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INTERNAZIONALE

Barbari di tutta Europa, uniamoci!

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barbariGigi Roggero sulla Brexit, tratto da Commonware

Brexit ed elezioni in Italia sono due cose sicuramente diverse con almeno un punto forte in comune: la maggioranza non esprime un voto per ma contro qualcosa e qualcuno. Quel qualcosa è la propria condizione di vita; quel qualcuno é Renzi o l'Unione Europea, ritenuti responsabili di tale condizione. È un'individuazione semplificata, per i colti analisti della politica è grossolana e rozza, tuttavia non è certo sbagliata. Quando si è sotto assedio e si fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, bisogna colpire il bersaglio grosso e più immediato. Il tempo per i dettagli e i distinguo verrà dopo.

Lo dimostra la composizione sociale del voto nel Regno Unito, come già quella in Italia: i centri urbani vogliono rimanere, periferie e territori colpiti dalla crisi andarsene. Tant'è che il quesito referendario potrebbe essere così riformulato: vuoi restare nella tua attuale condizione di vita o uscirne? Cosa volete che rispondano disoccupati, precari cronici, pensionati ridotti sul lastrico, ceti medi deprivati di ciò che avevano avuto fino a qualche tempo fa? Era già successo per l'Oxi in Grecia, quella fulminea scintilla che non incendiò la prateria: Tsipras e Syriza volutamente non ammisero che si trattava di un no contro il mostro Europa, e ciò mise fine alla storia politica della loro breve anomalia.

Ancora una volta, nella Brexit si rompe la dialettica tra destra e sinistra, che serve ormai solo all'autoriproduzione dei ceti politici e dei loro intellettuali più o meno organici. Nella crisi la divisione iniziale, istintiva, si crea tra chi vuole conservare lo status quo (magari, promettono i sinistri, per riformarlo o cambiarlo in futuro) e chi lo rifiuta. Da che parte stiamo noi? Questo è il punto. Chi si schiera dalla parte della conservazione dello status quo, fa una scelta di campo. Fa una scelta di classe. A poco serve appellarsi al pericolo fascista, anzi: se i fascisti hanno la scaltrezza di tentare di sguazzare in quella composizione sociale, la responsabilità è nostra, non della composizione sociale. 

Purtroppo a sinistra e in quegli ambienti di movimento che del germe cancerogeno della sinistra non sono mai riusciti a liberarsi, la classe va bene finché "remain" un'astrazione disincarnata. Quando "leave" e fa di testa sua, i comportamenti che esprime vengono stigmatizzati e deprecati, si grida al provocatore e al fascista dietro l'angolo. In quest'ultima settimana ne abbiamo avuto l'ennesima riprova, con sinistri commenti e analisi di disprezzo per gli incolti e barbari sostenitori del M5s o della Brexit, contrapposti agli educati ragionamenti dei cittadini coscienziosi della City. Vi è in queste posizioni un vero e proprio razzismo sociale, che invece di puntare a processi di ricomposizione alimenta una spaccatura orizzontale all'interno della classe. Questo è il primo e vero pericolo reazionario che dobbiamo combattere. 

Mutatis mutandis, si ritorna qui alla teleologia del marxismo ortodosso della Seconda Internazionale, quello per cui i popoli colonizzati dovevano accettare il proprio destino storico, o i briganti piegare la testa di fronte al Regno Sabaudo. Tra le fila degli europeisti a prescindere, che oggi si lagnano dell'idiotismo dei proletari inglesi, ve ne sono molti che si entusiasmavano quando gli storici militanti dei Subaltern Studies ci hanno spiegato come gli indiani che nell'800 si ribellavano alle truppe imperiali inglesi erano mossi dalle più diverse pulsioni, un misto di credenze e tradizioni unificate da un istinto comune, l'opposizione e il rifiuto dell'invasore. (E non parliamo della questione nazionale, spauracchio per i burocrati dell'internazionalismo ideologico, anche di quello esportato con le armi: ma siamo sicuri che tra lavoratori e precari che stanno lottando in Francia in questi mesi non vi sia anche l'ambiguo desiderio di non voler fare la fine di italiani e greci?) Oggi per queste stesse persone i soggetti colpiti dalla crisi dovrebbero rassegnarsi alla propria vita di merda, nell'interesse generale degli ideali di sinistra e della funzione progressiva dell'Europa. Ma, si sa, i barbari lontani nello spazio e nel tempo sono sempre più simpatici e innocui di quelli che prendono forma sotto casa, minacciando gli standard di vita di quei ceti che in fondo dall'Europa dipendono.

Se non un terremoto (gli effetti sono stati in anticipo enfatizzati per creare paura e indirizzare il voto), certo degli scossoni la Brexit li procura: Cameron costretto alle dimissioni, i laburisti in crisi, i mercati in fibrillazione, i media sgomenti, l'Europa a pezzi. Noi non sappiamo che direzione prenderanno questi scossoni, ma la cosa sicura è che solo qui dentro possiamo organizzare il terremoto. Chi oggi impaurito preferisce la quiete non sta dall'altra parte nella dialettica tra destra e sinistra, sta dall'altra parte nella dialettica di classe. Perché le rivoluzioni si sono sempre fatte con i barbari. Sarebbe troppo auspicare che chi a parole vuole la trasformazione dello stato di cose presente si metta a studiare Lenin. Ma almeno qualche romanzo di Ballard in questi anni avrebbe potuto leggiucchiarlo...

2 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 05 Luglio 2016 13:36

Renzi-Merkel. Quale sistema bancario deve morire per primo?

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Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Quando si parla di banche è meglio non farsi deviare dalle dichiarazioni in conferenza stampa, dove i primi ministri danno il peggio di sé per tranquillizzare i propri grandi elettori di riferimento. Se dovessimo infatti cercare di capire dalle dichiarazioni cosa si sono detti ieri Merkel e Renzi rimarremmo a guardare il dito, anziché la luna.

A chiacchiere, infatti, si è trattato di uno scontro sulle “regole” che riguardano le crisi di singole banche, con l’Italia che chiede di sospendere il meccanismo del bail in (prima di ogni intervento di salvataggio pagano di tasca propria azionisti, obbligazioni anche inconsapevoli e correntisti per la parte eccedente i 100.000 euro) e la Germania a ribadire che “non si cambiano le regole ogni due anni” (il tempo che è passato dal trattato in vigore sull’unione bancaria).

Fosse così, sarebbe solo l’ennesima puntata di un film già visto, con Renzi nella parte della vispa teresa cicalona e Merkel in quella dell’ottuso burocrate che obbedisce ciecamente alle “regole, anche quando queste sono chiaramente sbagliate (la crisi del sistema bancario europeo, stressato ora anche dalle consguenze della Brexit, è generale, non individuale).

Oltretutto sarebbe uno scontro in cui – a noi del “mondo di sotto” – non converrebbe per nulla prender parte. Quello che Renzi chiede di poter fare, infatti, è di impegnare denaro pubblico (tasse di noi cittadini) per salvare gli istituti di credito messi peggio. Mentre la “fermezza” della Merkel punterebbe il bisturi su azionisti e clienti delle banche. Ovvero, di nuovo, su (quasi) tutti noi che il conto corrente ce lo hanno imposto altrimenti non ci potevano pagare lo stipendio e far comprare casa col mutuo.

In realtà occorre guardare ai problemi delle banche italiane e tedesche (e francesi, inglesi, ecc) per come ce li presenta un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non a caso sbattuto in apertura di prima pagina dal confindustriale IlSole24Ore. Se quelle italiane “soffrono le sofferenze”, ovvero i prestiti che soprattutto le imprese fanno fatica a restituire, quelle tedesche soffrono una lunghissima serie di problemi diversi: dall’immensa esposizione verso i “prodotti derivati” (la sola Deutsche Bank ha in pancia 75.000 miliardi di euro in spazzatura conclamata; 10 volte il Pil tedesco, cinque volte quello europeo e quattro volte il debito pubblico Usa e, si parva licet, circa 70 volte il “mostruoso” debito pubblico italiano di “soli” 2.300 miliardi), al modello di business antiquato (troppe filiali e dipendenti, guadagni certi solo sui tassi di interesse) fino alla dipendenza della politica regionale (nel sistema delle Landesbanken territoriali).

Una differenza sistemica così accentuata fa sì che qualsiasi sia la “regola” che viene scelta per risolvere le crisi ammazza qualcuno e salva qualcun altro. Non c’è insomma nulla di “oggettivo”, se non la crisi stessa, nessuna “scelta obbligata”, ma solo discrezione. Ovvero politica.

Sembra dunque chiaro che la “fermezza” merkeliana sia un modo di aiutare il sistema bancario italiano a portare presto i libri in tribunale, lasciando un mercato comunque abbastanza ricco a disposizione del proprio sistema bancario. Più o meno quel che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, con il sistema industriale, parti consistenti della grande distribuzione (in cui sono stati i francesi a fare la parte del leone), ecc.

Ma, per favore, non ci venite a sfruculiare con il “rispetto delle regole” o con il renzian-berlusconiano “le ha violate prima la Germania”…

P.s. Sono questi i “valori europei” per cui bisognerebbe fare ogni sacrificio…

30 giugno 2016

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Unidos Podemos, niente sorpasso. L’Ue vuole la grande coalizione

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Sondaggi smentiti, di nuovo ed anche nello Stato Spagnolo. Alla fine il sorpasso sui socialisti non c’è stato ed Unidos Podemos si deve accontentare del terzo posto e ridimensionare i suoi sogni di gloria.
Appena i seggi hanno chiuso, alle 20, gli exit poll davano vincitore il Partito Popolare e seconda, davanti ai socialisti, la coalizione formata da Podemos, Izquierda Unida e altri 9 movimenti statali e locali di centro-sinistra. Ma quando sono cominciati ad affluire i dati dello spoglio reale è stata una doccia fredda per i viola, passati non solo in terza posizione ma assai al di sotto delle aspettative della vigilia.

La ‘Spagna profonda’ ha di nuovo premiato il Partito Popolare. Nonostante la corruzione, gli scandali – l’ultimo emerso alla vigilia del voto, rivelando che il Ministro degli Interni di Rajoy tramava con un funzionario catalano per fabbricare prove false allo scopo di incastrare i dirigenti indipendentisti di Barcellona – nonostante anni di politiche antipopolari e autoritarie la destra spagnola non solo torna a vincere le elezioni, ma addirittura si rimette una costola. Il Partido Popular riprende fiato dopo la storica debacle del 20 dicembre e passa da 123 a 137 seggi e dal 28.72 di sei mesi fa al 33.03%.

Di fatto il PP arriva in testa nella stragrande maggioranza dei collegi elettorali del paese, succhiando consensi a Ciudadanos, forza emergente della “nuova destra” liberale, liberista, nazionalista e ‘moderna’ che sperava invece di continuare la sua ascesa dopo il buon risultato del 20 dicembre. Invece la creatura politica di Albert Rivera arresta la sua corsa e “si sgonfia”, passando da 40 a 32 seggi e dal 13.93 al 13.03%. Rajoy recupera voti all’interno dell’elettorato conservatore ma anche reazionario – l’estrema destra di Vox prende solo 46 mila voti in tutto lo Stato! – in virtù di un “effetto diga” contro la prospettiva di uno sfondamento da parte dei ‘rossi’ di Unidos Podemos.

Il cui risultato, come detto, alla fine non è stato affatto entusiasmante, come gli stessi dirigenti della coalizione, nei primi commenti della serata, hanno ammesso. La coalizione passa infatti da 69 a 71 seggi e dal 20.66 al 21.1% dei voti. Un piccolo progresso, si dirà. In realtà le forze coalizzate sotto la guida di Pablo Iglesias perdono un numero consistente di consensi rispetto a sei mesi fa, quando Podemos e Izquierda Unida (Unidad Popular) erano andati al voto separatamente ottenendo rispettivamente il 20.66 e il 3.67%. Presentandosi in coalizione e confermando le ‘confluencias’ con altre piccole forze politiche statali – come Equo – e vari movimenti e coalizioni regionaliste e di sinistra locali in Catalogna, Valencia e Galizia, Iglesias e Garzòn puntavano su un effetto moltiplicatore dei voti, allettando gli elettori di sinistra e centrosinistra con la prospettiva del sorpasso sui socialisti e approfittando di una legge elettorale che premia, nella distribuzione degli eletti, le liste più consistenti.
Ma Unidos Podemos ha fallito entrambi gli obiettivi. Ha ottenuto solo 2 seggi in più rispetto alla tornata precedente (esattamente quanti ne avevano insieme Podemos e IU), piazzandosi in terza posizione in quasi tutti i collegi dello Stato Spagnolo, superata non solo dal PP ma anche dai socialisti (tranne nei Paesi Baschi e in parte della Catalogna dove UP ha vinto la competizione).
UP non è riuscita ad allargarsi a destra ed ha anche perso voti a sinistra. Durante la campagna elettorale i leader di Podemos hanno insistito nel presentarsi come gli esponenti di una ‘nuova socialdemocrazia’ tiepidamente riformista ma responsabile, nel tentativo di accreditarsi come forza di governo tra gli imprenditori e la classe media e di attrarre i voti socialisti che non sono invece arrivati indispettendo al contempo i settori più radicali dell’elettorato.
Fin dalla scorsa tornata Iglesias e i suoi hanno rinunciato alle proposte più radicali (espulso dal messaggio del movimento ogni riferimento alla lotta contro l’Unione Europea) ed hanno insistito sulla opportunità di formare una maggioranza di governo “per il cambiamento” con il Partito Socialista di Pedro Sanchez, che giustamente a sinistra viene considerato un pilastro di un sistema spagnolo a due gambe – diventate tre con Ciudadanos – liberista, ingiusto, corrotto e inamovibile. Offerta che Iglesias ha reiterato ieri sera, dopo la diffusione dei deludenti risultati, parlando di un accordo tra Unidos Podemos e Psoe come di una ‘coalizione tra forze di progresso’ che ‘hanno una idea diversa della Spagna’ rispetto a PP e C’S. Ma quale idea abbiano della Spagna i socialisti – da Gonzales a Zapatero fino al rampante Sanchez – gli elettori di sinistra lo sanno bene, e non hanno seguito la direzione di Izquierda Unida preferendo l’astensione.

Sono proprio i socialisti a tirare un sospiro di sollievo, perdendo sì 5 seggi – da 90 a 85 – ma guadagnando qualche decimo di punto percentuale – dal 22.01 al 22.66% – che permette al Psoe di rimanere al secondo posto.

Da notare che il non voto è passato in sei mesi dal 26.8% al 30.16%. Alle urne si sono recati solo il 69.84% degli aventi diritto (il dato non però ancora definitivo); non il crollo verticale vaticinato dai sondaggi della vigilia ma comunque un calo significativo, che mette in evidenza la crescente disillusione e disaffezione di un elettorato stanco. In un quadro del genere la ‘spinta propulsiva’ di Podemos sembra non funzionare più, incagliatasi in una sorta di recinto politico al di là del quale sembra difficile che Iglesias riuscirà ad andare.

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A guardare i dati assoluti, il Partito Popolare è l’unica forza politica statale a guadagnare voti, passando da 7.215.000 a 7.906.000 elettori e recuperando posizioni in importanti comunità autonome come quella Valenciana o l’Andalusia e la Galizia (qui En Marea, coalizzata con UP, perde un seggio e diventa terza sorpassata dai socialisti). Il Psoe perde 106 mila consensi, Unidos Podemos ben 1.063.000 (considerando anche i voti di Izquierda Unida del 20D), Ciudadanos 377.000.

Un ottimo risultato, in Catalogna, per gli indipendentisti di sinistra moderati di Esquerra Republicana che passano da 599.000 a 629.000 voti (la sinistra indipendentista radicale della Cup, come il 20D, ha deciso di non presentare liste alle elezioni statali) a scapito del partito regionalista/indipendentista catalano di centro-destra, la Convergenza Democratica di Artur Mas e dell’attuale premier di Barcellona Carles Puigdemont, che continua la sua discesa passando da 565.000 a 482.000 voti.

Nuovo pessimo risultato per la sinistra indipendentista basca, ormai in crisi nera anche a livello elettorale: Eh Bildu subisce di nuovo “l’effetto Podemos” e passa dai 218 mila voti conquistati nella Comunità Autonoma Basca ed in Navarra sei mesi fa ad appena 184.000, conservando comunque i 2 seggi che aveva. Anche il Partito Nazionalista Basco (PNV) non brilla, calando da 6 a 5 seggi e da 301.000 a 286.000 voti.

All’apparenza la mappa del nuovo parlamento di Madrid non sembra, è vero, molto diversa da quella uscita dalle elezioni del 20 dicembre, che avevano spazzato via il vecchio bipartitismo trasformandolo in un sistema a quattro gambe. Troppe, si è detto, per garantire la governabilità.
Nessuna forza politica, neanche il riconfermato Partito Popolare, è così consistente per poter formare un governo monocolore che da tradizione. Ma sei mesi di stallo dopo le elezioni del dicembre 2015 e la crescita consistente della destra di Rajoy rappresentano un elemento di novità da non sottovalutare. Come visto, nonostante la brusca frenata Unidos Podemos continua ad insistere sulla formazione di una coalizione con i socialisti che però potrebbe contare solo su 156 seggi, quota assai lontana dalla maggioranza minima di 176 necessaria per governare. Ammesso che i socialisti siano orientati ad allearsi con i propri competitori a sinistra – Pedro Sanchez ha più volte ribadito il suo ‘no’ – e che i partiti nazionalisti baschi e catalani siano pronti a fare da stampella ad un ambiguo governo guidato da una forza centralista come il Psoe.

Rispetto alle Cortes elette il 20D, in quelle costituite ieri una coalizione tra le due destre – PP e Ciudadanos – potrebbe contare su 169 seggi, e i due partiti potrebbero puntare ad un governo di minoranza, anche se abbastanza instabile e sottoposto al continuo ricatto di eventuali piccoli alleati regionalisti di centro-destra. I poteri forti interni e l’establishment dell’Unione Europea premono invece per una grande coalizione tra Partito Popolare e Partito Socialista – meglio ancora se rafforzato dalla nuova destra di Albert Rivera – che potrebbe assicurare a Madrid e soprattutto a Bruxelles quella stabilità necessaria per implementare i piani della Troika troppo a lungo rimandati: privatizzazioni, licenziamenti nel settore pubblico, altra austerity.

Che non si sia andati subito alla ‘grande coalizione’ già dopo la scorsa tornata elettorale Bruxelles e Francoforte lo hanno potuto accettare una volta, se lo stallo dovesse ripetersi anche dopo le elezioni di ieri le conseguenze per Madrid potrebbero farsi serie.

27 giugno 2016

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Il referendum britannico: un tentativo di analisi del voto

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brexit

Andrea Genovese - tratto da http://contropiano.org

E dunque, alla fine il “Leave” ha prevalso. Un successo largamente preventivato dai sondaggi elaborati dai maggiori istituti demoscopici ad inizio Giugno, salvo registrare una piccolo inversione di tendenza (poi smentita dai fatti) nei giorni immediatamente successivi all’assassinio della parlamentare laburista pro-Remain Jo Cox.

L’esito finale del voto (51.8% a favore del Leave) miete una prima, grande vittima: il primo ministro Cameron, promotore del referendum (scaturito da una promessa elettorale nella campagna delle Politiche del 2015, al fine di arginare il potenziale attrattivo dell’UKIP di Nigel Farage), e capo del fronte schierato a favore della permanenza. Il premier britannico si è infatti dimesso appena preso atto della dura sconfitta, annunciando che passerà la mano (anche come leader del Partito Conservatore) ad Ottobre 2016; simile sorte dovrebbe toccare al Ministro delle Finanze, George Osborne, un fiero nemico delle classi lavoratrici britanniche, protagonista, nei suoi mandati, dell’implementazione di rigide ed anti-popolari misure di austerità. L’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, a capo della campagna per la fuoriuscita dalla UE, spera ora di poter utilizzare la vittoria referendaria anche per guadagnare la posizione di primo ministro (e di leader del partito), a scapito di Cameron. Dovrà però passare per le Forche Caudine di una elezione interna, che coinvolgerà gli iscritti ai Tories (circa 150,000), alla quale pare parteciperà, come sicuro candidato, anche l’altro esponente di spicco della destra conservatrice pro-Brexit, Michael Gove. Dunque, il Partito Conservatore, nonostante le dichiarazioni di unità, ha avviato quella che si annuncia come una faticosa guerra interna per la propria leadership.

Indagando sulla natura della vittoria del “Leave”, molti commentatori italiani enfatizzano i toni xenofobi ed anti-immigrazione di formazioni quali UKIP (capitanata da Nigel Farage) e della stessa destra conservatrice, presentate (non a torto) quali vincitrici del referendum. Sicuramente questi accenti sono stati largamente presenti nella campagna; è bene però ricordare che contenuti simili, uniti alla prospettiva di controlli più rigidi sulla libertà di movimento dei cittadini Europei verso il Regno Unito, hanno trovato comodo albergo anche presso esponenti di spicco del fronte per la permanenza. Lo stesso David Cameron aveva infatti negoziato un vergognoso accordo con l’Unione Europea volto a garantire alla Gran Bretagna la possibilità di negare ai cittadini europei ivi residenti la facoltà di accedere a molte delle prestazioni dello stato sociale per ben 7 anni; la ministra dell’interno, Theresa May, pur avendo una posizione pro-UE aveva più volte, durante la campagna elettorale, fatto appello a condizioni d’accesso ancor più rigide per i migranti [1].

Quello che molti commentatori sembrano volutamente omettere è la vera natura di classe dello scontro consumatosi nelle ultime settimane. Non a caso, la City di Londra (un vero e proprio paradiso fiscale) ha capitanato la battaglia per il “Remain”, accompagnata da un grosso caravanserraglio di multinazionali operanti nel Regno Unito e dall’equivalente della Confindustria britannica. L’accesso al mercato europeo, e la possibilità di far fluire liberamente capitali e manodopera rappresentavano, secondo una interpretazione integrale della dottrina neo-liberista, condizioni necessarie troppo importanti per la propria capacità di realizzare profitti.

In uno scenario simile, garantitosi senza troppo sforzo l’appoggio delle elites legate al mondo finanziario e della classe media cosmopolita, è stato necessario, per Cameron, ricercare alleanze insolite, al fine di portare a casa la pagnotta e salvare la pelle. Di qui, la necessità di uno sfondamento a sinistra delle ragioni del Remain; da tempo, molte delle analisi proposte dagli istituti demoscopici ravvisavano infatti nell’elettorato laburista delle ex roccaforti manifatturiere del Nord dell’Inghilterra il vero ago della bilancia che avrebbe potuto decidere l’esito della consultazione. Un’area geografica dal solido profilo working class, che ha sofferto, più di ogni altra, i processi di de-industrializzazione e smantellamento degli apparati produttivi, avvenuti a seguito dell’applicazione delle ricette neoliberiste ed alla globalizzazione dell’economia, e perciò particolarmente ostile all’Unione Europea. Era questo, dunque, il bacino di voti che il “Remain” avrebbe dovuto conquistare. Di qui, il tacito accordo con le principali Unions britanniche, ottenuto moderando lievemente alcuni dei progetti di riforma della legislazione in materia di diritto sindacale. Nonostante una perdita di influenza (ad oggi, solo 6 milioni di britannici risultano iscritti ad un sindacato; nel settore privato il tasso di sindacalizzazione è pari ad un modesto 6%), frutto di una legislazione in materia tra le più restrittive al mondo, i sindacati britannici conservano ancora un ruolo di cinghia di trasmissione del Partito Laburista (essendo molti di essi direttamente affiliati al Labour), costituendone, tramite i rispettivi fondi politici, i maggiori finanziatori. Stretto, dunque, tra le Unions e la destra blairista, a Jeremy Corbyn (leader del Labour, con un passato da euroscettico moderato) non è rimasto che aderire alla campagna per la permanenza, con posizioni completamente appiattite su quelle del primo ministro e della sua compagine.

Il tentativo di intruppare nel fronte del “Remain” il voto working class non ha però funzionato. Ed è questa la vera ragione della sconfitta di Cameron e dei suoi alleati. Analizzando, infatti, la geografia del voto al “Leave”, è possibile ottenere una precisa idea di quanto accaduto da un punto di vista di classe. Oltre alla netta e prevedibile affermazione europeista in Scozia (da leggere anche in chiave indipendentista), sono i centri urbani a fornire elementi di riflessione. Se a Londra, come prevedibile, il “Remain” trionfa, in altre grandi conurbazioni il discorso si fa più complesso. A Manchester e Liverpool, ad esempio, il “Remain” prevale nelle zone centrali della città, segnando invece il passo nelle zone periferiche. La Figura 1 (elaborate dal quotidiano Guardian [2]) mostra, infatti, un paragone tra le percentuali di voto al Partito Laburista a Liverpool nelle ultime politiche (2015) e quello al referendum; è possibile notare come il centro città registri una forte prevalenza del voto pro-EU, mentre la periferia (anche quando di fedele osservanza laburista), in cui più forte è l’influenza di problematiche socio-economiche,  si esprime in favore del Leave.

Figura 1: Una comparazione tra il voto Laburista alle Politiche 2015 e quello per il Referendum sull’Unione Europea a Liverpool (Fonte: The Guardian [2])

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Per il “Remain” le cose iniziano a scricchiolare in centri come Birmingham, Leeds e Sheffield. Ad un sostanziale equilibrio tra i due fronti (successo del “Leave” a Birmingham e Sheffield, rispettivamente col 50.42% e col 50.99%), fa da contraltare il prevalere del “Remain” a Leeds, con un risicatissimo 50.31%. Tuttavia, disaggregando il dato a livello di quartiere, è possibile registrare una fortissima incidenza delle classi sociali sull’esito del voto: successo del “Remain” nei centri cittadini e nei sobborghi della middle class; poderosa avanzata del “Leave” nei quartieri della working class.

La tendenza si accentua e diventa valanga per il “Leave” nei vecchi cuori manifatturieri della Gran Bretagna, nelle Midlands, nello Yorkshire e nel Nord-Est. Città di dimensioni medio-piccole quali Mansfield (70.86%), Doncaster (68.98%), Sunderland (61.34%), Middlesbrough (65.48%), Scunthorpe (66.30%), oggi vittima delle deindustrializzazioni forzate operate dal neo-liberismo, fanno registrare percentuali record per il “Leave”. Si tratta di città in cui la presenza di migranti risulta comunque assai inferiore alla media nazionale, e che fanno i conti con grandi livelli di povertà ed alti tassi di disoccupazione. Aree corrispondenti, dunque, a tradizionali roccaforti laburiste, nelle quali, proprio stavolta, l’elettorato working class ha deciso di non seguire le indicazioni del proprio partito di riferimento (in verità, assai deboli, sbiadite e confondibili con quelle dei Conservatori); proprio per l’incapacità del Labour (ma anche delle altre forze politiche) di articolare una chiara chiamata alle armi pro-UE per la working class: il classico “what’s in it for you”. Un terreno, questo, parecchio scivoloso, visto che la working class britannica si ritiene sostanzialmente “parte lesa” rispetto all’integrazione europea. Un sentimento anti-EU attribuibile in parte all’immigrazione (ritenuta responsabile di problemi cui la working class è parecchio sensibile, quale la moderazione salariale); in parte, problematiche legate al mercato del lavoro ed alle politiche sociali (la spinta dell’UE alla privatizzazione di servizi pubblici essenziali ed industrie strategiche in primis); in parte, allo storico senso di “indipendenza” del popolo britannico.

Il risultato, è la possibilità di effettuare una chiarissima lettura di classe del voto espresso, su scala nazionale, per il referendum.

I grafici riportati nelle seguenti Figure 2, 3, 4, 5, 6 e 7 (elaborate dal quotidiano Guardian [2]) riportano il voto nella consultazione (rappresentato su una scala da sinistra a destra, dove l’estrema sinistra corrisponde una forte prevalenza del “Remain” e l’estrema destra una vittoria del “Leave”) in correlazione con diversi indicatori socio-economici calcolati a livello di circoscrizione elettorale.

La Figura 2 rappresenta una correlazione del voto al referendum nelle single circoscrizioni con la percentuale di individui in possesso di una Laurea (o titolo equivalente) calcolata, anch’essa, su base circoscrizionale. E’ possibile notare una fortissima dipendenza, quasi approssimabile, senza perdita di generalità, da una linea retta: maggiore la percentuale del “Remain”, maggiore la percentuale di Laureati residenti nel colleggio elettorale

Figura 2: Il voto al Referendum in relazione al Titolo di Studio (espresso come percentuale di individui in possesso di una Laurea in ciascuna circoscrizione elettorale). (Fonte: The Guardian [2])

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In maniera del tutto speculare, la Figura 3 rappresenta la relazione tra il  voto al referendum nelle singole circoscrizioni con la percentuale di individui privi di qualifiche specifiche (in possesso, dunque, dei soli titoli di scuola dell’obbligo) calcolata, anch’essa, su base circoscrizionale. Anche in questo caso, la correlazione appare fortissima: maggiore la percentuale del “Leave”, maggiore la percentuale di individui privi di qualifiche specifiche residenti nello specifico colleggio elettorale

Figura 3: Il voto al Referendum in relazione al Titolo di Studio (espresso come percentuale di individui in possesso esclusivamente dei titoli della scuola dell’obbligo). (Fonte: The Guardian [2])

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Andamenti simili possono essere riscontrati correlando l’esito del referendum con misure più strettamente rappresentative dei profili economici delle circoscrizioni. Figura 4 (a sinistra) mostra l’incidenza della mediana dei redditi degli elettori della circoscrizione sull’esito del referendum, evidenziando come, al crescere del reddito, sia possibile ravvisare uno spostamento dei consensi verso il “Remain”. In maniera analoga, Figura 5 (a destra) mostra come una simile correlazione esista tra la percentuale totale di elettori della singola circoscrizione appartenente ai gruppi sociali A (Manager pubblici e private; Professionisti; Imprenditori), B (Quadri intermedi nel pubblico e nel privato) e C1 (Impiegati ed impiegati con funzione direttiva) ed il voto al “Remain”: maggiore lo sbilanciamento verso l’alto del profile demografico della circoscrizione, maggiore, in generale, la propensione a scegliere la permanenza nell’UE. Al contrario, marcatissima appare la preferenza per il “Leave” nei distretti elettorali nei quali la maggioranza della popolazione appartiene alle classi sociali subalterne, identificate dai gruppi C2 (operai specializzati), D (operai non specializzati) ed E (pensionati, disoccupati, lavoratori precari).

Figure 4 e 5: Il voto al Referendum in relazione al Reddito Mediano di ciascuna circoscrizione (sinistra) ed alla percentuale di individui apparenente alle classi sociali A, B e C1 (Fonte: The Guardian [2])

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La Figura 6 mostra come la relazione (meno marcata delle precedenti; è possibile capirlo dal fatto che i punti sono maggiormente disposti “a nuvola”) tra l’età mediana dei lavoratori di ogni circoscrizione e l’esito del voto, con il “Remain” leggermente sfavorito nelle circoscrizioni caratterizzate da una popolazione più anziana.

Figura 6: Il voto al Referendum in relazione alla Età Mediana di ciascuna circoscrizione (Fonte: The Guardian [2])

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Infine, la Figura 7 mostra come il “Remain” fornisca prestazioni migliori rispetto al “Leave” nelle aree a forte densità di popolazione non nativa del Regno Unito.


Figura 7:
Il voto al Referendum in relazione alla percentuale di residenti non-nativi per circoscrizione
(Fonte: The Guardian [2])

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Come ha scritto, con grande onestà intellettuale, l’opinionista britannico di orientamento laburista di sinistra Owen Jones (schierato per il “Remain”, dopo una iniziale puntata nel campo euroscettico), il voto della working class britannica è stato decisivo per la vittoria del “Leave” nel referendum. “Il più drammatico evento nella storia recente del Regno Unito assume i contorni, tra le altre cose, di una rivolta della working class. Certo, non la rivolta che molti di noi avrebbero sognato. Ma è innegabile che questo risultato sia stato raggiunto con il contributo decisivo dei votanti di una classe lavoratrice furiosa ed alienata. La Gran Bretagna è una nazione profondamente divisa. Molte delle comunità  che hanno votato in maniera più decisa per la fuoriuscita sono le stesse comunità che hanno sofferto le più intense mortificazioni ad opera di molti governi succedutisi negli ultimi decenni. La propaganda governativa è  stata tutta incentrata sulla paura e sulle minacce di una nuova recessione. Ma queste comunità hanno vissuto, per intere generazioni, condizioni di crisi ed insicurezza economica. A poco servono le minacce, se si sente che non si ha nulla da perdere. Al contrario, queste minacce potrebbero aver reso le convinzioni di molte persone ancora più profonde. Ad un primo ministro conservatore, spalleggiato dalle grandi multinazionali, e dal presidente degli USA, le classi popolari hanno risposto con il più  grande ‘fanculo’ della storia moderna britannica”.

In questo contesto, al di là di come la si possa pensare sulla Brexit, ha provocato grande tristezza vedere la stragrande maggioranza dei dirigenti sindacali britannici (fatta salva qualche eccezione) e molti dei rappresentanti della sinistra Laburista rinnegare la propria storia (gloriosa), ed un secolo di conquiste, nel condurre una campagna referendaria completamente appiattita sulle posizioni conservatrici, con l’aggravante di presentare l’Unione Europea, una istituzione completamente screditata agli occhi delle classi popolari, come un baluardo dei diritti dei lavoratori.

Una campagna referendaria che ha messo in luce, una volta di più, i danni prodotti dall’ultimo quarantennio di sbornia neoliberista, anche per quel che concerne la possibilità di conservare un punto di vista autonomo della classe lavoratrice. In tal senso, va sottolineato il coraggioso tentativo della piattaforma “Lexit”, che ha condotto una difficile e coraggiosa campagna [4] per affermare le ragioni dell’uscita dall’Unione Europea da una prospettiva socialista e di classe.

Se la sinistra vuole avere un futuro – in Gran Bretagna e altrove – deve ritrovare una connessione sentimentale con la propria classe di riferimento. Per fronteggiare le grandi battaglie che attendono i ceti subalterni. Pena la definitiva scomparsa dalla storia.

25 giugno 2016

Risorse Online

[1] Theresa May, ministro dell’interno e sostenitrice del “Remain” sulla necessita’ di limitare l’immigrazione europea: http://www.express.co.uk/news/uk/680354/Theresa-May-David-Cameron-EU-Referendum-Brexit-Vote-Leave-immigration

[2] Elaborazione dei risultati del Referendum ad opera del quotidiano The Guardian: http://www.theguardian.com/politics/ng-interactive/2016/jun/23/eu-referendum-live-results-and-analysis

[3] Owen Jones, opinionista britannico, sul voto della “working class” britannica nel referendum: https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jun/24/eu-referendum-working-class-revolt-grieve

[4] Hanno partecipato alla campagna, tra i vari soggetti: il Partito Comunista Britannico, il sindacato dei trasporti RMT, il gruppo intersindacale “Trade Unionists Against the EU”, l’Associazione Britannica dei Lavoratori Indiani, il Consiglio Britannico dei Lavoratori, la piattaforma “Scottish Left Leave”, il gruppo “Counterfire” e l’organizzazione “Socialist Workers Party”.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Giugno 2016 12:08

Loi Travail, spallata dei sindacati. Scontri e arresti

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

“La nostra determinazione resta intatta. Bisogna che il governo ascolti le rivendicazioni di coloro che contestano la legge”, ha detto alla France Presse Philippe Martinez, leader della Confederazione Generale dei Lavoratori francesi.

Se l’intenzione dei leader dei sindacati francesi era presentarsi all’incontro con la ministra del lavoro El Khomri previsto per il 17 giugno, in vista della possibile apertura della trattativa con il governo, forti delle piazze piene di lavoratori e giovani, allora l’obiettivo è stato ieri pienamente raggiunto.

Quella di ieri ha il sapore di una vera spallata contro l’esecutivo socialista e la contestatissima controriforma del lavoro a quasi quattro mesi dall’inizio di una protesta determinata e capillare. Come promesso, le strade di Parigi si sono riempite di gente arrivata da tutto il paese (a bordo di 600 pullman e di numerosi treni speciali) per chiedere il ritiro della Loi Travail mentre scioperi e blocchi diffusi rendevano la manifestazione qualcosa di assai più intenso di una semplice quanto imponente sfilata.

Ben cinque chilometri di corteo, un enorme serpentone che è partito da Place d’Italie poco dopo le tredici ed ha sfilato per tre ore per arrivare agli Invalides. Solo 80 mila partecipanti secondo le forze dell’ordine, un milione invece secondo le sette organizzazioni sindacali e studentesche che hanno promosso l’ennesima giornata di mobilitazione. Basta vedere le immagini del debordante corteo per rendersi conto della reale entità della manifestazione, di fatto la più partecipata da quando è iniziato il braccio di ferro tra le organizzazioni dei lavoratori e l’esecutivo Valls. Senza contare che altre centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in altre città della Francia, da Marsiglia a Lione. Un milione e trecentomila manifestanti in tutto il paese.

Se nei primi giorni dopo l’inizio dell’Eurocoppa di calcio i sindacati avevano deciso di mantenere la mobilitazione ma diminuendone l’intensità per lanciare un amo al governo e far riprendere fiato agli scioperanti, la giornata di ieri ha dimostrato che il fronte del no alla Loi Travail può contare su una forza imponente nonostante tre mesi di manifestazioni, scioperi, blocchi e picchetti. Una forza che peserà, dicevamo, se il governo dovrà alla fine accettare di trattare almeno su alcuni punti. Ufficialmente i due sindacati più importanti, la Cgt e Force Ouvriere, chiedono il ritiro tout court della legge, ma ovviamente per il governo una tale rinuncia rappresenterebbe una vera e propria Caporetto che costerebbe carissima ai socialisti al governo, pressati da destra dal padronato – la Confindustria accusa la Cgt nientemeno che di ‘terrorismo’ – dai poteri forti e dall’Unione Europea affinché non cedano di un millimetro alle rivendicazioni della piazza. E così i sindacati nei giorni scorsi hanno lasciato intendere che ‘basterebbe’ che il governo Valls aprisse ad un confronto di merito sui punti più contestati della legge: la prevalenza della contrattazione aziendale su quella nazionale di categoria, la maggiore facilità dei licenziamenti, l’aumento dell’orario di lavoro in alcuni comparti, la maggiore difficoltà per i sindacati di poter indire scioperi e i tagli alla sicurezza sul lavoro.

Se il governo socialista dovesse negare la trattativa nonostante le aperture delle dirigenze sindacali, le organizzazioni dei lavoratori sarebbero costrette a proclamare una nuova ondata di scioperi e a bloccare di nuovo il paese, e lo scontro si farebbe ancora più duro. Per il 23 giugno, quando l’esame parlamentare del provvedimento dovrebbe entrare nelle ultime e determinanti fasi con il voto previsto al Senato, e poi di nuovo il 28 giugno, le organizzazioni dei lavoratori hanno già indetto altre due giornate di mobilitazione generale e di scioperi ‘illimitati’, termine che sta ad indicare scioperi contemporanei in vari comparti ma non lo sciopero generale nazionale che Cgt, Solidaire e Force Ouvriere si riservano di convocare solo come extrema ratio.

A margine del grande corteo parigino di ieri, com’era avvenuto in altre occasioni, si sono verificati numerosi atti di sabotaggio e scontri con le forze dell’ordine presenti in misura massiccia. Protagonisti i casseurs, gli spaccavetrine spesso lontani da ogni identità e rivendicazione politica e dediti a quante più distruzioni possibili, ma anche settori radicali del movimento di protesta che continuano ad accusare le direzioni sindacali di scarsa determinazione nella lotta e che più che all’allargamento della partecipazione alla protesta mirano alla ‘contundenza’ della forme di lotta (nonostante i quasi 2000 arresti dall’inizio della protesta).

I primi pesanti tafferugli e i primi arresti si sono verificati più di un’ora prima che la testa del corteo muovesse i primi passi. Quando il corteo è partito da Place d’Italie erano visibili grandi spezzoni composti in prevalenza di giovani, molti dei quali con il casco in testa o il volto mascherato, che gridavano ‘Parigi, alzati in piedi’ e l’ormai dilagante “Tutti odiano la polizia”. Gli scontri con i reparti antisommossa – alla quale hanno partecipato alcune centinaia di persone – sono stati pesanti, in particolare all’altezza di Port Royal, con gli agenti che lanciavano lacrimogeni e granate stordenti contro i manifestanti, presi di mira anche con gli idranti, e gli incappucciati che rispondevano bersagliando i cordoni di celerini di pietre e oggetti vari. Un confronto che è durato a lungo, spaccando in due il corteo.

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Alla fine il bilancio è stato pesante, con una quarantina di persone ferite o contuse (ovviamente molti manifestanti hanno evitato di recarsi negli ospedali per evitare identificazioni e denunce) e ben 72 arresti, uno dei bilanci più alti da quando è iniziato il conflitto. Attraverso l’uso di una sorta di ‘Daspo’ politico il ministero degli Interni aveva preventivamente vietato a 130 persone fermate o arrestate nelle scorse settimane la partecipazione ai cortei previsti ieri.

Le forze dell’ordine hanno rivendicato 29 feriti e contusi, ma da segnalare anche che alcuni membri della Cgt polizia sono scesi in piazza insieme al resto dei lavoratori e si sono piazzati con un cartello che affermava “poliziotto contro le violenze dello stato” proprio a ridosso dei cordoni formati dai loro colleghi in assetto antisommossa e addirittura armati di fucili. Alcuni dei quali si sono nuovamente resi protagonisti di episodi di violenza gratuita e di brutalità nei confronti dei manifestanti, e non solo di quelli che lanciavano pietre contro di loro, con persone pestate a sangue e prese a calci dai robocop quando erano già a terra o addirittura con le mani alzate.

16 giugno 2016

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