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INTERNAZIONALE

Turchia: un golpe per impedire un asse tra Ankara a Mosca?

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Tra gli alleati del regime siriano circola “un’opinione comune che il fallito golpe in Turchia” potrebbe aggravare i rapporti già difficili tra Ankara e Washington con conseguente “vantaggio” per Damasco e il suo alleato principale – la Russia – a tutto svantaggio delle forze curde-siriane e degli Stati Uniti, impegnati nella lotta ai jihadisti dello Stato Islamico. E’ quanto scriveva nei giorni scorsi il quotidiano libanese “Assafir”.
La ‘previsione’ di Assafir sembra essere stata ampiamente azzeccata a vedere le scintille tra Ankara – che accusa gli Usa di aver sostenuto il colpo di stato fallito e comunque di ospitare Fethullah Gulen, additato come l’ispiratore dell’ammutinamento armato – e Washington – che invece minaccia di ritorsioni la Turchia all’interno del fronte Nato agitando la questione delle libertà fondamentali e dei diritti umani.

Per il giornale di Beirut, ben addentro alle vicende siriane, “fino al fallito colpo militare, l’aria che si respirava a Mosca confermava aspettative di importanti cambiamenti in Turchia rispetto al conflitto siriano e rispetto anche il ruolo di Ankara in seno alla Nato”. Assafir ricordava come il recente riavvicinamento tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la Russia sia “avvenuto al culmine delle tensioni con Washington”.
Infatti, dopo le critiche del presidente Usa Barack Obama che in un’intervista ad aprile ad “Atlantic” aveva definito il suo omologo turco “fallito e autoritario”, il “Sultano” di Ankara ha reagito sferrando un duro attacco all’amministrazione Usa: “Se l’America non pone limiti al Pkk e al PYD e YPG l’intera regione assisterà ad un bagno di sangue”, ha detto Erdogan arrivando a chiedere a Washington di scegliere tra lui ed i curdi e minacciando di chiudere la base militare turca Incirlik usata dalla Coalizione internazionale per i raid anti-Isis in Siria. La stessa base che dopo il fallito golpe è stata perquisita dalla polizia che ha arrestato vari graduati e militari turchi, accusati di aver permesso il rifornimento di alcuni caccia guidati da piloti ribelli. Come se non bastasse alla base è stata sospesa per più di 24 ore l’erogazione dell’energia elettrica ed è stata isolata, impedendo i collegamenti con l’esterno.

La massiccia ripresa dei bombardamenti russi nel Nord siriano a sostegno del governo di Damasco deciso a riconquistare Aleppo considerata “decisiva” per le sorti del conflitto, avrebbe determinato la svolta di Erdogan. “Trovatosi di fronte ad un alleato (Usa) titubante al massimo ed un nemico (Russia) che non esita ad attaccarlo se dovesse ripetersi l’abbattimento di un altro aereo russo” Erdogan, che doveva fare i conti con l’ascesa delle forze curde siriane e con un’ondata senza precedenti di attentati in patria compiuti dai jihadisti dell’Isis e dai guerriglieri curdi, “ha deciso di abbassare la cresta e chiedere scusa” a Mosca per l’abbattimento, da parte di un suo caccia, dell’aereo russo avvenuto lo scorso novembre.

Una svolta quella di Erdogan seguita subito da una dichiarazione di apertura del nuovo primo ministro turco Binali Yildirim, il quale aveva parlato di un’inevitabile “ripresa di normali relazioni” con la Siria, tanto da provocare la dura reazione del regime saudita che aveva avvertito Ankara delle gravi conseguenze che avrebbe generato quello che il regno wahabita aveva definito ‘il tradimento dei ribelli siriani’, cioè dei piani fino a quel momento condivisi tra le petromonarchie e la Turchia neo-ottomana.
Il quotidiano libanese fa notare inoltre come la nuova grande offensiva dei lealisti siriani che ad Aleppo sono riusciti a stringere il cerchio intorno alle zone controllate dai ribelli islamisti legati ad Ankara, sia avvenuta “senza alcuna reazione di Ankara” che fino a poche settimane fa considerava invece la perdita del capoluogo “una linea rossa”.
Insomma, scriveva pochi giorni fa Assafir, “la Russia è molto più vicina ad Erdogan dagli Usa”, che continuano a scommettere sui nemici giurati della Turchia, le forze curde-siriane elevati ad alleati nella lotta contro l’Isis.

Ecco quale potrebbe essere, secondo Assafir, un potenziale scenario dopo un’eventuale rottura tra Washington ed Ankara: un’intesa tra Erdogan e l’asse Mosca-Damasco. In cambio Mosca convincerebbe Assad e dei suoi alleati libanesi e iraniani a non consentire la creazione di una zona autonoma curda nel Nord della Siria. Una eventuale chiusura o ridimensionamento della presenza Usa nella base aerea di Incirlik, utilizzata dalla Nato, concederebbe a Mosca un netto vantaggio nella gara in corso con Washington per la liberazione della capitale del califfato Raqqa. “Qualsiasi cosa accadrà, è difficile che in Medio Oriente la Turchia sunnita, governata dai Fratelli musulmani, passi dalla parte dell’Iran, di Bashar Assad e, per conseguenza, dei russi. Ma una Turchia anti-americana, contraria ad assecondare la prova di forza della Nato in Polonia e repubbliche baltiche, indebolisce l’Alleanza di fronte alla questione ucraina ancora aperta” scriveva ieri Ugo Tramballi su Il Sole 24 Ore.

Che poi, sulla base del classico ‘a chi giova’, ipotizza che dietro le quinte di quello che definisce “volutamente fallito” golpe del 15 luglio ci debbano essere i russi. Perché ora la Nato, dopo aver deciso di inasprire la militarizzazione dei suoi confini orientali e settentrionali rafforzando la minaccia contro Mosca, si ritrova con uno dei suoi paesi cardine governato da un regime furiosamente anti-americano, tanto da far circondare e chiudere per qualche ora la più importante base Nato della regione e da accusare esplicitamente Washington di aver ispirato il tentativo di regime change.
Ma oltre al ‘cui prodest’ nessun altro elemento sostiene questa tesi.

A volte la spiegazione più convincente è anche la più semplice: il golpe è fallito perché l’inimicizia e lo scontro tra Ankara e Washington era così palese che il regime turco monitorava le forze armate ed è stato in grado di intercettare le mosse dei golpisti, mettendo al riparo Erdogan e gli uomini chiave del governo ma lasciando che i militari ribelli andassero allo sbaraglio, in modo da poter godere poi di un controgolpe che ha già portato a decine di migliaia tra arresti ed epurazioni in tutti gli apparati dello stato. Probabilmente non sapremo mai veramente perché il golpe del 15 luglio è stato prevenuto e poi è fallito: perché una parte dei golpisti si è tirata indietro (magari facevano il doppio gioco)? Perché i golpisti hanno sottovalutato la capacità di controllo e di reazione del regime? Perché non hanno tenuto conto del sostegno popolare di cui Erdogan gode? Perché gli eventuali sponsor internazionali dell’operazione non hanno concesso tutto il sostegno promesso? Domande alle quali sarà difficile, anche col tempo, dare una risposta.

Proseguendo nel suo ragionamento, è lo stesso Tramballi comunque a ricordarci che gli Stati Uniti non sono affatto infallibili, anzi. E che quindi la spiegazione degli eventi del 15 luglio possa essere un’altra: “È mezzo secolo che la Cia commette errori imbarazzanti. Che non sapesse nulla di un golpe che stava maturando nei gangli di potere dell’alleato strategicamente più importante della regione, è un indizio di colpa o di mediocrità. La tardiva reazione a un golpe in un Paese tecnicamente democratico, dimostra quanto poco Washington e l’Europa stimino Erdogan. (…) Gli Stati Uniti potrebbero avere istigato (più che organizzato) il golpe (…) per impedire il riavvicinamento strategico fra Ankara e Mosca”.

Chiudendo il suo articolo, poi, Tramballi cita un’ipotesi spuria, ma non per questo meno plausibile e inquietante: “La (…) ultima variante è che il colpo di stato sia un semplice episodio accidentale nel percorso tormentato della vicenda euro-mediorientale. Come l’attentato di Gavrilo Princip all’erede al trono austriaco, a Sarajevo: l’evento imprevedibile che fa precipitare degli eventi. È estremamente probabile che anche dopo il golpe turco nulla resterà come prima”.

20 luglio 2016

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Dichiarazione della Kck sul tentativo di colpo di stato in Turchia

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Dichiarazione della KCK sul tentativo di colpo di stato in Turchia
 
 
La co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK ha rilasciato una dichiarazione relativa al tentativo di colpo di stato in Turchia.La dichiarazione afferma che: “C’è stato un tentativo di colpo di stato messo in atto da persone la cui identità e le cui motivazioni non sono ancora chiare. Cattura l’attenzione il fatto che questo tentativo arriva in un momento in cui Erdogan, secondo quanto riferito, stava per incaricare generali vicini a lui durante l’incontro del consiglio militare che avrebbe dovuto svolgersi a breve. Il fatto che questo tentativo di colpo sia stato messo in atto all’interno di un processo che testimonia discussioni sulla politica estera del governo fascista AKP è un’altra caratteristica di questo colpo.”

Tentativo di colpo di stato è la prova della mancanza di democrazia

Nella dichiarazione della KCK si legge: “Non è rilevante all’interno di quali fattori e di quali obiettivi politici, interni o esterni, e per quale ragione una lotta di potere viene intrapresa: in questo caso non si tratta di difendere o non difendere la democrazia. Al contrario, questa situazione è la prova di mancanza di democrazia in Turchia. Tali lotte di potere e tentativi di afferrare il potere non appena se ne presenti l’opportunità sono osservati nei paesi non democratici dove un potere autoritario provoca colpi di stato per rovesciare un altro potere autoritario quando le condizioni sono propizie. Questo è quello che è successo in Turchia.

Un colpo di stato è stato messo in atto alle elezioni del 7 giugno

Un anno fa, Tayyip Erdogan e la Gladio del Palazzo inscenarono un colpo di stato a seguito deli risultati delle elezioni del 7 Giugno portandosi dietro il MHP, tutti i fascisti, i poteri militari nazionalisti identificati come Ergenekon e una parte dell’esercito. Questo fu un colpo operato dal potere del palazzo contro la volontà democratica del popolo manifestata dal voto della gente. Il fascismo dell’AKP fece un’alleanza con tutte le forze di stampo fascista e con una parte dell’Esercito incluso il Capo della Difesa al fine di sopprimere il Movimento di Liberazione Kurdo e le forze democratiche. Il fascismo dell’AKP condusse l’Esercito nelle città e nei villaggi curdi, fece incendiare le città radendole al suolo e massacrò centinaia di civili. Inoltre, emanò leggi per invalidare i processi dei militari per dei crimini da loro commessi.

Tentativo di colpo di stato di una fazione militare contro un’altra fazione militare

E’ già esistita una tutela militare prima del tentativo di colpo di stato fatto ieri; e questo caratterizza il caso attuale un tentativo di golpe operato da una fazione contro la fazione militare esistente. Questa è la ragione per cui coloro che vogliono che l’esercito insceni un colpo di stato, finora avevano accettato l’esistenza di una tutela militare e si erano schierati accanto ad Erdogan. Il fatto che il MHP e le cerchie nazionaliste e scioviniste si siano affiancate alla Gladio del Palazzo e i ai suoi alleati fascisti ha rivelato piuttosto chiaramente che non si tratta affatto di un incidente nella lotta tra coloro che parteggiavano per la democrazia e coloro che la osteggiavano.

Ritrarre Erdogan come democratico dopo il tentativo di colpo di stato è un approccio pericoloso

Raffigurare Tayyip Erdogan, o la dittatura fascista dell’AKP come se fossero democratici a seguito di questo tentativo di colpo di stato è un approccio anche più pericoloso del colpo di stato in sé. Immaginare la battaglia per il potere tra forze autoritarie, dispotiche e anti-democratiche come una lotta tra sostenitori e nemici della democrazia servirebbe solo a legittimare l’esistente governo di stampo fascista e dispotico.

Le forze democratiche non si schierano con nessuno dei due campi

La Turchia non ha un gruppo di civili al potere né una lotta di forze democratiche contro i cospiratori. La lotta attuale è per colui che dovrebbe guidare il sistema politico attuale che è, a sua volta, il nemico della democrazia e del popolo kurdo. Perciò, le forze democratiche non si schierano per nessuno dei due campi durante questi scontri.

Se si trattasse di un colpo di stato contro la democrazia sarebbe proprio quello portato avanti dal partito fascista AKP

Se ci fosse un colpo di stato contro la democrazia sarebbe da identificare con quello condotto dal governo fascista AKP. Il controllo del potere politico sopra quello giudiziario, l’incremento di leggi e politiche fasciste approvate dalla maggioranza parlamentare, la revoca delle immunità dei parlamentari, l’arresto di sindaci, la rimozione coatta di sindaci e co-sindaci dalle loro posizioni, l’imprigionamento di migliaia di politici appartenenti all’HDP e al DBP: sono queste le azioni che costituiscono più che un colpo di stato. Il popolo kurdo si trova sotto un attacco genocida, fascista e colonialista.

Il governo dell’AKP ha trascinato la Turchia in questi scontri

Quello che ha portato la Turchia a questo stato è il governo AKP che ha trasformato il suo governo in una guerra contro il popolo kurdo e le forze della democrazia. Con il suo carattere egemonico, assolutistico e antidemocratico ha tenuto la Turchia in stato di caos e nel conflitto. Con la sua guerra contro il popolo curdo e contro le forze democratiche ha portato la Turchia ad uno stato di guerra civile. Il recente tentativo di colpo di stato mostra che la Turchia ha bisogno di liberarsi dal governo fascista dell’AKP e avere un governo democratico. Gli ultimi sviluppi spingono con urgenza affinché la Turchia si democratizzi e si liberi da questo governo egemonico e fascista.

All’interno di questo quadro, le forze democratiche dovrebbero prendere posizione contro la legittimizzazione delle politiche del governo fascista dell’AKP mascherate come “democratiche” e dovrebbero creare un alleanza democratica che avvierebbe un processo realmente democratico in Turchia. Questo tentativo di colpo di stato ci impone di non frenare la lotta contro il fascismo dell’AKP ma al contrario potenziarla affinché il caos e gli scontri in Turchia cessino ed emerga una nuova e democratica Turchia.

16 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 17 Luglio 2016 11:02

Bliar e gli altri....

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Piero Maestri - tratto da http://www.communianet.org

Nei giorni scorsi è stato presentato alla Camera dei deputati inglese e reso pubblico il “Report of the Iraq inquiry”, più noto come Chilcot report, frutto dei lavori della commissione d'inchiesta sulla decisione di attaccare militarmente l'Iraq nel 2003 da parte del governo di Tony Blair.
Indubbiamente la pubblicazione e i contenuti di questo rapporto sono molto interessanti e importanti e rappresentano - in un certo qual modo - una conferma delle denunce e proteste del movimento contro la guerra di allora. Solo in parte, però, e poi vedremo perché.

E' estremamente importante che una commissione ufficiale di un paese in prima fila in quell'aggressione militare disveli le bugie dell'allora Primo ministro britannico (soprannominato per questo "Bliar", cioè B/bugiardo...), bugie necessarie per vendere all'opinione pubblica quella guerra, così come gli “errori” di strategia e comportamento militare da parte delle forze armate britanniche, che hanno provocato conseguenze mortali ancora visibili in Iraq e in tutta la regione.
Qualcosa però in questo stesso rapporto, e nel modo in cui è stato ripreso da parte della stampa in tutto il mondo, lascia perplessi. Dicevamo che il Report restituisce, con 13 anni di ritardo, le ragioni di chi si era opposto a quella guerra crudele e che già allora sapeva bene che non esisteva alcuna “smoking gun". Ma soprattutto che quella ricerca di “prove” era essa stessa una bugia, una cortina fumogena che serviva a distrarre e non permettere di ragionare sulle vere intenzioni dietro quella stessa guerra.

Diciamocelo, in fondo Bush e Blair con le loro “bugie” hanno convinto solamente chi voleva essere convinto; le loro risibili prove, sono state prese sul serio da chi voleva farlo, sia da parte di esponenti politici che del sistema dell'informazione. Davvero qualcuno è stato “ingannato”? Davvero qualcuno aveva creduto in “buona fede” (come Blair sostiene abbia fatto egli stesso) che Saddam Hussein rappresentasse un pericolo planetario e che la guerra fosse motivata da questo?
E' evidente che chi oggi cade dal pero e si accorge di essere stato “ingannato” o è in totale malafede oppure non è mai stato in grado di fare il proprio mestiere (giornalistico o politico) in forma critica e onesta. E comunque propendiamo per la prima ipotesi.

Il limite del rapporto (da un sua prima lettura) è quella di prendere sul serio le giustificazioni di Blair (e Bush jr) dichiarandole in parte come false e in parte non confermate.
Si legga per esempio il punto 796 del rapporto: “ Dal 2009 è stato dimostrato che alcuni elementi degli obiettivi britannici del 2003 per l'Iraq sono stati mal valutati (corsivo mio). Nessuna evidenza è stata portata sul possesso di armi di distruzione di massa da parte dell'Iraq, che avrebbero potuto minacciare i suoi vicini e la comunità internazionale nel suo complesso. Ma tra il 2003 e il 2009 gli avvenimenti in Iraq hanno minato la stabilità regionale, avendo persino permesso ad Al Qaeda spazio libero in cui operare e frontiere insicure attraverso le quali i suoi membri potessero spostarsi.”
Mal valutati? L'errore di valutazione da parte di Bush Jr e Blair è stato quello rispetto alla capacità militare di stabilizzare in forma diversa l'Iraq e la regione intera attraverso un intervento militare che è sostanzialmente fallito per diverse ragioni. Ma certamente non è stata mal valutata la presenza di armi di distruzione di massa che sapevano benissimo non esistere.

Ancora, al punto 798 del rapporto si legge: “La commissione non è stata in grado di identificare approcci alternativi che avrebbero potuto garantire un maggiore successo nel marzo 2003. Vogliamo dire che non sono state identificate opportunità per una seria riconsiderazione della politica messa in campo che avrebbero potuto meglio allineare obiettivi e risorse. Non ci sono serie evidenze di possibili opzioni più radicali o di un ritiro rapido o al contrario di un sostanziale incremento dell'impegno. La commissione ha identificato una serie di momenti, specialmente durante il primo anno, nei quali sarebbe stato possibile quel riesame, ma in nessuno di essi è stato fatto”.
In sostanza, si dice, non è chiaro se si fosse potuto operare in maniera differente. Ma che significa?
La questione che si dovrebbe porre è invece chiaramente un'altra: la guerra contro l'Iraq, come quella del 1991 e il conseguente embargo che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di iracheni (con la complicità di tutti i governi occidentali – compresi quelli italiani guidati da Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema.....), non aveva nulla a che fare con le presunte armi di distruzione di massa.
Quelle erano semplicemente giustificazioni pubbliche per vendere la guerra - che aveva motivazioni politiche, strategiche, economiche assolutamente chiare, evidenti e ampiamente rese note non solo nelle denunce dei movimenti contro la guerra, ma anche da moltissimi media che scelsero di non essere embedded.

Il Report rischia – forse suo malgrado - di avere un effetto di distrazione di massa, nascondendo ancora una volta le motivazioni di quella guerra, come se queste fossero quelle dichiarate e solamente mal gestite.
E in fondo Blair non mente oggi quando dichiara di aver agito in “buona fede” e che “lo rifarebbe ancora”: lui e i suoi sodali erano perfettamente in buona fede a fare una guerra per garantire i propri interessi nazionali (e personali, vista la carriera profumatamente retribuita come “esperto di medioriente” da allora intrapresa da Blair). E lo rifarebbero ancora – perché le conseguenze nefaste non sono mai,state un problema per loro.
Come rispose Madeline Albright, allora Ambasciatore Usa all'Onu prima di diventare Segretario di Stato, alla Cbs che le chiese “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti in conseguenza all'embargo. Ne valeva la pena, era necessario?” “Penso che questa sia una scelta molto dura, ma la posta in gioco... we think the price is worth it”. Pensiamo che per quella posta ne sia valsa la pena.
Questi non sono bugiardi senza gloria. Sono criminali, e chi li ha appoggiati, chi ha loro creduto senza porsi domande evidenti, sono loro complici – anche quelli che oggi fingono di cadere dal pero.

10 luglio 2016

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Rojava: economia locale, ecologica e femminista

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Rojava - Il confederalismo democratico nel Kurdistan siriano. Il principale soggetto economico è la cooperativa, amministrata dai lavoratori stessi organizzati in comuni

kurdistan mappaIl 17 marzo u.s. i delegati dei tre cantoni del nord della Siria che compongono il Rojava (Afrin, Kobane e Cizire) e di altre zone liberate dallo Stato Islamico hanno espresso la volontà di organizzarsi in un sistema federale. Il Rojava non è (né vuole essere) uno Stato-nazione, ma una zona autonoma nella quale convivono differenti etnie e religioni. Le decisioni non vengono prese da un governo rappresentativo, ma partono dall’assemblea di una strada o di un piccolo villaggio. Questa esperienza democratica radicale, definita da Abdullah Öcalan confederalismo democratico, è in atto da quasi quattro anni, ma non si sa molto sull’economia che la sostiene.

Rojava: agricoltura e petrolio

La popolazione del Rojava è di circa 4,5 milioni di abitanti e la moneta che usano è la lira siriana. Nella zona quasi non c’erano industrie e l’occupazione fondamentale era quella di produrre materie prime agricole, che erano lavorate nella fascia occidentale della Siria, e di rifornire di petrolio le raffinerie anch’esse situate nell’ovest del Paese, perché questo faceva parte della politica di disseminazione e impoverimento della popolazione kurda attuata dal regime di Bashar al-Assad. Pertanto si tratta di un’economia prevalentemente agricola che conta su importanti risorse naturali, la più rilevante delle quali è di gran lunga il petrolio. Con l’autonomia - dal 2012 in poi - tutto è cambiato, ma si tratta di un’economia di guerra, per di più soggetta a un embargo commerciale. Nonostante ciò, e il fatto che l’aiuto internazionale è estremamente scarso, il sistema economico è molto interessante. La chiave dell’economia risiede nel decentramento, tutto si organizza localmente. I tre cantoni del Rojava hanno centinaia di comuni, organizzazioni politiche locali di alcune decine di persone sulle quali si disegna l’economia. L’organizzazione e la struttura delle cooperative è legata a quella delle comuni, che, anche se decentralizzate, cooperano tra loro. Inoltre la proprietà della terra è in maggioranza comunale, cosa che in un primo momento è stata molto difficile da realizzare per il caos che ha provocato la guerra.

Il Rojava cerca di arrivare all’autosufficienza, che ora ha raggiunto involontariamente a causa dell’embargo imposto dalla Turchia, che gli impedisce di commerciare con l’estero. Inoltre si trova in un’economia di guerra dove circa il 70% del bilancio dell’autogoverno si utilizza per la difesa, risorse che vengono ricavate dalla vendita locale di derivati del petrolio, dai fondi comunali e dei limitati scambi commerciali nei crocevia di frontiera. Ma nel futuro intendono arrivare ad un altro tipo di autosufficienza aperta a investimenti stranieri che portino prosperità ai cantoni, con la possibilità di costruire nuove raffinerie di petrolio, la loro centrale elettrica, fabbriche e anche un aeroporto. Ora ci sono due antiquate raffinerie, l’elettricità si ricava da generatori diesel e l’industria è molto scarsa. Proprio per questo sono aperti a investimenti stranieri che accettino le condizioni dell’autogoverno. La poca industria che c’è rispetta una serie di criteri ecologici (l’ecologia è un pilastro fondamentale in Rojava), il che è facile da realizzare per le sue piccole dimensioni. Le rudimentali raffinerie che hanno, e che raffinano gasolio di cattiva qualità, sono un’eccezione che intendono correggere una volta che disporranno dei fondi necessari. In Rojava si rifiutano l’agricoltura e l’allevamento intensivo, e si mantiene tutto nell’ambito locale con tecniche rispettose dell’ambiente.

I tre cantoni del Rojava

Il cantone più ricco è Cizire, confinante con l’Iraq, che rappresenta la principale fonte economica del Rojava. Cizire ha un suolo fertile, grano e orzo di buona qualità, ma soprattutto le principali riserve di petrolio. Il cantone di mezzo, Kobane, sta incentrando la sua economia sulla ricostruzione della sua città principale e dei villaggi dei dintorni, totalmente devastati dalla guerra. Il Consiglio Agricolo di Kobane di recente ha redistribuito più di diecimila ettari tra contadini poveri perché li coltivino. Afrin, il terzo cantone, isolato nel nordovest della Siria, basa la sua economia sul grano e sull’olivo, oltre a piccole fabbriche di tutti i tipi (sapone, olio, materiali da costruzione, calzature ecc.). Nonostante la povertà e l’embargo commerciale turco, particolarmente grave in questo cantone per il suo isolamento rispetto agli altri due, il fatto di non aver costituito un fronte con lo Stato Islamico ha alleviato parecchio la sua situazione (anche se vi sono scontri e alleanze con altri gruppi armati).

L’economia comunitaria

La cosiddetta economia comunitaria è un’economia cooperativa al servizio della società, dove esistono cooperative di ogni tipo: le principali sono quelle agrarie, ma vi sono anche cooperative di allevamento, di servizi, di sindacati e industriali. Esistono anche piccole e medie imprese private, ma sotto la filosofia della “proprietà privata al servizio di tutti”. Questo significa che, anche se alcune imprese private sono totalmente indipendenti, la maggioranza ha accordi con l’autogoverno e coopera con esso su obiettivi che beneficiano la popolazione locale.

Pertanto il principale modello economico è la cooperativa, amministrata dai lavoratori stessi organizzati in comuni. Si è stabilito un massimo di capitali in base alle dimensioni delle cooperative e si può essere membro della direzione di una sola cooperativa. I profitti delle cooperative (se ci sono, poiché i prodotti finiti, se non si consumano, si vendono a prezzi molto economici) vengono divisi più o meno nel modo seguente: circa la metà viene ripartita tra le persone che hanno delle partecipazioni (si possono acquisire partecipazioni con il lavoro, con il capitale o con entrambe, ma è il lavoro che concede maggiori vantaggi nella ripartizione dei profitti), tra il 10 e il 30% si tiene per incrementare i fondi della cooperativa e il resto si deposita nel fondo della comune per le necessità sociali. Ma, a parte i profitti, i membri della comune ricevono un salario mensile per il loro lavoro o sono ricompensati in beni primari. È fondamentale il coordinamento delle diverse cooperative dei diversi cantoni, soprattutto nella produzione di beni come prodotti in ferro e parti di automobili. In linea con tutte le altre politiche del Rojava, non c’è nessuna differenziazione di sesso nel lavoro e nell’amministrazione delle cooperative, la donna è presente in modo attivo in tutti gli ambiti della società.

Il “welfare” del Rojava

Attualmente in Rojava non si pagano tasse, perché non c’è un’amministrazione economica centrale che le riscuota e li distribuisca, non si tratta di un’economia pianificata come quelle dei socialismi reali, né di un welfare state occidentale. Il “contratto sociale” del Rojava però garantisce il sistema sanitario, quello educativo e una casa dignitosa, finanziati da fondi comunali e altre entrate locali. La sanità e l’educazione miglioreranno con il tempo, ma si dispone già di scuole e istituti, con un’università a Qamishli (l’Accademia Mesopotamica di Scienze Sociali) oltre ad altre accademie che prenderanno la forma di università, e ospedali cantonali (nei quali si paga o meno secondo la situazione di ciascuno) e privati. Per quanto riguarda la casa dignitosa, il ministro dell’economia e del commercio di Afrin ha detto che “dato che [Afrin] è un’area sicura, gli affitti sono cari; ma abbiamo iniziato a preparare la costituzione di cooperative che garantiscano il diritto alla casa per tutti”. Questo obiettivo sarà più complicato perché il Rojava è la principale destinazione dei profughi interni, lì arrivano quelli che fuggono dal regime e dai jihadisti, e molti decidono di restare.    

Le politiche dell’autogoverno

L’autogoverno impone controlli sui prezzi degli alimenti di base, delle medicine e del gasolio, e distribuisce il pane gratuitamente tra le famiglie. Il credito per formare nuove cooperative lo forniscono le comuni che le creano con il denaro di cui dispongono, ma soprattutto con il lavoro dei loro membri. La riscossione di interessi, la speculazione e la rendita da capitale finanziario sono proibiti. La distruzione dell’apparato produttivo causata dalla guerra e l’uso di tecniche di produzione piuttosto rudimentali fanno sì che la scarsità di offerta monetaria disponibile non comporti ancora problemi. Questi li dovranno affrontare una volta raggiunta una crescita economica minimamente considerevole, dato che la moneta che utilizzano viene emessa dalla Banca Centrale della Siria, controllata dal governo di Bashar al-Assad. Tuttavia stanno iniziando a parlare di una loro banca centrale per controllare l’emissione di cartamoneta e il credito, oltre che per generare fiducia tra i futuri investitori.

Si può concludere che l’economia del Rojava, anche se attualmente è poco più di un’economia di sussistenza, è un’economia locale, ecologica e femminista il cui modello produttivo rappresenta un’alternativa al modello capitalista neoliberista. Sarà il tempo, con la fine della guerra civile siriana, a mostrarci l’evoluzione di questa società una volta stabilizzata in un contesto di pace.

Juan Jesús Duque Romero

Fonte: Rebelión, traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

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Ultimo aggiornamento Domenica 10 Luglio 2016 12:04

Salta il Ttip, ma non è il caso di tirare il fiato

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2014-06-23_eci_ttip

tratto da http://contropiano.org

Il Ttip salta, per ora. Ed è la prima volta che i ministri del commercio di alcuni paesi europei lo dicono apertamente. Il cumulo dei punti di vista contrastanti è tale da non potere essere sciolto in tempi brevi, comunque non entro la scadenza della presidenza Obama e in piena incertezza su quali saranno le priorità del prossimo inquilino della Casa Bianca. Nè la Clinton, né tantomeno Trump, hanno detto una sola parola chiara sull’argomento.

Naturalmente, vista l’assoluta segretezza con cui sono state fin qui condotte le trattative, nulla vien detto su quali siano i punti di frizione, ma è comunque noto da tempo che su produzione alimentare (gli Stati Uniti chiedono di aprire il mercato alle loro carni agli ormoni e ai prodotti ogm, mentre si rifiutano di assicurare una qualsaisi tutela dei prodotti Doc )e soprattutto sulle corti arbitrali che dovrebbero decidere in caso di contrasto legale tra una multinazionale e un paese sono stati registrati contrasti fin qui irrisolvibili.

Da lunedì prossimo dovrebbe in ogni caso partire il 14esimo round del negoziato, anche se lo spazio per fare passi avanti appare chiuso. Il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl, è stato particolarmente chiaro: “Stiamo aspettando così tante serie offerte da parte degli Usa che non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell’amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario.”.

E la conferma arriva, con ambiguità tutta italiana, anche dal ministro italiano dello sviluppo economico, Carlo Calenda: “Il Ttip secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione”. Solo una questione di lentezza dei lavori, insomma, anche se è proprio lui a dare il contesto che determina questo fallimento: “ rischia di saltare anche l’accordo con il Canada perché c’è una mancanza di fiducia verso tutto quello che è internazionalizzazione e una mancanza di delega a una governance europea certa”

Nessuna fiducia reciproca, dunque, tra i due lati dell’Atlantico, specie per quanto riguarda la possibilità di arrivare a definire regole comuni che non comportino danni serissimi per uno dei due contraenti (e l’Europa è certamente il lato debole); e assoluta incertezza – specie ora che Londra sembra aver smarrito il ruolo storico di cerniera transatlantica, votando la Brexit – su come vada a finire nell’Unione Europea. “Gli americani stanno perdendo uno dei paesi più favorevoli all’accordo”, spiega Chad Bown, ex economista della Banca mondiale. E le priorità europee sono rapidamente cambiate: prima di negoziare con gli americani, serve trattate con gli inglese affinché l’uscita dalla Ue sia il meno disordinata possibile”. Ed è impossibile condurre contemporaneamente due negoziati sulle stesse materie, con gli stessi paesi, ma improntati a logiche opposte: con il Nord America di stava trattando per unire i rispettivi mercati, con Londra bisognerà discutere su come separarli con il minor danno possibile.

“Non è chiara la governance” significa dunque che non si sa bene chi comanda e con quale approccio. L’accumularsi di tensioni antiunitarie (euroscetticismo e populismo sono solo parole) mette in discussione ulteriori passi avanti nell’integrazione continentale. E il riemergere prepotente dell’”approccio intergovernativo”, addirittura nella logica del “chi ci sta, ci sta, gli altri verranno”, consiglierebbe chiunque di rinviare qualsiasi contratto duraturo con “i 27”. Figuriamoci un trattato che dovrebbe definire un mercato comune alla viglia di un anno elettorale – il 2017 – che potrebbe disegnare governi del tutto diversi da quelli che hanno fin qui tessuto la tela del negoziato.

Ed è il paese con il governo meno popolare d’Europa, la Francia, a mettere la parola fine sul Ttip: “Non c’è nulla di peggio che iniziare una trattativa dicendo di voler concludere a qualunque costo. Noi – ha detto ancora il viceministro Fekl – avremmo preferito una buona intesa per l’occupazione in Francia e per i lavoratori”. Ancora più esplicito era stato il premier Manuel Valls: “Non ci può essere un accordo sul trattato transatlantico, non siamo sulla buona strada”. L’accordo “sarebbe imporre un punto di vista che non solo potrebbe essere terreno fertile per il populismo, ma anche un male per la nostra economia”.

La retorica delle conferenze stampa falsa molto la realtà: dei lavoratori, al governo francese, non importa nulla, vista la ribellione totale alla loi travail che, come il jobs act, cancella sette decenni di conquiste sindacali incardinate nel “patto tra produttori” che definisce la costituziona materiale di Parigi. Il problema intollerabile è che la materia del Ttip mette evidentemente a rischio l’ossatura della struttura industriale francese, oltre che la qualità dello champagne, dei vini e dei formaggi d’Oltralpe. In questo senso, dunque, diventa vera anche la preoccupazione per il possibile l’esplodere della disoccupazione una volta andati a regime gli accordi Ttip.

Dal punto di vista dei lavoratori di entrambe le sponde delll’Atlantico è un’ottima notizia, perché quanto meno rinvia l’ennesimo drastico peggioramento delle condizioni di vita e delle normative contrattuali. Ma ci appare chiaro che il mancato accordo, nel medio periodo, comporterà un aumento della “competizione” economica tra Europa e Nord America, con ovvie conseguenze sui rispettivi mercati del lavoro.

Diciamo dunque che l’arresto del negoziato Ttip può aprire una “finestra di opportunità”. Che soltanto un ritrovato protagonismo conflittuale dei movimenti dei lavoratori – al momento assolutamente divisi ed estranei tra loro, chiusi come sono nei recinti locali disegnati dai capitali multinazionali (gli unici che possano praticare con profitto un certo tipo di “internazionalismo”) – trasformare in un processo di superamento della crisi sistemica del capitalismo.

6 luglio 2016

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