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INTERNAZIONALE

Un grande sciopero di massa in India: è stato anche generale?

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di G. SAMPATH - tratto da http://www.connessioniprecarie.org

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Pubblichiamo un articolo, scritto dal giornalista indiano G. Sampath, sullo sciopero che ha investito l’India il 2 settembre scorso. Anche se i numeri sono stati probabilmente sovrastimati dai sindacati, che hanno dichiarato almeno 180 milioni di scioperanti, l’enorme partecipazione di uomini e donne allo sciopero è stata una potente dimostrazione di forza. Tuttavia, lo sciopero non ha ottenuto una risposta adeguata da parte del governo centrale, che si è limitato a reprimere e offrire un aumento salariale pressoché ridicolo. D’altronde il successo, così come i limiti, di questi «All India Strikes» ci aiutano a comprendere fenomeni che vanno ben oltre i confini dell’India stessa. Questo sciopero arriva dopo che la Commissione Seventh Pay, sostenuta dal governo centrale, ha raccomandato di aumentare i salari per i lavoratori delle imprese pubbliche. Lo sciopero, che ha visto in prima fila i sindacati del settore pubblico, ha però coinvolto anche lavoratori di aziende private, soprattutto in settori come quello automobilistico. Tuttavia, tali dinamiche di allargamento e il parziale «successo» dello sciopero lasciano aperte alcune questioni centrali nella prospettiva del superamento dei reali limiti politici dell’azione sindacale, questioni che vanno aldilà dello specifico contesto indiano. Alcuni critici hanno sostenuto che i loro sindacati e politici di riferimento non hanno dato alcun segnale di voler seriamente sindacalizzare e schierarsi con i lavoratori con contratto a chiamata e informali. Non essendoci statistiche ufficiali – e le statistiche non riescono mai davvero a comprendere il movimento sul campo – è difficile avere l’esatta misura della partecipazione dei lavoratori con contratto a chiamata negli scioperi in India. Di sicuro, la difficoltà di organizzare il lavoro informale e di coinvolgere i lavoratori con contratto a chiamata nello sciopero è uno dei principali punti di debolezza e, quindi, una delle maggiori sfide del movimento operaio, indiano e globale. Anche se il problema del lavoro a chiamata sta si sta imponendo all’attenzione e la sua eliminazione era fra le rivendicazioni dei lavoratori, non è ancora stato fatto abbastanza dai sindacati principali. Se lo sciopero del 2 settembre aveva principalmente come obiettivo una contrattazione economica col governo, tuttavia è evidente che nel caso dei lavoratori non organizzati ogni lotta fa emergere questioni politiche e sociali, chiamando in causa lo Stato, insieme ai problemi di salario, sanità, istruzione, condizioni di lavoro e altre questioni relative alla mera sopravvivenza – e i sindacati ne sono ben consapevoli. Tanto per i sindacati quanto per i lavoratori, la sfida sarà allora riuscire a produrre una convergenza delle lotte che vada oltre la mera solidarietà e le solite alleanze politiche per creare le condizioni per un sciopero industriale, logistico e metropolitano.

***

Il 2 settembre 2016 secondo le stime 180 milioni di lavoratori hanno scioperato in tutta l’India, prendendo parte a ciò che è stata salutata come la più grande azione industriale coordinata del mondo. Tutti i sindacati centrali, a eccezione del sindacato Bharatiya Mazdoor Sangh (BMS – Sindacato dei lavoratori indiani) affiliato al partito di governo (BJP – Bharatiya Janata Party – Partito degli indiani), hanno partecipato allo sciopero. Lavoratori del settore privato, del pubblico e del settore non organizzato, tranne quelli delle ferrovie, si sono uniti allo sciopero. Tra i settori coinvolti c’è quello bancario, assicurativo, energetico, petrolifero, portuale, e anche l’industria militare. Hanno preso parte allo sciopero in numero considerevole anche i lavoratori migranti e le donne, soprattutto lavoratrici del tessile.

È stato il quarto sciopero di tale entità in tutta l’India da quando i sindacati centrali si sono uniti nel 2009. I precedenti scioperi erano stati nel 2010, nel 2011 e nel 2015. Si tratta di uno sciopero annuale – l’anno scorso si è tenuto lo stesso giorno, il 2 settembre – quindi non è stato convocato in risposta a uno specifico evento o scintilla. Quest’anno, però, la partecipazione è stata maggiore specialmente a causa dell’aumento dei prezzi e del maggior numero di lavoratori sfruttati attraverso i contratti a chiamata. Il governo, in modo quasi nascosto, sta anche facendo passare leggi contro i lavoratori – attraverso i governi dei singoli Stati (o i governi provinciali), negli Stati che controlla, come ad esempio il Rajasthan, l’Haryana e il Gujarat – tutti governati dal BJP. E ci si aspetta che le loro riforme del lavoro, estremamente svantaggiose per i lavoratori, diventino un modello da imitare anche per altri Stati. Così, anche senza l’approvazione di legislazione sul lavoro da parte del governo centrale, i lavoratori stanno sentendo crescere la tensione su di loro.

I lavoratori in sciopero avevano una piattaforma  rivendicativa articolata in 12 punti, ovvero:

— Salario minimo di non meno di 18,000 rupie al mese

— Fine del lavoro con contratti a chiamata per il perennial work (lavoro non a tempo determinato) e assicurare il pagamento dello stesso salario e degli stessi benefit a lavoratori a contratto e regolari

— Registrazione obbligatoria dei sindacati entro 45 giorni dalla richiesta

— Pensione di non meno di 3000 rupie al mese per tutti i lavoratori

— Abbandono delle «riforme» neoliberali della legislazione sul lavoro

— Previdenza sociale universale per tutti i lavoratori

— Stop alle privatizzazioni delle imprese pubbliche

— Rigida applicazione di tutte le attuali leggi sul lavoro senza alcuna eccezione

— Rimozione dei tetti imposti al pagamento e all’estensione del fondo previdenziale e dei sussidi (benefit di sicurezza sociale)

— Contrasto alla crescita dei prezzi attraverso l’universalizzazione di un sistema pubblico di distribuzione (negozi che forniscono cereali e cherosene a tariffe calmierate attraverso sovvenzioni)

— Fine degli investimenti stranieri nel settore ferroviario, assicurativo e della difesa

— Controllo dell’aumento dei prezzi attraverso il divieto di pratiche speculative.

Lo sciopero ha conseguito un blocco completo dell’attività industriale in due Stati dell’India guidati dalla sinistra, il Kerala e il Tripura, in quanto il partito comunista al governo non ha tentato di ostacolarlo. Inoltre, lo sciopero ha ottenuto risultati significativi in molti altri Stati, andando a colpire il sistema dei trasporti pubblici e bloccando le centrali elettriche. Il governo centrale ha fatto del suo meglio per far fallire lo sciopero, arrestando lavoratori che distribuivano volantini nella cintura industriale del Manesar, arrestando infermiere nella capitale e fermando lavoratori che manifestavano nello Stato di origine del primo ministro, il Gujarat. Con una forza-lavoro di 472 milioni di persone, di cui solo il 4% gode di tutele sul lavoro, le principali richieste dei lavoratori in sciopero sono state di mettere fine all’informalizzazione del lavoro e di assicurare il pagamento di un salario minimo.

Secondo le stime del comparto industriale, lo sciopero ha inflitto all’economia indiana una perdita di 180 miliardi di rupie. I media mainstream, la cui reazione ha oscillato tra l’indifferenza e il fastidio, si sono largamente soffermati su come lo sciopero abbia creato inconvenienti per la popolazione, ovvero per la classe media. La maggior parte dei lavoratori, comunque, ritiene che uno sciopero di un giorno possa tutt’al più inviare un messaggio simbolico al governo neoliberale e che c’è bisogno di intraprendere una robusta campagna durante l’anno per far sì che le richieste siano prese sul serio. Il governo del NDA (National Democratic Alliance), che è nazionalista e di destra, ha provato a disinnescare lo sciopero annunciando un aumento di 104 rupie nel salario minimo giornaliero dei lavoratori semi-specializzati non impiegati nel settore agricolo, ma non è riuscito a convincere i sindacati che hanno deciso di andare avanti con lo sciopero. È riuscito, invece, a convincere il sindacato vicino al partito di governo (BMS) a tirarsi indietro. A parte questo, il governo non ha cambiato linea riguardo alle «riforme» neoliberali del mercato del lavoro.

I sindacati hanno giocato un ruolo cruciale nello sciopero – si tratta, dopo tutto, del loro gran giorno. Ogni centrale sindacale è una federazione di centinaia di più piccole strutture sindacali diffuse in vari settori. Così, quando le dieci maggiori centrali sindacali si sono unite, con l’eccezione del BMS, sono riuscite a raggiungere un risultato notevole in termini di partecipazione. Tuttavia, questa volta, eccetto i sindacati sotto il controllo del management, la gran parte dei sindacati indipendenti ha voluto partecipare per mandare un messaggio. I lavoratori spesso accusano la leadership sindacale di non fare granché per tutto l’anno e di attivarsi solo il 2 settembre per fare un’azione simbolica, cosa che viene percepita come una concessione pro-forma.

È un dato di fatto che gli organizzatori dello sciopero hanno annunciato ulteriori iniziative politiche per il futuro solo in termini vaghi. Alcune formazioni minori, come la MASA (Mazdoor Adhikar Sangharsh Abhiyaan), formatasi tre giorni prima dello sciopero del 2 settembre, hanno annunciato un programma annuale di azioni centrate attorno a tre problemi: il salario minimo, l’eliminazione del lavoro con contratto a chiamata per il lavoro non limitato nel tempo (perennial work) e la fine delle riforme del lavoro. Ma non c’è una vera convergenza per ora. I sindacati non sono ancora organicamente uniti. Dal mio scettico punto di vista, credo che una convergenza politicamente coordinata avrà bisogno di più tempo, organizzazione, mobilitazione e lotta. Infine, l’impatto politico dello sciopero sull’opinione pubblica è stato moderato. Se in luogo dell’opinione pubblica prendiamo l’opinione dei lavoratori – raccogliendo large masse di lavoratori, lo sciopero ha contribuito a innalzare il livello di quella che è considerata una militanza «accettabile» nel movimento della classe operaia.

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Chomsky: «Vergognosa l’Europa su Siria e Turchia»

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Noam Chomsky ospite del convegno «Dice2016» organizzato dall’Università di Pisa: «Gli immigrati migliorano l’economia: è inquietante che in paesi dove il tasso di migranti è alto, il razzismo invece di diminuire, aumenti»

Virginia Tonfoni - tratto da http://ilmanifesto.info/chomsky-vergognosa-leuropa-su-siria-e-turchia/

Noam Chomsky è in questi giorni in Italia ospite del convegno «DICE2016» organizzato dall’Università di Pisa e il Comune di Rosignano «Spacetime-Matter-Quantum Mechanics». Lo abbiamo incontrato in un incontro riservato alla stampa e abbiamo avuto occasione di parlare dello stato politico ed economico mondiale.

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Professor Chomsky, qual è la condizione della democrazia statunitense alle porte delle presidenziali?

Parlare dei candidati in termini di popolarità non ha senso, visto la loro impopolarità…ma questo non deve portarci fuori strada, poiché l’insoddisfazione verso le istituzioni negli Stati uniti è estesa. Se chiedete le impressioni sul Congresso, la maggioranza delle persone vi dirà che sono tutti da mandare a casa: tutti odiano banche, multinazionali, governo etc.

L’unica istituzione che sembra essere sempre rispettata è quella militare. Le ricerche scientifico politiche, non finanziate perché scomode, dimostrano che il 70% della popolazione, che ha il reddito più basso, non trova riscontro effettivo tra le sue attitudini e le posizioni dei suoi rappresentanti politici; come ci spostiamo un po’ più su nello spettro di reddito si ha progressivamente più attinenza, fino ad arrivare a quella frazione dell’1% che non ha bisogno di leggere le scienze politiche perché è perfettamente rappresentata.

Questo genera effetti tremendi, che in Europa conoscete bene, come il crollo dei governi e un violento declino della democrazia che si traducono in disillusione e rabbia e che si mostrano in modi anche piuttosto spaventosi in certi casi: penso al partito neo nazi canadese, alle elezioni in Austria…un po’ la stessa cosa accade anche negli Stati Uniti in misura minore.

Queste elezioni correnti sono sorprendenti: Hillary Clinton è una figura politica mainstrem, è una democratica, ma in altri tempi si sarebbe chiamata una repubblicana moderna: entrambi i partiti si sono spostati molto a destra nel periodo delle politiche neoliberali, divenendo poco riconoscibili.

A proposito del cambio climatico, ogni singolo candidato alle primarie ne nega l’esistenza e perciò non se ne parla più. Donald Trump, invece pensa che dobbiamo incrementare l’uso dei combustibili fossili, specialmente di carbone, eliminare le restrizioni, smantellare la COP21, e rifiutare ogni assistenza ai paesi poveri che tentano di investire nelle energie sostenibili. La sua campagna sta inoltre facendo emergere situazioni analoghe a quelle del nord Europa con episodi di xenofobia, rabbia, paura: la popolazione bianca, che ha una forte tradizione di supremazia bianca, è attraversata però da un inquietante e nuovo fenomeno demografico: c’è un aumento del tasso di mortalità tra i maschi bianchi della classe lavoratrice (35-55 anni) e questo non era mai accaduto in un paese sviluppato e non in guerra… Non è così semplice risalire da questa situazione.

C’è relazione tra il crollo dei grandi modelli culturali, come quello raccontato nel suo documentario «Requiem for the American Dream» e la crescente xenofobia?

Sì, anche in Europa. Un paio di giorni fa la Merkel ha subito un duro colpo nelle regionali da un partito di ultra destra; la Danimarca è un paese con una percentuale credo pari all’1% di popolazione migrante e sta letteralmente collassando poiché l’idea che qualsiasi cosa possa interferire con la loro purezza è inaccettabile. Quando mi riferisco al crollo del sogno americano alludo a problemi sociali ed economici molto rilevanti per la classe operaia, i cui salari sono uguali a quelli di 40 anni fa; nonostante la crescita del PIL, negli ultimi 15 anni il 95% della ricchezza prodotta è andata nelle tasche di appena l’1% della popolazione.

Gli Stati Uniti sono il paese più ricco del mondo, ma se consideriamo il Pil rispetto alle misure di giustizia sociale, nelle statistiche dell’Ocse, il loro posto è molto in basso, alla stregua di paesi come la Grecia e la Turchia. Non ci sono ammortizzatori sociali, i salari sono bloccati e i lavori diventano temporanei invece che permanenti. Si perdono lavori nell’industria manifatturiera in parte per i progressi tecnologici e in parte perché le multinazionali scelgono di produrre all’estero dove i salari sono più bassi.

Ma gli immigrati non c’entrano, anzi migliorano lo stato dell’economia: lavorano, pagano le tasse, in qualche caso investono. Per questo è inquietante che in paesi europei come la Germania, dove il tasso di migranti è alto, il razzismo invece di diminuire, aumenti.

Quali sono i rischi per la ricerca scientifica nel mondo contemporaneo?

La scienza negli stati totalitari corre dei rischi molto seri , ma anche in altri ambiti ci possono essere forti limitazioni, a volte molto difficili da superare. Negli Stati uniti, per esempio, ci sono barriere per quanto riguarda la ricerca sulla cellule staminali, soprattutto barriere culturali e sociali. In campi più affini alla ricerca scientifica il contenzioso politico è molto più evidente, ad esempio nel dibattito sul cambio climatico, che riguarda tutti: il partito repubblicano si limita a negare la sua esistenza.

Lamar Smith, un rappresentante repubblicano, cristiano evangelico, assilla gli scienziati richiedendo loro di fornire i tabulati delle loro mail tra colleghi, in cerca di una traccia di cospirazione, che tagliando il consumo di combustibili fossili, distruggerebbe l’economia. Anche nelle scienze politiche, come in quelle politico-sociali, le ripercussioni possono essere molto importanti; le ricerche sulle relazioni tra opinione pubblica e politiche pubbliche, come dicevo, non sono quasi mai finanziate, visto che portano spesso alla scomoda conclusione che l’opinione pubblica è poca cosa in politica.

Il 24 settembre si terrà a Roma una grande manifestazione di solidarietà contro l’attacco di Erdogan al popolo curdo; qual è la sua opinione al riguardo?

Il conflitto risale agli anni ’90: migliaia di persone uccise, centinaia di villaggi distrutti, centinaia di migliaia di persone fuggirono e tutte queste operazioni sono state appoggiate dagli Stati Uniti e paesi Nato. Tra le orribili atrocità ci furono anche processi sommari, come quello al mio editore del tempo, per un mio libro in cui erano contenute 5 pagine sulle repressioni in Turchia.

Dopo un momento di maggiore tolleranza – uno dei miei ultimi viaggi è stato per un intervento in memoria del coraggioso editore Hrant Dink che voleva far luce sul massacro degli armeni e che fu ucciso – nell’ultimo anno la repressione si è accentuata: ci sono stati attacchi contro la popolazione curda, centinaia di intellettuali sono stati minacciati, licenziati, imprigionati; gli attacchi in Siria, teoricamente contro l’Isis, si sono dimostrati rivolti ai curdo siriani per impedire loro il controllo del confine con la Turchia.

È un conflitto molto aspro che non accenna a migliorare ed è vergognosa la poca attenzione dell’Europa, dovuta probabilmente alle negoziazioni ciniche che sta portando avanti per tenere lontani i profughi siriani. Gli Usa hanno accolto 10.000 profughi, un numero esiguo che rivela la profonda crisi morale di tutti i paesi occidentali: gli stessi, Italia inclusa, che hanno creato le condizioni per questo conflitto, che hanno fornito armi e copertura diplomatica.

In termini di responsabilità, è una crisi umanitaria davvero molto pesante per i paesi Nato.

15 settembre 2016

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Tregua in Siria, Usa e Russia ci riprovano. Turchia, sauditi e Israele permettendo

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

In Siria, così come in Medio Oriente, nessuna delle grandi potenze globali può imporre del tutto i propri interessi e i propri diktat a quelle rivali; solo una guerra su vasta scala – dagli esiti disastrosi e imprevedibili – potrebbe sbloccare una situazione che si è incancrenita dopo decenni di invasioni, occupazioni, "destabilizzazioni creative" di interi paesi nel frattempo deflagrati lasciando spazio ad un integralismo islamista per lungo tempo tollerato quando non fomentato ed ora trasformatosi in ‘nemico comune numero uno’.

Le principali potenze si trovano quindi oggi in una situazione di impasse, portate – in qualche modo costrette – ad intendersi, a mettersi d’accordo a partire da un obiettivo minimo e provvisorio: cristallizzare una situazione che vede la presenza di tutti senza che nessuno prevalga. In attesa, ovviamente, che un cambiamento di fase o qualche evento (preparato o inaspettato) non cambi gli equilibri esistenti concedendo un vantaggio decisivo ad uno degli attori di una “guerra civile” che manifesta oggi in maniera quanto mai plastica quella feroce competizione globale tra potenze di diversa grandezza che squassa il pianeta.

E’ così Stati Uniti e Russia, con l’assenso più o meno convinto di altri paesi coinvolti nel conflitto, ci riprovano, dopo i fallimenti dei mesi scorsi. Quello che non era riuscito nel corso del vertice cinese del G20 è scaturito invece da un’ennesima maratona negoziale durata 13 ore, al termine della quale i rappresentanti di Mosca e Washington hanno annunciato il raggiungimento di un accordo per la ‘cessazione delle ostilità’ in Siria a partire dal 12 settembre. Dal tramonto di lunedì, hanno spiegato il segretario di Stato Usa John Kerry ed il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, le forze lealiste di Damasco dovranno cessare i bombardamenti contro alcune delle forze della cosiddetta ‘opposizione moderata’ (in buona parte gruppi islamisti radicali quando non jihadisti, ma sotto l’ombrello protettivo di Washington e delle potenze sunnite) che in cambio smetterebbero di attaccare l’esercito siriano e i suoi alleati.

La tregua dovrebbe durare almeno una settimana, al termine della quale – in caso di successo – Russia e Stati Uniti dovrebbero dare avvio alla realizzazione di un centro di comando congiunto incaricato di coordinare gli sforzi militari di Mosca e Washington contro lo Stato Islamico e contro il Fronte al Nusra, nel tentativo di “separare i terroristi dall’opposizione moderata” come ha spiegato Lavrov, secondo il quale sono previsti anche raid coordinati da parte delle aviazioni da guerra di Russia e Stati Uniti. “Abbiamo raggiunto – ha specificato Lavrov – un accordo sulle aree in cui avverranno i raid e, in queste aree, sulla base di un’intesa di neutralità condivisa dal governo siriano, saranno operative solo le forze aree russe ed americane”.

A sbloccare la situazione, dopo i dissapori dei giorni scorsi sul comportamento da adottare nei confronti di alcune organizzazioni jihadiste che Washington chiedeva di escludere dalla lista dei gruppi terroristici da continuare a colpire anche in caso di tregua, sarebbe stata la decisione da parte dell’aviazione di Washington di colpire alcune postazioni di Jabhat Fateh al-Sham (Fronte per la Conquista del Levante), nome adottato da Jabhat al-Nusra dopo la furbesca decisione di cambiare nome e di “rendersi autonoma” da al Qaeda.
Nei giorni scorsi un raid condotto dai caccia statunitensi avrebbe ucciso uno dei principali comandanti del gruppo – Abu Hajer al-Homsi  – nella provincia di Aleppo. Inoltre l’inviato speciale americano per la Siria, Michael Ratney, ha indirizzato una missiva alle ‘fazioni dell’opposizione armata’ (senza però citare alcun gruppo o sigla in particolare) per chiedere loro il rispetto del cessate il fuoco annunciato venerdì sera a Ginevra. “Pensiamo che questa tregua possa essere più efficace della precedente perché potrà fermare i raid siriani contro i civili e l'opposizione". "Ancora più importante, vogliamo ottenere una conferma che voi siate pronti ad impegnarvi a rispettare questo accordo", ha scritto Ratney.

Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria, si dice convinto che questa volta la tregua verrà rispettata e che permetterà l’apertura di un dialogo politico tra le parti in causa già a partire da ottobre. "Raramente ho visto una tale e reale determinazione russo-americana ad affrontare i problemi che li uniscono: lotta al Daesh e fine del massacro siriano, anche se restano i disaccordi sul futuro assetto politico della Siria" ha dichiarato il dirigente Onu secondo il quale "la parte innovativa dell'accordo è che prevede lo stop all'aviazione siriana, tranne casi specifici" come chiesto insistentemente dal regime turco nei giorni scorsi. In cambio parte delle opposizioni siriane e Washington avrebbero implicitamente accettato la permanenza al potere del presidente Assad almeno all’inizio di una eventuale fase di transizione che metta fine ad una guerra costata circa quattrocentomila morti.

Ma molti degli attori della contesa siriana sono assai meno ottimisti rispetto alla reale tenuta del cessate il fuoco che dovrebbe scattare domani, in occasione dell’inizio della festa del Sacrificio – Eid el-Adha – che segna l’inizio del pellegrinaggio alla Mecca dei musulmani.

Le incognite e gli ostacoli sono molti, e potrebbero essere il risultato delle ambizioni di potenze locali – in particolare Arabia Saudita, Turchia e Israele – assai restie a rispettare le indicazioni di Washington ormai in contrasto con i propri interessi egemonici ed espansionistici nell’area.
Ad esempio il ministro degli esteri turco Cavusoglu insiste sul fatto che “è necessario ripulire la Siria e l’Iraq dai terroristi”, includendo ovviamente nella categoria anche le Unità di Protezione del Popolo, le Ypg finora sostenute tanto da Washington che da Mosca ma che una invasione di truppe corazzate di Ankara e di migliaia di mercenari dell’Esercito Siriano Libero sta ricacciando ad est dell’Eufrate. Inoltre Ankara, dopo aver imposto agli Usa una ‘zona cuscinetto’ turca nel nord della Siria, continua a tirare Obama per la giacchetta, chiedendo il sostegno aereo statunitense alle proprie truppe con l’obiettivo di cacciare lo Stato Islamico da Raqqa e impedire così che la città venga liberata dalle milizie curde o dalle forze lealiste siriane, un duello in corso anche nella cruciale Aleppo.

Mentre Israele ha bombardato alcune postazioni dell’esercito di Damasco in Golan proprio alla vigilia dell’annuncio del raggiungimento dell’accordo sulla Siria – un più che esplicito avvertimento agli ‘amici’ di Washington da parte dello ‘stato ebraico’ – difficilmente le petromonarchie del blocco sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita potranno subire senza colpo ferire un assetto che ne penalizza le ambizioni. L’apertura da parte di Riad di un nuovo fronte con l’Iran e tutti gli sciiti, definiti ‘non musulmani’ e di fatto espulsi dall'imminente pellegrinaggio alla Mecca, sembra preludere a un’azione di disturbo che potrebbe vedere una escalation nei prossimi giorni.

Da parte loro sia Damasco sia Teheran non si fidano nel tutto della protezione russa e potrebbero mettere in campo alcune contromisure, tentando di condizionare preventivamente Putin, ben sapendo che Mosca potrebbe cedere facilmente in Siria rispetto alle pretese di Washingon, della Turchia, delle petromonarchie o di Israele in cambio di concessioni da parte di Washington in altri scenari, in altri territori interessati dalla ‘guerra mondiale a pezzi’.

Anche la decisione da parte di 73 organizzazioni non governative – per la maggior parte legate agli Stati Uniti e/o ai ribelli siriani e alle potenze sunnite – di sospendere la cooperazione con le Nazioni Unite per protestare contro quella che in una nota hanno definito la “manipolazione degli sforzi umanitari” da parte del regime di Assad e contro la presunta incapacità dell’Onu di resistere alle pressioni di Damasco, potrebbe rappresentare un grave ostacolo alla distribuzione degli aiuti alla popolazione delle aree assediate e all’apertura di eventuali corridoi umanitari, punti entrambi contenuti nel testo dell’accordo accettato anche dal governo siriano.

Insomma, quella che dovrebbe scattare domani non sarebbe la prima tregua annunciata in pompa magna e risoltasi poi in un nulla di fatto.

12 settembre 2016

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Brasile, la ragione e la storia

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tratto da pagina12.com

José Natanson (*)

Il carattere anomalo dell’impeachment contro Dilma Rousseff -anomalo perché il fatto di aver rispettato ritualmente i passi costituzionali non è riuscito a occultare il dato fondamentale, cioè l’assenza del delitto- non deve impedirci di analizzare gli errori che lo hanno reso possibile, non per colpire il pugile già al tappeto ma per cercare di salvare il salvabile in un processo che merita attenzione.

E in questo senso la prima cosa che occorre mettere in evidenza è il cambiamento di contesto. Com’è noto, a partire dal 2002-2003 l’America Latina ha vissuto un decennio di alta crescita economica che in alcuni Paesi ha raggiunto tassi cinesi (anche se si dovrebbe rivedere questo paragone perché ormai la Cina non cresce più a tassi cinesi). Il Brasile, anche se è cresciuto a un ritmo più lento della media regionale, è cresciuto in modo sostenuto finché, a un certo momento tra il 2011 e il 2012, si è fermato. La risposta di Dilma a questo cambio di direzione del vento è stata la peggiore tra tutte quelle possibili: tradendo le sue promesse elettorali, ha imposto un aggiustamento ortodosso non molto diverso da quello che proponeva l’opposizione di destra durante la campagna elettorale, incaricando di questo compito il banchiere ultraliberale Joaquim Levy al quale dopo ha tolto l’appoggio, a tal punto che alla fine rifiutava di farsi fotografare con lui.

Con tutte le variabili macroeconomiche -crescita, inflazione, disoccupazione, deficit- allineate contro, si è aperta l’opportunità di una convergenza tra il potere economico, la giustizia e i partiti di destra, tra i quali sopravvivono formazioni clerico-fasciste che farebbero arrossire anche Cecilia Pando [esponente dell’estrema destra argentina, ndt]. I media sono stati decisivi ma non determinanti: a dire il vero lo stesso schieramento mediatico egemonizzato da Rete Globo aveva provato senza successo un’accusa simile contro Lula a proposito dello scandalo del “mensalão” [mazzette ndt] nel 2005. L’offensiva, costruita intorno a una serie di accuse abbastanza fondate che coinvolgevano metà della classe politica, compresa la prima linea del PT ma esclusa signicativamente la stessa Dilma, aveva accentuato la fragilità del governo.

Di fronte a questo scenario molto impegnativo che non si aspettava, la presidentessa non ha trovato una via d’uscita: da una parte ha rifiutato di negoziare con i poteri reali e i loro rappresentanti parlamentari la formazione di una coalizione che le permettesse, anche volgendo le spalle alla società, di governare fino al termine del mandato con politiche di stabilizzazione e aggiustamento, come aveva fatto Fernando Henrique Cardoso nel suo secondo governo. Ma non si è attivata neanche per convocare un plebiscito che desse impulso alla riforma politica o le elezioni anticipate. Dotata di una qualità etica (o di una rigidità tattica) diversa da quella di Lula, non ha voluto procedere sulla strada insaponata di un patto con gli impresentabili del Congresso né si è sentita sufficientemente sicura da affrontare il salto nel vuoto di un referendum che ha recentemente evocato quando non era più nelle sue prerogative convocare. Alla fine Dilma è rimasta semi-paralizzata, governando nel vuoto.

Perché oltretutto, e qui la responsabilità è più di Lula che sua, il PT aveva prodotto un sorprendente processo di smobilitazione della sua base politica. Provvisto di alcuni dei migliori quadri politici del Brasile, una dote di iscritti che a un certo momento ha raggiunto i due milioni e un leader fuoriserie, il PT è arrivato al governo sulla spinta di una epopea storica che risale agli scioperi contro la dittatura nell’ABC paulista [una zona industriale dello Stato di San Paolo, ndt] e in poco tempo, quasi senza rendersene conto, si è intiepidito. Rilassato comodamente nell’ovatta dello Stato brasiliano, ha perso tensione e senso, cosa che spiega la mistura di apatia e astio con cui è stata accolta la notizia dell’impeachment: per quanto una parte della società brasiliana fosse contro la rimozione di Dilma, pochi erano disposti a fare qualcosa per impedirlo.

Su questo aspetto, il contrasto con il Venezuela è illuminante. A differenza del PT e del Frente Amplio uruguagio, nati in un contesto di lotta contro le dittature, e a differenza anche del MAS boliviano, una costruzione politica per la quale sono occorsi decenni e scaturita dal sindacalismo cocalero del Chapare, l’arrivo al potere di Hugo Chávez è stato prodotto di un incidente, diremmo quasi di una carambola della storia, come quella di Rafael Correa e in un certo senso anche quella di Néstor Kirchner. In sostanza un paracadutista, Chávez è atterrato inaspettatamente a Palazzo Miraflores circondato solo da un pugno di seguaci inesperti e forse per questo si è dato la pena di costruire, inevitabilmente dall’alto, una base militante capace di sostenerlo nei momenti difficili: probabilmente è l’insistenza ostinata di questo zoccolo duro inamovibile ciò che spiega come il chavismo riesca a mantenersi in piedi nonostante l’“ora cade” che viene ripetuto da anni (rimane il dubbio se l’altra faccia di questa base incondizionata, il costo effettivo della sua costruzione e sostentamento, non siano proprio alcuni dei tratti più criticabili del regime venezuelano: le derive autoritarie, la corruzione sfrenata, la deistituzionalizzazione rampante; in altre parole, fino a che punto i tratti negativi del chavismo sono deviazioni correggibili o piuttosto la condizione necessaria per la sua sopravvivenza?).

Però parlavamo del Brasile e del processo di smobilitazione del PT, che in parte spiega la sua caduta e che a sua volta è il risultato del cambiamento nella conformazione del suo elettorato. In realtà, dalla sua fondazione negli anni ‘80 all’arrivo di Lula alla presidenza nel 2003, la base sociale del PT era composta da operai qualificati e dalle classi medie progressiste dei grandi centri urbani. Fondato sullo stile del laburismo britannico, il PT è nato come un tipico partito delle masse industriali radicato soprattutto negli stati moderni del sud e del centro, che perdeva sistematicamente nelle zone africanizzate del nordest, dove venivano rieletti senza difficoltà vecchi caudillos di destra che qui chiameremmo “popolar-conservatori”. Questa equazione si invertì durante la prima presidenza di Lula, quando lo scandalo del mensalão provocò l’allontanamento di parte dell’elettorato originario che tuttavia fu compensato dal crescente appoggio del sottoproletariato nordestino, beneficiato dal favoloso processo di inclusione promosso dal governo. Siccome tra la prima vittoria presidenziale di Lula nel 2002 e la sua rielezione nel 2006 la percentuale di voti fu praticamente la stessa, questo movimento tellurico dell’elettorato passò relativamente inosservato finché il politologo André Singer lo individuò e lo definì come il passaggio dal “petismo” al “lulismo”.

Dilma, che è lulista ma non è Lula, nel senso che fu eletta e rieletta con i voti dei settori più poveri della società ma gli manca la storia di vita e il carisma del suo padrino, ha mantenuto il modello dell’inclusione tramite consumo avviato da Lula, senza preoccuparsi di far crescere l’attivismo politico, costruire potere popolare o, diciamo, dare potere alle masse. Si è trovata con un partito smobilitato, che ha coltivato poco e che quando è arrivato il momento cruciale, non aveva l’energia né le risorse per difenderla.

Ma il modo in cui è caduta Dilma si spiega anche con una tradizione brasiliana che risale all’inizio della sua storia nazionale. A differenza delle guerre sanguinose che hanno segnato l’indipendenza dell’America spagnola, il Brasile si separò dal Portogallo per una decisione politica di Pedro I, il principe ereditario, accettata senza resistenza da suo padre, e più tardi, nel 1889, diventò repubblica mediante una disposizione altrettanto amministrativa (questo ha fatto sì che la storia brasiliana sia una storia sprovvista di eroi e statue, senza un Bolívar o un San Martín da venerare). Allo stesso modo, la versione brasiliana del populismo, il varguismo, fu un movimento redistributivo e inclusivo ma nel quale la componente della mobilitazione era notevolmente attenuata (diciamo un peronismo senza 17 ottobre). Molto più tardi, l’ebollizione degli anni ‘60 creò un movimento guerrigliero entusiasta ma disperso e senza forza, almeno in confronto con Argentina, Uruguay o Cile, e poi la dittatura, anche se naturalmente torturò e uccise, non creò un sistema di campi di concentramento in stile argentino e permise perfino il funzionamento controllato del Congresso, che non fu mai chiuso. Anche il recupero della democrazia avvenne in modo negoziato, “sicuro”, secondo la famosa definizione di Geisel, il generale che la iniziò, a tal punto che il primo presidente democratico, Tancredo Neves, non fu eletto con un voto diretto ma mediante il vecchio sistema di collegi elettorali creato dai militari.

Quello che voglio dire con questo è che la storia brasiliana è essenzialmente una storia di patti tra élites, che sono quelle che governano realmente il Brasile, diversamente da quello che succede in ogni altro Paese della regione salvo quelli del Centroamerica. Gli effetti di questa tradizione sono paradossali: se da una parte ha permesso al Brasile di evitare “picchi di sofferenza” come quelli registrati in Argentina (le lotte tra unitari e federali, la dittatura, le Malvine, il 2001), dall’altro ha gravemente limitato l‘incidenza della popolazione nelle decisioni nazionali, come ha confermato la passività sociale della scorsa settimana. La significativa assenza in Brasile di una Plaza de Mayo, questo centro simbolico della politica argentina dove la gente marcia periodicamente per festeggiare o abbattere governi, non risponde tanto a una questione urbanistica ma di storia politica. E anche, chiaramente, alla decisione di Kubitschek di spostare la capitale in mezzo alla foresta, esplicabile con la strategia sviluppista di portare la civiltà nel deserto ma anche con l’intenzione di allontanare il centro delle decisioni politiche dalle masse che abitano i grandi conglomerati urbani.

Concludiamo quindi rilevando che la rimozione di Dilma, e il modo sordo, quasi senza rumore, con il quale è stata sloggiata dal potere, si spiega con l’offensiva senza scrupoli della destra e con la forma di costruzione politica scelta dal PT ma anche con una tradizione storica tipicamente brasiliana. La caduta di Dilma conferma un modello e sottolinea una cultura politica. E apre una nuova epoca in Sudamerica, che negli ultimi tempi stiamo iniziando a decifrare. I suoi errori, che ora appaiono evidenti, non dovrebbero oscurare il fatto che il suo governo come quelli di Lula prima, sono riusciti a combinare, come mai dopo il varguismo, stabilità economica, libertà politica e inclusione sociale, tre condizioni che sembra difficile possano tornare a coniugarsi nel prossimo futuro.

(*) José Natanson è direttore de Le Monde Diplomatique, edizione Cono Sud

traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Settembre 2016 12:56

Brasile: destituita Dilma, America Latina sempre più a destra

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Alla fine il Senato del Brasile ha approvato oggi la mozione di destituzione della presidente Dilma Rousseff, ponendo così termine a 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori – alleato con numerose formazioni di centrodestra e centrosinistra, la maggior parte dei quali gli hanno voltato le spalle negli ultimi mesi – nel paese sudamericano. I senatori hanno votato 61 a 20 a favore dell'impeachment in base all'accusa che la presidente avrebbe manipolato il bilancio dello stato per garantirsi la rielezione.

Ora Michel Temer, 75 anni, ex vice presidente di Rousseff della quale ha accelerato la caduta, assumerà pienamente la presidenza. Impopolare come la rivale e coinvolto in numerosi scandali per corruzione, Michel Temer giurerà in Parlamento in giornata nel corso di una breve cerimonia, prima di volare in Cina per partecipare al G20. Temer esercita già la presidenza ad interim dopo la sospensione, il 12 maggio scorso da parte del Senato, della prima donna eletta, nel 2010, alla guida del quinto Paese più popoloso del pianeta. Sprofondato in una crisi economica e politica di storiche dimensioni (anche a causa del rallentamento di tutti i Brics e del crollo del prezzo del petrolio e del gas), sullo sfondo di un mega-scandalo di corruzione, il Brasile torna in mano alle destre e alle oligarchie che guardano a Washington e mirano a cancellare la maggior parte delle riforme sociali varate dai governi guidati dal PT a partire dal 2003, anno dell’elezioni di Luiz Inacio Lula da Silva, che hanno permesso a circa 40 milioni di brasiliani di uscire dalla miseria.

Intanto ieri davanti al Senato brasiliano dove era in corso il dibattito sull’impeachment manifestanti di sinistra e polizia si sono scontrati; le forze dell’ordine hanno usato i gas lacrimogeni nel tentativo di disperdere la folla che gridava al golpe in riferimento al complotto delle destre che ha portato alla rimozione di Dilma Rousseff dalla presidenza. Gli strali dei sostenitori delle forze di sinistra – che non risparmiano critiche ad un Pt che negli ultimi anni ha perso ogni spinta al cambiamento sociale e si è limitato a governare insieme a quelle forze politiche di destra che poi gli hanno teso una trappola mortale – puntano il dito in particolare contro Temer, leader del Partito Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb), ex alleato della presidente destituita e che ora potrà governare fino al 2018 defraudando più di 50 milioni di elettori brasiliani che alle presidenziali avevano scelto la candidata del Pt. Appena designato alla presidenza, Temer ha formato un governo di destra e liberista, tutto di bianchi e di esponenti dell’oligarchia che come primo provvedimento hanno varato un mega piano di privatizzazioni, in particolare ai danni dell’azienda petrolifera di stato, la Petrobras, saccheggiata negli ultimi anni da quegli stessi esponenti politici reazionari che ora sono riusciti a destituire Dilma Rousseff accusata non di corruzione (non è infatti coinvolta in nessuna inchiesta giudiziaria) ma di aver ‘alterato’ il bilancio dello Stato per evitare che la crisi economica che investe il paese apparisse in tutta la sua gravità di fronte all’opinione pubblica. Mentre la magistratura ha chiesto le dimissioni e l’arresto di Renan Calheiros, presidente del Senato accusato di corruzione e il presidente della Camera, Eduardo Cunha, è stato a sua volta destituito, dal 12 maggio numerosi sono stati i nuovi ministri che si sono dovuti dimettere per lo stesso motivo o per evidenti conflitti di interesse.

Ora, dopo l’ennesima sconfitta, probabilmente Dilma Rousseff ricorrerà alla Corte Suprema, come ha già annunciato nei giorni scorsi. Mentre scriviamo  i senatori devono ancora votare sulla possibilità che Rousseff sia inabilitata da ogni incarico pubblico per i prossimi otto anni. Secondo la Costituzione brasiliana, un presidente destituito dovrebbe perdere i diritti politici per otto anni e non poter ricoprire alcun incarico governativo, né ruoli di insegnamento in università pubbliche. Il PT ha però chiesto e ottenuto che si tenessero due voti distinti, ottenendo l'assenso del presidente del Supremo tribunale federale, Ricardo Lewandowski.

1 settembre 2016

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