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L'era dei robot. Anche l'Onu lancia l'allarme

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L'apertura del nostro giornale cartaceo di settembre, il numero 118, titolava "L'era dei robot". Ieri anche Il Sole 24 ore ha dedicato un articolo all'allarme lanciato dall'Onu, sulla sostituzione dei lavoratori con macchine, che potrebbe portare a un rimpiazzo del 66% del lavoro umano. Riteniamo fondamentale che i compagni e chi in genere si occupa di politica o di sindacato, spenda un po' di riflessioni sull'argomento. Si sta parlando dell'inevitabile prossimo futuro. Ci sarà solo da adeguarsi mentalmente a questa prospettiva e studiare velocemente contromisure per arrivare preparati a concepire il modello che si prospetta nel prossimo futuro (che è già presente come si vede da questa puntata di Presa Diretta):

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10155306008427627&id=51929902626).

A questo link potete trovare un articolo del giugno 2013 del MIT sul tema.

redazione, 19 novembre 2016

***

L'era dei robot

La progressiva sostituzione della manodopera e dell'intelletto umano con la tecnologia (robot ed algoritmi) creerà sempre più disoccupati, creando un cortocircuito fra domanda e offerta di beni e servizi. Il reddito garantito è l'unica via di uscita, oltre a quella di ripensare i sistemi di produzione e di consumo

robot lavoratoriIl capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann pochi mesi fa ha fatto una serie di dichiarazioni che sono un chiaro affresco del presente e del futuro del sistema di produzione capitalistico: “Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone e non verranno rimpiazzate“. Aggiungiamo noi che verranno rimpiazzate dalla tecnologia, in particolare dai robot che fanno ormai lo stesso lavoro, con maggiore velocità e precisione, senza stancarsi e senza protestare e tantomeno scioperare. Aumenteranno semmai i costi di manutenzione, ma anche l'essere umano è soggetto ad assenze e salute cagionevole. Ma il nodo è che il robot costa meno. Ed è proprio questo il punto che Neumann tende a sottolineare: “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10 […]. Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai 5 euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio”. Tutto chiaro e comprensibile. C'è però un problema. Il ciclo del capitalismo si basa su un legame fra produttore (il padrone), lavoratore (colui che riceve il salario) e consumatore (colui che compra i beni prodotti con il proprio salario). Ma l'immissione diffusa di tecnologia e robot rompe questa storica catena e crea un vuoto.

Chi comprerà i beni prodotti dai robot se una larga parte della forza lavoro si ritroverà disoccupata e senza un reddito? Si potrebbe rispondere che se i robot potranno sostituire il lavoro manuale dell'operaio in catena di montaggio oppure la tecnologia sostituire in toto il benzinaio alla pompa di benzina, ci sarà sempre un essere umano a fare la fase di progettazione oppure quella di stoccaggio e distribuzione oltre al fatto che il terziario (servizi e commercio) è in ascesa e compenserà la perdita di manodopera operaia. Purtroppo non è così perchè se è vero che la progettazione, la logistica e il marketing sono tre fasi che sono state molto sviluppate negli ultimi decenni, non bastano a compensare la perdita di posti di lavoro e anche queste sono soggette ad una progressiva tecnologizzazione e informatizzazione da rendere l'utilizzo di personale umano sempre più marginale.

Come è possibile? Lo abbiamo potuto analizzare e dibattere andando alla presentazione del libro del giornalista Riccardo Staglianò “Al posto tuo - Così Web e Robot ci stanno rubando il lavoro” in una iniziativa della libreria Erasmo quest'estate a Livorno. Un dibattito che ha allargato moltissimo il campo della futura disoccupazione tecnologica. Non si è parlato infatti dell'operaio ormai soppiantato dai robot sulle classiche linee di fabbrica, ma di tutta una serie di professioni, compresa quella del giornalista, che saranno soppiantate dal web, algoritmi in grado di scrivere articoli di giornale di senso compiuto (in particolare le analisi sui flussi finanziari), università digitali e robot-medici. Senza considerare il capitolo dei classici Uber, Amazon o Air B&B che se da una parte rappresentano per molti un'opportunità per consumi e servizi a minor costo, dall'altra parte impoveriscono i territori diventando un trasferimento netto di ricchezze dai luoghi dove viviamo e di cui poi possiamo beneficiare indirettamente (attraverso tasse e circolazione di denaro), a paradisi fiscali, megaziende o proprietari immobiliari che di tasse ne pagano meno anche dei pur numerosi evasori locali. Non molti sanno, ad esempio, che il fenomeno AirB&B ha fatto sì che in molte città siano aumentati vertiginosamente gli affitti perché molti proprietari tengono le case vuote a disposizione di turisti o persone di passaggio con cui guadagnano di più e probabilmente evadono meglio. Come ha detto Staglianò: “Con il nostro modo di consumare ci stiamo scavando la fossa da soli”.

Che fare? Non è certo possibile concludere nelle poche battute di un articolo cartaceo un ragionamento di sistema così complesso su sistemi di produzione, redistribuzione e consumo, ma ci è sembrato molto semplice e chiaro un articolo di Giorgio Gattei su Sbilanciamoci.info da titolo “Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti” ed il cui occhiello è comprensibile a tutti noi: “Nell'era della disoccupazione tecnologica, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci”. Ci arriva da un semplice assunto: se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, cioè che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende. È questa la disoccupazione tecnologica. E le parole di Neumann con cui abbiamo iniziato l'articolo ce lo confermano. Il reddito non è dunque niente di rivoluzionario. E’ una misura urgente e necessaria di redistribuzione che favorisce anche il sistema. Per vivere meglio invece servirebbe ripensare il modello di vita e consumi, quello di produzione e la proprietà dei mezzi. Questo sì sarebbe rivoluzionario.

tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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