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Il muro del tempo. Cosa non scomparirà con la fine del governo Berlusconi

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PIL_italy_long_term_GDPChiedersi cosa non sparirà dopo la fine del governo Berlusconi non è così difficile. Basta guardare un’occhiata a questo elementare grafico, costruito su fonti Istat e del fondo monetario internazionale. Riguarda le variazioni del Pil italiano dal 1980 ad oggi. Bene, il Pil italiano dal 1980 è andato progressivamente declinando. Nonostante siano state rimosse, nel corso degli anni, quelle che erano state ufficialmente indicate come le cause del suo declino.  Scala mobile, costo del lavoro “alto”, stato sociale, primato dei contratti a tempo indeterminato. Se si ha la pazienza di osservare un attimo il grafico si può anche notare che dal 1994, nell’alternanza di governi di centrosinistra e centrodestra, il Pil non smette di declinare. Anzi, da quell’anno in poi non toccherà più il tre per cento di crescita annua. Eppure in quel periodo si erano realizzate tre delle condizioni che il mainstrem, mediatico e istituzionale, riteneva fondamentali per “la crescita”. L’entrata dell’Italia nell’area di Maastricht, salari bassi al di sotto dell’inflazione e un sistema politico dell’alternanza. Quando sia stata, anche dal punto di vista capitalistico, efficace questa cura per questo paese lo si capisce dalle semplici, impietose linee al ribasso di questo grafico.

In trent’anni l’Italia ha quindi intrapreso una sorta di strada spontanea alla decrescita. Possiamo dire che, nel lungo periodo, è uscita dal fordismo semplicemente dismettendolo.
Il Financial Times Deutschland in questi giorni ha affermato esplicitamente che l’Italia sta seguendo un destino simile a quello greco. In un sistema di proporzioni economiche, e una complessità sociale, maggiori. Ovvero una strada di tagli, privatizzazioni e riduzioni di spesa che porta verso un’ulteriore depressione del Pil. Sentiero già annunciato per la Grecia nel 2010, e dagli analisti del Financial Times inglese, e previsto a questo punto anche per l’Italia. La fine del governo Berlusconi, a parte qualche rally di borsa favorevole nell’immediato, non solo non rimuoverà nessuna delle cause strutturali del declino italiano ma rischia quindi seriamente di portare verso una strada di “riforme” che porterà dritta verso la ripetizione della situazione greca. Ma sarebbe un’errore, ripetuto da molti di questi tempi, pensare il problema solo in termini nazionali. Un doomsday dei conti pubblici, del debito sovrano italiano sarebbe, come si sa ai quattro angoli del globo, una potente esplosione nucleare nel sistema finanziario mondiale. Per cui Bce e Fmi sembrerebbero voler intraprendere una strada. Separare la questione dei conti pubblici italiani da quella della crescita del Pil del paese. La prima sarebbe questione internazionale, e di tenuta del sistema finanziario globale, la seconda problema nostro, compresi gli straordinari effetti collaterali sul piano sociale. Ma qui va considerato che, al momento, neanche sulla questione del “salvataggio” dei conti pubblici italiani c’è accordo tra Bce e Fmi. Al G20 di Cannes mentre i media italiani si preoccupavano della perdita di prestigio dell’Italia, dovuta alla presenza di Berlusconi al vertice, si è svolto uno scontro molto serio. Pochissimo rappresentato dai media italiani: non si può preparare un paese all’ennesima tornata di sacrifici spiegando che non c’è un percorso reale verso il quale vanno indirizzatti. Infatti la proposta del Fmi di creare un fondo di stabilità specie su Italia e Grecia, è stata bocciata dalla Bundesbank (per i tedeschi esiste ancora la banca nazionale, eccome) che non ha voluto cedere oro e titoli come garanzia per l’operazione. Allo stesso tempo il fondo di stabilità europeo, quello voluto dagli stati membri della zona euro, non è stato finanziato dai partner del G20. In poche parole, anche in una logica ultraliberista la soluzione per il rischio default italiano al momento non c’è.

Se la situazione dovesse precipitare, e i segni ci sono, non c’è a disposizione un vero fondo Fmi né il fondo di stabilità europeo. Infatti, fonte Der Spiegel, le autorità europee stanno cercando velocemente di mettere in piedi un piano di emergenza in grado di finanziare questo fondo in caso di precipitazione della vicenda italiana. Ma, e la distinzione non è solo lessicale, i tedeschi parlano di “piano C” per finanziare, “alla greca”, la crisi italiana mentre i francesi di “piano B”. Le Monde infatti, riprendendo una serie di dibattiti francesi, parla infatti della necessità di socializzare, non alla greca quindi, i debiti di tutta l’eurozona, abbassare il valore dell’euro per favorire le esportazioni, reintrodurre le monete nazionali a uso interno per favorire i consumi.  Si tratta di percorsi diversi, quello francese e quello tedesco, che esprimono interessi diversi. I tedeschi continuano infatti a voler giocare in autonomia entro la zona euro, i francesi possono giocare in autonomia solo riducendo il peso politico dei tedeschi. Nonostante la retorica di Napolitano sui “necessari sacrifici per l’Europa” è quindi proprio l’oggetto in nome del quale bisognerebbe fare i sacrifici, l’Europa, che sembra al momento non esistere.
Chi ha seguito poi la lunga, straziante e tortuosa vicenda dei fondi europei per la Grecia sa comunque che se una strada verrà intrapresa o non sarà percorsa tanto velocemente o si rivelerà dannatamente costosa per un paese. Le questioni, pietosamente nascoste dalla stampa italiana (più eccitata dagli scandali che interessata all’informazione politica), delle condizioni della Finlandia o  del veto della Slovacchia sugli aiuti alla Grecia potrebbero ripetersi in scala più drammatica e dolorosa per il nostro paese.

L’Italia è quindi stretta, impossibilitata a muoversi perché bloccata da pareti fatte di muro del tempo. Una parte è un muro di lungo periodo, costruito con il lento incedere del declino del Pil nazionale. L’altra parte è stata costruita velocemente, nel tempo istantaneo della proliferazione dei tassi di interesse, nei movimenti della speculazione internazionale e dei giochi globali di borsa. Questo muro non sparirà con la fine del governo Berlusconi che avviene comunque troppo tardi. E le forze politiche nazionali, non in grado di intervenire a breve sul declino del Pil (oltretutto in uno scenario di recessione globale), si sdraieranno il più possibile alla parete del muro dei tassi di interesse, del “risanamento” dei conti pubblici. In questo modo la ripetizione della tragedia greca dovrebbe essere garantita. Ammesso che la terribile crisi partita con i subprime nel 2008 non partorisca altri mostri.

Comunque la cantilena di un disastro politico, economico, sociale, della forma stessa della civiltà di un paese tutto da compiersi in nome del “senso di responsabilità” è destinata, nel tempo, a ripetersi ossessivamente. Questo archetipo di una cultura morta come quella borghese, quello del senso di responsabilità, è quindi destinato a fare danni anche come spettro di un mondo che non esiste più.  Come diceva Marx, e pare che la formula venisse dal diritto ereditario francese, è il classico caso in cui il morto afferra il vivo. L’eredità sedimentata nel lungo periodo dal declino del Pil e nel breve, dal precipitare della crisi del debito, è il morto che reclama il proprio diritto sui viventi che siamo noi.

E questo paese rischia di essere risucchiato da due tipi di morti: gli interessi sul debito, tutto lavoro morto improduttivo che reclama pesantamente la propria presenza, e la vecchia cara propaganda piccolo borghese sul senso di responsabilità nell’accettare le ragioni del debito. Del resto è l’Italia minimale, minore, straprovinciale che ha il potere da trent’anni. E si vede.

per Senza Soste, nique la police

8 novembre 2011

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