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Non siamo tutti Charlie Hebdo. Orrori ed errori dalla regione parigina

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charlie hebdo jeu feuQuello che è accaduto ad una dozzina di persone, essere scannate per una questione di vignette, è un abominio. Non solo per la questione in sé, e basterebbe, di fare una strage per problemi con il senso dell’ironia. Ma anche perché, in questo modo, si ribadisce un potere terribile, quello dell’autorità mortifera della religione sui comportamenti difformi dalla dottrina, che in Europa era superato da secoli. E si tratta di un potere che è una peste che deve essere combattuta, mentre i suoi focolai vanno isolati, pena il ritorno di nuove e vecchie discriminazioni religiose con contorno allucinatorio fatto di miserie e di stragi.

Per questo motivo l’orrore proveniente dalla regione parigina, la strage dell’XI arrondissement, non può che essere fatto proprio. Non può che essere metabolizzato per essere evitato. Specie nel nostro paese, dove la tensione sociale latente non può certo finire nel dramma di conflitti religiosi futuri, magari alimentati dalla fiamma di una crisi di modello economico destinata a durare. Quella sensazione di gelo che ha invaso la Francia, oltre il lutto e la protesta popolare, che si insinua nella domanda su dove stia andando la propria società, deve essere fatta anche nostra. Guardando alle nostre numerose diseguaglianze sociali per fare in modo che non diventino il contesto di una serie, grottescamente distesa nel tempo, di massacri. O di una società tecnologicamente occhiuta, militarizzata, piena di leggi speciali e di invasione della più elementare privacy in nome della “lotta al fondamentalismo”. Detto questo, ribadita la consapevole assunzione conoscitiva ed etica della tragedia parigina, si tratta anche di evitare gli errori. Parlandone, è il caso di rispolverare questa espressione, con laicità. Con quello spirito di serenità, tipico della migliore cultura laica, che emerge proprio nei momenti difficili, controversi e drammatici.

La vicenda Charlie Hebdo, finita purtroppo in un lago di sangue, è anche frutto di una serie di errori non solo redazionali ma anche di una parte della società francese. Quella che finisce, anche senza volerlo, per sovrapporre i diritti dell’uomo, e la conseguente libertà di opinione, allo scontro tra civiltà. Proprio come volevano gli apprendisti stregoni neocon di Bush. Quelli che volevano legittimare la rapina delle risorse e delle materie prime dei paesi non occidentali come uno scontro della libertà contro la barbarie. E infatti la vicenda parigina si legge così: la libertà, di espressione, contro la barbarie islamista. E, senza fare la minima concessione ai macellai di Charlie Hebdo, deve essere chiara una cosa: tutte le volte che si legittima lo schema libertà occidentale contro barbarie islamista si legittimano nuove guerre e si producono nuovi, drammatici conflitti interni. Per questo parliamo di errori della società francese.

Charlie Hebdo produceva da anni vignette contro Maometto. Come satira sui morti alle manifestazioni di protesta contro i film ritenuti blasfemi dal radicalismo islamico. Era così necessario provocare? In modo così insistito, reiterato, continuo? Si parla, non a torto, di libertà di espressione. Ma è stata usata in modo intelligente? Non dimentichiamo che un vignettista del Charlie Hebdo, Maurice Sinet, era stato licenziato nel 2008 dall’allora direttore del settimanale, Philippe Val, perché accusato di antisemitismo. Se possiamo comprendere che un direttore di un settimanale satirico licenzi qualcuno sospettato di antisemitismo, giustamente e per non essere paragonato ai periodici nazisti e antisemiti degli anni ’30, non si capisce perché questa sensibilità sia scomparsa quando si è parlato, e a lungo, dell’Islam. Licenziare un redattore sospettato di antisemitismo e pubblicare vignette con un musulmano rivolto alla Mecca, senza mutande e con una stella visibilmente piantata nel retto, è espressione di equilibrio culturale in una società come quella francese? È forse ironia contro il potere?

Questo nel momento in cui, come è accaduto in Francia, un comico come Dieudonné ha visto, a nostro avviso giustamente, bloccati i propri spettacoli a causa di contenuti antisemiti. La satira toglie l’aura sacrale al potere per rendercelo ridicolo, profano e quindi, in fondo, fenomeno umano tra gli umani. Ma il rapporto tra satira e libertà, quello da difendere, è nei confronti della critica al potere. La Francia ha milioni di persone la cui maggioranza, giova dirlo, fa parte della classi subalterne ed è di religione musulmana. Non va aggiunto a un dramma, ovvero che milioni di subalterni invece di una identità di classe ne hanno una religiosa, la beffa di trattarli pubblicamente come imbecilli per un paio di lustri. Questo tanto più in una società dove, altrettanto giustamente e a tutela dei diritti e della dignità delle donne, il velo integrale è proibito. Si tratta però di avere un equilibrio complessivo nei confronti di milioni di cittadini francesi: non è possibile proibire e allo stesso tempo anche deridere. Nessuno dovrebbe permettersi di dettare legge, nemmeno la legge, figuriamoci i singoli o i gruppi religiosi, sulla libertà di opinione. Ma questo aumenta la responsabilità di chi usa la libertà di opinione. Verso i quali, se la esercitano in modo irresponsabile, va esercitata la pressione della critica. Questo per non trovarsi in Italia un prossimo domani con i Borghezio e i Salvini che fanno a gara di “libertà” per provocare questo o quel gruppo sociale in attesa della riscossione, in termini elettorali, delle loro provocazioni. Per non aggiungere quindi ulteriori errori a possibili nuovi orrori: non siamo tutti Charlie Hebdo. Proprio perché consapevoli che Parigi si è trasformata in un mattatoio, ma per non alimentare lo scontro di civiltà, per non ritrovarsi in una società ancor più securitaria, militarizzata e ossessiva che “deve” tutelarti dai “radicalismi religiosi”. Ovvero per coniugare il grande business della sicurezza con la negazione, materiale e formale, dei diritti elementari in nome dell’emergenza. Viviamo in società dove gli aggregati sociali tendono a non esprimersi in termini di classi ma entro relazioni balcanizzate: gruppi regionali, etnici, identitari, autoreferenziali, religiosi.

È questa tendenza che, in occidente come a Singapore, oltretutto favorisce il turbocapitalismo. Ed è una tendenza che va frenata e invertita. Per non aggiungere nuovi errori, e poi nuovi orrori, all’orrore parigino di questo gennaio 2015.

Redazione - 8 gennaio 2015

 

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