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Memoria e verità, il futuro della Tunisia

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Memoria e verità, il futuro della Tunisia (prima parte)

Patrizia Mancini - tratto da http://www.tunisiainred.org

Il 17 novembre 2016 resterà impresso nella storia della Tunisia come il giorno in cui è stata restituita la voce a chi non l’aveva. Al di sopra di quel brusio di fondo che, arrogante e sfacciato, si è insinuato ormai da tempo e che vorrebbe negare o minimizzare le sofferenze di tutto un popolo sotto le dittature di Bourghiba e Ben Alì, finalmente tutta la Tunisia ha potuto ascoltare in diretta la voce delle vittime. Una voce che ha riportato alla ribalta non solo le storie di dolore, di tortura e di atrocità commesse sui corpi indifesi degli oppositori politici, ma è riuscita a estrarre, dall’oblio in cui erano cadute,  le parole della rivoluzione: lavoro, libertà e dignità. Sono tornate sulle labbra delle madri dei giovani che sono caduti in piazza negli scontri con la polizia, donne che con una immensa dignità ci hanno raccontato quelle giornate, terribili e gloriose al tempo stesso, in cui solo una pallottola poteva fermare la rabbia dei giovani e la loro voglia di libertà. Chi si aspettava isteria e urla scomposte è rimasto deluso: le loro narrazioni sono state permeate di compostezza, lucidità e molta, molta coscienza politica.

Così sono cominciate le due lunghe giornate di audizioni pubbliche delle vittime delle dittature, frutto dell’enorme lavoro della Istanza Verità e Dignità (Instance Verité et Dignité), istituita (con grande ritardo) oltre due anni fa. Contro venti e maree, cioè l’ostilità e il disprezzo manifesti della maggior parte delle élites al potere, l’ Istanza ha raccolto 62.330 dossiers, accettandone oltre 55.000 come validi e verificabili, di cui il 10% riguarda le regioni “vittime”, il 67% gli uomini e il restante 23% le donne. “ Fra gli oltre 55.000 dossiers selezionati dalla Istanza, sono state repertoriati 32 tipi di violazioni dei diritti umani. Più di ¾ riguardano i diritti umani civili e politici, fra cui le “violazioni gravi… come l’omicidio volontario, lo stupro e tutte le altre forme di violenza sessuale, la tortura, la sparizione forzata e la condanna alla pena di morte senza giusto processo.. (Fonte : https://inkyfada.com/2016/11/ivd-auditions-data-histoire-tunisie/).

Le prime audizioni sono consacrate a questo tipo di violazioni gravi.

Il club Elyssa nel parco di Sidi Bou Said veniva utilizzato dalla moglie di Ben Alì, Leila Trabelsi,  per tenere i suoi ricevimenti: è qui che l’ Istanza Verità e Dignità ha scelto di tenere le audizioni che sono state trasmesse in leggera differita da tutte i canali televisivi principali, permettendo a tutti/e tunisini/e di assistere e di ascoltare per la prima volta la viva voce delle vittime. E’ qui che arrivano leader politici come Rached Ghannouchi di Ennahdha, Hamma Ammami del Front Populaire, Mohamed Abbou di Courant Dèmocrate, Houcine Abbassi, segretario del sindacato UGTT, Moustapha Ben Jaffar, ex presidente dell’Assemblea Costituente, Abdelfattah Mouru, vicepresidente del Parlamento e molti altri. Moncef Marzouki, ex presidente della Repubblica, scriverà un messaggio di totale sostegno alle attività dell’Instance Verité et Dignité, costretto a Parigi da precedenti impegni.

Chi invece non verrà sono il Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, il premier Youssef Chahed e il presidente del parlamento Mohamed Ennaceur, tutti del partito Nidaa Tounes, creato nel 2012 in funzione anti-islamista e formato da ex membri dell’RCD (il partito di Ben Alì) e da una costola della sinistra tunisina. Uno sfregio alla storia e alla memoria delle vittime che certamente non calmerà gli spiriti in un momento in cui il paese ha bisogno di riconciliarsi con se stesso tramite questo rito catartico che rappresentano le testimonianze.

Kamel Mourjane, ex ministro di Ben Alì, invece ha avuto il coraggio di partecipare, seduto insieme agli altri in prima fila, di fronte ai membri dell’ Istanza e ai testimoni.

Dopo la sfilata un po’ hollywoodiana delle star politiche, Sihem Ben Sedrine, Presidente dell’ Istanza, introduce, emozionata, le prime audizioni:

”Dieci anni fa nessuno di noi avrebbe potuto immaginare un momento come questo. Mai più accetteremo violazioni dei diritti umani. Viviamo un momento storico irripetibile che serve a  riabilitare il coraggio e i sacrifici delle vittime. Nessuna voce può levarsi al di sopra di quella delle vittime. Nessun prestigio dello Stato senza diritti umani. E’ questo il messaggio che oggi la Tunisia manda a tutto il mondo ”

E con la prime audizioni di tre madri di vittime della rivoluzione, il filo rosso che unisce oltre sessant’anni di dittature comincia a dipanarsi. Con il cuore in gola, ascolto storie che già conosco, urlate nei sit -in delle famiglie dei martiri , rivendicate nelle commemorazioni e nelle manifestazioni per i martiri della rivoluzione.

Stavolta è diverso, stavolta è tutta la Tunisia in ascolto.

Ourida Kadouss, madre di Raouf, abbattuto “come un cane randagio” a Regueb (regione di Sidi Bou Zid) il 9 gennaio 2011 ripone la sua ultima speranza nell’Istanza

” non solo per me, ma per le generazioni future. Hanno definito con disprezzo la nostra rivoluzione quella degli affamati e la nostra regione per questo ancora è marginalizzata. Finché non verranno raggiunti gli obiettivi della rivoluzione, continueremo a rimanere in questa condizione. Per quegli obiettivi è morto mio figlio a 25 anni, colpito da un proiettile in pieno petto. Chiedo che il verdetto del tribunale militare che ha mandato liberi i responsabili venga annullato e si facciano nuovi processi nei tribunali civili”

Richiesta condivisa da Rabbah Drissi, madre di Slah Dachraoui, il primo a cadere a Kasserine l’8 gennaio 2011, si era unito alle manifestazioni contro Ben Alì . Anch’essa, senza una lacrima, con il ritratto del figlio stretto al petto.

Il giorno precedente la fuga del dittatore Ben Alì, 13 gennaio 2011, alla rue de Lyon, a Tunisi,  è caduto Anis Ferhani: la madre Fatma ricorda compostamente quelle ore drammatiche in cui ad Anis, ferito alle gambe, fu impedito di accedere alla Protezione Civile per cui ha finito per morire dissanguato.

“Voglio solo che giustizia sia fatta, credo nelle istituzioni e nello stato di diritto. E’ grazie al sacrificio dei nostri figli se possiamo goderne. Ma sono sei anni che aspettiamo almeno la lista definitiva dei martiri”.

E agita di fronte ai membri dell’Istanza il cellulare del figlio, macchiato del suo sangue che lei ha lasciato seccare.

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Ourida Kadouss, Rabbah Drissi e Fatma Ferhani. Crédit photo: Instance Verité et Dignité Media Center

Fra gli interventi che hanno maggiormente commosso gli astanti: quello della moglie e della madre di Kamel Matmati di Gabes, il cui caso appartiene a una categoria di cui poco si é parlato in passato, quella dei “desaparecidos“: prelevato dalla polizia sul luogo di lavoro il 7 ottobre del 1991, la sua morte verrà rivelata alle due donne solo nel 2009. Impossibile trattenere le lacrime ascoltando le vicissitudini della madre malata che veniva inviata da un carcere all’altro, dal nord al sud del paese, senza che nessuno dei responsabili ammettesse il decesso di Kamel. Di una moglie che per tre anni ha portato indumenti puliti al marito e alla quale venivano restituiti invece di quelli usati, altri vestiti puliti. Kamel Matmati era già morto sotto tortura tre giorni dopo il suo prelevamento.

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La moglie e la madre di Kamel Matmati Crèdit photo: Instance verité et Dignité Media center

“Voglio che la memoria di mio marito venga riabilitata, che i suoi assassini vengano puniti, ma soprattutto voglio conoscere il luogo dove è stato sepolto”.

E quando il microfono passa allo studioso e ricercatore Sami Brahim è la realtà bestiale e disumana della tortura che si riversa in una sala attenta e commossa. Simpatizzante del movimento islamista, Brahim ha subito un calvario di 8 anni in 14 carceri del paese, in cui ben poco gli è stato risparmiato e di cui parla con dignità, superando un pudore che si intuisce appartenere al suo carattere. Stupro, etere spruzzato sulle parti intime, due settimane di percosse con la testa infilata nella tazza del bagno per farlo confessare, interrotte solo da pasti sostanziosi per farlo rimettere in forza e subire ulteriori sevizie.

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Sami Brahim e Gilbert Naccache Tratta dalla trasmissione della TV Nazionale

“Una delle cose però che sento ancora è lo schiaffo di “Boukassa” (noto torturatore il cui vero nome è Abderahmane Gasmi)  “parlo per liberarmi, perché si possa andare avanti, per mia figlia. Ho scelto una vita difficile che però mi ha arricchito intellettualmente e non ho svenduto i miei principi. Voglio dire ai miei torturatori: se mi riconoscete, sapete che sono sincero. Venite qui a spiegare le vostre ragioni, sono pronto a perdonarvi se venite qui. Vi aspetto. Per favore, restituiteci la tranquillità, rassicurateci sul fatto che nessuno più verrà violentato. Tutto questo percorso servirà a trovare la riconciliazione sociale per passare alla fase successiva”

E passa idealmente il testimone a un famoso uomo di sinistra, Gilbert Naccache che conclude la prima serie di audizioni, tracciando la cornice storica degli anni della dittatura di Bourghiba.

“Rendo innanzitutto omaggio ai martiri e ai feriti della rivoluzione che ci hanno permesso di vivere questa giornata storica. Ringrazio tutti quelli che rifiutarono la grazia presidenziale ai tempi di Bourghiba e che hanno mostrato il percorso a chi sarebbe venuto dopo.”

E’ chiaro come una profonda esigenza interiore lo spinga a inquadrare la sua esperienza in un periodo storico che per buona parte dei tunisini e delle tunisine, ma soprattutto in occidente è considerato come “eroico” e “fondatore dello stato moderno” tunisino.

“La modernizzazione in Tunisia è stata in realtà un prolungamento del colonialismo.”

Fra i fondatori del gruppo di sinistra “Perspectives” e ingegnere agronomo, Naccache, nato nel 1939, ha trascorso 11 anni in prigione dal 1968 al 1979, con un intervallo fra il 1970 e il 1972 che ha trascorso in residenza sorvegliata. Buona parte della sua testimonianza serve dunque a demistificare un periodo storico in cui, come agronomo al Ministero dell’Agricoltura, ha potuto assistere alla costruzione delle grandi dighe, dei grandi lavori per l’acqua che servivano principalmente a arricchire zone agricole già ricche.

” Mi chiedevo allora che fine avrebbero fatto gli “esiliati” dalle campagne: le periferie tunisine sono la risposta”.

Non si dilunga molto sulle torture subite, ma traccia un ritratto psicologico dei torturatori che

“Non sapevano neanche cosa dovessimo confessare”, erano dei funzionari che erano stati selezionati con l’unico scopo di torturare,… Ebbi l’occasione , dopo una seduta di “risuolatura”, di colpi sulla pianta dei piedi di discutere con uno di loro che appena ricevuto l’ordine di smettere di colpirmi, era divenuto amabile e premuroso con me, mi portava da mangiare e da bere, dopo avermi rinfrescato piedi e massaggiato i polsi doloranti per le manette. Era persuaso che, come semplice esecutore, sarebbe stato sempre coperto dai suoi superiori. Cercavo di convincerlo che non sarebbe stato così, e che in caso di ulteriori denunce, sarebbe stato lui il capro espiatorio, il solo responsabile. Ebbene, questo stesso torturatore sarà giudicato, dopo la terribile repressione del 1991 contro gli islamisti , per aver tagliato un dito a un imputato e condannato a cinque anni di prigione. Liberato dopo tre anni di carcere a Borj Roumi, morì dopo qualche mese, sfinito per quello che aveva subito e disperato per l’atteggiamento dei suoi superiori”

Conclude:

 Davanti a tutti gli attacchi, davanti agli ostacoli che ha subito, è possibile che l’Istanza non riesca a ristabilire completamente la dignità di tutti coloro che si sono eretti per riconquistarla. Ma essa ha già compiuto metà del suo cammino, cioè raccogliere diverse decine di migliaia di testimonianze, e ha cominciato a ristabilire la verità, almeno per quanto riguarda i diritti umani. E lo sappiamo bene, la verità è sempre rivoluzionaria”.

Si conclude così la prima seduta delle audizioni delle vittime, in cui non abbiamo udito neanche una parola di vendetta.

Usciamo commossi e coscienti di aver partecipato a un momento storico e indimenticabile della Tunisia.

Domani ci aspetta un’altra giornata memorabile.

20 novembre 2016

***

Memoria e verità, il futuro della Tunisia (seconda parte)

Patrizia Mancini - tratto da http://www.tunisiainred.org

Da Sidi Bou Zid a Sidi Bou Said” potremmo, anche troppo facilmente, sotto intitolare quanto sta avvenendo nel lussuoso locale Elyssa in cui il 18 novembre 2016 riprendono le testimonianze delle vittime.

Uno dei simboli del potere mafioso e criminale del clan di Ben Alì e della moglie Leila Trabelsi, oramai occupato da militanti, giornalisti e invitati disposti a trascorrere un’altra lunga nottata ad ascoltare le testimonianze delle vittime. Pezzi di storia da ascoltare avidamente e con rispetto, mentre già sono cominciati gli attacchi, degni del periodo della dittatura, contro i testimoni. Da chi prende in giro le madri delle vittime della rivoluzione per il loro abbigliamento a Taher Ben Hassine, politicante e giornalista vicino a Nidaa Tounes, che afferma che Gilbert Naccache non sia stato torturato. C’è invece chi, pur non avendo molta simpatia per la presidentessa dell’Instance Verité et Dignité Sihem Ben Sedrine, ritiene molto più importante sostenere il percorso, appena avviatosi, della giustizia di transizione. E c’è più di un “laico” o “modernista” che si è sciolto in lacrime ascoltando le descrizioni delle torture subite da Sami Brahim, simpatizzante islamista. Altri hanno scelto di tacere per rispetto delle vittime.

E’ il turno di Bechir Laabidi, insegnante e sindacalista, militante di sinistra di Redeyef, regione di Gafsa e di sua moglie Leila Khaled.

Bechir Laabidi et Leila Khaled Crédit photo IVD media center

Bechir Laabidi et Leila Khaled
Crédit photo IVD media center

Mi sono deciso a rendere testimonianza perché la storia è stata falsificata, per far conoscere, oltre a quello che io e la mia famiglia abbiamo subito, la situazione di marginalizzazione della regione di Gafsa e restituire alle generazioni future, la verità su quanto è successo sotto Bourghiba e Ben Alì e anche dopo la rivoluzione. A Gafsa non è cambiato nulla”

La rivoluzione, secondo Bechir Laabidi, è iniziata nel 2008 con le rivolte e gli scioperi nel bacino minerario contro la corruzione sistematica che inficiava i concorsi per entrare alla CPG (Compagnia dei Fosfati Tunisina). A differenza del 2010/2011, quando i social media non esistevano, le notizie su questa insurrezione non circolarono ampiamente e fu più facile reprimere i rivoltosi. Dopo le sommosse del pane del 1984 si è trattato del più importante movimento di protesta avvenuto in Tunisia (https://halshs.archives-ouvertes.fr/file/index/docid/410622/filename/Chouikha_Gobe_Tunisie_Gafsa_elections_2009.pdf).

Sono stato preso a scuola e trascinato per i piedi per 300 metri fino al commissariato davanti a tutti, ai miei figli, mentre i poliziotti presenti mi riempivano di colpi. Svenuto, sono stato trasportato a Gafsa”.

Mentre le donne guidavano le manifestazioni per chiedere la liberazione dei militanti arrestati, molti giovani cercarono di “emigrare” per protesta in Algeria, ma furono arrestati, fra questi il figlio di Bechir Laabidi, Moudhafer.

E’ difficile far capire cosa significhi stare in prigione con il proprio figlio, l’ora d’aria insieme a lui e ai miei studenti…percosso e minacciato continuamente di essere violentato di fronte a lui o di violentarlo davanti a me. Moudhafer era in una cella accanto alla mia e potevo sentire le sue grida e i suoi lamenti mentre lo torturavano. E il sentimento di orgoglio per non essermi piegato si è trasformato in senso di colpa per essere stato in qualche modo la causa delle sue sofferenze ”.

Nei passaggi da una prigione all’altra al sindacalista non verrà risparmiato nulla e una grave malattia gli farà perdere 30 chili. Per quattro mesi incatenato al letto, fu portato in tribunale a Gafsa in ambulanza.

Leila Khaled, trentaquattro anni a fianco di Bechir e “della giustizia”, aggiunge il marito, prende la parola per descrivere le persecuzioni e le umiliazioni che ha dovuto subire.

Quando andavo a visitare mio marito in prigione a Gafsa ero sempre seguita da un auto della polizia, poi mi impedivano di andare  a Tunisi alla prigione di Mornaguia. Trovavo la polizia a casa dei miei genitori e alle mie figlie erano negata l’iscrizione a scuola”

Moudhafer, con il viso gonfio e pieno di lividi, diceva a sua madre di tenere la testa alta, di non piangere. Lui non c’è, ma la sua storia e quella di Bechir, Leila, Adnen, Adel o Haroun è stata magnificamente portata sullo schermo da Sami Tlili con il documentario “Maudit soit le phosphate” (Maledetto il fosfato).

La seconda testimonianza riguarda l’omicidio di Nabil Marakati ed è il fratello Ridha che inizia con un omaggio alle vittime della rivoluzione del 2010/2011.

Nabil Marakati, ingegnere di Garfour, regione di Siliana, era un militante del Partito Comunista Operaio Tunisino (POCT).

Ridha Marakati Crédit photo IVD Media center

Ridha Marakati
Crédit photo IVD Media center

“Mio fratello era una persona gentile, aperto al confronto con tutte le tendenze politiche, con una grande voglia di conoscenza, aveva scelto di rimanere a lavorare come maestro nella nostra regione, pur avendo la possibilità di trasferirsi a Tunisi.”

Arrestato il 29 aprile 1987 per aver diffuso volantini che denunciavano la politica repressiva di Bourghiba, Nabil, che aveva attivamente partecipato nel 1983/84 alla “rivolta del pane”, verrà torturato dal capo della polizia locale e da due agenti: violenze sessuali, capelli bruciati, unghie strappate con le pinze per costringerlo a fare i nomi dei suoi compagni, nomi che non verranno mai pronunciati dalla bocca del militante comunista.

L’8 maggio 1987 il suo corpo verrà ritrovato all’alba in uno scarico fognario,un foro di proiettile alla tempia e una rivoltella posta al suo fianco, in un rozzo tentativo di far credere al suicidio.

Il suo viso sembrava una maschera della morte dell’epoca punica… L’alba, le sfumature rosee del mattino di cui i poeti fanno l’elegia sono diventati per me, uomo di campagna abituato ad alzarmi presto perché amavo particolarmente questo momento della giornata, una visione orrifica, un inferno e sarà così fino alla mia morte, fratello”

Per più giorni la sua famiglia e i militanti guideranno le proteste a Garfour e il Ministro degli Interni dell’epoca, un certo Ben Alì, decreterà il coprifuoco per 15 giorni. Per calmare la rabbia popolare, il capo della polizia locale verrà giudicato e condannato a 5 anni di carcere per abuso di potere. Ma tutta la famiglia Marakati continuerà a essere perseguitata dalla polizia per molto tempo. Ridha Marakati chiede che il posto di polizia di Garfour divenga una sede per le associazioni locali e dichiara:

“la responsabilità di quello che è successo non è soltanto di quelli che lo hanno ucciso, ma anche di chi ha taciuto”.

Solo lo scorso luglio il Presidente della Repubblica ha proclamato l’8 maggio giornata nazionale contro la tortura.

Non abbiamo neanche il tempo di tirare il fiato, la prossima audizione sarà una delle più dure da ascoltare, riguarda l’assassinio di Fayçal Baraket, militante del partito islamico Ennahdha e i patimenti di tutta la sua famiglia. La famiglia Baraket ha avuto il coraggio di cercare la verità anche sotto il regime di Ben Alì, sporgendo denuncia presso il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura nel 1994: a causa di ciò tutti i membri hanno subito vessazioni, arresti e violenze. Ne parlano la madre Khira e il fratello Jamel:

Jamel Baraket e sua madre Khira Crédit photo IVD Media Center

Jamel Baraket e sua madre Khira
Crédit photo IVD Media Center

Mio figlio Fayçal era già stato imprigionato e torturato per 5 mesi sotto Bourghiba nel 1987, venne liberato un mese dopo la presa di potere di Ben Alì che aveva promesso di fare tabula rasa col passato. Faiçal, sempre brillante negli studi, dovette abbandonare l’università , dopo due anni in cui stranamente non riusciva a passare gli esami.”

il 1 ottobre 1991 la polizia, sfondando le porte, fa irruzione nell’abitazione della famiglia Barraket, cercando i figli di Khira. Quattro di loro, pistola alla tempia, verranno arrestati e portati al commissariato. L’8 ottobre 1991 Fayçal muore orrendamente torturato nelle segrete del commissariato, in presenza di suo fratello Jamel. Un randello di 15 centimetri infilato nell’ano ha provocato la lacerazione della giunzione rettosigmoidea. La polizia dichiarerà che Fayçal è morto in un incidente stradale. Mentre Jamel è ancora prigioniero e sotto tortura, ai genitori, come sempre, verrà negato che sia in una delle prigioni del governatorato di Nabeul.

Khira, asciugandosi le lacrime, passa il microfono a Jamel che parlerà, secondo le sue parole, in duplice veste di fratello di Faiçal e vittima lui stesso di tortura. Durante il suo racconto avrà sempre gli occhi lucidi. Due mesi di inferno, incarcerato a Nabeul e poi ancora quattro mesi nei sotterranei del Ministero degli Interni.

C’era un campanello che suonava per avvertire che sarebbero venuti a prendere i detenuti per le udienze processuali, ma al tempo stesso arrivava la squadra dei torturatori…Ancora oggi appena mi capita di vedere un poliziotto, anche solo uno che dirige il traffico, mi metto a tremare…“ A volte selezionavano uno di noi per torturarlo di fronte a tutti gli altri…ricordo un uomo che a seguito delle bastonate perse un rene e uscito dal carcere divenne completamente pazzo.

Jamel prosegue affermando di aver raccolto numerose testimonianze delle azioni perpetrate sul fratello, ma che solo nel 2013 la sua famiglia, supportata dall’Organisation contre la torture en Tunisie, ha ottenuto la riapertura del caso. Quattro medici, nominati dal Commissariato ONU per i diritti Umani e da Amnesty International, ottennero la riesumazione della salma la cui ispezione confermò le torture subite.

A Menzel Bouzelfa una piazza è stata dedicata alla memoria di Fayçal Baraket.

La successive testimonianze riguardano il militante islamista Kassem Al Chamki, morto sotto tortura a Nabeul il 27 ottobre 1991, nello stesso posto di polizia dove era stato ucciso Fayçal Baraket e Basma Albali , costretta a 17 anni a lavare dal pavimento il sangue di Faycal Baraket.

E per la prima volta in assoluto rende testimonianza pubblica un anziano combattente contro la colonizzazione francese appartenente al movimento youssefista, Hamadi Garess. 84 anni ben portati, con grande fierezza, Garess ricorda alcuni terribili episodi della lotta contro i francesi come l’occupazione del villaggio di Tazarka in cui, secondo il suo racconto, vennero violentate le donne e uccisi dei neonati. Sarebbe stato questo l’episodio chiave che fece rifiutare a Salah Ben Youssef le negoziazioni che invece Bourghiba aveva intrapreso con i francesi che avevano di patteggiare, a condizione della resa delle armi da parte dei tunisini.  Fu così che Bourghiba, con l’inganno, si fece consegnare le armi dalla fazione vicina a Ben Youssef.

Hamadi Garess Crédit photo: IVD Media center

Hamadi Garess
Crédit photo: IVD Media center

La missione per cui oggi sono qui è di chiedere alla istituzioni giudiziarie di riaprire i dossiers riguardanti le vittime appartenenti al movimento di Salah Ben Youssef, di portare avanti una nuova inchiesta sui processi e le condanne di queste persone, siano essi vivi o defunti,  per conoscere i nomi di chi ha dato gli ordini…nel periodo 1955-56.. “

Ricordiamo che Salah Ben Youssef da alleato di Bourghiba divenne suo nemico, fu espulso dal partito Destour durante il Congresso che il partito tenne nel novembre 1955 e animò la lotta contro Bourghiba nel Sud del paese. Condannato a morte per ben due volte, fra il 1957 e il 1958, fuggì di prigione e si rifugiò in Libia, Egitto e poi in Germania. Venne assassinato da due sicari di Bourghiba a Francoforte il 12 agosto 1961.

Hamadi Garess afferma che fra gli occupanti francesi e il Comandante Supremo (appellazione con cui amava farsi chiamare Habib Bourghiba) vi fossero accordi per spezzare le ultime sacche di resistenza nel paese. La cosa più grave fu che, anche dopo la proclamazione dell’indipendenza del paese, truppe francesi rimasero sul territorio, continuando ad attaccare i resistenti che si erano dati alla macchia e  bombardando le alture su cui si erano rifugiati.

Come è potuto succedere? Erano bombardamenti fatti con l’avvallo di Bourghiba? Sono sicuro che sulle montagne ci siano ancora i corpi di quei combattenti …”

Chiedo ai nostri governanti? Com’è possibile che ancora oggi, al centro di Tunisi, vi sia una via dedicata a De Gaulle? “

.Si conclude in questo modo la seconda giornata di audizioni pubbliche, altri pezzi di storia che, a ritroso nel tempo, si vanno a incastrare in quel puzzle che appariva irrisolvibile prima del certosino lavoro di ricomposizione dell’Instance Verité et Dignitè. Dalle madri dei martiri della rivoluzione del 2010/2011 ai panarabisti di Salah Ben Youssef, la Tunisia ha cominciato finalmente a guardarsi allo specchio per demistificare oltre sessant’anni di occultamento della verità.

Da domani niente sarà come prima.

La prima parte dell’articolo: http://www.tunisiainred.org/tir/?p=6908

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Novembre 2016 20:12

«Ankara farà esplodere la guerra civile con i kurdi»

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Intervista al giornalista turco Zeynalov: «I conflitti in Siria e Iraq servono ad allungare lo stato di emergenza necessario a reprimere le opposizioni». Un altro deputato Hdp arrestato, convocati gli ambasciatori europei

Erdogan comiziodi Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 8 novembre 2016, Nena News – Le porte delle celle turche continuano ad aprirsi: ieri è stato arrestato un altro parlamentare dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda decapitata da un’ondata di arresti senza precedenti. È stato preso ieri ad Hakkari Nihat Akdagon, uno dei tre deputati che mancavano alla lista nera di Ankara. Non cessano nemmeno le proteste, violentemente attaccate dalla polizia: ieri è toccato ad una manifestazione indetta da organizzazioni di donne, aggredite con proiettili di gomma a Istanbul.

All’autoritarismo governativo, l’Hdp ha risposto domenica annunciando la sospensione delle attività parlamentari, interne all’assemblea e nelle commissioni. Quasi una secessione dell’Aventino, se ci è permesso il paragone, a cui reagisce il premier Yildirim: dopo aver arrestato 12 deputati Hdp, minaccia di accusare di tradimento gli altri 46 se non si presenteranno in parlamento. Ma li accusa anche di finanziare il terrorismo, pur volendoli seduti sugli scranni parlamentari: domenica ha parlato di trasferimento di denaro dai comuni guidati dall’Hdp al Pkk.

Una guerra senza quartiere, che arriva all’Europa: ieri il governo ha convocato gli ambasciatori dei paesi della Ue per le condanna espresse dopo gli arresti. Ne abbiamo parlato con il giornalista turco di origine azera Mahir Zeynalov, editorialista di Al Arabiya e commentatore per Cnn e Bbc, deportato dal paese nel febbraio 2014.

Cosa ci si deve aspettare dalla nuova ondata repressiva?

Con la crescente repressione contro media e politici kurdi, il governo turco li sta portando al limite: aprirà ad una battaglia interna tra kurdi e esercito, una guerra civile che potrebbe allargarsi ulteriormente. Sono le azioni di Ankara a rendere concreto un simile scenario.

L’obiettivo è distruggere la sola opposizione al presidenzialismo. Ma l’attacco va letto anche come parte di una strategia più ampia che coinvolge Siria e Iraq?

Erdogan non tollera chiunque metta in dubbio la sua autorità mentre è alla caccia di pieni poteri presidenziali. Lo stato di emergenza è lo strumento perfetto per la sua campagna di eliminazione delle opposizioni. Per questo, ha bisogno del caos. Le guerre in Siria e Iraq, come quella nel sud-est turco, sono buone ragioni per ampliare lo stato di emergenza. Provocando un’escalation dei conflitti nei due paesi vicini e inviandoci l’esercito, Erdogan prova a convincere l’opinione pubblica che il governo sta affrontando nemici sia all’interno che all’esterno. E questo gli permetterà di ampliare lo stato di emergenza e reprimere ogni dissidente.

Quali settori della società sostengono Erdogan?

Gode di un ampio e fedele sostegno dalla base della società turca, per lo più conservatrice e nazionalista. Non manca un numero significativo di kurdi conservatori che, come in ogni autocrazia, sperano in affari lucrosi o posti di lavoro.

La guerra all’Hdp può essere vista anche come uno scontro tra visioni socio-economiche? Neoliberismo contro un’idea più egualitaria di società?

Non sono certo che sia causa di frizione. Ci sono gruppi che non si sono piegati a Erdogan e i kurdi sono uno di questi. Li vuole punire, è semplice.

Perché il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il Pkk?

Dopo che Erdogan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno 2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a novembre 2015 ha preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo.

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Il vero golpe turco: Erdoğan fa arrestare i deputati curdi dell'Hdp

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Arrestati questa mattina 11 deputati curdi dell'Hdp, tra cui i co-presidenti del partito Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Social network bloccati e internet oscurato. Spari su un presidio di solidarietà a Diyarbakir. Bomba contro una centrale “anti-terrorismo”

tratto da http://www.dinamopress.it

Una vasta operazione di polizia contro il partito di opposizione Hdp è scattata questa notte in Turchia. Sono stati emessi mandati di arresto contro molti dei deputati del partito filo-curdo. Al momento, almeno 11 parlamentari sono già stati trasferiti in carcere, tra loro i due co-presidenti del partito Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Gli altri arrestati sono: Sirri Sureyya Onder, Ziya Pir, Ferhat Encü, Leyla Birlik, Mehmet Ali Aslan, Nursel Aydoğan, Gulser Yildirim, Idris Baluken, Abdullah Zeydan. Anche Tugba Hezer, Faysal Sariyildiz, Imam Tascier and Nihat Akdogan sono ricercati. Hezer e Sariyildiz dovrebbero trovarsi all'estero, mentre Tascier e Akdon risultano irreperibili.

Sembra siano state smentite le notizie sui mandati di arresto contro tutti e 59 i deputati dell'Hdp. Ma non si esclude un nuovo giro di vite nei prossimi giorni. Del resto, al di là delle accuse di sostegno al “terrorismo” attraverso cui Erdogan liquida quotidianamente pezzi di opposizione, si tratta di una chiara operazione politica, che era nell'aria già da mesi. A maggio, molto prima del tentato golpe, il governo aveva fatto approvare la revoca dell'immunità parlamentare. Intervistato da DINAMOpress, Faysal Sariyildiz, uno dei deputati ricercati, dichiarava: "Questa misura è contro le opposizioni e soprattutto contro l'HDP perché nonostante l'immunità viene revocata a tutti i parlamentari, non tutti saranno trattati allo stesso modo o arrestati. Si tratta di una decisione per far arrestare i deputati curdi e per cancellare l'area politica dell'Hdp".

La situazione si è ulteriormente deteriorata a seguito del fallito colpo di Stato. Da luglio, il paese vive un rapido aumento dei poteri di Erdogan e quasi quotidianamente ci sono nuovi arresti e nuove misure liberticide: indizione dello Stato di emergenza; sospensione della Convenzione europea sui diritti umani; gigantesche purghe nel settore pubblico, con oltre 10mila dipendenti licenziati; espulsione dall'università di centinaia di professori, gli ultimi 27 cacciati l'altro ieri; chiusura di decine di giornali e tv d'opposizione, proprio pochi giorni fa veniva arrestato il direttore del quotidiano Cumhuriyet.

Durante l'operazione contro il partito Hdp, i social network sono stati oscurati e internet è stato tagliato in alcune zone del paese. Proprio in questi minuti la polizia turca ha attaccato gli avvocati che si erano recati dai deputati arrestati per difenderli e ha aperto il fuoco sulla gente che protestava a Diyarbakir. Sempre nella capitale del Kurdistan turco è esplosa un'autobomba che ha seriamente danneggiato l'edificio che ospita la centrale anti-terrorismo, dove nei mesi scorsi sono state pianificate numerose operazioni contro presunti membri del PKK e contro tantissimi civili. causando numerose vittime tra la popolazione curda. Pare che alcuni militari siano rimasti uccisi nell'azione.

Con la neutralizzazione del principale partito di opposizione, punto di riferimento per i curdi e le altre minoranze, il paese controllato da Erdogan compie un ulteriore, gravissimo passo in avanti verso un autoritarismo senza ritorno. Cosa dirà la comunità internazionale? Cosa diranno gli alleati della NATO? Renzi cambierà idea rispetto alle dichiarazioni che aveva rilasciato il 16 luglio scorso? In quell'occasione, dopo che il colpo di Stato dei militari era fallito, aveva dichiarato alla stampa: «Sollievo, prevalgono stabilità e democrazia». E ancora: l'Unione Europea continuerà a considerare paese terzo sicuro verso cui deportare i profughi in fuga dalla guerra uno Stato in caduta libera verso una dittatura dai tratti ormai chiaramente fascisti?

4 novembre 2016

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Come l’Unione Europea si prepara “agli anni delle cento guerre"

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Unione Europea militare

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Le continue escalation imposte dalla competizione globale e il clima da “anni delle cento guerre” che si respira nel mondo, non lasciano affatto indifferenti né inerti le classi dominanti europee. E’ ormai da quando con la Brexit si è tolto di torno “l’impaccio britannico”,  chei governi europei stanno accelerando sul processo di concentrazione e cooperazione sul piano militare.

La newsletter Affari Internazionali (espressione dell’Istituto Affari Internazionali), riferisce che:

i ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna “hanno recentemente presentato ai colleghi degli altri Paesi Ue un documento congiunto contenente alcune proposte, abbastanza concrete e ambiziose, per una maggiore cooperazione e integrazione europea nel campo della difesa”.

Come noto ci sono diversi stati europei ancora molto legati agli Usa (vedi i paesi dell’est e quelli baltici) e che, per conto del loro mandante, recalcitrano all’idea di un esercito europeo, magari coordinato con la Nato, ma autonomo dagli Usa.

La soluzione avanzata dal nucleo duro militarista (Germania, Francia, Italia, Spagna) è quella del Pesco (Permanent Structured Cooperation) ossia le cosiddette cooperazioni rafforzate fondate sul “chi ci sta, ci sta”, un po’ come avvenuto per l’adozione dell’euro. L’ancoraggio istituzionale europeo del documento dei quattro paesi è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte attuazione della “EU Global Strategy” presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno.

E’ ancora Affari Internazionali a sottolineare come tra le quattro principali potenze europee vi siano già una serie di cooperazioni industriali strategiche incrociate, a partire dal consolidato asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), le cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nell’aereospazial e nella cantieristica navale) e italo-tedesche.  Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiana sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda).

Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro paesi in questione tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo – il Male – entro il 2025. E’ la rivista specialistica Analisi Difesa a riferire che dall’inizio di settembre è iniziata una nuova fase per il Drone Europeo. Il contratto per lo studio di definizione del Drone Europeo (Male RPAS – Medium Altitude Long Endurance Remotely Piloted Aircraft System), assegnato a Leonardo-Finmeccanica, Airbus e Dassault Aviation, è stato ufficializzato nel corso di una riunione per l’avvio del progetto presieduta da OCCAR, l’Organizzazione Europea per la cooperazione in materia di armamenti. Presenti i rappresentanti delle industrie coinvolte e dei paesi partecipanti al programma: Italia, Francia, Germania e Spagna.

In pratica, e senza troppo clamore, da tempo è andato costituendosi un complesso militare-industriale europeo avanzato e competitivo anche verso il vecchio monopolio statunitense.
Quali sono le altre proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni militari Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il “dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue”. Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi.
L’obiettivo di questa concentrazione è quella di “maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali, alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo”.  Dunque le potenze europee – in particolare quelle con maggiori ambizioni militari come la Francia o economiche come la Germania – sono arrivate da tempo alla conclusione che anche sul piano militare devono costituirsi come polo, la sola dimensione nazionale non è più adeguata a reggere una competizione globale che potremmo ben definire interimperialista.

Non era stato proprio Helmut Khol ad affermare all'università di Lovanio prima e in una intervista al Corriere della Sera poi che "l'integrazione europea sarà una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo"?

29 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Ottobre 2016 17:04

Intervista. Ecco la mappa dei soggetti in campo a Mosul

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Il giornalista iracheno Salah al-Nasrawi: «Non è la fine del conflitto, ma l’inizio. La fase militare è la più semplice, molto più complessa quella politica. La Turchia è l’ostacolo peggiore, senza dimenticare gli interessi energetici: un’intera regione, da Cipro a Israele fino al Qatar, compete per vendere risorse energetiche»

Peshmerga impegnati nella controffensiva su Mosul (REUTERS/Azad La)

Peshmerga impegnati nella controffensiva su Mosul (REUTERS/Azad La)

Chiara Cruciati – tratto da Il Manifesto

Roma, 21 ottobre 2016, Nena News – La fuga, limitata dalle violenze dell’Isis, è cominciata: in 10 giorni circa 5mila iracheni della zona di Mosul sono fuggiti in Siria. Si trovano ora nel campo profughi di al-Hol, già sovraffolato. L’Onu ne aspetta molti di più. Sul campo le truppe irachene avanzano con la lentezza dovuta alla resistenza islamista, campi minati e kamikaze: si parla di almeno due settimane per entrare in città e due mesi per liberarla.

Intanto crescono le tensioni intorno alle milizie sciite: Washington – su spinta della Turchia – ieri ha ribadito di non volersi coordinare con loro, sebbene operino sotto l’ombrello governativo. I gruppi più potenti si difendono: non cerchiamo vendetta sui sunniti, dicono. Ma i timori peggiori si concentrano sulla fuga dei miliziani Isis verso la Siria.

«La fase militare è la più semplice, molto più complessa quella politica. Dipenderà da come ogni parte proverà a consolidare la propria agenda». Salah al-Nasrawi, editorialista iracheno di Al-Ahram, Bbc e Ap, guarda a Mosul con pessimismo. Ha tracciato per il manifesto una mappa dei soggetti che combattono e dei loro interessi.

Chi si trova oggi sul campo di battaglia?

Le forze che partecipano all’operazione sono distinguibili in categorie: irachene e straniere. Sul lato interno ci sono le forze di sicurezza governative – esercito, polizia federale e unità speciali di contro-terrorismo – a cui si affiancano le milizie sciite, le Unità di Mobilitazione Popolare. Sono in teoria sotto Baghdad e il suo comandante in capo, ma nella pratica hanno la loro agenda e potrebbero sorprenderci in futuro. All’interno di queste milizie non ci sono solo sciiti ma anche unità turkmene e cristiane come la Brigata Babilonia, gruppo caldeo. Si tratta di soggetti che intendono tornare nelle zone intorno Mosul a maggioranza cristiana o sciita, comunità sradicate da Daesh.

Spostandoci nel Kurdistan iracheno abbiamo i peshmerga, non certo un blocco unico: alcune unità sono sotto il Kdp (il partito del presidente Barzani), altre sotto il Puk (la fazione avversaria di Talabani) e altre ancora nate all’interno del Puk ma da cui si sono scisse. E poi migliaia di peshmerga “indipendenti”, per lo più presenti al confine con la Siria e a Sinjar, che hanno legami con i kurdi siriani, con piani diversi: rifondare il Kurdistan storico.

Sul piano internazionale c’è la coalizione a guida Usa, con alcuni paesi particolarmente attivi come gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l’Italia – presente nella diga di Mosul – e l’Australia. Il comando congiunto è a Erbil e da lì si coordina con Baghdad e Erbil.

E poi c’è la Turchia.

Ankara è il principale ostacolo perché non intende coordinarsi con il governo iracheno ma solo con Barzani e le tribù sunnite che addestra da tempo. Non vuole andarsene dall’Iraq, sulla base di quelli che chiama “diritti storici” su Mosul. Una narrativa pericolosa: altri potrebbero usarla per rivendicare territori, come l’Iran. L’insistenza turca si fonda sull’obiettivo di impedire la nascita di un grande Kurdistan: mantenendo truppe a Bashiqa e Mosul, creerà una situazione simile al nord della Siria anche grazie all’eventuale sostegno sunnita e turkmeno.

Tanti attori, tante agende: un conflitto nel fronte anti-Isis è probabile?

La mappa che abbiamo disegnato lo spiega bene: ognuno di questi soggetti combatte nello stesso luogo ma con obiettivi opposti. Senza coordinamento sul futuro di Mosul e dell’Iraq è probabile che a breve si combattano tra loro. Manca un piano politico: si parla di riconciliazione ma emerge solo disgregazione. Il governo iracheno e l’Iran, dopo aver investito denaro, energie e sangue, intendono riprendere Mosul, evitare la divisione del paese e sradicare non solo l’Isis ma tutti i gruppi estremisti sunniti per ricreare un asse sciita solido. Turchia e Usa puntano all’opposto. E Erbil vuole salvaguardare la sua autonomia e magari tramutarla in indipendenza.

Mosul non è la fine del conflitto, ma l’inizio. Un inizio reso peggiore da eventuali abusi sui civili sunniti e dalla fuga dalla città di migliaia di miliziani islamisti. Dove andranno? Le speculazioni sono molte: rapporti credibili parlano di un probabile ritorno dei foreign fighters ai paesi di origine attraverso la Turchia, da cui sono anche entrati. Erdogan gli ha permesso di entrare ed è possibile che ora gli copra la fuga, con un’Europa che non sa costringere Ankara ad un accordo in merito.

Come si inserisce in tale contesto la questione energetica?

Russia e Turchia hanno firmato da poco un accordo sul Turkish Stream, con un’intera regione che va da Cipro a Israele fino al Qatar che compete per vendere risorse energetiche. Senza accesso al mercato europeo, alcuni attori potrebbero interferire per ritagliarsi il proprio pezzo di export. Senza dimenticare l’Iran che rende la competizione ancora più stringente. Il conflitto non riguarderà solo il gas ma anche il controllo del territorio all’interno del quale le condutture correranno, in direzione Europa.

Sullo sfondo sta la graduale e incessante disgregazione degli Stati-nazione. Guardate a Erbil: ha assunto il controllo di porzioni di territorio che non intende dare indietro. O ascoltate Erdogan: martedì ha di nuovo parlato del suo piano B, restare a tempo indeterminato in Iraq su “invito” del Kurdistan iracheno. Questo creerebbe una nuova realtà sul terreno e porterebbe all’ufficiosa ma forse definitiva divisione dell’Iraq. Un paese che non vedrà stabilità e pace per anni. Forse l’obiettivo statunitense: dopotutto Obama non ha fatto che proseguire la via tracciata da Bush.

21 ottobre 2016

vedi anche

Il piano turco per Mosul

http://www.uikionlus.com/il-piano-turco-per-mosul/

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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Ottobre 2016 09:08

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