre industrie e di ripristinare l’Europa come luogo di investimento industriale». BusinessEurope chiede che «l’Ue abbandoni i tre obiettivi sovrapposti per un approccio singolo di riduzione della CO2 entro il 2030». Riduzione, fa capire Marcegaglia, che non deve essere troppo “ambiziosa”, ma, recita la missiva, «deve esser fissata con grande cautela». Si parla di «realismo» e si avverte che «gli obiettivi unilaterali di riduzione di emissione entro il 2030 (il 40% inizialmente ipotizzato, ndr) previsti dalla Commissione porrebbero ancora una volta l’Ue come un avamposto isolato che continua ad aumentare i propri livelli di ambizione mentre non si sono avuti sforzi comparabili da parte dei nostri principali concorrenti (leggi anzitutto Cina e Usa, ndr)».

L’idea di un solo obiettivo di CO2 è molto caro anzitutto a Londra. «Il nostro obiettivo – ha spiegato l’eurodeputato liberale britannico Chris Davis – dovrebbe essere di ridurre le emissioni di anidride carbonica al costo più basso, in modo che le nostre industrie possano essere competitive e i consumatori possano pagare il meno possibile le bollette energetiche». E «il modo più appropriato per tagliare le emissioni varia da Paese a Paese».

Certo, Davis tocca un punto reale: gli alti costi energetici dell’Europa, cresciuti del 35% tra il 2005 e il 2012 mentre nello stesso periodo (grazie anche al gas di scisto) sono crollati del 66% negli Usa. È però evidente che togliere qualsiasi vincolo per le rinnovabili rischia di essere un pesante colpo per il settore, a tutto vantaggio della lobby del nucleare. Il problema per la Commissione è che, se da un lato Londra preme, dall’altro c’è la Germania che vorrebbe mantenere il vincolo anche per questo obiettivo. Non è un caso: la Repubblica Federale è tra i pionieri del settore, e ha puntato proprio su eolico e solare per gestire l’annunciata uscita dal nucleare del paese (nel 2012 le rinnovabili in Germania hanno toccato il 22% del mix complessivo, scavalcando il nucleare, sceso al 16%). Così Berlino, insieme però ad altri sette paesi (Italia, Francia, Irlanda, Portogallo, Danimarca, Austria e Belgio) a dicembre ha scritto alla Commissione una pressante lettera. «Un obiettivo (vincolante, ndr) per le rinnovabili – si legge – è cruciale per fornire la certezza che può assicurare investimenti a costi ragionevoli nei sistemi energetici, che rafforzeranno il mercato interno dell’energia». Dalla parte degli otto sono non solo, ovviamente, associazioni ambientaliste come Greenpeace, ma anche grosse industrie coinvolte, come la tedesca E.on, la francese Alstom o la danese Vestas.

L’aria che tira a Bruxelles è che alla fine passerà il solo obiettivo vincolante (e probabilmente ridotto) per il CO2, come vogliono Londra e BusinessEurope. Barroso è ormai a fine mandato (la Commissione scade a novembre prossimo) ed è da tempo ai ferri corti con Berlino. Oltretutto, il calcolo del portoghese appare relativamente semplice: visto che al momento la preoccupazione di non compromettere la ripresa è più popolare della tutela del clima, tanto vale puntare sulla prima. Non certo un buon segnale in vista del summit sul Clima in programma a New York per settembre prossimo. 

 
Giovanni Del Re
 
 
14/01/2014
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Gennaio 2014 13:08

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