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Egitto, lezioni di comunicazione politica al mondo

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“12:20, Connesso a 28,8 k. Lentissimo come alle origini di Internet, ma con il gusto di infrangere la censura di un regime”
Davide Frattini dal Cairo per corriere.it

egitto_cammelli_caricheIn un editoriale sul Financial Times Gideon Rachman, specializzato in relazioni internazionali per la storica testata britannica, sostiene che la sollevazione del popolo egiziano crea problemi ad ogni tipo ai soggetti forti dell’ordine globalmente costituito. Fatto non da poco per una rivolta che, in questo modo, appare indesiderata ad occidente come temuta ad oriente. Indesiderata ad occidente perché rischia di rompere alleanze, e cordate d’affari, consolidate e di mostrare una vivacità sociale nel sud del Mediterraneo per niente gradita da chi vuole protagonisti solo business e diplomazie ufficiali. Allo stesso tempo Rachman argomenta che la rivolta egiziana è temuta anche a oriente, e precisamente in Cina, a causa della sua natura di potere di mobilitazione in rete e sui social network che entra in conflitto con regimi politicamente autoritari. Natura che rivela tutte le difficoltà, a mantenere l’egemonia politica, dei regimi chiusi nell’epoca della rete. Nonostante la censura e lo spegnimento di vastissime porzioni di Internet nell’Egitto di Mubarak. E’ quindi possibile, in attesa che gli eventi ci mostrino la reale profondità della loro portata storica, trarre qualche lezione che già da oggi l’Egitto ci rivela in materia di comunicazione politica. Che è la materia che non solo regola i conflitti politici all’interno delle società, e nello spazio della comunicazione globale, ma anche si pone come terreno stesso di conflitto, oggetto di contesa tra le parti. Perché chi possiede i codici della comunicazione politica, magari assieme al controllo delle infrastrutture tecnologiche, è politicamente vincente. Le lezioni di comunicazione politica per adesso isolabili dalla vicenda egiziana per adesso sono tre. La prima la si ricava dalla storia della colonizzazione inglese in Egitto, la seconda riguarda i poteri e i limiti della rete, la terza è tutta sulla questione della personalizzazione della politica globale.

1)      Colonising Egypt. Il testo di Thymoty Mitchell che reca questo titolo, uscito per la prima volta nel 1988 per la University of California Press e la Cambridge University Press, è tra quelli maggiormente sottovalutati in questo ventennio. Non solo perché ci dice molto del processo di formazione della società e del potere nell’Egitto contemporaneo. O anche della capacità di uno studioso di capire come, dall’Inghilterra, si siano applicate nel paese colonizzato strategie di promozione di un concetto di verità tutto occidentale. Che non si è rivelato pura propaganda, o semplice legittimazione filosofica di una occupazione, ma lo strumento fondamentale per l’esercizio di una materiale, minuta e concreta egemonia britannica in Egitto a partire dalla fine del XIX secolo. In quest’ottica è interessante scoprire il testo di Mitchell grazie ad una antologia sulla comunicazione politica e il piacere  nelle culture popolari delle società contemporanee. Ci riferiamo a Hop on Pop (2002, a cura di Henry Jenkins, Tara McPherson, Jane Shattuc) che delimita un terreno concreto di convergenza, nelle culture popolari oggi digitalmente connesse, tra politica e piacere. Nel senso che è attraverso gli stessi strumenti digitali e tecnologici che passano l’acquisizione, tramite le reti sociali che si costituiscono, sia del divertimento che del piacere come dell’immaginario politico e dell’informazione. Separare questi temi tra loro, oltre che ad un’operazione più classificatoria che di comprensione, è non capire la dimensione e la portata prima cognitiva e poi sociale della comunicazione tecnologica contemporanea. E significa anche non capire come si forma oggi il legame sociale, tramite tecnologie. E in quest’antologia Ellen Strain ci fa comprendere come nei videogiochi dedicati all’Egitto, veri giacinti di accumulazione cognitiva su quel paese, la dimensione dell’esotico e dell’ignoto di quel mondo faccia parte di frame culturali, di un linguaggio per immagini, non solo costruiti su temi narrativi occidentali ma imposti a suo tempo agli stessi egiziani. E qui emerge la citazione di Mitchell da parte della Strain: l’Egitto si rivela come un mondo costruito e immaginato, sia per egiziani che per bianchi, dalle antiche politiche coloniali della conoscenza.  E questo dall’epoca in cui i documenti ufficiali in Egitto, dall’originale in arabo, devono essere scritti in caratteri e lingua occidentale. Introducendo e dando forza di verità a concetti fino a quel momento sconosciuti in Egitto come le nozioni occidentali di “stato” e  “legge”. E questo nell’epoca in cui, come spiega Mitchell nel suo lavoro, in cui l’occidente va valere la rappresentazione del mondo come immagine. Fenomeno che sta alla base dei processi di comunicazione, e di comunicazione politica, contemporanei. La decolonizzazione e, il successivo recupero della pratica dei documenti ufficiali in arabo, non scalfiscono inoltre l’egemonia di istituzioni ormai costruite secondo i canoni di  verità occidentale sullo stato, sulla legge, sulle relazioni internazionali, su un linguaggio per immagini tutto per uomini bianche fatto per rappresentare il mondo.
Il protagonismo attuale dell’Egitto ci costringe a ripensare la genealogia di questa egemonia culturale occidentale. Non a caso in questo periodo gli osservatori delle élite globali temono una torsione “iraniana” della crisi egiziana. E qui nessuna simpatia per Teheran ma sia chiara una cosa: nel mondo capitalistico si teme che, oltre ad evidenti questioni di profitto e di posizionamento geopolitico, in Egitto si mettano in discussione i codici culturali, gli stessi canoni di verità che hanno materialmente legato questo paese all’occidente.
Prima lezione di comunicazione politica che viene quindi dall’Egitto: una grande sommossa popolare può rimettere in discussione l’intimità dei processi di comunicazione di un paese. Che sono quelli, sia a livello di astrazione che di immagine, che garantiscono un regime di verità che prevede l’egemonia capitalistica a prescindere dai regimi al potere. Ed è quando viene messo in discussione quel terreno intimo di comunicazione delimitato da Hop on Pop, che passa dal divertimento al piacere e alla politica ed è tecnologicamente innervato, che le rivoluzioni rivelano la loro portata radicale. Magari non regressiva come in Iran e capace di far emergere un potere colonizzare che, come ci mostra Mitchell, ha radici lontane ed è ben sopravvissuto alla regina Vittoria.

2)      Potere e limiti della rete. L’Egitto ha mostrato, e mostra, sia tutti i poteri che tutti i limiti delle reti dal basso nella comunicazione politica contemporanea. Cominciamo dai limiti. Prima della rivolta egiziana erano conosciute tre grandi modalità di contenimento delle strategie di comunicazione delle opposizioni via internet. Il cut-off (il taglio fisico delle linee, modello Birmania), il rallentamento della rete (come in Iran), la selezione su larga scala degli ingressi ai siti (come in Cina). Entro questi modelli si implementano strategie di hacking istituzionale, di embedding di opinionisti del governo su siti caldi (accade anche in Italia, in tutte le dimensioni dal politico all’impresa), di chiusura dei siti e di intimidazione a webmaster, provider, compagnie telefoniche (tutta la filiera insomma).  L’Egitto ha registrato una importante novità rispetto a questi tre casi ormai classici. Sintetizzabile nella chiusura della rete dopo una riunione tra il governo e le principali compagnie telefoniche. Chiusura della rete in 13 minuti, così è stato calcolato da diversi siti di informazione. Questo ci mostra che monitoraggio e il controllo della rete di rapporti e interessi, che lega governi e compagnie, ha un’importanza strategica per ogni genere di opposizioni in ogni tipo di paese. Se c’è contraddizione tra governi e compagnie in caso di crisi l’opposizione ha spazio altrimenti si chiude il dispositivo di comunicazione politica di un paese. E stiamo parlando dell’Egitto, dove l’informazione satellitare in lingua araba è molto diffusa e quindi lo spazio di comunicazione non si chiude mai completamente. I limiti dell’organizzazione di rete via Internet sono quindi propri dei momenti di crisi. Internet è nata per dare risposte di comunicazione in momenti di crisi, almeno in uno dei focolai di progettazione anni ’80 legato ai militari Usa (ma non è il solo), mentre nelle società contemporanee è uno dei nodi di coesione sociale messo proprio a crisi durante gli acuti conflitti politici. Le risposte spontanee per la creazione di reti immediate di comunicazione dal basso (ponti wi-fi, invito a non usare i social network, diffusione delle email, uso delle radio), non colmano completamente queste lacune. Anzi, nella complessiva piattaforma di comunicazione (che è composta da tutti i media disponibili in un paese) registra l’importanza crescente delle televisioni satellitari. Che, come è ovvio, non solo informano ma spostano opinioni nei momenti caldi della crisi e proprio quando Internet è debole. Internet si rivela, dal modello egiziano, efficace per far salire la protesta ma difettiva (quando non deficitaria) proprio come strumento di connessione sociale nei momenti di crisi creati dalla protesta stessa. Se sono le televisioni satellitari a riempire il vuoto di informazione è possibile che il governo del significato della protesta passi dalla dimensione dal basso a quella delle redazioni delle tv satellitari. Quindi, seconda lezione di comunicazione politica dal caso egiziano. Internet è come il socialismo per alcuni leader africani dell’epoca della decolonizzazione: ottima per far salire le proteste, difettosa perché queste trovino uno sbocco politico efficace. Si impone quindi un governo preventivo dal basso anche dei grandi media, nonché delle compagnie telefoniche, pena l’egemonia delle corporation nella produzione di significati nei momenti di crisi.

3)      Potere e limiti della personalizzazione della politica. Qui su un aspetto dobbiamo chiarirci: l’immagine di El Baradei come elemento di contrapposizione a Mubarak come icona globale della protesta. Mediaticamente questa contrapposizione è molto efficace. Un premio Nobel contro un dittatore corrotto, una figura internazionalmente riconosciuta contro un’altra, una contrapposizione immediatamente comprensibile e trasmissibile per i media globali. Solo che questo genere di frame comunicativo è tutto dentro i canoni di significato dei media occidentali. Che selezionano, per motivi di trama narrativa ma anche perché tendono a promuovere èlite con una forte leadership, proprio questo genere di comunicazione politica basata sul potere del personaggio. Che è immediatamente elitario e gerarchico. E pienamente compatibile con i canoni di comunicazione oligarchici ed occidentali. Il potere della personalizzazione della politica sta tutto nella semplificazione del conflitto in un problema di scontro da personaggi, immediatamente comprensibile e trasmissibile. I limiti invece stanno in un potere gerarchico, favorito dai dispositivi di comunicazione globali, che tende naturalmente a dissolvere il potere politico generato dal basso tramite le reti di comunicazione leggere ed informali. Oltretutto questo potere è in grado di genere dispositivi di ricolonizzazione dell’immaginario politico richiudendo tutta la radicale messa in discussione dell’intimità dei processi di comunicazione politica generata, ed aperta dalle sommosse. Ed ecco la terza lezione di comunicazione politica che  viene dall’Egitto. Evitare di promuovere leadership, icone o comunque un nucleo molto ristretto di personaggi simbolo. E’ attorno a loro che si confermano i dispositivi di comunicazione, e quindi di potere, mainstream e che si gerarchizzano le rivolte.
Queste lezioni, prese nel loro assieme, ci insegnano qualcosa di prezioso. Ovvero che i processi di comunicazione politica non sono propriamente operazione di marketing. Sotto la quale magari sta la sostanza del legame sociale o delle classi. Bisogna invece comprendere che questi processi determinano direttamente la forma sociale della protesta politica di un paese. Chi non lo comprende è destinato ad essere determinato da questa forma senza neanche sapere perché.
Per questo è fondamentale stare attenti alla forma tecnica e comunicativa di una protesta: determina la pubblicità di un legame sociale e i suoi caratteri gerarchici oppure orizzontali. In questo scenario c’è da pensare che queste lezioni dall’Egitto non saranno le ultime.

per Senza Soste, nique la police

2 febbraio 2011

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