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INTERNAZIONALE

Stoltenberg: “Anche militari italiani nei paesi baltici contro Mosca”

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tratto da http://contropiano.org

“Pochi uomini, presenza simbolica in una forza simbolica da quattromila unità". Così in una intervista alla Stampa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha annunciato che anche un contingente di militari italiani verrà schierato, a partire dal 2018, al confine con la Russia, a sostenere la militarizzazione dell’Europa Orientale decisa dall’Alleanza Atlantica dopo la reazione russa al golpe orchestrato da Bruxelles e Washington a Kiev.

"Faranno parte di uno dei quattro battaglioni dell'Alleanza schierati nei Paesi baltici" spiega il norvegese, arrivato a Roma per il 50esimo anniversario del Nato Defense College in Italia.

L’iniziativa "serve a dimostrare che ci siamo e siamo uniti, che abbiamo una difesa forte che garantisce la deterrenza, mentre vogliamo tenere aperto il dialogo col Cremlino" ha detto lo stesso Stoltenberg al quotidiano torinese. A parte il fatto che si tratterà di qualche centinaio di militari italiani all’interno di una forza di ben 4000 uomini armati fino ai denti – e quindi affatto simbolica – ma il coinvolgimento italiano nella nuova ondata di militarizzazione e di provocazione contro la Russia non si ferma qui.

"Sempre nel 2018 – aggiunge il norvegese – l’Italia sarà nazione guida nel Vjtf, la Task Force di azione ultrarapida, la punta di lancia in grado di intervenire in cinque giorni in caso di emergenza". Poi il segretario dell’Alleanza Atlantica spiega qual è la dottrina che guiderà la sua azione nei prossimi anni: "La Nato deve essere in grado di adattarsi e rispondere alle sfide. Il messaggio è “Difesa e dialogo”. Non “Difesa o dialogo”. Sinché la Nato si dimostra ferma e prevedibile nelle sue azioni sarà possibile impegnarsi in contatti concreti con la Russia, che è il nostro vicino più importante. Non possiamo in alcun modo isolarla, non dobbiamo nemmeno provarci. Ma dobbiamo ribadire con chiarezza che la nostra missione è proteggere tutti gli alleati. Che serve una forte Alleanza non per provocare una guerra, ma per prevenirla. La chiave è la deterrenza, un concetto che si è dimostrato valido per quasi settant’anni".

Nell’intervista Stoltenberg accusa esplicitamente la Russia di voler tornare alla guerra fredda e di voler espandere la propria egemonia a scapito dell’indipendenza di altri paesi sulla base di una strategia che mirerebbe a ripristinare una vasta sfera di influenza di Mosca. "Da anni", afferma il segretario Nato, la Russia "cerca di ricostruire un sistema basato sulle sfere di influenza in cui le grandi potenze controllano i vicini, per limitarne sovranità e indipendenza. È il vecchio sistema, il sistema di Yalta in cui le potenze si spartivano l'Europa. Non lo vogliamo. Nessuno può violare la sovranità dei singoli Paesi".

Ovviamente il leader della Nato omette di spiegare che è esattamente quanto sta facendo l’Alleanza Atlantica negli ultimi venti anni – basti guardare la cartina dell’espansione ad est e a nord del patto militare atlantista dopo lo scioglimento dell’Urss – , e che buona parte delle decisioni della classe dirigente russa sono state adottate proprio in risposta alle continue provocazioni euro-statunitensi.

Nella assai istruttiva intervista il segretario della Nato ricorda che l'Alleanza ha già deciso un aumento della spesa militare, pari almeno al 2% del Pil, per tutti i paesi membri: "Bisogna aumentare la spesa. Non perché ci piace, ma perché una Difesa forte previene i conflitti". L'Italia "nel 2016 per la prima volta da tempo ha aumentato la spesa per la Difesa. Tutti devono tendere al 2%. L'obiettivo resta".

14 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Ottobre 2016 15:35

Dalla fabbrica al container: intervista a Sergio Bologna

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[Versione originale uscita in francese sulla rivista marxista online “Période”, a cura di Davide Gallo Lassere e Frédéric Monferrand] - tratto da http://www.infoaut.org

containersCo-fondatore di riviste come Classe operaiaPrimo Maggio e del gruppo Potere Operaio, Sergio Bologna esamina in quest’intervista la sua traiettoria intellettuale et politica. Dalle lotte in fabbrica negli anni ’60 ai movimenti contemporanei dei precari e dei lavoratori della logistica, passando per il movimento del ’77, Bologna intreccia storia dell’operaismo e storia delle lotte di classe in Occidente.

Potresti ritornare sulle differenti tappe che hanno scandito la storia dell’operaismo, dalla fondazione dei Quaderni rossi fino a Classe operaia?

Non vi è accordo tra di noi circa la periodizzazione della storia operaista. Secondo Mario Tronti questa storia termina nel 1966 con la fine di Classe operaia; secondo me si prolunga fino alla fine degli anni ’70. Il periodo 1961-1966 è senza dubbio quello durante il quale furono tracciate le linee fondamentali della teoria operaista da Romano Alquati, Mario Tronti e Antonio Negri. Raniero Panzieri fu anche lui un fondatore, ma non si è mai definito “operaista”. La questione della storia dell’operaismo è dunque controversa. Il mio punto di vista personale è il seguente: tra il 1961 e il 1966 sono state poste le basi della teoria; tra il 1967 e il 1973 si è cercato di verificare la capacità di queste teorie nel mobilizzare i movimenti sociali e la risposta - almeno per gli anni 1968-69 - non può essere altro che affermativa. Dopo il 1973, vedo da parte mia dei tentativi di andare oltre, dunque di superare l’operaismo ma nel senso di una certa continuità - nel caso di Toni Negri - o di trarre dall’operaismo delle conseguenze per degli ambiti culturali ampi e per dei segmenti di classe differenti dall’operaio-massa classico dell’industria automobilistica – è il caso di Primo Maggio, dove il patrimonio dell’operaismo fu rispettato in modo più “tradizionalista”.

L’esperienza di Classe operaia si è dunque fermata nel 1967. Che cos’è successo in seguito? Quali sono state le specificità del ’68 italiano? Come ti situavi in quest’epoca rispetto al PCI da una parte, e ai gruppi extra-parlamentari dall’altra?

Comincio col rispondere alla prima domanda. Che cos’è successo tra la fine di Classe operaia (1967) e la fondazione di Primo Maggio (1973)? Solamente sette anni, ma che hanno rappresentato la metà della mia vita, tanto furono intense le esperienze che feci allora. Avevo tentato di farne un racconto parziale nel 1988 in un articolo pubblicato su Il Manifesto, “Memorie di un operaista”. È appena stato tradotto in inglese. Riassumo dunque in modo telegrafico. Grande frustrazione dopo il rientro di Tronti e di altri nel PCI e la fine del progetto di Classe operaia. Sensazione di essere tradito. Ripresa del lavoro teorico. Settembre 1967, seminario di Negri a Venezia dove propongo il testo che sarà pubblicato da Feltrinelli cinque anni più tardi in Operai e stato. In questo testo si parla per la prima volta di operaio-massa (rivendico la paternità di questo termine). Ma prima di focalizzarmi sull’operaio-massa, avevo tentato di comprendere l’apparizione di nuovi tecnici di produzione, coloro che lavoravano all’applicazione della scienza nell’industria, white collars molto differenti dai vecchi impiegati. Li avevo conosciuti quando ero io stesso impiegato presso Olivetti come copywriter incaricato della comunicazione e della pubblicità del Dipartimento Elettronica. Avevo scritto per Classe operaia un articolo sulle lotte dei tecnici della manutenzione dei grossi computer sotto lo pseudonimo ridicolo di Sergio Trieste, inventato da Toni Negri. Inverno 1967, la rivolta degli studenti, vengo incaricato di tenere un corso alla Facoltà di Sociologia di Trento, guardato con diffidenza come operaista dagli studenti anti-autoritari e fortemente influenzati dai movimenti guerrilleros dell’America latina. Ma intrattenevo degli ottimi rapporti con degli studenti-lavoratori, salariati in azienda. Incomincio così a reclutare dei nuovi militanti per il progetto operaista, ricomponendo il tessuto dei contatti di Classe operaia a Milano, Lodi, Varese, Como, Monza, Pavia…

Maggio ’68, la Francia. Io e Giairo Daghini partiamo per Parigi, e vi rimaniamo fino alla fine di maggio. Al ritorno, lavoro all’articolo che sarà pubblicato dai Quaderni Piacentini (ristampato da DeriveApprodi nel 2008). Questo articolo scatena un’enorme discussione nelle facoltà occupate. Poco a poco, le idee operaiste marginalizzano le tendenze antiautoritarie e terzomondiste. In particolare nelle facoltà scientifiche, interessate anche al nostro discorso sui tecnici. La rivolta operaia si prepara nell’industria della chimica, a Porto Marghera con Potere Operaio veneto-emiliano e a Milano con il Comitato di Base Pirelli. Redigo due opuscoli, il primo “Lotte alla Pirelli” è la trascrizione di una lunga intervista con uno dei fondatori del Comitato di base, il secondo “Lotta alla SNAM Progetti” è la cronaca dell’organizzazione autonoma dei tecnici di laboratorio nell’industria petroliera dello Stato raccontata da loro stessi. All’inizio del 1969 la nostra strategia è chiara: far scoppiare la Fiat, ma con quale strumento? Un giornale. Il primo numero di La Classe esce il 1° maggio 1969. Il mio articolo indica il bersaglio: la Fiat. Sappiamo che vi è agitazione, che la tensione sale, che vi sono degli scioperi di diverse squadre. Mario Dalmaviva, studente-lavoratore di Trento, che si è appena appropriato dei concetti operaisti, delle idee di base, ma che non ha alcuna esperienza politica, comincia a fare agitazione davanti ai cancelli di Mirafiori - all’epoca una fabbrica di 40.000 persone. Dopo una settimana, fa delle riunioni con decine di operai: è l’inizio di ciò che diverrà nel giro di quindici giorni l’Assemblea operai-studenti. I leader delle facoltà occupate di tutta Italia convergono su Torino. Durante due mesi, giugno e luglio 1969, le fabbriche Fiat di Mirafiori e Rivalta sono sotto la pressione di una presenza costante di studenti e di militanti, che forniscono sostegno e coordinazione alle decine di lotte parziali che gli operai hanno imparato ad organizzare loro stessi. Durante tutto quel periodo sono a Torino. A inizio delle vacanze, la città è ancora sotto il controllo dell’autonomia operaia. Nel mese di agosto i sindacati si riorganizzano e, a settembre, lanciano la lotta per il contratto nazionale di lavoro della metallurgia. È l’“autunno caldo”. Veniamo marginalizzati, i sindacati hanno ripreso il controllo. La nostra reazione consiste nel serrare le fila, nel rinchiuderci in una piccola organizzazione bolscevica, in un partito piccolo piccolo. È la nascita di Potere operaio e di Lotta continua, le due anime dell’Assemblea operai-studenti. Nel gennaio 1970 Potere operaio si struttura, un segretariato di tre persone (Negri, Piperno ed io). Ma l’organizzazione non avanza. A settembre Alberto Magnaghi è nominato segretario generale; dal canto mio, prendo le distanze: la simulazione, o perfino la caricatura di un partito non mi interessa. Porto con me quasi tutti i vecchi compagni di Milano e molti dei nuovi, come i tecnici dell’industria petroliera. Erano presenti non soltanto nelle fabbriche, nei laboratori e nelle piattaforme off-shore, ma anche nel loro quartieri, la città satellite di San Donato Milanese. Sono stordito, anni interi di lavoro militante a tempo pieno mi hanno fatto perdere la dimensione individuale, del privato. La frustrazione e l’amarezza rispetto a ciò che mi appare come la fine del progetto operaista sono moltiplicati dalla sensazione di aver lasciato nelle mani di tendenze che mi erano estranee qualcosa che avevo costruito attivamente. Il 1971 fu un anno di transizione e di malessere, ma anche di solitudine, ciò mi ha permesso di riflettere e di ricostruire un quadro mentale, ritornando sul mio lavoro di storico e ritrovando negli archivi la pace, la serenità di cui avevo bisogno. Nel 1972 mi sposo e nel 1973 nostra figlia Sabina viene a riempirci di gioia; nel frattempo ero riuscito a ricomporre un tessuto di nuove relazioni, che hanno permesso la realizzazione del progetto di Primo Maggio: rivista di storia militante, il cui primo numero esce verso metà 1973. Avevo trovato il modo di fornire continuità al mio percorso operaista. Il primo risultato fu il saggio su Marx e le crisi bancarie (“Marx corrispondente della ‘New York Daily Tribune’, 1856-57”), da cui emergerà il formidabile gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio (Lapo Berti, Marcello Messori, Christian Marazzi, Franco Gori, Andrea Battinelli, Mario Zanzani, Fabio Arcangeli, Roberta Bartolini, Serena Di Gaspare). Dei grandi economisti italiani come Claudio Napoleoni e Augusto Graziani entreranno in dialogo con noi, ma anche Suzanne de Brunhoff in Francia, Jochen Reiche in Germania. La sede della rivista è a Milano, vicino alla Libreria Calusca di Primo Moroni, che diventa anche il suo editore.

Che cos’ha motivato la creazione di Primo Maggio? Quali erano le principali linea di ricerca e quali gli orizzonti teorici e politici?

C’era una ragione teorica e una ragione politica. Volevamo vedere se l’approccio operaista era capace di inaugurare una nuova metodologia di ricerca nell’ambito della storia. Sono storico di formazione, ho lavorato soprattutto sulla storia tedesca contemporanea (Repubblica di Weimar, Nazionalsocialismo) ed ho insegnato “Storia del movimento operaio” all’Università di Padova. Volevamo lavorare sul ruolo dello storico nella società, sullo sfruttamento del giudizio storico nel dibattito politico attuale (ciò che in Italia viene definito l’“uso politico della storia”). In particolare, volevamo lavorare sui dei passaggi poco conosciuti della storia del movimento operaio, come i movimenti dei “wobblies” negli Stati Uniti tra gli anni 1900-20, dove numerosi immigrati italiani giocarono un ruolo importante come agitatori e organizzatori. I migliori specialisti italiani di storia americana hanno pubblicato articoli su Primo Maggio (Bruno Cartosio, Ferruccio Gambino, Peppino Ortoleva, Nando Fasce, Alessandro Portelli, ecc.). Ma la redazione non era composta esclusivamente da operaisti della prim’ora – per la maggior parte, dei compagni che avevano partecipato all’esperienza di Classe operaia e di Potere operaio ma che avevano lasciato l’organizzazione o molto presto, come me (1970), o poco prima della sua dissoluzione (1973). Abbiamo lavorato con degli storici che, come Cesare Bermani, venivano da una tradizione differente, quella delle ricerche antropologiche sulle culture popolari, sulla storia orale. Bermani sarà il secondo direttore di Primo Maggio dopo me, negli anni ’80. Abbiamo anche lavorato con degli storici e militanti come Marco Revelli, che veniva da Lotta continua.

La ragione politica, riguardava il rifiuto del lavoro nelle organizzazioni dei gruppi come Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia, marxista-leninisti, ecc., in quanto stavano diventando delle imitazioni grottesche dei grandi partiti politici, troppo settarie e limitate rispetto alla complessità e all’estensione del movimento di rivolta nel paese. Rischiavano di diventare delle organizzazioni “bolscevico-spontaneiste”, che volevano fare la rivoluzione politica nel senso classico. Al contrario, noi volevamo cambiare le mentalità, i sistemi di valori, il dispositivo intellettuale, volevamo montare un circuito culturale alternativo - ecco spiegato il nostro legame molto forte con la rete delle librerie alternativo, il cui centro d’irradiazione era la Libreria Calusca di Primo Moroni a Milano, che era anche, come ho appena detto, l’editore e il distributore di Primo Maggio. Posso affermare con orgoglio che oggigiorno i giovani più impegnati nei movimenti sociali trovano ancora nelle pagine di Primo Maggio qualcosa che parla loro [Su Primo Maggio vedi Cesare Bermani, La rivista Primo maggio (1973-1989), DeriveApprodi, 2010 NdT].

La rivista includeva un gruppo di lavoro sulla moneta. Perché concentrarsi su quest’oggetto nel contesto di allora? E quale è l’attualità di queste ricerche nel capitalismo finanziario di adesso?

La ragione per la quale abbiamo costituito il gruppo sulla moneta è duplice. Innanzitutto, si trattava di proseguire il lavoro teorico che avevo intrapreso con il mio saggio su Marx e il terzo libro del Capitale (“Marx corrispondente della ‘New York Daily Tribune’, 1856-57”). L’operaismo degli anni ’60 aveva lavorato sul primo e, in particolare, sul secondo libro del Capitale (mi riferisco a Operai e capitale di Tronti). Dal canto mio, volevo colmare un vuoto e lavorare sulla teoria del credito del terzo libro, dunque sulla finanziarizzazione. Seguendo una suggestione di Rosdolsky, avevo analizzato gli articoli che Marx aveva scritto nella “New York Daily Tribune”, che erano considerati come delle semplici occasioni per guadagnare un po’ di denaro da parte di un Karl Marx sempre tormentato da problemi economici. Dunque, dei lavori senza interesse. Io, al contrario, ho avuto l’impressione che questi articoli erano importanti per la genesi della sua teoria del credito. Hanno rappresentato un passaggio fondamentale per la redazione del terzo libro del Capitale. Il risultato di queste ricerche fu pubblicato subito in Primo Maggio e dopo presso Feltrinelli nel 1974 all’interno del libro Crisi e organizzazione operaia (riedito da DeriveApprodi nel libro Banche e crisi. Dal petrolio al container, 2011). E davvero un peccato che il mio lavoro non abbia mai trovato dei buoni traduttori all’estero, perché ho avuto la sensazione di aver apportato qualcosa di nuovo alla riscoperta di Marx durante gli anni della contestazione. La seconda ragione era lo scoppio della crisi petroliera del 1973-74 e tutta la discussione sulla “politica dei redditi”, sulle misure di austerità dei governi dell’epoca, sui vincoli monetari, sulla creazione di denaro ex nihilo - argomenti di scottante attualità. Anche qui Primo Maggio era trent’anni avanti rispetto alla cultura di sinistra. Si tratta della forza dell’approccio operaista, una prova che la storia dell’operaismo non finisce nel 1966, come pretende Tronti, ma prosegue molto oltre, almeno fino alla fine degli anni ’70. E poi, bisogna sottolineare come l’esperienza di Primo Maggio non ha niente a che vedere con Potere operaio. Vi erano differenti linee di sviluppo dell’approccio operaista. Identificare l’operaismo italiano degli anni ’70 solamente con Potere operaio o con l’Autonomia operaia, è deformare la realtà e farci torto.

Nel tuo articolo “Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare”, analizzi il passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio-massa e i germi della perdita di centralità di quest’ultimo. Questa teoria solleva almeno due questioni: innanzitutto, quale figura soggettiva è sorta dopo l’operaio-massa? E poi, non bisognerebbe cercare di pensare la contemporaneità e l’articolazione tra le differenti soggettività messe al lavoro dal capitale, anziché la loro successione lineare? Che cosa ciò implicherebbe da un punto di vista storiografico e politico?

Abbiamo cominciato a vedere la lente dissoluzione dell’operaio-massa nei movimenti dei precari del 1977 in Italia, quando, per la prima volta, si è annunciato il passaggio tra fordismo e post-fordismo. È evidente che non vi è successione lineare nel passaggio da una formazione sociale all’altra, com’è evidente che l’attuale post-fordismo in Occidente contiene degli importanti resti fordisti ed è evidente che l’operaio-massa continui ad esistere in certi settori industriali, ma è un soggetto sociale, non più un soggetto politico. A partire dal 1977, con l’articolo “La tribù delle talpe”, pubblicato su Primo Maggio – articolo che ha provocato nella redazione una discussione che sarebbe potuta terminarsi con una rottura – ho cominciato a concentrare la mia attenzione sulle forme del lavoro post-fordiste fino al momento in cui, espulso dall’insegnamento universitario, sono diventato io stesso un lavoratore indipendente, un freelance, e ho compreso la grande differenza tra lavoro salariato e lavoro indipendente. È in questo momento che ho cominciato la mia nuova attività, tanto dal punto di vista intellettuale e professionale che dal punto di vista dell’impegno nel movimento internazionale dei freelance. Ma coerentemente con il mio passato operaista. Ho raccontato questo percorso di vita in due piccoli libri pubblicati nel 2015 da Asterios di Trieste, di cui esiste una traduzione in inglese (Knowledge Workers e La New Workforce).

Potresti precisare maggiormente il contenuto di “La tribù delle talpe” e le poste in palio politiche di questo intervento?

Questo articolo è un’esplorazione dell’ignoto, come lo è stato per me il movimento del ’77: un mondo in cui l’idea di lavoro era completamente differente rispetto alla tradizione del movimento operaio, un mondo molto lontano dal territorio su cui l’operaismo aveva concentrato la sua attività. Parlavano di rifiuto del lavoro, ma noi avevamo piazzato il rifiuto del lavoro all’interno della fabbrica, mentre il movimento del ’77 non voleva sentire parlare di fabbrica. Questo articolo è uno sforzo, compiuto da qualcuno che all’epoca aveva quarant’anni, di mettersi nella pelle di un giovane di vent’anni. La mia preoccupazione era soprattutto di evitare la formula “dialogo tra generazione”, la quale costituisce un approccio debole e a volte ridicolo, che scivola quasi sempre verso il paternalismo. Volevo giungere a capire il processo mentale che conduceva i giovani del movimento del ’77 a pensare in un certo modo, i loro sentimenti, e trovarvi una razionalità e una corrispondenza con le tendenze dell’epoca. Grazie a questo approccio, sono giunto a comprendere il post-fordismo, grazie ai comportamenti dei giovani del ’77, grazie al loro modo di esprimersi, ho compreso che vi era un “post-fordismo dal basso”. I precari di oggi messi ai margini del mercato del lavoro sono i figli delle persone del ’77 che volevano essere precarie. Per poter capire il movimento del ’77 bisognava cambiare lenti, levarsi gli occhiali operaisti, rinunciare a considerare la classe operaia come il solo soggetto sul quale si poteva appoggiare la speranza di un processo di liberazione. Tutto ciò ha sollevato delle forti opposizioni all’interno della redazione, soprattutto da parte dei compagni di Torino molto influenzati dalla situazione della Fiat; vi è stato un dibattito intestino e per un certo lasso di tempo ho creduto che la rottura fosse inevitabile. Loro stessi avevano chiaramente compreso che la frammentazione crescente della forza-lavoro avrebbe indebolito le lotte operaie e creato un rapporto di forza tra le classi favorevole al capitale. Si trattava di due modi differenti di vedere lo stesso problema. Loro, vedevano solamente gli aspetti negativi del futuro, io pensavo che si poteva ancora lavorare con gli strumenti operaisti. Questo articolo rappresenta, nel mio percorso personale, la prima tappa della ricerca che mi ha condotto negli anni ’90 a formulare le tesi sul “lavoro autonomo di seconda generazione”. E se oggi, quasi ottantenne, trovo ancora l’entusiasmo per impegnarmi nel movimento dei freelance, lo devo probabilmente a questo vecchio intervento pubblicato su Primo Maggio.

Per concludere, come sei giunto a interessarsi alla logistica? Qual è il suo ruolo nella circolazione mondiale delle merci? E qual è l’importanza dell’organizzazione dei lavoratori in questi settori dell’accumulazione del capitale?

La rivista Primo Maggio aveva due gruppi di ricerca specializzati, uno sulla moneta e l’altro sui trasporti delle merci, che si occupava a) di analizzarne le trasformazioni tecniche (in un periodo in cui pochi sapevano cosa fosse un container marittimo, noi pubblicavamo degli articoli sulla storia del container), b) di documentare le lotte operaie in questo ambito (da cui il mio legame che persiste tutt’ora con il mondo dei portuali), c) di ricostruire i grandi movimenti di sciopero del passato (dei tranvieri, dei camionisti, dei manutentori, ecc.). I lavori di questo gruppo hanno dato luogo a due pubblicazioni, “Dossier moneta” e “Dossier trasporti” (1978-79). Due anni dopo ho abbandonato l’Italia, affidando la direzione della rivista a Cesare Bermani. Ho innanzitutto vissuto a Brema come visiting professor, poi un anno a Parigi. Brema, città di grande tradizione marittima che risale al Medioevo (la Liga Anseatica) è oggi la sede della potente Associazione della Logistica Tedesca, BVL. Ciò ha accresciuto il mio interesse per il trasporto, che è una componente fondamentale della catena logistica. A Brema ho imparato molto dal punto di vista metodologico e operativo, ma ancor più a Parigi, dove ho incontrato i migliori specialisti francesi, che mi hanno accolto nella loro rete internazionale di ricerca e con i quali ho lavorato fino al 2012-13. Rientrato in Italia nel 1985, sono stato in disoccupazione, perché l’Università di Padova mi aveva licenziato, e, forte delle mie relazioni internazionali, ho avuto l’idea di aprire un piccolo ufficio di consulenza con dei colleghi per poter sopravvivere. Durante una decina d’anni, non ho lavorato che su progetti all’estero, fino a quando all’improvviso il mercato italiano si è aperto per me e, in poco tempo, mi sono ritrovato a redigere il Piano Nazionale dei Trasporti e della Logistica presso il Ministero sotto il governo Prodi nel 1996. La mia carriera professionale come consulente mi ha compensato della miseria della mia carriera accademica.

Mi avete chiesto se la logistica è importante nel mondo capitalista attuale: eh sì, credo sia sufficiente dire che la si chiama the physical Internet. Senza logistica non vi è globalizzazione, è il suo supporto materiale, mentre le tecnologie digitali sono il suo supporto immateriale. L’organizzazione internazionale del lavoro (ILO) stima che a livello mondiale vi siano 450 milioni di persone che lavorano in ciò che si chiama the Global Supply Chain. Negli ultimi anni, la conflittualità è aumentata in questo ambito. Poco a poco, questa forza-lavoro comincia a rivendicare delle migliori condizioni. Vi sono state delle lotte straordinarie nei porti, per esempio (Los Angeles, Long Beach tra 2012 e 2014; a Hong Kong nel 2013, dove sono entrati in sciopero dei portuali senza sindacato né esperienze di lotta; a Rotterdam nel gennaio 2016, ecc.). In Italia abbiamo un’esperienza formidabile presso i manutentori delle piattaforme della Grande Distribuzione, composte al 99% da immigrati, organizzati a lungo in false cooperative spesso controllate dal crime organizzato, senza contratto, senza diritti. Tutto ciò è saltato quando dopo il 2010 delle organizzazioni di base, come AdL Cobas di Padova o Slai Cobas di Bologna, hanno cominciato a organizzare questi lavoratori, a bloccare con dei picchetti “duri” i centri della Grande Distribuzione e a imporre delle negoziazioni ai padroni, resistendo a una repressione violenta da parte dell’establishment, che aveva tollerato una situazione d’illegalità e di violazione dei diritti dei lavoratori durante vent’anni. Ritrovo tra questi nuovi sindacalisti dei vecchi militanti usciti dal grande ventre dell’Autonomia Operaia che avevo conosciuto a Padova e che all’epoca avevano letto con grande interesse il “Dossier trasporti” di Primo Maggio…

4 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Ottobre 2016 18:41

L’agonia di Aleppo e la risposta militare delle super potenze

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Città al collasso, le Ong contano 100 bambini uccisi da venerdì e 500 civili in 10 giorni. Gli Usa danno l'ok a missili anti-aereo alle opposizioni e pensano a reazioni militari. La Russia dice no alla tregua di una settimana e propone 48 ore

Non si trovano acqua, medici e medicine, i gesti della vita quotidiana. I bambini conoscono solo la lotta giornaliera per la sopravvivenza. Con la fastosità di Aleppo è evaporata anche l’infanzia. Rami Adham prova da qualche anno a metterci una pezza: siriano finlandese, è noto come il «contrabbandiere di giocattoli»: palloni da calcio, barbie, peluche, 70 kg di giochi alla volta che nelle sue 28 visite in Siria ha portato con sé.

Alla Bbc Rami dice di voler «preservare gli eroi che rappresentano il futuro della Siria». C’è da chiedersi quale sia il futuro per un paese di cui metà della popolazione, 11 milioni di persone, è rifugiata all’estero o sfollata all’interno, che piange quasi mezzo milione di morti e legami sociali in frantumi. Aleppo ne è l’esempio, divisa a metà tra governo e opposizioni.

L’ultima settimana ha visto una terribile escalation: Damasco avanza via terra, decisa a «spazzar via i terroristi»; le opposizioni non arretrano per non lasciare spazio al compromesso politico. I numeri delle Ong sono terrificanti: 100 bambini uccisi e 223 feriti secondo l’Unicef da venerdì, quasi 500 civili morti da lunedì 19 settembre, solo 35 medici presenti nei quartieri est. Altri due ospedali sono stati colpiti ieri da missili, centrate anche due panetterie, tra le poche ancora aperte e con lo scarso cibo a disposizione che ha raggiunto prezzi stellari.

Di certezze ce ne sono poche ad Aleppo. Una di queste è che il conflitto non finirà a breve: secondo fonti delle opposizioni e ufficiali Usa, Washington avrebbe autorizzato le petromonarchie del Golfo a rifornire i “ribelli” di missili anti-aereo Manpad, preoccupando molti osservatori: l’equipaggiamento, come quello inviato prima, finirà nelle mani delle opposizioni militarmente più efficaci, l’ex al-Nusra e la galassia salafita che la sostiene pur sedendosi al tavolo di Ginevra e che da agosto ha ammassato ad Aleppo migliaia di miliziani per la cosiddetta battaglia finale.

Eppure sulla città si aggira ancora il fantasma della tregua che genera solo false speranze. Ieri Casa Bianca e Cremlino hanno riproposto, ognuno a modo suo, la stantia promessa del dialogo mescolata a intimidazioni reciproche. Il segretario di Stato Usa Kerry ha minacciato di chiudere se Mosca non interrompe subito i raid, ma fonti dell’amministrazione parlano già di reazioni militari suggerite ad un recalcitante Obama.

La Russia risponde: le dichiarazioni Usa sulla Siria – ha detto il vice ministro degli Esteri Ryabkov – sostengono il terrorismo. Ha poi rigettato la proposta di 7 giorni di tregua, «inaccettabile» perché volto a far riorganizzare le opposizioni e rilanciato: 48 ore per far arrivare degli aiuti, quelli che durante il cessate il fuoco dal 12 al 18 settembre non sono stati consegnati.

Il gap tra Washington e Mosca, impegnate in un braccio di ferro che travalica le frontiere siriane, si amplia irrigidendo le posizioni dei due fronti: quello pro-Assad, guidato dalla Russia e sostenuto da Iran e Hezbollah; e quello del composito fronte di opposizione, gestito dal Golfo e ufficialmente solo in parte dagli Stati Uniti.

Qui sta la base fragile della strategia Usa: mentre Putin è sponsor di un solo soggetto, Assad, figura che incarna gli interessi russi, Obama deve giostrarsi tra innumerevoli attori. Se dietro le quinte gli Usa riforniscono di armi i “ribelli”, consapevoli che una buona parte finisce ai qaedisti, in pubblico è impossibile sostenere apertamente questa porzione delle opposizioni. Eppure sanno che si tratta della più radicata e meglio armata, la sola che può dare filo da torcere all’esercito governativo.

30 settembre 2016

vedi anche

Aleppo, è strage di bambini: «Denutriti e vittime delle bombe»

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Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Settembre 2016 11:52

Se i capitalisti diventano catastrofisti… La prossima crisi ci travolgerà

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Dante Barontini - tratto da http://contropiano.org

I grandi manager che hanno messo in piedi holding multinazionali hanno informazioni più attendibili, fresche, segrete, che non la maggior parte della popolazione. Una piccola parte della quale si informa tramite i media principali, mentre il grosso rimane ad orecchiare senza approfondire nulla, al massimo sfogandosi in vaffa… sui social network.

E se i grandi manager diventano catastrofisti una ragione – a noi ignota, ma non del tutto inconoscibile – ci deve certamente essere.

L'intervista data da Carlo De Benedetti al Corriere della Seradovrebbe essere un cazzotto in faccia a tutti gli opinonisti prezzolati – anche dallo stesso De Benedetti, che controlla il gruppo Repubblica L'Espresso –che ci raccontano tutti i giorni che la crescita è dietro l'angolo, che “la luce in fondo al tunnel” ormai si vede, è quasi qui, anche se non ce ne accorgiamo. Ma anche a tutta quella sinistra non più pensante che non riesce ad afferrare che il concetto di "padroni" è un residuo del lontano passato, che sopravvive ancora – a fatica – in Italia e ne spiega, in larga parte, l'arretratezza crescente.

Dopo nove anni di crisi ufficiale di tutto il pianeta (differenziata, ovviamente, da continente a continente, e da paese a paese) l'Ingegnere viene a dirci che la prossima ondata sommergerà le stesse democrazie. Non “se” ci sarà un'altra crisi, ma quella che “sta arrivando”. Senza ese e senza ma, di dimensioni tali da squassare il pilastro stesso su cui si è retto finora tutto l'Occidente e la sua retorica.

Si può dire che i manager sono rimasti gli ultimi marxisti involontari. Nel senso che magari non hanno neanche letto Marx, ma – dovendo muoversi in un ambiente capitalistico quasi puro (globale e senza alternative sistemiche) – arrivano a conclusioni molto simili semplicemente spinti dalla materia che pretendevano di governare. L'economia, insomma.

De Benedetti parte, non paradossalmente, dalla crisi della politica. Ovvero da quella dimensione in feedback rispetto all'economia che era stata fino a pochi decenni fa utilissima per compensare i difetti sistemici dell'economia di mercato, creando condizioni sociali, ambientali e perfino economiche per l'avanzare del modo di produzione capitalistico. Il keynesismo, in fondo, aveva permesso di logorare – “imborghesendoli” – i movimenti operai dei paesi avanzati, proprio mentre lo sviluppo tecnologico e globalizzante del capitale costringeva il “campo socialista” a dissanguarsi in una folle concorrenza. E gli investimenti pubblici in deficit avevano spesso evitato l'avvitamento estremo.

La crisi della politica è perciò direttamente l'espressione della scomparsa del “ceto medio” (in una accezione interclassista molto comune, che comprendeva i salariati a tempo indeterminato o, a là zalone, col “posto fisso”). E questo sconquasso mette a disposizione delle pulsioni disgregatrici un materiale umano versatile, abile localmente o settorialmente, per quanto ridotto alla cecità sul piano complessivo o sistemico.

Il “populismo”, da questo punto di osservazione “globale”, è un risultato, non una causa. Quindi non può essere combattuto lasciando le coordinate sistemiche nella configurazione che sono andate prendendo. Qui, naturalmente, De Benedetti deve alzare le mani e arrendersi all'impossibilità – per i manager del capitale – di concepire un superamento del modo di produzione.

Senza una “borghesia” – ormai sostituita dai funzionari pro tempore del capitale, dai manager che rispondono agli azionisti – e senza un ceto medio articolato, capace di organizzare la sintesi di interessi diversi e conflittuali, ammortizzando salite e discese nell'”ascensore sociale”, non può esistere neppure la normale democrazia parlamentare borghese.

Il capitale si è autonomizzato e domina le formazioni sociali, rendendole tutte molto più simili tra di loro (in tutto l'Occidente, almeno) e soprattutto distruggendo la possibilità di una retroazione politica in grado di limitarlo, orientarlo, “regolarlo”.

Il profitto è l'unico valore, che non ha ovviamente né patria né valori…

Quindi anche De Benedetti può vedere solo la catastrofe.

28 settembre 2016

***

De Benedetti: «Una nuova grave crisi economica metterà in pericolo le democrazie»

di Aldo Cazzullo

«L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia, anche a causa della situazione economica e finanziaria. La globalizzazione, di cui tutti noi, e mi ci metto anch’io, eravamo acriticamente entusiasti e ci siamo affrettati a raccogliere i frutti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari della media di tutti i lavoratori del mondo, e ha accresciuto le ingiustizie sociali sino a renderle insopportabili. Si sta verificando la previsione di Larry Summers, l’ex segretario al Tesoro di Clinton: una stagnazione secolare».

Ingegner De Benedetti, è sicuro che lo scenario sia così negativo?
«Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute».

Addirittura?
«La democrazia nasce con il declino delle monarchie e della nobiltà e con l’ascesa della borghesia. Anche in Italia la democrazia si afferma dopo la guerra, quando si è creata una classe media. Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta».

Ma ci sono Draghi e la Fed. La politica monetaria espansiva: il quantitative easing.
«Le banche centrali hanno tentato di cambiare mestiere: dopo cinquant’anni in cui il grande nemico era l’inflazione, hanno combattuto la deflazione secondo le vecchie teorie, creando moneta. Ma così hanno costruito una trappola. Hanno immesso sul mercato trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile e incalcolabile. Non ci sono più titoli da comprare. Ma questo, oltre a mettere in ginocchio il settore bancario, non ci ha fatto uscire dalla stagnazione e dalla deflazione».

Quali possono essere le conseguenze politiche?
«Negli Usa non si può escludere una vittoria di Trump; anche perché il candidato democratico è percepito come antipatico, passato, freddo, come puro establishment».

Com’è stato il dibattito tv, e chi l’ha vinto?
«Deludente. Con una leggera prevalenza di Hillary».

Crede davvero che Trump possa diventare presidente?
«Tre anni fa, il fenomeno Trump non sarebbe stato possibile. Ancora all’inizio della campagna elettorale non avrei puntato un dollaro su di lui. Ora non mi sento più di escluderlo; anche se ovviamente non me lo auguro. Nei sondaggi è sottostimato: molti si vergognano di dire che lo votano. Potrebbe conquistare Stati in bilico, come Colorado e Florida. E anche Stati tradizionalmente democratici, come Pennsylvania e Michigan».

Cosa rappresenterebbe una sua vittoria?
«Per il mondo occidentale, una tragedia. Il protezionismo americano aggraverebbe la nostra crisi».

E in Europa cosa può accadere?
«In Francia non si può escludere che diventi presidente Marine Le Pen. Il padre non poteva farcela: troppo legato a Vichy e all’Algeria francese; lei sì. Hollande si è sciolto al sole, Sarkozy è un déja-vu che i francesi non vogliono più. La Spagna è senza governo da un anno, il Portogallo in bilico, la Grecia è ancora lì perché nessuno ha interesse a fare davvero i conti. In Polonia vige un nazionalismo di destra. L’Ungheria è già passata all’estrema destra, l’Austria no ma solo grazie alla colla delle buste che ha causato il rinvio delle presidenziali. Una situazione da anticamera del fascismo».

Resta la Germania.
«Ma le elezioni tedesche del 2017 costituiscono un bel punto interrogativo, se si estrapolano i risultati delle recenti amministrative. Nel resto del mondo la democrazia arretra. Le primavere arabe sono finite con i generali. In Medio Oriente comanda la Russia di Putin, che si è messo d’accordo con un altro autocrate, Erdogan. L’unico Paese che continua a crescere è la Cina di Xi, che compra 70 chilometri di coste in Cambogia per fare il più grande porto al mondo, costruisce la ferrovia da Shenzhen a Varsavia e la nuova strada della seta verso l’Occidente. Un’altra svolta epocale».

E in Italia?
«In Italia, sulla base dei sondaggi, i Cinque Stelle oggi potrebbero vincere le elezioni».

Con quali conseguenze?
«Non ci voglio pensare. Li ho sentiti in tv da Palermo accusare tutti i giornali di essere contro di loro. Non è così, i giornali criticano i comportamenti. Contro la Appendino nessuno ha scritto nulla. Se dopo quattro mesi la Raggi non ha ancora fatto la giunta, come si può non criticare? E poi ancora con questa storia dei poteri forti…basta, davvero».

Ma i Cinque Stelle sono il secondo partito italiano, forse il primo.
«All’interno del movimento ci sono certamente persone perbene, d’altronde li vota un terzo degli italiani. È la classe media, che sceglie il movimento come per una sorta di vendetta verso le élites da cui si sente tradita. Per disperazione, più che per convinzione. Ho sentito Grillo gridare: “Sono tornato a comandare io”. Ma per fare cosa? Io non l’ho capito».

La crisi della democrazia può segnare un ritorno al fascismo?
«Semmai, un nuovo populismo, aggravato dal protezionismo, dal crollo degli scambi, dalla grande recessione in arrivo. La democrazia è ridotta al voto; ma il voto è uno strumento, non è la democrazia. Non è detto che finisca così; possono ancora farcela Hillary, Juppé. E poi c’è il baluardo dell’economia tedesca, che resta fortissima».

Ha fatto bene o ha sbagliato Renzi a polemizzare con la Merkel e l’Europa?
«Dopo Bratislava non poteva che arrabbiarsi. Con Ventotene noi italiani ci siamo illusi di essere entrati in un mini-direttorio europeo. In realtà era una photo-opportunity. La Merkel e Hollande, secondo tradizione, sono l’unico asse europeo; l’Italia è tagliata fuori. Del resto in Europa, salvo che al momento della sua creazione, non abbiamo mai contato nulla. Renzi è stato il primo a tentare di contare qualcosa. Ha ottenuto 19 miliardi di flessibilità sui conti pubblici; ma ciò non è sufficiente per far ripartire l’economia. Di fatto restiamo a crescita zero».

Lei tre mesi fa disse al «Corriere» che al referendum avrebbe votato no, se Renzi non avesse cambiato la legge elettorale.
«Lo confermo».

Quindi voterà no, visto che l’Italicum è sempre lo stesso.
«Se ci fosse vera volontà politica, ci si potrebbe accordare per una nuova legge elettorale; ma al momento vedo solo tattica. I Cinque Stelle vogliono il proporzionale puro, e non mi stupisce: un movimento populista è sempre contro qualsiasi forma di maggioritario».

Renzi può sopravvivere politicamente a una vittoria del no?
«Se vincesse il no, Renzi dovrebbe dimettersi il giorno dopo. Anche se non credo che lascerà la politica. E per fortuna, perché ha dimostrato di avere energia e qualità».

E Berlusconi?
«Berlusconi aspetta col cappello in mano. Comunque finisca il referendum, ci guadagna: anche se vince il sì, Renzi avrà bisogno di lui. La scelta di Parisi si spiega così. Insieme, Renzi e Parisi si accorderanno, ridimensionando la sinistra e restituendo Salvini alle valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza».

Ma come, lei che auspicava il partito democratico ora battezza il partito della nazione?
«Non scherziamo, non è certo un mio auspicio; di sicuro per combattere i populismi appare inevitabile che al partito di Renzi si sommino una parte dei voti e dell’apparato del centrodestra».

E in economia cosa dovrebbe fare il governo secondo lei?
«Un’operazione di grande coraggio. Abbattere le imposte sul lavoro. Il lavoro è la sola cosa che conta; il resto è sovrastruttura. Il lavoro è dignità. Un Paese in cui manca il lavoro conosce prima o poi turbe sociali e sommovimenti».

Dove trovare i soldi per abbattere le imposte sul lavoro?
«Certo non in deficit. Con la fiscalità generale, meglio se progressiva».

Una patrimoniale?
«Non è il nome esatto, perché dovrebbe includere anche i redditi, tranne quelli da lavoro. L’energia umana è molto più importante del petrolio. Ad esempio Israele ha un’intelligenza per centimetro quadrato che non esiste in nessun’altra parte del mondo; con il servizio militare che serve a educare i cittadini, a farli studiare, a formarli all’uguaglianza. Un Paese naturalmente socialista».

Governato da anni dalla destra dura, con un partito socialista quasi sparito.
«In tutto l’Occidente i partiti diventano sempre più evanescenti, anche se paradossalmente aumenta il loro numero. Non sono crollate soltanto le ideologie; anche di idee ne sono rimaste poche. Ma vivere nella continuità è la morte. Se continueremo così, distruggeremo le nostre società».

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Settembre 2016 19:09

Caso Hanjin, la perfezione dei disastri

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Cosa succede quando la settima compagnia marittima mondiale dichiara bancarotta? Centinaia di navi che vagano nel mare, personale bloccato a bordo e che non tocca terra da mesi, debiti verso 43 Stati diversi. Il caso della coreana Hanjin potrebbe non essere l'unico al mondo dato che di zombie carrier sembra ce ne siano molte a spasso per gli oceani

Sergio Bologna - tratto da http://www.dinamopress.it

Gli analisti lo aspettavano da tempo e finalmente è arrivato, il perfect storm. A guardarlo un po’ da vicino è uno spettacolo sconvolgente ma affascinante, perché con un colpo d’occhio ti permette di vedere l’essenza della logistica, la sua vera natura, capisci perché la chiamano the physical Internet, ti rendi conto di cos’è la globalizzazione.

È accaduto nello shipping specializzato nel traffico container: la settima compagnia marittima mondiale, la coreana Hanjin, ha fatto bancarotta. Gravata da 4,5 mld di dollari di debiti degli ultimi cinque anni, non è riuscita a convincere le banche a tenerla in piedi ancora. In realtà non ha convinto il governo della Corea del Sud, perché il principale finanziatore di Hanjin è la Korean Development Bank, istituto pubblico, che già è alle prese con la situazione critica dell’altra compagnia marittima importante, Hyundai Merchant Marine (HMM), e con quella dei due cantieri navali, Stx Offshore&Shipbuilding e Daewoo, quest’ultimo una potenza nel suo settore, in grado di applicare sulle sue costruzioni le più sofisticate tecnologie ma caduto nelle mani di manager ladri e disonesti.

A dirla così sembra cosa di ordinaria amministrazione, immaginate però cosa significa avere una flotta di circa 100 navi, cariche di merci valutate sui 14 miliardi di dollari, che vagano per i mari in quanto, se toccano un porto, rischiano di essere sequestrate su richiesta dei creditori con tutto il loro carico. Ed in effetti la Daily Edition di Lloyd’s List del 13 settembre dava per 14 il numero delle navi già sequestrate: oggi a più di due settimane dal crack, la situazione è ancora confusa e cambia di ora in ogni ora.

Alcune navi sono ferme in porto in attesa della decisione dei magistrati, altre sono alla fonda davanti al porto di destinazione e non possono muoversi. Come la ‘Hanjin Rome’, abbordata davanti a Singapore da una troupe della BBC, cui però è stato negato l’accesso, ma che comunque ha potuto intervistare su Facebook il comandante, per farsi dire che lui non ne sapeva nulla, la sua compagnia non lo aveva informato di niente e, mentre si apprestava ad entrare in porto, si era visto piombare addosso un rappresentante legale dell’ente, che gli aveva intimato di non muoversi e stava lì da quasi due settimane senza sapere che poter fare…

Si valuta che siano sui 2.500 uomini d’equipaggio bloccati in giro per il mondo, che non trovano un provveditore di bordo disposto a vendere loro una scatoletta di tonno o una bottiglietta d’acqua, ma chiedono soprattutto tessere SIM per poter comunicare coi loro cari. In un porto canadese ha dovuto soccorrerli la missione Stella Maris. Su un’altra nave Hanjin è invece bloccata una performer (si può dire così?) dell’absurdist art (quante cose s’imparano in casi come questi!) impegnata in un progetto culturale finanziato da una Galleria d’arte di Vancouver e intitolato “23 giorni in mare”. Era al suo 22mo giorno di navigazione e di cose assurde ne avrà viste e continuerà a vederle, per cui rischia di scoprire che la sua absurdist art non è poi così lontana dall’iperrealismo di Duane Hanson.

Spettacolare è l’intreccio delle ramificazioni di questo crack. Sono 43 gli stati dove Hanjin deve affrontare le corti di giustizia. Per cominciare: le navi non sono di proprietà e quelle di sua proprietà in buona parte non valgono un accidente, sono navi piccole, messe fuori mercato dall’allargamento del Canale di Panama, troppo giovani per essere mandate in demolizione. Il 60% della flotta è a noleggio e Hanjin non paga il noleggio da tempo, rischiando di mandare a picco società di antico nome, come Peter Dohle di Amburgo, la Danaos greca, la Seaspan canadese.

Sono una quindicina le società che hanno noleggiato a Hanjin le loro navi ma in termini di capacità di carico le prime 4 fanno più del 50%. Poi ci sono i porti a cui non sono state pagate le tasse di ancoraggio o i servizi (rimorchio, ormeggio), i terminal che hanno caricato e scaricato le navi Hanjin a credito, il Canale di Suez che deve avere dei grossi crediti, perché oggi non lascia passare le navi sudcoreane, i fornitori di bordo, le agenzie di reclutamento degli equipaggi, quelle di gestione della nave ecc. ecc.. E qui non finisce, comincia. Perché il grosso è rappresentato dalle migliaia di società, di spedizionieri, di operatori logistici che hanno affidato la loro merce a Hanjin, qualcosa come trequattrocentomila contenitori (la capacità totale della flotta Hanjin viene valutata in 600 mila TEU), merce che rimane bloccata a bordo.

Ma fosse solo questo…Le compagnie marittime di container oggi operano in consorzi o “alleanze” per scambiarsi i carichi, secondo una serie di agreement complicati di slot sharing e quindi un container affidato a Hanjin può viaggiare sulle navi di un’altra compagnia e viceversa. Quindi la richiesta di arresto o di sequestro può teoricamente coinvolgere la nave di una compagnia che opera normalmente, solo perché trasporta dei container di Hanjin. La quale era specializzata nei traffici Asia-West Coast USA, dove operava con 33 navi e una quota di mercato molto importante, attorno all’8%, più che altro perché aveva quasi il monopolio delle spedizioni di Samsung e di altri colossi manifatturieri coreani.

Sicché le notizie più dettagliate sul crack sono quelle che riguardano i grandi retailer USA esercitare pressioni anche su Obama, oltre che sui porti degli stati della costa ovest e sui terminal, perché le merci possano essere scaricate e consegnate a chi le ha acquistate. Hanjin ha presentato istanza di fallimento negli USA per godere della protezione accordata dall’art 15 della legge fallimentare. In Italia le associazioni dei tre spedizionieri hanno sottoscritto una polizza fidejussoria a garanzia dei creditori per poter scaricare la merce. Da tutto questo si può capire il rompicapo delle compagnie di assicurazione di mezzo mondo (e il volume delle parcelle degli avvocati). Perché è successo, perché doveva succedere?

Perché da anni le compagnie marittime viaggiano in perdita, hanno messo in servizio troppe navi, hanno continuato a ordinarle ai cantieri sempre più grandi, i cantieri si sono fatti concorrenza spietata e le hanno costruite, malgrado siano dei gioielli tecnologici, a prezzi stracciati, i noli sono andati a picco, i volumi crescevano ma il guadagno per unità di carico trasportata diminuiva. Poi la Cina ha rallentato l’export ed è arrivato il perfect storm. E adesso? Quante delle dieci-quindici compagnie che contano rimaste sul mercato sono dei zombie carrier?

Così vengono chiamate quelle che stanno in piedi solo perché le banche decidono di non farle fallire (a proposito, quasi l’80% delle compagnie armatoriali italiane è in queste condizioni). L’Economist segnala che delle prime 12 mondiali 11 hanno segnato pesanti perdite quest’anno (già, ma la 12ma è la MSC, che nella sua storia non ha mai fatto trapelare una notizia che sia una sui suoi conti…). La Maersk, prima al mondo, sempre secondo la stessa fonte, perde 11 dollari per ogni container trasportato, mica male, Hanjin ne perdeva 100. E chi sarà la prossima a cadere?

La Daily Edition del sito di Lloyd’s List riportava in prima pagina il 16 settembre il nome di Rickmers, come società a rischio (Rickmers warns of liquidation if debt restructuring fails). Rickmers, glorioso nome dello shipping tedesco, traslocata a Singapore, è piccolina però in confronto a Hanjin. Oggi, a disastro avvenuto, c’è chi dice che è colpa dei clienti, a voler pagare sempre meno ed a fidarsi di chi offre il prezzo migliore anche se si sa che è alla canna del gas e può fallire da un momento all’altro. Ma non si è mai visto un logistico replicare a un trasportatore che gli chiede 1.000 per portargli un container oltremare: “No amico, te lo pago 1.100”.

Come si è visto nel settore bancario, la filosofia del too big to fail, tipica della debit economy, è semplicemente il riflesso della pigrizia mentale del management moderno. Che ancora una volta appare quasi come il cancro del capitalismo contemporaneo. Questi manager di alto livello, dagli stipendi favolosi, privi di idee di business, privi di animal spirit, del tutto irresponsabili, tanto se va a picco la società loro non ci rimettono, non sembrano persone, sono oggetti intercambiabili, tutti uguali. Uno di loro ha confessato: “Come ci muoviamo? Beh, guardiamo quello che fa il più forte di tutti (in questo caso la Maersk, prima compagnia mondiale, NdA) e lo copiamo.”

Gli analisti di Alphaliner hanno usato parole durissime sia verso il governo coreano che verso il 4 management per non aver agito in tempo ma soprattutto, una volta constatata l’impossibilità di salvare Hanjin, per non aver nemmeno tentato di fare in modo che la bomba scoppiasse con i minori danni possibili.

Sono anni che i migliori analisti ed esperti predicano la necessità di cambiare modello di business delle compagnie marittime del container. Niente, si preferisce andare avanti sulla stessa strada, quasi sempre a spese della forza lavoro. E di riflesso si comportano alla stessa maniera i manager portuali, che in questi ultimi anni, con un mercato sempre più fuori controllo, hanno continuato a costruire porti sempre più grandi, in un delirio infrastrutturale favorito e incentivato dalle politiche insane dell’Unione Europea, che continua a credere nella teoria che la costruzione di infrastrutture fisiche rilancia l’economia.

Solo di recente, solo nel 2015 si sono avvertiti i primi segnali di un ripensamento, si sono denunciati i rischi del gigantismo navale, si è messo il dito, in Europa, su porti costruiti ex novo e rimasti vuoti, come in Spagna o al Nord e qualcuno anche in Italia. La riforma portuale che il governo Renzi sta portando avanti è debole e difficile da attuare ma bisogna dare atto al Ministro Delrio di aver cambiato rotta e di operare, con gli ottimi tecnici di cui ha saputo circondarsi, per fermare, finché si è in tempo, i progetti più inutili e discutibili, sostenuti, come al solito, da governatori di regioni, sindaci e lobby cementizia diffusa.

Sul piano globale che succederà ora? I noli si sono alzati, i concorrenti si sono già gettati sulle spoglie di Hanjin. Maersk e MSC, le due prime compagnie mondiali, hanno riempito in pochi giorni il buco lasciato da Hanjin sulla rotta transpacifica. Ogni giorno viene fuori qualcuno a dire che questa crisi è salutare, che ci voleva proprio. Invece la mia opinione è che non cambierà nulla, così come non è cambiato nulla nel mondo bancario dopo il crollo di Lehman Brothers. Oltretutto non si vede chi potrebbe avere la forza e l’autorità di cambiare qualcosa e di far cambiare agli altri qualcosa.

Il mare continua a essere terra di nessuno. Gli organismi di regolazione continuano a sfornare norme ma il potere costrittivo per farle applicare non c’è. Anche in questo caso la solerzia normativa produce inutile burocrazia, un capitano di nave deve riempire tante scartoffie quando naviga che ci si chiede come abbia tempo di fare altro, ma quando si arriva al dunque casca l’asino.

In questi ultimi anni ho seguito alcuni grandi incidenti in mare nel settore cargo, dalla dinamica dell’accaduto ai report degli organi investigativi ai processi ai responsabili (o alle teste di turco), per constatare una volta di più che i colpevoli o se le cavano sempre o nemmeno vengono alla luce. Ci sarebbe un solo modo per cambiare le cose: una rivolta generalizzata della forza lavoro coinvolta nella catena di trasporto, ma sappiamo che è utopia, le 5 condizioni materiali d’isolamento in cui vive un equipaggio sono di per sé garanzia di assoggettamento.

Tuttavia è un dato di fatto che la conflittualità all’interno della Global Supply Chain è in aumento, è una conflittualità endemica con talune punte molto alte, riguarda le condizioni di lavoro, il salario, l’occupazione, ma anche, in misura crescente, la sicurezza. Last but not least. Alcuni organi di stampa molto accreditati nell’universo finanziario si sono chiesti se la crisi di Hanjin può restare confinata al settore dei traffici marittimi e della logistica o può investire anche la grande finanza.

Da tempo le banche specializzate nel credito navale sono sull’orlo della crisi, si barcamenano tra bail out e cessioni dei crediti in sofferenza, i fondi d’investimento tedeschi specializzati nel noleggio e gestione di naviglio conto terzi, sono falliti a centinaia (era il tema del mio scritto “Il crack che viene dal mare”, redatto in epoca non sospetta: dicembre 2012). Ciononostante l’insieme del capitale mobile ed immobile investito nel settore navale è una parte modesta del sistema finanziario mondiale.

Molto più preoccupante mi sembra invece dover constatare che l’unica ricetta oggi in voga per rilanciare l’economia, quella del quantitative easing delle Banche Centrali, sembra non funzionare, in particolare in Europa ma ormai anche, dalle ultime notizie, negli Stati Uniti. Se non tira l’economia, lo shipping non marcia.

Aggiungiamo a questo la fragilità del sistema bancario cinese, su cui molti acuti osservatori stanno puntando il dito da anni, e ci accorgiamo che, dopotutto, la crisi di Hanjin forse non è poi così drammatica. C’è di peggio, il problema è alla radice. Purtroppo siamo talmente impotenti che non ci resta che sperare che un nuovo crack stile 2008 - ma stavolta sarebbe una deflagrazione molto più devastante – non debba accadere, magari domani…..O nel 2017, centenario della rivoluzione di ottobre. Perché allora vedremmo affiorare sul volto del povero Lenin, che in questi decenni si dev’essere rivoltato nella tomba come un trottola, un sarcastico sorriso di Schadenfreude.

20 settembre 2016

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