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Golpe turco, anche Demirtas (Hdp) accusa Gulen

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TOPSHOT - A man holds up a photo of Turkey's President Recep Tayyip Erdogan during a Pro-Erdogan rally in Taksim square in Istanbul on July 22, 2016, following the failed military coup attempt of July 15. 
Turkey detained 283 members of the presidential guard of Recep Tayyip Erdogan after last week's attempted coup, a government official said July 22. The guard are members of the special forces regiment stationed at the presidential palace in Ankara. There are at least 2,500 members, according to local media.  / AFP / OZAN KOSE        (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

L’Occidente deve “badare agli affari propri” invece di criticare la repressione scatenata dal governo turco dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso: lo ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. “Alcuni ci danno dei consigli, si dicono preoccupati. Fatevi gli affari vostri, guardate a quello che fate voi” ha ribattuto il ‘sultano’ sottolineando per l’ennesima volta lo scarso sostegno ricevuto dai governi dell’Unione Europea, accusati seppur indirettamente di aver tifato per i militari ribelli. Il Primo ministro, Binali Yildirim, ha nel frattempo reso noto che tutti gli elementi ritenuti fedeli all’imam Fethullah Gulen – considerato da Ankara la mente del golpe – sono stati “eliminati” dalle forze armate.

Anche il leader del Partito Democratico dei Popoli che riunisce i movimenti curdi e le sinistre radicali turche, Selahattin Demirtas, si dice convinto che dietro il maldestro tentativo di ‘regime change’ ci sia l’imam/magnate rifugiato in Pennsylvania. “Penso che il golpe in Turchia sia stato opera di un cocktail che include Gulen e altre fazioni scontente dell’approccio di Erdogan. Le indagini dovranno dirci la verità, ma credo che il governo non ci abbia ancora detto tutto e nei prossimi giorni emergeranno dei nomi shock di esponenti politici coinvolti, del partito Akp (di Erdogan) ma non solo” ha detto ad Istanbul il co-portavoce dell’Hdp, durante il primo incontro con la stampa internazionale organizzato dopo il 15 luglio.

Intanto purghe, epurazioni e retate continuano senza sosta. La magistratura di Istanbul ha confermato l’arresto per 17 giornalisti accusati di intrattenere rapporti col predicatore Fethullah Gulen, il che per il regime di Ankara configura il reato di appartenenza a “un gruppo terroristico”. Nel processo preliminare tenuto ieri, i giornalisti imputati erano 21. Quattro sono stati rimessi in libertà, altri 17 resteranno invece in carcere in attesa di giudizio, compresa la nota editorialista Nazli Ilicak.

Da parte sua il ministero dell’Educazione ha rimosso altri 3.932 dipendenti mentre altre 284 istituzioni educative sono state chiuse a Istanbul per presunti legami con i ‘gulenisti’. Il totale delle epurazioni dal solo settore pubblico è di almeno 70 mila, la maggior parte delle quali proprio nella scuola e nell’università.

Il regime turco sta intanto ampliando la repressione al settore delle imprese: nelle ultime ore tre importanti imprenditori sono finiti in manette. Le forze di sicurezza nella città di Kayseri (nel centro della Turchia) hanno arrestato il presidente della società a conduzione familiare Boydak Tenere, Mustafa Boydak, e due altri alti dirigenti dell’azienda. Mandati d’arresto sono stati spiccati anche per l’ex presidente Haci Boydak così come per altri due dirigenti: Ilyas e Bekir Boydak. Le misure restrittive fanno parte di un’indagine in merito al finanziamento delle attività di Gulen in Turchia. Mustafa Boydak è anche il capo della Camera di Commercio di Kayseri, una città in rapida crescita definita una delle “tigri anatoliche” per la rosperità che ha goduto sotto il governo di Erdogan. Boydak Tenere ha interessi in mobili, dell’energia e della finanza, e possiede in particolare le importanti mobilifici Istikbal e Bellona.

Il governo turco ha informato ieri di aver revocato i passaporti di 49.211 persone per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen.

Inoltre la Turchia chiuderà le caserme militari usate dai golpisti a Istanbul e Ankara. Lo ha detto il premier, Binali Yildirim, precisando che la decisione riguarda anche la base aerea di Akinci nella capitale, utilizzata come quartier generale dagli autori del putsch. Al loro posto, nasceranno dei “luoghi piacevoli dove la gente potrà passare il tempo” ha affermato il primo ministro.
Sempre per quanto riguarda la punizione di vasti settori delle forze armate, il ministro della Difesa Fikri Isik ha affermato ieri che le risposte alle domande degli esami delle accademie militari turche sarebbero state rubate per ben 14 anni, tra il 2000 e il 2014, e fatte pervenire agli studenti legati alla rete di Fethullah Gulen. Secondo il governo, si tratterebbe di uno degli strumenti principali dell’infiltrazione dei ‘gulenisti’ in posti chiave dell’esercito. Ankara avrebbe in mente di chiudere i licei militari e porre le accademie (università) sotto il controllo del ministero della Difesa e non più delle Forze armate.

La procura di Smirne, sulla costa egea della Turchia, ha spiccato un mandato di cattura per 203 poliziotti. Secondo l’agenzia statale Anadolu, diversi di questi agenti sono già stati arrestati in blitz condotti dalle unità antiterrorismo.

Nel corso di una delle tante commemorazioni di alcune vittime del fallito golpe il presidente turco Erdogan ha annunciato che ritirerà tutte le denunce contro le persone accusate di averlo “insultato”. Sono centinaia le persone contro le quali erano stati avviati procedimenti giudiziari per insulti alla presidenza, compresi molti giornalisti e persone che avevano scritto post critici nei confronti del ‘sultano’ sui social network. “Per una volta soltanto, perdonerò e ritirerò tutti i procedimenti contro i molti insulti ed espressioni di disprezzo che sono stati scagliati contro di me”, ha detto Erdogan, in quello che appare un gesto propagandistico.

Al tempo stesso il regime sembra continuare a perseguire il ristabilimento della pena di morte, che potrebbe essere reintrodotta attraverso la celebrazione di un referendum. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in una intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.

30 luglio 2016

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